Compagno “mainstream”, sono un elettore italiano, populista e di sinistra

Rispetto al “compagno mainstream”, il “populista tipo” di sinistra nostrano ha una maggiore probabilità di aver sperimentato sulla propria pelle un periodo di disoccupazione nel corso dell’ultimo anno. In linea generale poi, è meno interessato alla politica e valuta in maniera più negativa lo stato dell’economia italiana. Infine, sotto ai trent’anni, nel Belpaese, sembrebbe essere in buona compagnia: il 20% degli elettori nella fascia 18-29 è definibile come un populista di sinistra (maggioranza relativa).

Rispetto al “compagno mainstream”, il “populista tipo” di sinistra nostrano ha una maggiore probabilità di aver sperimentato sulla propria pelle un periodo di disoccupazione nel corso dell’ultimo anno. In linea generale poi, è meno interessato alla politica e valuta in maniera più negativa lo stato dell’economia italiana. Infine, sotto ai trent’anni, nel Belpaese, sembrebbe essere in buona compagnia: il 20% degli elettori nella fascia 18-29 è definibile come un populista di sinistra (maggioranza relativa).

Sono alcuni dati che emergono dallo studio “In Western Europe, Populist Parties Tap Anti-Establishment Frustration but Have Little Appeal Across Ideological Divide”, del PEW Research Center e curato da Katie Simmons, Laura Silver, Courtney Johnson, Kyle Taylor and Richard Wike.

Come indica il titolo dell’analisi, gli autori scrivono che, in Europa, le preferenze ideologiche degli elettorati sono ancora più rilevanti dei tratti populisti (o meno) degli stessi, nell’influenzare i risultati elettorali e le posizioni su determinate politiche economiche e sociali.

Nonostante ciò, la ricerca permette di dettagliare come, un giovane populista italiano qualsiasi – chiamiamolo Antonio per facilitare la descrizione – si distingua, o meno, dal compagno tradizionale, in merito a una serie di questioni.

L’identikit del populista di sinistra

Per esempio, Antonio è più o meno allineato con i compagni di partito per quanto riguarda il supporto a un’affermazione tipo, quale: “è reponsabilità del governo di garantire uno standard di vita decente per tutti i cittadini”. In realtà, a spaccare il capello in quattro, la probabilità che Antonio sia d’accordo è del 77%, rispetto al 74% dei suoi alter-ego.

“Differenze” dello stesso ordine di grandezza si riscontrano sia in merito all’affermazione “a gay e lesbiche dovrebbero essere riconosciuto il diritto di adottare bambini”, sia con riferimento alle tematiche migratorie. Riguardo a quest’ultimo punto, insieme ai militanti “pù istituzionali”, Antonio si contraddistingue per posizioni piuttosto solidali: solo nel 22% dei casi afferma che “gli immigrati sono un peso per la nostra economia perché ci riubano il lavoro” (mainstream=18%); allo stesso tempo, un populista di sinistra su tre, ritiene che la presenza degli stranieri aumenti il rischio di attentati terroristici (mainstream=30%); infine, nel 63% dei casi Antonio pensa che, per il bene della società, sia necessario che i nuovi arrivati debbano adattarsi agli usi e costumi tradizionali (mainstream=61%).

Dove sono le differenze allora? In primo luogo, Antonio tende a difendere meno l’autonomia della donna nella vita di coppia. Se il 60% dei compagni tradizionali è d’accordo sul fatto che, per la vita di famiglia, è meglio che le donne abbiano un impiego a tempo pieno, Antonio concorederebbe nel 51% dei casi. Inoltre, Antonio, è, in media, meno disposto a regolamentare le aziende private nell’economia: la proporzione, in questo caso, è di 61% a 76%.

Le divergenze diventano piuttosto importanti quando si parla di “fiducia nel sistema istituzionale”. Sebbene, in generale, nel Belpaese, il livello sia piuttosto basso, solo l’8% delle volte, Antonio, nutre fiducia nel Parlamento nazionale (i compagni tradizionali si collocano al 20%).

E l’Europa? Solo metà dei populisti di sinistra del Belpaese ritengono che la partecipazione all’Ue sia stata benefica per l’economia italiana, a differenza del 67% dei colleghi mainstream. In maniera complementare, una maggioranza assoluta dei primi vorrebbe ritrasferire alcuni poteri comunitari al livello nazionale (a fronte di un 46% dei secondi).

Per chi vota Antonio? Di sicuro apprezza poco il Partito democratico: solo nel 39% dei casi lo vede di buon occhio. E, piuttosto, voterebbe Grillo (44%). Esattamente il contrario farebbero i colleghi più tradizionali: solo il 24% voterebbe il M5S, ben il 53% il PD.

Uno studio da prendere con le pinze

Ovviamente lo studio va preso con le pinze, ma, almeno in parte, fornisce dati interessanti sulla composizione degli elettorati nei diversi Paesi, nonché delle spaccature fra fronti populisti e non. Inoltre, uno dei meriti dell’analisi è di non relegare il populismo a una parte politica precisa, bensì di incorporare questa dimensione all’interno di preferenze politiche di sinistra, centro e destra.

Più nel dettaglio, la ricerca del PEW ha visto somministrare un sondaggio a 16.114 cittadini di sei Paesi dell’Europa occidentale, tra il 30 ottobre 2017 e il 30 dicembre 2017. L’obiettivo è stato quello di capire come l’incrocio tra posizionamento ideologico e tendenze populiste individuali modifichino e caratterizzino le preferenze in merito a politiche, istituzioni, partiti politici e valori in otto Paesi Ue (Danimarca, Svezia, Paesi Bassi, Francia, Germania, Spagna, Italia e Regno Unito)

Per determinare il collocamento politico degli intervistati, a ogni persona è stato chiesto di collocarsi autonomamente lungo lo spettro sinistra-centro-destra. Il carattere “populista” è stato invece intercettato attraverso due domande specifiche legate alle preferenze “anti-classe dirigente”:

  • Q26. Le persone comuni farebbero un lavoro migliore nel risolvere i problemi del Paese, rispetto agli eletti ufficiali / non farebbero …
  • Q27. La maggior parte degli eletti ufficiali si interessa a quello che pensano i cittadini / non si interessa …

La seguente tabella illustra la composizione precentuale degli elettorati secondo la metodologia appena descritta. Una trattazione giornalistica dello studio in inglese si puà leggere su Euractiv.

Sinistra populista Sinistra mainstream Centro populista Centro mainstream Destra populista Destra mainstream Non allineati
Danimarca

6

20 8 19 9 31 7

Francia

11 13 1 21 12 19

13

Germania

5 17 14 37 6 14 7

Italia

8 14 12 17 18 16

17

Paesi Bassi

5 19 7 23 12 30

5

Spagna

13 11 17 21 11 18

9

Svezia

2 20 4 25 4 37

8

Regno Unito 9 16 13 19 10 24

9

 

4 editoriali per capire lo stato della sinistra in Europa

Tsipras è un eroe, o un poster boy dell’establishment? I socialdemocratici degli anni 80 e 90 sono da considerare degli innovatori, o alla stregua dei neolibersti di Thatcher? E oggi, si deve ricostruire una politica progressista populista, o aprire al tema dell’identità, cara alla destra? 

Tsipras è un eroe, o un poster boy dell’establishment? I socialdemocratici degli anni 80 e 90 sono da considerare degli innovatori, o alla stregua dei neolibersti di Thatcher? E oggi, si deve ricostruire una politica progressista populista, o aprire al tema dell’identità, cara alla destra? Sono le domande chiave che contraddistinguono le riflessioni degli “intellettuali” progressisti di mezza Europa e, più nel dettaglio, quattro editoriali pubblicati, nel corso delle ultime due settimane, su New StatesmanProject Syndicate e sul blog della London School of Economics.

