Spagna, addio eurobond: Madrid si avvicina a Francia e Germania (e l’Italia rimane più sola)

Un nuovo documento redatto dal Ministero dell’Economia iberico svela il cambio di prospettiva della Spagna: spariti dall’agenda gli Eurobond, la posizione di Madrid è ora a metà tra quella di Parigi e Berlino

Madrid si è allineata alle posizioni moderate di Berlino e Parigi per quel che riguarda le riforme della governance europea. 

Lo dimostra un documento pubblicato recentemente dal Ministero dell’Economia iberico e che delinea la “posiziona della Spagna rispetto al progetto di rafforzamento dell’Unione economico e monetaria” (Uem).

Si tratta di un segnale politico importante perché, nel corso degli ultimi anni, sebbene guidata da un governo conservatore, la Spagna di Mariano Rajoy è stato il Paese Ue con le posizioni più vicine a quelle italiane sul fronte delle riforme della governance e dell’architettura istituzionale europea. Per intenderci, nel 2015 Madrid invocava apertamente l’introduzione degli eurobond: un tabù per qualsiasi esecutivo di destra del Centro e Nord Europa, a testimonianza di quanto le divisioni nord-sud contino più che quelle tradizionali destra-sinistra in questa Ue degli interessi nazionali.

Madrid si è allineata alle posizioni moderate di Berlino e Parigi per quel che riguarda le riforme della governance europea un segnale politico importante perché, nel corso degli ultimi anni, sebbene guidata da un governo conservatore, la Spagna di Mariano Rajoy è stato il Paese Ue con le posizioni più vicine a quelle italiane sul fronte delle riforme della governance e dell’architettura istituzionale europea

Nel dettaglio, il nuovo documento (qui una trattazione su El Mundo, in spagnolo), redatto sotto la supervisione del nuovo Ministro dell’Economia, Roman Escolano (il suo predecessore, De Guindos, è stato nominato vice-presidente della Banca centrale europea il mese scorso), spiega che esistono tre canali attraverso i quali le economie di un’Unione monetaria possono far fronte a degli shock: il canale finanziario, quello dell’unione economica e il canale fiscale. 

Nella nuova impostazione del Ministero spagnolo il rafforzamento del primo canale diventa l’obiettivo prioritario. In soldoni, si tratta del consolidamento dell’Unione bancaria tramite l’istituzione di uno schema di garanzia dei depositi paneuropeo (EDIS) e il rafforzamento del meccanismo unico di risoluzione. È questo il capitolo che deve essere avviato ad una rapida conclusione in occasione del prossimo Consiglio europeo di giugno. Realisticamente, è anche l’unico che – alla luce delle parole caute di Merkel e Macron a Berlino di venerdì scorso e del posizionamento degli Stati dell’area Nord-Baltico di un mese fa – possa vedere una concreta convergenza.
Per quanto riguarda l’integrazione economica, il documento spagnolo menziona (il solito) approccio coordinato nella realizzazione di riforme strutturali finalizzate alla “riduzione dei divari di competitività” tra Paesi e il “rafforzamento del Mercato unico”. Madrid segnala però che questo tipo di coordinamento – che attualmente avviene nel quadro del processo di governance del Semestre europeo – può “essere insufficiente”. Per questo serve un intervento sul fronte “fiscale”, il terzo canale.

Tolto il linguaggio tecnico: gli eurobond sono spariti dall’agenda spagnola e la nuova posizione di Madrid somiglia a una mezza via tra Berlino e Parigi. Che sia quella buona per avanzare da giugno in poi? In ogni caso, è praticamente impossibile che i frutti finali arriveranno prima del 2019.

Secondo Madrid, le politiche fiscali nell’Ue “sono coordinate tramite il Patto di stabilità e crescita, il quale si appoggia sugli stabilizzatori fiscali nazionali”. Si tratta di un arsenale utile a gestire le “fluttuazioni economiche regolari”, ma limitato “in caso di crisi”. Sebbene, gli strumenti nazionali debbano rappresentare “la prima linea di difesa”, serve aggiungere strumenti a livello Uem.

