Altro che Mattarella. A Firenze, il vero discorso sull’Europa lo ha fatto Higgins, il Presidente irlandese

Cita Boccaccio e Michelangelo, parla della necessità di un dibattito onesto sull’Europa, dice che i leader europei – con Macron in testa – sbagliano se pensano che il “business as usual” salverà l’Unione europea. Se c’è un discorso che va ricordato di questa edizione dello State of the Union 2018, organizzato dall’Istituto universitario europoeo (EUI) è quello di Michael D. Higgins, il Presidente della Repubblica d’Irlanda.

Cita Boccaccio e Michelangelo, parla della necessità di un dibattito onesto sull’Europa, dice che i leader europei – con Macron in testa – sbagliano se pensano che il “business as usual” salverà l’Unione europea. Se c’è un discorso che va ricordato di questa edizione dello State of the Union 2018, organizzato dall’Istituto universitario europoeo (EUI) è quello di Michael D. Higgins, il Presidente della Repubblica d’Irlanda.

Per iniziare, Higgins elenca tre concetti fondamentali che, a suo modo di vedere, sono costitutivi del progetto europeo. Citando a sprazzi (il testo in inglese, lo trovate qui):

“La nostra prima obbligazione, in quanto europei, è di capire e affermare la natura del progetto europeo […] le aspirazioni e l’Unione che cerchiamo di realizzare, non ciò che è, ma ciò che potrebbe essere […] Innanzitutto dobbiamo evitare di rimanere intrappolati in un solo paradigma di pensiero […] Dobbiamo capire che le radici del progetto europeo sono eterogenee. Una di quelle più importanti, da un punto di vista morale, è emersa dagli sforzi della resistenza italiana, a Ventotene, per mano di Altiero Spinelli, un membro del Partito comunista italiano”.

Insomma, sarebbe una menzogna affermare che il progetto europeo sia basato semplicemente ed esclusivamente sul “capitale e il mercato”. “Gli obiettivi che l’Unione si dà – continua Higgins – per come vengono affermati nell’articolo 3 dei Trattati, riflette, tra le altre cose, l’eredità di alcune delle tradizioni più equalitarie e umaniste […] le quali, sebbene non nate esclusivamente in Europa, hanno vissuto in queso continente una fioritura importante”.

In secondo luogo, “il processo di negoziazione e decisionale dell’Ue è complesso […] e può essere frustrante. Come ogni construtto umano, è imperfetto […] a volte conduce a grandi errori […]”, ma non dovremmo dare per scontato questo processo che si basa su scambi “calmi, rispettosi e basati sullo stato di diritto”. Se lo dovrebbero ricordare sempre sia i Paesi piccoli che quelli più grandi. Questi ultimi “potrebbero essere tentati dall’idea che in un mondo globalizzato, il commercio e la finanza possano regolare tutto da soli”.

In terzo luogo, “i nostri cittadini e i cittadini del pianeta intero devono essere al primo posto nei nostri pensieri e nelle nostre azioni […] dobbiamo trovare modi per spiegare alle persone l’Unione, ma anche imparare dai cittadini che tipo di Ue vogliono […]”.

A dire il vero, fino a questo punto, è tutto, più o meno, nella norma dei discorsi istitutzionali classici sull’Europa. Ma poi, Higgins accelera e si lancia in una narrazione alquanto progressista ed eterodossa.

“Non deve essere permesso che lo spettacolo costruito per i media rimpiazzi il discorso necessario dal quale dipende il nostro futuro. Il linguaggio è importante. E non deve impedire che una nuova educazione economica possa trovare spazio […] ”. Detto a uno degli eventi mediatici pro-Ue più importanti dell’anno, è pur sempre qualcosa.

A questo punto il Presidente irlandese si sofferma sul tema della “solidarietà”, al centro della conferenza di quest’anno. Per Higgins l’obiettivo primario è ricomporre la coesione interna all’Unione. Per farlo “è necessario affrontare paradigmi fallimentari” – il Presidente irlandese cita Galileo. I paradigmi che ha in mente, corrispondono a “ortodossie fallimentari”. Per Higgins “solo così possiamo rafforzare la visione dell’Unione europea”. “I trattati fondanti l’Unione europea non sono un codice neoliberale […] l’Ue non è stata fatta per consacrare il profitto privato a discapito del bene pubblico”. Cosa è allora? “Un processo e un contesto per dibattiti creative e aperti fra i nostri governi; una struttura per inquadrare e far evolvere politiche attraverso discussioni democratiche all’interno delle istituzioni e i parlamenti”.

“Nel rafforzare la solidarietà interna è importante tenere a mente che le sfide che affrontiamo non sono soltanto economiche […] bensì sociali, policie e culturali. Il mercato necessità una ridefinizioni. Il mercato non può essere accettato in quanto deregolamentato, alla stregua di un punto di arrivo, piuttosto che uno strumento […] i cittadini devono sempre essere al centro dei nostri sforzi […] alla fine siamo esseri sociali, non semplicemente conumatorie, target da trattare come merci all’interno di una visione totalizzante di un mercato insaziabile e dergolamentato”. Il passo è breve e Higgins richiama la “dignità del lavoro”. E “non c’è nulla di più corrosivo per le nostre società […] che la disoccupazione endemica, o l’incertezza della vulnerabilità del lavoratore”.

Per il Presidente della Repubblica irlandese anche la parola “populismo” va tratta con cautela e non va mai confusca con il concetto di “volontà popolare”. Non che si debbano sfruttare le debolezze e le frustrazioni di chi è stato lasciato indietro, ma “niente dà più sostegno al populismo che i nostri fallimenti nel creare società giuste ed eque”.

In questo senso l’approvazione del Pilastro europeo dei diritti sociali è solo “un primo passo” nella “ridefinizione sostanziale del rapporto tra politiche economiche e sociali”. In altri termini, i principi elencati a Goteborg non devono rimanere “aspirazionali”, altrimenti non faranno altro che “alimentare la disillusione”. Certo, ci sono anche altre priorità, come il competamento del Mercato unico, compreso il Mercato digitale e l’Unione bancaria. Ma Higgins sottolinea come “la legittimità di tali operazioni” dipenda da un previo “rafforzamento della coesione sociale”.

Poi, ci sarebbero da raccontare i capitoli relativi alla politica estera, alla crisi migratoria e alle politiche per l’ambiente che riempiono altre tre pagine di discorso. Il finale? Un irlandese non poteva che citare Michelangelo (sic!) per parlare dell’Ue: “Ogni blocco di pietra ha una statua dentro di sé ed è compito dello scultore scoprirla”.

Saranno anche solo parole. Ma a volte fa bene leggerle. Anche perché probabilmente, non ne parlerà nessuno.

(ilSalto, 11.05.2018)

Photo CC Flickr: The Irish Labour Party