Per iniziare, James F. Downes and Edward Chan descrivono in termini numerici l’entità del crollo dei partiti socialdemocratici, un fenomeno, quest’ultimo, che viene visto come parallelo alla diminuzione di legittimità degli ordini liberal-democratici stessi. Downes e Chan sostengono che i partiti in questione avrebbero «perso il controllo della situazione economica e sociale» dei relativi Paesi. Ne consegue che “gli ultimi” non si sentono più rappresentati dalla sinistra. Conseguenza? Le basi elettorali si spostano in maniera radicale.

Sulla scia dell’analisi di Downes e Chan – piuttosto comune, ormai – è Dani Rodrik a trattare con una prospettiva di lungo corso le cause della perdita di consenso del centrosinistra. In un editoriale al veleno, il professore di economia accusa le forze di in questione di aver “abdicato” alla loro missione storica. Non ci sarebbero dubbi: intellettuali quali Jacques Delors e Henri Chavranski e, con essi, tutta la classe dirigente europea (ma anche americana) degli anni 80 e 90 avrebbe fatto spazio al mito della globalizzazione finanziaria e dei benefici della mobilità dei capitali.

Il missile di Rodrik giunge fino agli anni 2000 e post-2010: Syriza in Grecia e Lula in Brasile non sono stati capaci di elaborare alternative concrete e attraenti, capaci di andare oltre al mantra della “redistribuzione”. Tutto nero? No. Recentemente, intellettuali come Admati e Johnson, Piketty e Atkinson, Mazzucato e Chang, Stiglitz e Ocampo, De Long, Sachs e Summers avrebbero proposto riforme credibili, rispettivamente per risolvere i nodi della finanza, delle inuguaglianze, dell’intervento pubblico nell’economia, della governance globale e della mancanza di investimenti.

Eppure, c’è chi non ci sta. Holland Stuart, professore all’Unviersità di Coimbra, esperto di storia e politica dell’integrazione europea, risponde a tono alle spallate di Rodrik. Tecnocrati come Delors avrebbero giocato un ruolo fondamentale nell’opposizione agli interessi ordoliberali che andavano a costituirsi in Europa negli anni 80 (Delors parlava, già allora, di eurobond, per esempio); allo stesso modo, i partiti di sinistra del Sud America sarebbero stati bastioni contro il neolibearlismo di Reagan e propulsori dei movimenti internazionali socialisti. E poi c’è la difesa di Syriza. In particolare, non ci si potrebbe scordare di documenti come il “Modest proposal” elaborato dallo stesso Stuart insieme a Varoufakis e Galbraith durante la crisi del 2015: una proposta di riforma e politiche per salvaguardare in termini progressisti la tenuta dell’Unione e dell’Eurozona (anche qui, sulla base dell’idea di mutualizzare parte del debito e dei rischi finanziari).

Come giustifica allora Stuart il crollo del centro-sinistra? Se ci sono colpevoli, sarebbero da ricercare nella generazione di fine anni 90, ovvero tra i vari Schroeder in Germania, il duo Blair-Brown nel Regno Unito e Gonzales in Spagna: tutti rei non solo di aver ignorato le alternative al modello neoliberale, ma, soprattutto, di aver distrutto la democrazia interna ai partiti stessi e aver emarginato le voci più radicali.

A ben guardare, le divergenze tra Stuart e Rodrik sono legate soprattutto a quali siano i «bambini che non vanno buttati con l’acqua sporca». Ma sulla sostanza delle proposte necessarie, si troverebbero più o meno d’accordo: servono politiche progressiste moderne, che partano dal malessere popolare, accolgano istanze di populismo economico e siano capaci di imbrigliare i mercati, in modo da garantire welfare e prosperità per la maggioranza dei cittadini. Tutti d’accordo? Non proprio.

In uno dei contirbuti giornalistici più controversi degli ultimi mesi, Jonathan Rutherford, analizza criticamente il corbynismo e sostiene che il populismo economico non basta. Inutile girarci intorno: o la sinistra trova una risposta alle questioni identitarie, oppure la partita con la destra dei vari Salvini europei sarà persa.

L’analisi di Rutherford si concentra sul caso del Labour, ma può essere tranquillamente allargata anche alle altre forze politiche europee: «Il populismo di sinistra del Labour, è orfano di risorse intellettuali che possano affrontare le sfide della destra. È troppo esclusivo in termini di classe e cultura. E non è contraddistinto da pratiche democratiche che riescano a unire diverse classi e gruppi di interesse. Il liberalismo cosmopolita e il relativismo morale [che ne sono alla base] lascia la nazionale e il tema dell’identità culturale in mano alla destra. Né il suo focus sull’ingiustizia economica, né il supporto a forme di democrazia partecipativa sono sufficienti per costruire una coalizione popolare nazionale».

Cosa propone Rutherford? Una sorta di Labour (e, quindi, allargando la prospettiva al Continente, di sinistra) “blu” (“Blue Labour”): una forza progressista che non abbia paura di giocare sul terreno dell’identità e del comunitarismo, anche nazionale. Ancora nelle parole di Rutherford: «Il populismo ha rottamato le regole del gioco. La risposta non sta nel tentare di re-imporne di ‘vecchie’, ma nel forgiare, a partire dal populismo e dalla rottura emotiva che ha comportato, un linguaggio nuovo che sia in grado di toccare il cuore e l’anima della nazione e modificare la struttura della politica del Paese».

Insomma, la posizione di Rutherford va addirittura oltre il corbynismo, instaurando una sorta di modello “peronista” per i Paesi europei. È la via del futuro? Difficile dirlo. Quel che appare chiaro è che a sinistra c’è bisogno di almeno due cose: convergere su un’interpretazione comune della storia ed essere disposti a sfatare qualche tabù in più.

 (ilSalto, 13.07.2018)

Salvini punta al fallimento del M5s e ipoteca il potere. La sinistra non può perdere tempo’. L’editoriale di Paul Mason sull’Italia

Il 21 maggio Paul Mason, noto giornalista e saggista britannico, ha scritto un editoriale per NewStatesman in cui analizza le dinamiche politiche italiane.

Richiamando una formulazione che risale originariamente a Stalin (ma sviluppata sulla base di uno scritto di Lenin) e rovesciandone il campo di applicazione, secondo Mason in Italia sta trovando applicazione il primo esperimento coerente europeo di “neoliberalismo in un solo Paese”.

Il 21 maggio Paul Mason, noto giornalista e saggista britannico, ha scritto un editoriale per NewStatesman in cui analizza le dinamiche politiche italiane.

Richiamando una formulazione che risale originariamente a Stalin (ma sviluppata sulla base di uno scritto di Lenin) e rovesciandone il campo di applicazione, secondo Mason in Italia sta trovando applicazione il primo esperimento coerente europeo di “neoliberalismo in un solo Paese”. In che senso?

Mason riepiloga per il pubblico anglofono le componenti centrali del contratto tra Movimento 5 stelle e Lega e, in buona sintesi, lo descrive come un programma politico-economico che mira alla creazione di uno “small State (“Stato piccolo”, tdr.) e, conseguentemente, di politiche di libero mercato condite però con “razzismo, nazionalismo” e una retorica che abbraccia i valori tradizionali della “famiglia”.