In particolare, vengono proposti: uno schema assicurativo coperto da un fondo inter-statale che possa aiutare i Paesi a coprire spese di natura welfaristica fuori dal comune per periodi limitati di tempo; un nuovo strumento a tutela degli investimenti e della crescita coordinato dalla Banca europea per gli investimenti (Bei) che possa agire a livello pan-europeo qualora una crisi colpisca l’intera Unione monetaria; il rafforzamento del Meccanismo europeo di stabilità (Mes) in funzione di piani di assistenza finanziaria soggetti a condizionalità (vedi Grecia) senza che, però, quest’ultimo sostituisca la Commissione europea per quel che riguarda il monitoraggio regolare (Semestre europeo, di cui sopra).
Nelle conclusioni del documento Madrid esplicita che “l’ordine sequenziale delle riforme è importante”, sebbene queste ultime vadano intese come un pacchetto unico: Unione bancaria nel breve periodo, rafforzamento dell’integrazione economica nel medio e, infine, attivazione di nuovi strumenti fiscali pan-europei. Durante il Consiglio europeo di giugno, i “leader europei dovrebbero avere una discussione di ampio respiro” per trovare un accordo “sull’obiettivo finale” da raggiungere in ottica rafforzamento dell’Uem.

Tolto il linguaggio tecnico: gli eurobond sono spariti dall’agenda spagnola e la nuova posizione di Madrid somiglia a una mezza via tra Berlino e Parigi. Che sia quella buona per avanzare da giugno in poi? In ogni caso, è praticamente impossibile che i frutti finali arriveranno prima del 2019.

 

(Linkiesta, 26.04.2018)

Photo CC Flickr: La Moncloa – Gobierno de España

Un pezzo di carne cruda – Intervista con Javier Gallego

Oggi la cittadinanza spagnola, come quella europea in generale, è talmente passiva che si potrebbe dire di vivere in una sorta di simulazione democratica. I media sono stati ciechi di fronte alla crisi che ha investito l’Europa nel 2008. In Spagna esiste un discorso ege-
monico che ha nascosto la realtà socio-politica dai primi giorni della crack finanziario fino a oggi.

Scrivere racconti di fantasia e imitare i telecronisti sportivi. È così che, a 9 anni, immerso in un mondo fatto di audio libri, Javier Gallego si allenava, «senza averne coscienza», alla professione giornalistica. Lo incontro in uno studio di registrazione di Madrid, a due passi dal quartiere di Lavapies, quando mancano cinque minuti all’inizio della seconda puntata settimanale di Carne Cruda – La repubblica indipendente della Radio, il programma web radio più seguito di Spagna. Manuel e Rocio, due dei collaboratori del «Crudo» – il soprannome di Javier per gli addetti ai lavori – sistemano gli ultimi dettagli, mentre una luce fioca filtra dalle tapparelle delle finestre. C’è giusto il tempo di una sigaretta e una stretta di mano con gli ospiti di turno. Poi parte la solita sigla roboante.

Si potrebbe quasi dire che lo stile radiofonico del Crudo, nonostante le esperienze fatte alla radio pubblica spagnola (RNE) e alla catena privata SER, sia rimasto lo stesso di quando era ragazzo. In Carne Cruda, racconti fantastici che però sanno di attualità si uni-
scono a imitazioni satiriche; interviste con politici spagnoli si alternano a quelle con personaggi della contro-cultura europea. Il suo modo sui generis di fare informazione, lo ha trasformato in bestia nera del giornalismo classico spagnolo. Dal canto suo, il Crudo nel 2012 porta a casa il prestigioso premio Ondas (miglior programma Radio spagnolo). Javier non ha problemi a dirsi di parte e non crede in un giornalismo neutrale. Allo stesso tempo, non risparmia critiche a nessuna formazione politica, comprese quelle che vogliono “rottamare” il Partito Popolare e il Psoe.

Lei ha definito «Carne Cruda» un programma di «mobilitazione del-
le coscienze». Cosa vuol dire?

Oggi la cittadinanza spagnola, come quella europea in generale, è talmente passiva che si potrebbe dire di vivere in una sorta di simulazione democratica. I media sono stati ciechi di fronte alla crisi che ha investito l’Europa nel 2008. In Spagna esiste un discorso ege-
monico che ha nascosto la realtà socio-politica dai primi giorni della crack finanziario fino a oggi: basti pensare a come sono state sottovalutate la crisi immobiliare e l’emergenza degli sfratti. Allo stesso tempo, la politica mentiva con le parole, capovolgendo la realtà. Ma il giornalismo ha un dovere: quello di raccontare nel miglior
modo possibile la realtà, come se fosse un pezzo di carne cruda.