Su un piano prettamente economico, le conseguenze del contratto, se posto in essere, «porterebbero probabilmente al crollo delle entrate, a una maggiore evasione fiscale, a un incremento del deficit e del debito pubblico e ad un conflitto, in quache forma, con la Commissione europea e la Banca centrale europea». Allo stesso tempo, il saggista ammette che una buona parte del programma può essere in considerato in linea con alcuni interessi della sinistra (reddito di cittadinanza, banca nazionale per gli investimenti e opposizione alle istituzioni europee).

Mason sottolinea però come sia la Lega a tenere in mano i fili dell’Esecutivo nascente, a detrimento del M5S. La spartizione dei ministeri dell’Interno e del Lavoro tra i due leader, rispettivamente Salvini e di Maio, nonché la decisione di proporre una figura come Conte alla testa del Consiglio dei ministri, sono «designate per avvantaggiare il Carroccio nel lungo periodo». Anche per questo, appare evidente che un «programma coerente di nazionalismo xenofobico combinato con politiche economiche neoliberali, batterà quasi sempre una retorica simil-populista e progressista senza sostanza» (il riferimento qui è al M5S, ndr).

Il guru della sinistra britannica, richiamando la serie cult, Il trono di Spade, spiega quindi come i vari Le Pen e Putin puntino a creare caos per poi rafforzare la propria presa sul potere. E Salvini farà lo stesso. Cosa vuol dire esattamente?

In sintesi: inizialmente, la Lega si nasconderà dietro al conflitto tra il Movimento 5 stelle – la nuova forza anti-establishment al potere – e una sinistra tradizionale che sfornerà «professori e tecnocrati che non sarebbero in grado di intrattenere una piazza nemmeno per cinque minuti». In secondo luogo, nel momento in cui il nascituro governo affronterà Bruxelles, farà apparire i rappresentatni della stessa sinistra come “marionette” di un ordine sovranazionale “anti-democratico”. Infine, quando cominceranno a scarseggiare le risorse economiche e la base del Movimento 5 stelle farà pressioni per politiche progressiste, il Carroccio farà cuocere i grillini nel proprio brodoSarà a quel punto che Salvini si presenterà come portatore di ordine, facendo cadere tutti gli elementi progressisti dell’attuale programma, a favore di una serie di misure anti-immigrati e ravvivando i rapporti con quel che resta del seguito di Berlusconi. Se vi ricorda periodi poco “illuminati” è normale. Per allegerire e per rimanere sempre in materia di fiction, sembra lo script di V per Vendetta.

All’inizio della sua riflessione, il guru della sinistra britannica scrive che la sinistra del Belpaese, nelle sue svariate componenti, sta puntando su un fallimento rapido di questo esperimento governativo e, conseguente, del Movimento 5 stelle. Ma, alla luce del ragionamento appena fatto, ecco che arriva un monito fondamentale: «La questione che deve affrontare la sinistra italiana non è cosa fare ‘ora’, bensì come prepararsi al momento in cui questa fase di governo populista», guidata da M5s e Lega, «entrerà in crisi» e Salvini reclamerà il potere.

Secondo Mason, quindi, la ricetta è la seguente:

  • rifiutare radicalmente il neoliberalismo, «stracciare i lasciti del Trattato di Lisbona che albergano nella varie menti politiche» e proporre, invece, un programma che «risolva lo stato di crisi fatto di stagnazione economica e bassa crescita imposto dall’Eurozona a Paesi come l’Italia»;
  • fare propri «alcuni elementi progressisti contenuti attualmente nel contratto governativo», tra cui la banca nazionale per gli investimenti, oltre a una legislazione efficace a favore del salario minimo e un piano di investimenti pubblico in sanità, trasporti ed educazione;
  • instaurare un sistema tributario e fiscale chiaramente progressivo e redistributivo, perché «l’idea che la crescita da sola possa risolvere il problema del deficit e del debito è una chimera»;
  • creare procedure legali per le richieste di asilo, «abbandonando la retorica open borders» (“confini aperti”ndr) e, allo stesso tempo, trovare un modo per «separare l’inquietudini genuina nei confronti dell’immigrazione non controllata dall’atmosfera generalizzata di razzismo».

Agli occhi del saggista, tutto ciò non implicerebbe uscire dall’Euro, ma sostenere una politica di «alti tassi di deficit, crescita e una ristrutturazione del debito nell’Eurozona», abbinata a un’opzione potenziale che preveda un «sistema di valuta parallela», alla stregua di quanto proposto da Yanis Varoufakis nel 2015 per la Grecia. In buona sostanza vuol dire mettere alle strette Maastricht. Come dire: bisogna rafforzare il contrappeso nel rapporto di forza.

Infine, c’è il nodo della leadership: «Partiti socialdemocratici che si sono compomessi con un sistema fallimentare non possono far altro che sfornare, generazione dopo generazione, politici fallimentari». I leader della sinistra in Europa devono cominciare a «parlare la lingua delle persone che rappresentano; devono parlare di speranza, orgoglio, dignità, comunità e battaglia».

Chi dovrebbe portare avanti un tale progetto in Italia? Tutto il campo della sinistra disposto ad aderirvi, dai delusi interni al Partito democratico, a Potere al popolo, passando per Liberi e uguali.

(ilSalto, 23.05.2018)

Sporcatevi le mani con il populismo: la lezione di Michael Sandel per la sinistra

Per Sandel, l’astensione da qualsiasi discussione aperta riguardo alle questioni morali del nostro tempo e sulle concezioni conflittuali del mondo – a vantaggio di una neutralità del quieto vivere – ha svuoltato il discorso e lo spazio pubblico. Lo stesso che è stato riempito da ciechi e intolleranti autoritarismi. In questo senso, non c’è altra strada se non quella di sporcarsi le mani, di fare i conti con i nostri disaccordi morali, di fondere di nuovo “vinti” e vincitori”.

In un’analisi del voto italiano pubblicata da EuVisions, vengono delineati alcuni dati interessanti che descrivono bene come l’assetto politico del Belpaese stia cambiando in maniera radicale. In particolare, le lenti della teoria sociologica mostrano due parti contrapposte: da un lato, i vincitori della globalizzazione; dall’altra, gli sconfitti. La stessa analisi, poi, dimostra come i primi tendano a votare per il Partito democratico, mentre i secondi siano abbinati più spesso a Movimento 5 stelle e Lega.

Sconfitto della globalizzazione” è chi subisce maggiormente gli effetti avversi della competizione internazionale e le conseguenze di mercati deregolamentati. “Vincitore”, invece, è chi possiede un titolo di studi di livello terziario (universitario o equivalente) e gode di una posizione lavorativa stabile.

Un altro risultato interessante dell’analisi è che gli sconfitti si dicono meno “di sinistra” di quanto non affermino “i vincitori”. Si tratta, per certi versi, del ribaltamento dell’immaginario collettivo legato a tutta quella dinamica politica iniziata a inizio secolo con i movimenti no-global. E dell’ennesima conferma che la sinistra ha perso per strada quel “popolo” che, a chiacchiere, intende rappresentare. Come riconquistarlo?

Commentando la visita di Emmanuel Macron negli Stati Uniti, in un editoriale pubblicato su ProjectSyndicate e ripreso anche da LeMondeKemal Dervis, ex ministro agli Affari economici della Turchia, sostiene che la globalizzazione sopravviverà soltanto se accompagnata da un forte sviluppo di politiche sociali. Quello di Dervis è un invito a Macron, quale rappresentate della socialdemocrazia, a salvare il mondo del cosmopolitismo attraverso una soluzione ingegneristica che possa far sentire di nuovo tutelati gli strati più deboli della società. Altrimenti? «Le sirene del neo-nazionalismo avranno la meglio». Probabilmente è vero. Ma a fronte di studi come quello di EuVisions, resta il fatto che sarebbe proprio il popolo tradizionale della socialdemocrazia a far crollare il castello.