(Continua su ilManifesto)

“A Madrid l’uguaglianza è di casa” – Intervista con Manuela Carmena

Da maggio 2015 è il nuovo sindaco di Madrid, nonché volto degli Indignados al potere. E a chi la definisce “sindaco di Podemos”, Manuela Carmena risponde: «Non sono legata ad alcun partito».

Da maggio 2015 è il nuovo sindaco di Madrid, nonché volto degli Indignados al potere. E a chi la definisce “sindaco di Podemos”, Manuela Carmena risponde: «Non sono legata ad alcun partito». Occhi azzurri come il ghiaccio e una lunga storia alle spalle che si inscrive perfettamente in quella della Spagna: avvocato specializzato in Diritto del lavoro e membro del Partito comunista (allora fuorilegge) durante la dittatura franchista, giudice e bestia nera della corruzione giudiziaria durante la transizione democratica, sostenitrice della nuova sperimentazione politica nata con gli Indignados dopo il 2010. La incontriamo in una sala elegantemente rifinita in legno, al terzo piano di via Alcalá 50, a due passi da piazza Cibeles. Le sue risposte, a volte spiazzanti, hanno qualcosa di trascendentale. Quando parla di democrazia partecipativa e forme di potere è difficile non rimanere affascinati. Del resto, come spiegare altrimenti che una signora ex giudice di 71 anni sia diventata la figura di riferimento della generazione 18-30, quella degli Indignados appunto? Il giornalista Roberto Bécares ha definito il fenomeno come “effetto Carmena”. Ma qual è il filo rosso che unisce le tappe della sua carriera? «Combattere le disuguaglianze che non hanno ragione di esistere», risponde senza battere ciglio. Per Manuela Carmena, però, non sono solo rose e fiori. Cinque mesi dopo le elezioni, stampa e opposizione la accusano di condurre una politica volta all’«improvvisazione».

Manuela Carmena, con la sua elezione a sindaco di Madrid è la prima volta che gli interpreti della sperimentazione politica spagnola, iniziata con gli Indignados nel 2011 e continuata sotto il segno di Podemos nel 2014, arrivano a detenere un potere di azione specifico. Sente molta responsabilità?

Non credo che “responsabilità” sia il termine giusto per descrivere ciò che provo. Non essendo il candidato di un partito politico mi sento responsabile soltanto di me stessa.

E cosa prova allora?

Il desiderio di trasformare in realtà quelli che secondo me sono i grandi elementi del cambiamento politico in questo Paese. Voglio dimostrare che è possibile fare politica in una maniera completamente diversa.

Diritto al lavoro, alla casa e alla salute, nonché stop ai tagli alla spesa pubblica. Il programma della sua lista, Ahora Madrid, è così ambizioso che sembra quasi impossibile da realizzare…

Non mi identifico alla lettera con il programma visto che, tra l’altro, è stato definito ancora prima che accettassi l’incarico di guidare il movimento. Attenersi rigidamente ai programmi non è una mossa intelligente…

Però non attenersi può essere una scelta rischiosa…

No, Ahora Madrid è l’incrocio di una moltitudine di istanze. Io mi identifico con le linee strategiche: lotta alla corruzione, alla disuguaglianza, all’inefficienza amministrativa, all’austerità. L’obiettivo è promuovere meccanismi di partecipazione diretta e l’ascolto attivo della voce dei cittadini. Questi sono tutti valori e obiettivi in cui mi riconosco e che perseguiremo.

Come si realizzano concretamente?

Non c’è stato ancora tempo a sufficienza per definire le modalità concrete con cui raggiungere tutti gli obiettivi. Inoltre, parte del cambiamento che promuoviamo risiede proprio nelle modalità di realizzazione: vogliamo allargare la definizione delle strategie al contributo di molte persone. Questo processo è il riflesso di un movimento partecipativo importante e innovativo che però, a volte, può risultare anche inefficiente.