La lezione di Michael Sandel

Si tratta davvero soltanto di una questione di “politiche”? A leggere un articolo pubblicato da Open Democracy e firmato da uno dei filosofi politici contemporanei più noti al grande pubblico, Michael Sandel, si direbbe di no: la sinistra (o forse sarebbe meglio dire “i progressisti”, per togliersi dall’impaccio di cosa si intenda per il primo termine) ha di fronte a sé una sfida ben più ampia. Sandel mette insieme gli sviluppi Oltreoceano e in Europa, la mobilitazione e il successo dell’estrema destra, e cerca di dare poche coordinate fondamentali per mettere in moto quello che dovrebbe assumere le sembianze di una “nuova filosofia politica”.

Innanzituttto, in relazione ai vari Trump, secondo Sandel non è «sufficiente mobilitare una protesta e creare resistenza»; quello che serve è invece una politica «persuasiva». Nei confronti di chi? In estrema sintesi, degli stessi “sconfitti” di cui sopra.

Questa politica persuasiva «deve iniziare dal comprendere lo scontento che sta stravolgendo gli Stati Uniti e le democrazie» in giro per il mondo. Per Sandel, le teorie (e, di conseguenza, i partiti e movimenti) che spiegano il populismo con argomenti economici (perdita di benessere, lavoro, maggiore competizione, ecc) e con fattori culturali (razzismo, xenofobia, ecc) non prendono in considerazione che stiamo assistendo alla reazione a un fallimento politico di dimensioni “storiche” che chiama in causa dal primo all’ultimo: Blair, Clinton, Obama, Schroeder, e l’intero arco di forze progressiste dell’Occidente. Ne consegue che non basta implementare una misura salvifica.

Il filosofo americano scrive, poi, che le istanze populiste non vanno «rigettate», ma prese sul serio. Si tratta di un ripensamento che deve partire da un assunto: abbiamo a che fare con “domande” economiche, ma anche “morali e culturali”. In altri termini, non basta parlare di «lavoro», ma bisogna abbordare il tema della «dignità sociale» in senso lato. Sandel elenca quattro aree tematiche con le quali le forze progressiste devono necessariamente fare i conti, se vogliono «sperare» di far fronte alla rabbia e al risentimento contemporaneo.

  1. In primo luogo, si devono trovare strategie nuove per arginare le disuguaglianze. Per farlo, il filosofo americano sostiene che non basta più aggrapparsi al concetto di «uguaglianza delle opportunità». In altri termini, «il duro lavoro» e il talento individuali non sono più sufficienti per arrivare a una società più equa: le asimmetrie di potere e ricchezza sono diventate i pioli marci di quella scala chiamata «mobilità sociale».
  2. Ne consegue che il concetto stesso di meritocrazia – il secondo tema con cui fare i conti – ha creato un’interpretazione distorta del nostro stesso successo, o fallimento. Quando quest’ultimo viene interpretato come conseguenza di una mancanza individuale e/o di un “giocare sporco” degli altri, ciò che scaturisce è la «rabbia contro le élite». I partiti di sinistra devono comprendere il rischio insito nella retorica della meritocrazia e dell’eccellenza che porta al successo.
  3. In terzo luogo, la dignità del lavoro manuale (e, quindi, della classe operaia) viene attaccato dall’avanzamento tecnologico e dalla transizione verso un’economia in cui si produce meno (economia reale) e si scambia semplicemente valore (finanza). In questo contesto, il dibattito relativo a misure quali il reddito di base universale (e simili) non può esser preso sottogamba perché si tratta di una misura che rivoluziona il tipo di mondo che viviamo (e che vogliamo creare). Siamo quindi chiamati a rispondere a domande cruciali, per esempio: che conseguenze ha, nel lungo periodo, un mondo senza lavoro? E, ancor prima, ha senso un tale mondo per gli esseri umani?
  4. Infine, c’è il grande tema della nazione. Affrontare il discorso del nazionalismo con i principi del «mutuo rispetto e del multiculturalismo» rappresenta una strategia fallimentare: si tratta di tenere una discussione onesta riguardo al ruolo che i confini nazionali hanno giocato nel corso degli ultimi secoli. E non è tanto una questione di governance, bensì «morale», «identitaria». Quando, per esempio, in Italia critichiamo da sinistra il concetto di “prima gli italiani”, non facciamo i conti con il fatto che è quello che abbiamo sempre fatto dal Secondo Dopoguerra ad oggi.

Michael Sandel ci dice che le sfide non sono semplicemente quelle della redistribuzione: «Decenni di globalizzazione hanno portato con sé non soltanto perdita di lavoro, ma anche di autostima» in vasti settori della società. Abbiamo insomma a che fare con un problema più serio che tira in ballo il concetto di «umiliazione».

Nelle conclusioni dell’articolo, Sandel sostiene che è proprio la dimensione morale della politica a esser persa di vista dal «mainstream liberale e socialdemocratico», che ha internalizzato questa filosofia riversandola in un linguaggio tecnocratico e in una retorica che non aiuta a risolvere la questione populista.

Per Sandel, l’astensione da qualsiasi discussione aperta riguardo alle questioni morali del nostro tempo e sulle concezioni conflittuali del mondo – a vantaggio di una neutralità del quieto vivere – ha svuoltato il discorso e lo spazio pubblico. Lo stesso che è stato riempito da ciechi e intolleranti autoritarismi. In questo senso, non c’è altra strada se non quella di sporcarsi le mani, di fare i conti con i nostri disaccordi morali, di fondere di nuovo “vinti” e vincitori”.

(ilSalto, 18.05.2018)

Photo CC Flickr: TED Conference

L’asse franco-tedesco e il compromesso al ribasso. L’altra Europa? Una chimera

A parte aver indicato il mese di giugno come data chiave per l’avanzamento del processo di integrazione, il Consiglio europeo di Primavera si è concluso anche con la chiara presa d’atto di una sostanziale differenza di vedute tra i Paesi Ue sui contenuti al centro della trasformazione dell’Unione economica e monetaria, da un lato, e della governance dell’Eurozona, dall’altro.

Nelle ultime settimane, sulle pagine de ilSalto, abbiamo cercato di seguire costantemente lo sviluppo delle negoziazione sul futuro dell’Ue e dell’Eurozona, di fatto avviate nel 2017, in seguito all’elezione di Emmanuel Macron a Presidente della Repubblica francese.

In quest’ottica, in questi primi mesi del 2018, gli eventi chiave sono stati:

  • La pubblicazione di un documento accademico sottoscritto da 14 tra i più influenti economisti franco-tedeschi che delinea un progetto di riforme per rafforzare l’Eurozona (qui una discussione dei contenuti sulle pagine del think tank Bruegel);
  • Le elezioni in Austria, Italia e Ungheria che hanno visto l’affermazione di forze conservatrici, se non euroscettiche;
  • Il comunicato dei Paesi dell’area Nord-Baltica in cui si sono criticate le proposte di riforma del Presidente francese, Emmanuel Macron, sia nel metodo che nel merito;
  • Il Consiglio europeo di Primavera (marzo 2018) che ha indicato giugno 2018 come data potenziale per un accordo di massima su quale debba essere la tabella di marcia per la realizzazione consensuale di un piano di riforme.

A parte aver indicato il mese di giugno come data chiave per l’avanzamento del processo di integrazione, il Consiglio europeo di Primavera si è concluso anche con la chiara presa d’atto di una sostanziale differenza di vedute tra i Paesi Ue sui contenuti al centro della trasformazione dell’Unione economica e monetaria, da un lato, e della governance dell’Eurozona, dall’altro.

Anche per questo, qualche settimana fa abbiamo definito “cacofonia” il dibattito sul futuro dell’Ue: sono semplicemente tante – e reciprocamente conflittuali – le posizioni e visioni in campo.

È bene ribadire che lo “scontro” si snoda tutto intorno alle proposte del Presidente francese che sono state, in parte, componenti fondamentali della campagna elettorale francese del 2017. In buona sostanza, le riforme di Macron includerebbero: la trasformazione del Meccanismo europeo di stabilità (Mes) in un Fondo monetario europeo vincolato al diritto comunitario e che agisca da fondo di garanzia in situazioni di crisi; l’istituzione di un ministro delle Finanze dell’Eurozona; la creazione di un budget per gli investimenti e, più in generale, per la stabilizzazione dell’Eurozona che funga da strumento anticiclico; il completamento dell’Unione bancaria.

Tre nuovi tasselli

Dopo il Consiglio europeo di marzo, questa settimana si sono aggiunti tre tasselli importanti che possono aiutare a continuare l’analisi e cercare di capire dove si andrà a parare. In sequenza:

  • il Presidente Emmanuel Macron, ha parlato al Parlamento europeo rilanciando (in maniera parziale) il proprio piano di riforme dell’Ue;
  • in Germania, Merkel ha cercato di determinare un posizionamento del Governo tedesco (e del suo partito, la Cdu) sul tema “Europa”;
  • Macron e Merkel si sono incontrati a Berlino.

Sebbene la stampa abbia dato ampio spazio al primo evento, sono sicuramente il secondo e il terzo a essere fondamentali per capire lo stato dell’arte e il prosieguo del processo di riforme.

L’azione di Merkel al Bundestag

Dopo una serie di critiche ai piani di Macron da parte del governo tedesco (in particolare, da parte del ministro delle Finanze socialdemocratico, Olaf Scholz), della Csu (l’alleato bavarese di Merkel) e della Cdu stessa, martedi – proprio mentre Macron parlava agli eurodeputati a Strasburgo –  Merkel ha diretto un incontro a porte chiuse, tra i deputati della Cdu e della Csu presso il Bundestag. L’obiettivo? Fare chiarezza tra alleati ed evitare di mandare segnali sbagliati a Parigi. Quali sono stati i contenuti della discussione?

Secondo alcune indiscrezioni riportate da HandelsblattMerkel avrebbe proposto di allargare l’Eurogruppo (oggi composto dai ministri delle Finanze dell’Eurozona) ai rispettivi ministri dell’Economia. Nei piani della Cancelliera, si tratterebbe di creare una sorta di Eurogruppo allargato (la stampa tedesca ha già coniato il termine “Jumbo-Rat” per descrivere la nuova conformazione), il quale dovrebbe garantire un migliore coordinamento delle politiche economiche tra Paesi.

Su Die Welt, Robin Alexander ha inoltre spiegato che Merkel avrebbe confermato l’impostazione à la Schaeuble (ex ministro delle Finanze tedesco) per quanto riguarda la riforma del Mes. Il Meccanismo di stabilità dovrebbe, di conseguenza, rimanere uno strumento che segue una logica intergovernamentale e, quindi, non essere legato al diritto comunitario; tantomeno, finire sotto il controllo della Commissione europea – si tratta di una deviazione importante rispetto ai piani di Macron. Un piccolo passo in avanti (da un punto di vista “francese”) si può riscontrare nel fatto che, agli occhi di Merkel, qualsiasi decisione presa dal Mes su eventuali salvataggi finanziari futuri dovrebbe passare “soltanto” per un voto “non vincolante” dei parlamenti nazionali (in questo caso, del Bundestag). Per intenderci, oggigiorno questo voto rappresenta una vera e propria ghigliottina: molte tranche di finanziamento in favore di Atene sarebbero saltate se il Parlamento tedesco (ma non esclusivamente quest’ultimo) non avesse dato il suo assenso.

Infine, proprio la Cancelliera avrebbe ribadito ai suoi colleghi di partito che non sarà possibile portare avanti le riforme senza una modifica dei trattati europei – si tratta di un cambio di linea politica importante, se si considera le precedenti posizioni di Berlino (lo stesso quadro è confermato in un articolo di Der Spiegel).

In soldoni, Merkel ha delineato un compromesso al ribasso (sempre rispetto alle proposte di Macron) con l’intento di tenere insieme: le aspirazioni della Spd, le critiche dei conservatori e il nocciolo delle riforme dello stesso Presidente francese. Allo stesso tempo, la sfida della Cancelliera è quella di creare un progetto di trasformazione che possa ottenere l’appoggio dell’area Nord-Baltico che si era espressa criticamente qualche settimana fa (vedi sopra, il  comunicato menzionato all’inizio dell’articolo).

In realtà, già mercoledì, proprio la Spd avrebbe parzialmente bocciato il piano di Merkel, soprattutto per quel che riguarda il “Jumbo-Rat. Del resto non è difficile capire il perché. Dopo tanti sforzi per piazzare un proprio rappresentante al ministero delle Finanze dopo l’era Schaeuble, la SPD correrebbe il rischio di veder rientrare la politica europea della Cdu dalla finestra, qualora l’Eurogruppo si dovesse trasformare in un organo allargato anche ai ministri dell’economia.

Ma quanto è realistico che questo compromesso al ribasso si trasformi nei contenuti al centro  della “tabella di marcia” a cui ha fatto riferimento Macron martedì a Strasburgo e menzionata durante il Consiglio europeo di marzo? Molto, se si considera quello che si sono detti il Presidente francese e la Cancelliera ieri a Berlino.

L’incontro Merkel – Macron a Berlino

Nella conferenza stampa di giovedì che ha fatto seguito sia alla visita all’Europarlamento di Macron che alla discussione al Bundestag guidata da Merkel, i leader di Francia e Germania hanno affermato di «aver iniziato uno scambio di vedute» in funzione del Consiglio europeo di giugno. Merkel ha anche ribadito che il 19 giugno le due squadre di governo si incontreranno per discussioni più approfondite.

Non si è trattato di una riedizione dello storico “siamo d’accordo di non essere d’accordo” (“We agree to disagree”) che caratterizzò il primo incontro tra Varoufakis e Schaeuble nel 2015, ma poco ci manca.  Merkel ha voluto sottolineare che al centro del dibattito delle prossime settimane non ci saranno soltanto le questioni istituzionali-economiche, ma anche il rinnovamento della politica di accoglienza dei rifugiati (diritto di asilo) e la politica estera dell’Unione.

Incalzati da Reuters sul punto delle riforme istituzionali, Merkel ha detto: «Siamo d’accordo che l’Eurozona non è salda di fronte a nuove crisi […] ma esistono sia proposte francesi che tedesche». In questo contesto, la Cancelliera ha addirittura menzionato Schaeuble parlando dell’evoluzione del rapporto con il Fmi (Fondo monetario internazionale), prima di ribadire, ancora una volta, che “responsabilizzazione e condivisione dei rischi devono andare di pari passo”. I punti su cui si è detta ottimista? La finalizzazione dell’Unione bancaria e dell’Edis. Merkel ha detto che dobbiamo chiederci perché “le riforme in Spagna, Irlanda e Portogallo abbiano funzionato”.