È proprio per questo che i media e i partiti tradizionali la accusano di “improvvisazione politica”.

Un programma elettorale non è mai un programma di governo. E noi avevamo chiara in mente la necessità di realizzare questa trasformazione. Per questo, in funzione degli obiettivi generali, stiamo definendo le linee di azione per i prossimi 4 anni.

(Continua su Left)

La sinistra dopo la sinistra – Intervista con Pablo Iglesias Turrion, leader di Podemos

Pablo Iglesias Turrión, leader di Podemos, non vuole sentire parlare né di destra, né di sinistra. Per un professore di Scienza Politica come lui – insegna all’Università Complutense di Madrid – queste parole non sono altro che “metafore”.

Gli Indignados sono scesi in politica e hanno letteralmente tagliato in tre il bipolarismo spagnolo. Non lo dicono gli slogan, ma i numeri. Alle scorse elezioni parlamentari europee del 25 maggio 2014 infatti, Podemos, una lista nata sulla scia del movimento sociale del 15M del 2011, ha raccolto l’8% dei voti. Sommati ai voti di di Izquierda Unida, la sinistra radicale spagnola oggi otterrebbe il 20% delle preferenze. Eppure, Pablo Iglesias Turrión, leader di Podemos, non vuole sentire parlare né di destra, né di sinistra. Per un professore di Scienza Politica come lui – insegna all’Università Complutense di Madrid – queste parole non sono altro che “metafore”.

Piattaforme online per prendere le decisioni politiche “dal basso” e bandiera viola: a un primo sguardo il popolo di Podemos sembra quello dei Vaffa-day di Beppe Grillo, versione iberica. Peccato però, che a Iglesias, Beppe “non stia troppo simpatico” e che, a differenza dei deputati del M5S, nel Parlamento europeo, quelli di Podemos siedano nelle file del GUE con AexisTsipras e Barbara Spinelli: non certo con lo Ukip di Nigel Farage.

Dalla Spagna di Mariano Rajoy, passando per la Francia di Marine Le Pen, fino all’Italia di Beppe GrilloPablo Iglesias Turrión ci spiega la politica secondo Podemos, con Gramsci in tasca.

Pablo Iglesias Turrión, la bandiera di Podemos è viola come quella del Vaffa-day di Grillo, ma i vostri contenuti sono quelli di Alexis Tsipras… cosa vuol dire?

Vuol dire semplicemente che in politica, a volte, si aprono degli spazi, delle possibilità che sono terreno di competizione per differenti attori politici. Secondo i conservatori invece bisogna sempre e soltanto tracciare una linea che divide la destra dalla sinistra.

Vuole dire che “destra” e “sinistra” sono concetti fuori moda?

“Destra” e “sinistra” sono soltanto metafore per identificare delle scelte politiche. Quelli che chiamo conservatori, credono invece che rappresentino una divisione immutabile. In realtà, nessuno si sveglia affermando di essere di centro-destra, o di centro-sinistra. Oggi ci troviamo in una situazione di emergenza sociale nella quale si è aperto uno spazio politico. E noi lo abbiamo occupato.

Si spieghi meglio …

In Spagna, sempre più settori sociali sono indignati, ma, allo stesso tempo, interpretano in maniera nuova ciò che succede: collegano la loro situazione con una casta politica corrotta che rimane sempre al governo. Bene, tutte queste persone sono suscettibili al discorso di una pluralità di attori politici. Per questo motivo sarebbe riduttivo dire che competiamo con la destra o con la sinistra. Sfidiamo chiunque. In ottica internazionale, per esempio, siamo l’opposizione al Front National di Marine Le Pen.

Cosa è successo ai vostri vicini francesi?

Sono sicuro che molte persone in Francia hanno votato per i fascisti perché il discorso della sinistra francese non è stato funzionale. Se il Front de Gauche avesse capito che la frattura odierna corre fra cittadini e il settore bancario – e non tra francesi e immigrati – probabilmente avrebbero avuto dei risultati migliori.

Come valuta il M5S?

Grillo va letto nella stessa maniera con cui si è analizzata l’apparizione di Berlusconi nel 1994. Seppur non mi stia particolarmente simpatico, è stato abile politicamente a capire ciò che un altro italiano, tanti anni prima di lui, aveva definito come il “sentire comune d’epoca”: un sentimento comune generale che è un permanente terreno di disputa tra attori e movimenti politici. Quell’italiano si chiamava Antonio Gramsci.