Macron ha parlato della necessità di condividere «un obiettivo politico comune». Si tratta sì di migliorare la combinazione di “responsabilità e solidarietà”. In questo senso, Macron ha detto che nessuna “unione monetaria può funzionare senza strumenti di convergenza” tra Stati membri, prima di specificare che sono gli elementi di solidarietà a «non funzionare bene» nel Continente.

Rimane quindi il fatto che l’incontro di Berlino non ha minimamente sciolto di nodi concettuali sullo sviluppo dell’Uem e dell’Eurozona. In un certo senso, la Cancelliera e il Presidente si sono nascosti dietro ai temi che uniscono: il rapporto con gli Stati Uniti, la politica estera, il ruolo dell’Ue nel mondo, ecc..

L’altra Europa?

Alla luce della pallida apparizione berlinese di Merkel, è probabile che il piano di Macron subirà aggiustamenti verso gli interessi della Germania e dei Paesi del Nord Europa.

A pesare, oltre alle dinamiche interne ai Paesi (soprattutto in Germania, dove la Csu è sempre più in competizione con l’AfD e i liberali dell’Fdp) c’è l’assenza pressoché totale di governi progressisti nel resto dell’Unione: il Portogallo e la Grecia non sono voci influenti in questa discussione a 27. E nei prossimi 12 mesi non cambierà un granché.

È quindi inevitabile che dalle negoziazioni uscirà un’Europa sì modificata – in fondo, sia Macron che la Spd devono portare a casa qualcosa nei prossimi mesi -, ma in maniera poco tangibile rispetto a chi sogna un’Unione politica con capacità fiscali forti. L’altra Europa, nel breve e medio periodo, rimane una chimera.

(ilSalto, 20.04.2018)

Photo CC Flickr: Annika Haas (EU2017EE) – EU2017EE Estonian Presidency

Un’altra Europa è ancora possibile? L’ipotesi socialista di Corbyn

Qualsiasi piano per cambiare l’Europa che si dice di sinistra, non può limitarsi a dipingere i tratti di un’Unione europea “socialista” del futuro, ma deve anche spiegare come arrivare all’obiettivo.

Settimana scorsa, il comitato britannico “Another Europe is Possible” ha pubblicato un pamphlet dal titolo “The ‘Corbyn moment’ and European socialism”.

Gli autori del manifesto, Luke Cooper (Anglia Ruskin University), Mary Kaldor (London School of Economics), Niccolò Milanese (Direttore di European Alternatives) e John Palmer (Direttore dello European Policy Centre) sostengono che esista un’opportunità storica per rilanciare il progetto dell’Unione europea “da dentro” e con tratti marcatamente “socialisti”.

La prima condizione necessaria affinché ciò avvenga è che Corbyn riesca a insediarsi, quanto prima, a Downing Street con un’agenda di riforme socialiste. ‘Il momento Corbyn’ causerebbe un effetto domino sulle costellazioni politiche degli altri Paesi membri dell’Ue.

Citando direttamente gli autori:

Considerando che il Regno Unito può essere considerato, in larga parte, il propulsore del fallimentare modello economico neoliberale in Europa, un cambio di direzione radicale nello UK, rappresenterebbe un colpo duro per i pochi Paesi che ancora supportano politiche di austerità in Europa

Che aspetto dovrebbe avere questa nuova Unione? Il documento elenca una serie di aree di intervento e di politiche che, attuate nel loro complesso, darebbero vita a un’ ‘Altra Europa’: si passa dalla tassazione delle multinazionali alla regolamentazione dei flussi finanziari, passando per la protezione dei diritti dei lavoratori migranti, dei diritti civili nell’era digitale, la lotta coordinata al cambiamento climatico, fino alla gestione dei conflitti globali e, soprattutto, alla riforma dell’Eurozona (in alternativa al manifesto, si veda questo articolo riassuntivo di Mary Kaldor su OpenDemocracy).

Ovviamente, esiste una seconda condizione necessaria affinché tutto ciò avvenga: il Regno Unito dovrebbe rimanere nell’Unione europea. Peccato però che, per ora, il Labour si sia espresso chiaramente soltanto a favore di una permanenza nell’Unione doganale. Questo scenario escluderebbe Londra dalla definizione delle politiche economiche e sociali dell’Ue.

Diventa chiaro quindi come l’obiettivo del pamphlet sia duplice: spostare sia l’orientamento della classe dirigente del Labour, che dell’Unione. In soldoni: per ribaltare l’Ue bisogna ribaltare la Brexit.

Come valutare l’azione di Another Europe? Considerando che si tratta di un pamphlet è ovvio che ci sono forti assunti normativi: il documento parla di un futuro desiderato.

Ma non si può certo nascondere che, dopo dieci anni di crisi economica e sociale, la domanda che assilla il campo della sinistra europea sia la seguente: un’altra Europa è (effettivamente) possibile

Al di là del taglio normativo del manifesto, la domanda dovrebbe essere rilevante anche per gli autori del documento in questione. Soprattutto nel momento in cui, proprio per convincere la classe dirigente del Labour, viene, a più riprese, citato uno scenario in cui le forze politiche nazionali di sinistra in Europa potrebbero coltivare un’azione coordinata e strategica. Poi, di domande, ce ne sono altre. Per esepio: chi compone questo campo di alleanze strategiche? Se ancora non esiste, come si struttrano le alleanze? Quali sono gli strumenti di dialogo tra classi dirigenti di sinistra dei singoli Paesi? E forse, ancor prima, quali sono le classi dirigenti di riferimento? Sono politicamente e storicamente credibili? E, soprattutto, come si ribaltano i rapporti di forza interni alle istituzioni europee di stampo intergovernativo?

Qualsiasi piano per cambiare l’Europa che si dice di sinistra, non può limitarsi a dipingere i tratti di un’Unione europea “socialista” del futuro, ma deve anche spiegare come arrivare all’obiettivo. E lo deve fare nel dettaglio. Non è solo una questione di logica. I risultati delle elezioni parlamentari europee del 2014, nonché quelle delle liste progressiste ed europeiste in Francia, Germania e Italia ottenuti nel 2017 e 2018, dimostrano chiaramente che la retorica dell’ “alternativa” non funziona più. Mentre, se Corbyn andrà al potere, sarà parzialmente anche perché incarna una sorta di ritorno alla via nazionale per il socialismo.

(ilSalto, 16.03.2018)

Photo CC Flickr: PRO duncan c

Euro sì o no? Il dilemma della sinistra europea

Le differenze sono sottili, eppure sostanziali. Varoufakis e Hamon credono che una modifica dei trattati comunitari sia necessaria, ma nel medio periodo. Nel frattempo – e attraverso le già menzionate infusioni di trasparenza e democratizzazione – sarebbe possibile dare un tratto più sociale a questa Unione. Per i vari Mélènchon-Fassina invece no: la modifica dei trattati serve subito. Altrimenti? Ci deve essere un “piano B”, quello dell’uscita dall’Euro, dell’istituzione di un sistema coordinato di valute nazionali e un’unità di conto comune.

“Per il Partie de Gauche (PG) e, indubbiamente, per altri partiti della Sinistra europea, è diventato impossibile venire associati allo stesso movimento di Syriza […] .” È questo il verdetto che il Partie de Gauche di Jean Luc Mélènchon ha emesso, attraverso un comunicato, sul proprio sito web.

Il PG ha di fatto chiesto l’espulsione del Partito greco dalla federazione comunitaria dei partiti della sinistra. Perché?

Nel comunicato si legge che il PG esprime il proprio “dispiacere” in relazione alla promozione, da parte di Tsipras, della logica dell’austerità al punto da restringere il diritto di sciopero, “sottomettendosi agli ordini della Commissione europea” (CE). La risposta di Syriza si è fatta tweet: la richiesta di Mélènchon sarebbe “anti-democratica, provocatoria e divisiva.”

La querelle tra PG e Syriza è il sintomo di un interrogativo più ampio che assilla silenziosamente le anime della sinistra del Vecchio Continente: Unione europea sì, o Unione europea no?

Questo è il problema

Per una parte sempre più significativa della classe dirigente della sinistra, il processo di integrazione si sta trasformando da “causa comune” in argomento controverso, se non divisorio.

Non importa dove si vada all’interno dei Paesi cosiddetti centrali dell’Ue e dell’Eurozona: ovunque, si ha la sensazione che i partiti della sinistra “radicale” stiano quantomeno “affrontando” un dibattito interno, sull’opportunità di rimanere nell’Eurozona — se non, nell’Unione europea tout court.

In Germania, Sahra Wagenknecht della Die Linke si è espressa in modo ambiguo sull’Ue nel recente passato. Nel 2013, con riferimento alla compressione dei salari nel Paese, Wagenknecht ha detto: “Su i salari, o fuori dall’Euro” (Lohne rauf, oder aus dem Euro rausSaarbrucker Zeitung). L’anno scorso, parlando del Belpaese, ha usato parole simili: “O si riforma l’Eurozona, oppure l’Italia sarà costretta a uscire dall’area valutaria comune” (Die Zeit).

In Francia, i dirigenti del movimento La France Insoumise hanno lanciato messaggi altrettanto forti. Nel 2016, Mélènchon ha fatto capire che, qualora fosse costretto a scegliere tra sovranità ed Euro, opterebbe per la prima. Senza contare poi che, nel 2017, ai microfoni di Radio 1, il leader di PG ha proposto un “referendum sull’Euro” (video), nel caso in cui non si modifichi la missione della Banca centrale europea.

Ma la lista degli episodi/dichiarazioni va al di là dell’asse Berlino-Parigi. In Italia per esempio, all’interno di Sinistra Italiana — partito confluito nel progetto di coalizione di Liberi e Uguali — Stefano Fassina, economista ex-Pd, ha sferrato attacchi robusti contro l’Eurozona, scrivendo apertamente della necessità di “superare l’Euro.” E anche nelle file di Potere al Popolo, esistono posizioni radicali come quella di Eurostop (si veda l’intervista con Giorgio Cremaschi su ilSalto). Infine, c’è Senso Comune (SC), un movimento associativo-politico che si sta radicando sul territorio italiano, e che rivendica un’uscita dall’Euro, se non, addirittura dall’Ue ( si legga l’editoriale di Thomas Fazi — co-fondatore di SC — su Social Europe). Capitolo a parte per la Spagna, dove Podemos ha sempre taciuto, in maniera ambigua, la propria posizione sull’Europa e sulla moneta unica: l’ordine è la patria sovrana. O, per dirla ancora con Errejon, “un partito di sinistra che non rivendica l’identità nazionale” sarebbe “inutile.”

Una tragedia europea

D’accordo, ma cosa c’entra tutto questo con Tsipras e la Grecia? Molto.

La gestione della crisi ellenica del 2015 da parte delle istituzioni europee, nonché la la condotta di Syriza in seguito, hanno rappresentato, agli occhi della sinistra del Vecchio Continente, uno spartiacque, un trauma ben più importante rispetto alla crisi finanziaria del 2007-2008.

Quest’ultima è originata negli Stati Uniti ed è stata causata dai mercati. La prima invece, è nata in Europa ed è stata “rafforzata” — questa l’interpretazione della sinistra radicale — da un consesso di “attori” istituzionali (chiamatela Troika, se volete) e partitici. Molti di quest’ultimi sono i partiti della socialdemocrazia europea e, per l’appunto, Syriza: Alexis Tsipras è il prescelto che non compie la sua missione storica e che tradisce la volontà popolare.

Da un punto di vista più generale, gli eventi di Atene avrebbero illuminato uno “stato di fatto:” quello di un’Unione piegata agli interessi di un’area politica ed economica precisa — quella liberale — e, punto importante, difficilmente modificabile. Per dirla con Fassina, oggigiorno non vi sarebbero “le condizioni politiche per orientare l’euro in senso pro-labour.” Anche perché “il mercantilismo tedesco ha radici profonde”— Sostiene l’ex-PD.

La versione di Varoufakis

Tra la socialdemocrazia dello status quo e la sinistra radicale affascinata da un’uscita dall’Unione, esiste poi la “versione di Varoufakis”. Proprio dalla debacle ateniese, il ministro delle Finanze greco è risorto con il suo movimento paneuropeo Diem25, (Democracy in Europe Movement 2025), una rete internazionale di attivisti che credono nel rilancio del progetto Ue e che si candiderà alle elezioni del Parlamento europeo del 2019.

Secondo Varoufakis, l’Unione si può e deve cambiare “da dentro”, tramite vincoli di “trasparenza e democraticità” da applicare alle procedure decisionali di organi quali il Consiglio europeo e l’Eurogruppo. Chi altro rientra in questa area? Benoit Hamon, l’ex-candidato del Partito socialista (PS) francese alle elezioni presidenziali del 2017 (e ora guida di un nuovo movimento progressista indipendente dal PS, Génération-s), nonché la star dell’economia alternativa, Thomas Piketty. Una critica alla strategia politica di Varoufakis è arrivata però per mano di Jonathan Shafi, sulle pagine del The Independent. Secondo Shafi, non potrebbe esistere un’opzione marxista nel quadro dell’Ue. Varoufakis sarebbe, quantomeno, naive quando dice che “è necessario salvare l’Ue da se stessa” (qui lo scambio di tweet tra Varoufakis e Shafi).

Jonathon Shafi@Jonathon_Shafi

Thanks to @yanisvaroufakis for sharing my comments – written in spirit of debate – on EU strategy for @IndyVoices yesterday. These are difficult and complex issues that we should be able to debate as progressives. https://twitter.com/yanisvaroufakis/status/959320413984575490?ref_src=twcamp%5Eshare%7Ctwsrc%5Em5%7Ctwgr%5Eemail%7Ctwcon%5E7046%7Ctwterm%5E0 

Yanis Varoufakis

@yanisvaroufakis

Your article was apt: The progressives’ approach to institutions created to pursue the interests of oligarchies (at national our European level) needs to be nuanced and can never be a sublime matter.

In ogni caso, l’ipotesi dell’ex ministro delle Finanze greco rappresenta, all’interno della bolla della sinistra europea, il contrappeso alle frange dell’exit. Eppure, a ben vedere però, entrambe le aree chiedono una modifica dei trattati comunitari. Quindi?

Le differenze sono sottili, eppure sostanziali. Varoufakis e Hamon credono che una modifica dei trattati comunitari sia necessaria, ma nel medio periodo. Nel frattempo – e attraverso le già menzionate infusioni di trasparenza e democratizzazione – sarebbe possibile dare un tratto più sociale a questa Unione. Per i vari Mélènchon-Fassina invece no: la modifica dei trattati serve subito. Altrimenti? Ci deve essere un “piano B”, quello dell’uscita dall’Euro, dell’istituzione di un sistema coordinato di valute nazionali e un’unità di conto comune. Sono già esistite in passato e si chiamavano rispettivamente “serpente monetario” ed “Ecu” (European currency unit). La storia si ripeterà? Difficile dirlo. Ma è probabile che, da qui alle elezioni del Parlamento europeo del 2019, nella sinistra europea, la spaccatura sull’Unione si allargherà e metterà un’intera classe dirigente di fronte a una scelta scomoda: Unione sì, o Unione no?