Perché Grillo non le sta simpatico?

Non mi convincono alcune sue affermazioni sui lavoratori migranti. Inoltre, ho visto una certa mancanza di volontà politica nel disciplinare democraticamente l’economia. Per questo lo vedo con un po’ di distacco.

Come valuta invece gli ultimi anni della sinistra italiana?

Analizzare la sinistra italiana è sempre complicato, direi quasi impossibile. E’ triste e strano allo stesso tempo, vedere che il Paese con il partito comunista più forte della storia dell’Europa occidentale si ritrovi in questa situazione. Ma ciò dimostra che lo scenario politico è cambiato e che le vecchie categorie analitiche non servono più per contendersi quel senso comune generale di cui parlava Gramsci. Per realizzare qualsiasi progetto politico serve un’egemonia culturale. In questo senso, la sinistra italiana ha sicuramente perso tante occasioni.

Cosa vuol dire?

Voglio dire che per capire l’Italia non basta l’analisi delle classi sociali. Si deve afferrare il significato del cattolicesimo, delle tradizioni rurali, della relazione tra sud e nord. In altre parole il senso comune è sempre qualcosa di conteso. Per questo si compete per l’utilizzo di parole come “giustizia”, “democrazia”o “popolo”.

Sì, ma con le parole non si cambia la realtà…

Non è vero. Guardi cosa sta accadendo in America Latina. Alcuni conservatori europei, sono convinti che in quel continente la sinistra stia vincendo le elezioni. In realtà, dalla Bolivia, al Venezuela fino ad arrivare all’Argentina, si tratta di progetti di trasformazione nazional-popolari che, con un determinato linguaggio, sono riusciti a creare una maggioranza sociale in un contesto molto difficile. Ma l’obiettivo di fondo rimante sempre lo stesso: effettuare politiche economiche e pubbliche redistributive. Ciò va al di là della parola sinistra.

Quindi anche voi ambite alla maggioranza sociale, al famoso 50 + 1% ? Non è un’utopia?

In politica non esistono scenari prestabiliti. In Spagna, il 15M ha dimostrato che lo scenario politico è cambiato. Noi abbiamo interpretato le dicotomie “oligarchia-democrazia”, “dal basso – dall’alto”, “casta – cittadinanza”. Così si può vincere, diventare maggioranza e, attraverso gli strumenti amministrativi pubblici, effettuare politiche redistributive.

E il voto utile?

I conservatori che insistono nel dire che esistono soltanto due opzioni di voto, rispettivamente per i liberal-democratici e per i social-democratici, non ammettono che, in entrambi casi, l’elettore è destinato a perdere politicamente. Da qui la nostra vocazione che ribadiamo dal principio: non vogliamo essere una forza politica subalterna. Siamo nati per vincere e diventare maggioranza. Possiamo riuscirci e cercheremo di farlo.

Ora siete entrati nel Parlamento europeo. In Italia però, si dice che i movimenti sociali non si rappresentano …

E’ vero. Sebbene Podemos non sarebbe nato senza il 15M, è impossibile rappresentare un movimento sociale. E noi non siamo i rappresentanti del 15M. Piuttosto sono i movimenti che ci rappresentano.

Perché siete entrati nel GUE?

Perché per noi è fondamentale chiedere che i Paesi siano sovrani dei loro destini e garantire la priorità dei diritti sociali. Crediamo che soltanto attraverso questo gruppo parlamentare si possa spiegare e dimostrare come l’Europa possa essere governata in maniera diversa.

Per Alexis Tsipras l’euro non è in discussione, per voi?

Se l’euro diventerà una moneta controllata da e per i cittadini europei, a noi sta bene. Se invece continuerà a essere lo strumento dei poteri finanziari europei, di un Banca Centrale senza controllo democratico, allora non serve più. Ma non siamo dogmatici rispetto alla questione. Le parole d’ordine rimangono “sovranità” e “interessi dei cittadini”. Partendo da qui si può anche riorganizzare la politica monetaria europea.

(Left, 28.06.2014)