(TheSubmarine, 22.02.2018)

La sinistra europea punta sul tema ‘sicurezza’ per tornare a conquistare voti

Macron annuncia di raggiungere il 2% di spesa sul pil per la Difesa, in Germania l’SPD cerca di recuperare terreno sul tema della sicurezza. Intanto Corbyn accusa Theresa May per i tagli alle forze dell’ordine e in Polonia vengono annunciati 4mila nuovi ingressi nelle forze di polizia

La “sicurezza” è il tema politico principe nei dibattiti pubblici del Vecchio Continente. E chi crede che sia soltanto a causa di della retorica della destra radicale, si sbaglia.

Nelle ultime settimane, il rafforzamento della difesa interna ai singoli Stati nazionali ed estera a livello europeo, è sulla bocca di tutti.

Settimana scorsa, la Francia ha annunciato che verranno investiti 300 miliardi di euro nel settore nel corso dei prossimi 6 anni. 37 soltanto nel nucleare. Il tutto per raggiungere il 2% di spesa sul pil.

Il ministro alla Difesa, Florence Parly ha affermato che gli sforzi necessari non soltanto per rispettare le promesse fatte nel quadro degli accordi NATO, ma anche per “compensare le mancanze degli anni passati e costruire un esercito moderno, sostenibile e protettivo”.

In Francia, gli investimenti in sicurezza e militare sono sempre stati una cifra discorsiva del Front National. La mossa potrebbe quindi essere anche letta come un tentativo di tagliare le gambe al partito di Le Pen che sta attraversando un periodo di riassestamento dopo le scorse presidenziali (si parla addirittura di un potenziale cambio di nome della formazione).

Più in generale, Macron non ha mai smentito né a parole, né nei gesti, l’idea di una certa nostalgica grandeur francese. A maggior ragione nell’epoca di Trump e di una Brexit che lascerebbe Parigi come unica potenza nucleare nell’Unione europea.

Ma quella della sicurezza non è soltanto una questione francese.

Al di là del Reno, in Germania, una SPD ancora traumatizzata dai recenti scossoni post-elettorali (accordo di larghe intese con Merkel e dimissioni di Schulz) ha fatto intendere che avrà un occhio di riguardo rispetto al tema.

Nelle ultime settimane, il rafforzamento della difesa interna ai singoli Stati nazionali ed estera a livello europeo, è sulla bocca di tutti. Settimana scorsa, la Francia ha annunciato che verranno investiti 300 miliardi di euro nel settore nel corso dei prossimi 6 anni. 37 soltanto nel nucleare. Il tutto per raggiungere il 2% di spesa sul pil

Andrea Nahles, ex-ministro al Lavoro e principale candidata alla successione di Schulz alla guida del Partito ha affermato, proprio ieri, che sulla sicurezza interna i socialdemocratici devono recuperare terreno. Il settimanale Die Zeit ha titolato addirittura “Nahles non vuole spostarsi più a sinistra”.

Già, perché l’accento sulla sicurezza diventa una mezza risposta a quella parte della base della SPD che vorrebbe un focus totale sulle politiche sociali. Nel dettaglio, Nahles ha detto che capisce la voglia “di purezza” della base, ma che l’agenda politica “non si può più declinare a piacimento”.

Del resto, gli ultimi sondaggi danno i socialdemocratici sotto al 17% a due lunghezze dalla radicale e xenofoba AFD, neo-promossa in Parlamento alle scorse elezioni. Inoltre, proprio riguardo alla questione immigrazione, qualche mese fa, ai microfoni di Der Spiegel, sempre Nahles aveva affermato quanto segue: “Non dobbiamo essere naive. Se arrivano un milione di persone, non possiamo aspettarci che siano tutti gentili. Ma chi non si tiene alle regole deve subire dure conseguenze”.

La retorica “securitaria” si ferma alla socialdemocrazia? Non proprio. Per dire, lo stesso Jeremy Corbyn, Oltremanica, ha cercato di incrementare il suo punteggio parlando di law and order.

Nel dettaglio, il leader dei laburisti ha accusato Theresa May per i tagli alle forze dell’ordine implementati proprio quando quest’ultima era agli Interni. Corbyn ha legato i tagli all’aumento degli indici di criminalità del Paese.

Infine, a forza di spostarsi a sinistra lungo lo spettro politico si torna a destra, magari a quella di governo polacca. È notizia di ieri che il ministro dell’Interno Joachim Brudzinski ha annunciato 4mila nuovi ingressi nelle forze di polizia. Brudzinski ha detto che a breve verranno allocati 36 milioni di euro per aumentare i salari degli agenti con le paghe più basse. Sarebbe soltanto il primo passo di un piano di modernizzazione per cui la polizia polacca dovrebbe ricevere più di 1 miliardo di euro entro il 2020.

Del resto, il Primo ministro polacco Morawiecki, atteso venerdì a Berlino, ha dichiarato che la Germania dovrebbe investire rapidamente nella propria difesa per essere in linea con le promesse NATO. Con riferimento alla politica estera e di sicurezza comunitaria Morawiecki ha poi dichiarato quanto segue: “Il modo migliore per garantire la pace, è attrezzarsi per la guerra”.

 

(Linkiesta, 15.02.2018)

L’estrema destra avanza. Ma c’è ancora Rouvroy

«Siamo militanti. E voi?», chiede Pascal prima ancora di presentarsi. Sguardo fiero, barba bianca incolta, indossa un basco nero, pantaloni mimetici e una giacca verde militare che ricorda quella del Che. In mano non ha la falce e martello, bensì un secchio pieno di colla e un pennello gigante. Édouard, che è con lui, impugna, arrotolati, i manifesti del Partito comunista francese (il Pcf ) e del sindacato Cgt, la Confédération générale du travail. Nascosto da un cielo a tratti plumbeo, il sole delle nove del mattino va e viene, illuminando i manifesti del Front national (Fn) che recitano “Au nom du peuple”, “Nel nome del popolo”. Il sorriso smielato e lo sguardo penetrante di Marine Le Pen sono affissi su una bacheca. Sulla testa della leader del Fn campeggia la scritta: Ville de Rouvroy, Città di Rouvroy.

(Continua su Left)

Ora Klaver posi la prima pietra

Mentre parlo con Ernestine Comvalius, 63, in una stanza fatta di muri grigi e sedie colorate, non posso fare a meno di pensare al personaggio dell’Oracolo nel film Matrix. Non è soltanto la somiglianza fisica: ogni parola pronunciata sembra un origami che cela sfaccettature, pieghe e cambi di direzione. Ernestine è la direttrice del Bijlmer Parktheater, uno dei massimi punti di riferimento della scena artistica e culturale di Amsterdam. Non solo: quando si parla di lotta alla discriminazione razziale in Olanda, il personale del teatro è in prima linea. Per spiegarmi la sua visione dei Paesi Bassi e delle elezioni, Ernestine mi porta indietro nel tempo, Oltreoceano: mi racconta di Angela Davis, dell’adolescenza passata a New York, delle manifestazioni delle Black Panthers alla Columbia University. Poi, con un sospiro intenso, mi catapulta di nuovo nel presente europeo; e sussurra: «GroenLinks? Mi dispiace, ma io non credo più nella sinistra». Il fatto che non ci sia rancore nelle sue parole, non diminuisce la stonatura. Anzi, lo schiaffo in faccia è ancora più forte.

(Continua su Left)