I conti e il segreto di Angela (per non spaventare il Partito)

I giochi tedeschi sull’Europa sono dunque in pieno svolgimento. Il dialogo fra Parigi e Berlino certamente continuerà e resterà cruciale. Ma i destini della UE sembrano oggi appesi alle dinamiche negoziali e agli equilibri interni che si creeranno una volta instaurata la grande coalizione rosso-nera.

Il 26 gennaio scorso, annunciando l’inizio ufficiale dei negoziati per la nascita di una nuova Grosse Koalition, Martin Schulz (SPD) ha affermato che l’Ue ha bisogno di una Germania “pro-Europa”. Il ministro degli esteri Sigmar Gabriel (SPD) ha a sua volta ribadito il collegamento fra i progetti “Europa” e “GroKo”. Nei fatti, tuttavia, la trattativa in corso con la CDU-CSU si è incentrata soprattutto su temi nazionali, tanto che alcuni si chiedono se Schulz non agiti la bandiera blu con le stelle gialle soltanto per motivi tattici. Come se il rilancio del processo di integrazione (“Neuer Aufbruch”) sia  (stato) usato dal  Segretario della SPD – in caduta libera negli indici di gradimento – come “carota” per far digerire al partito una scelta controversa: quella di allearsi nuovamente con Merkel.

La bozza di accordo programmatico siglata dai due partiti non si dilunga molto sui dettagli Spesso però in politica il non detto conta più delle parole. La vaghezza degli impegni può celare un disegno condiviso fra i due leader:  tenersi le mani libere per promuovere, a governo formato, una agenda ambiziosa di riforme “europeiste”. Questo è ciò che pensa, ad esempio, una grande esperta di politica europea, Jana Puglierin (capo degli studi UE presso la prestigiosa DGAP, Deutsche Gesellschaft fur Auswärtige Politik). Leggendo fra le righe dell’accordo programmatico GroKo, la studiosa intravede i margini per una vera e propria svolta nella linea tedesca. I segnali sarebbero contenuti nella parte conclusiva del testo, ove si dice che “attraverso un bilancio per gli investimenti dell’Eurozona […] si potrebbero mettere a disposizione risorse per la stabilizzazione macroeconomica e la convergenza sociale , nonché per sostenere le riforme strutturali”. Secondo Puglierin, se Berlino davvero muovesse in questa direzione il processo di integrazione potrebbe fare un salto di qualità.

Sinora il principale ostacolo è sempre stato proprio il governo tedesco. Anticipandone le tradizionali resistenze, anche i tecnici più qualificati hanno smesso di fare proposte ambiziose. Un documento messo a punto da un gruppo internazionale di economisti – molti tedeschi- presso il Center for Economic Policy Research ( Policy Insight 91) ha recentemente affrontato la questione di un possibile budget dell’ Eurozona – opzione cara al governo francese. Il documento riconosce la desiderabilità di questa innovazione. Ma aggiunge subito che , se fosse introdotto, un simile strumento dovrebbe rispondere ad un parlamento adeguatamente rafforzato. Questo passo potrebbe però essere effettuato solo tramite una scelta “politica”, con profonde implicazioni.  Come dire: noi tecnici non ci prendiamo responsabilità che non ci competono e che sono più grandi di  noi. Sono i politici a dover dare luce verde e creare le condizione per l’Unione politica.

E’ possibile, come pensano gli studiosi della DGAP, che il riferimento esplicito ad un fondo di stabilizzazione da parte di Schulz e Merkel  voglia aprire un varco per questo scenario? E che i silenzi successivi siano giustificati dal desiderio di non provocare la reazione degli alleati più conservatori e non complicare la nascita del governo? E’ possibile. La CDU è inquieta. La settimana scorsa (PER CHI LEGGERA’ LUNEDI) il Consiglio economico interno al partito della Cancelliera ha inviato una lettera dai toni accessi ai propri membri che si occupano di UE al tavolo dei negoziati. Il Consiglio si è detto preoccupato della virata: “La [CDU] non può continuare a seguire la SPD nella definizione della politica europea, visto che, sotto al termine ‘pro-Europa’, si nasconde soltanto una maggiore redistribuzione a favore dei Paesi in crisi […] Da chi, se non dalla CDU-CSU, dovrebbe arrivare una urgente e necessaria contro-proposta al piano di riforma suggerito da Macron e Juncker?”.

I giochi tedeschi sull’Europa sono dunque in pieno svolgimento. Il dialogo fra Parigi e Berlino certamente continuerà e resterà cruciale. Ma i destini della UE sembrano oggi appesi alle dinamiche negoziali e agli equilibri interni che si creeranno una volta instaurata la grande coalizione rosso-nera. E’ poco probabile che il programma in via di definizione entri nei dettagli. Sappiamo che Merkel ha interesse a liberarsi dal condizionamento ingombrante di Schäuble e Weidman e che Schulz ha dal canto suo interesse a tener fermo il Neuer Aufbruch non solo per il suo pedegree filo-europeista ma anche per controllare il suo partito e lanciare un segnale “progressista” al proprio elettorato. Seppure indebolito, il fronte conservatore che fa capo a Schauble è ancora vivo e vegeto.

A parte la Francia, nei prossimi mesi gli altri governi UE e i loro elettorati avranno pochi margini di manovra per incidere sull’agenda UE. Possono naturalmente peggiorare la propria posizione decidendo di non usarli, danneggiandosi da soli. Il rischio è  alto soprattutto per l’Italia, che andrà a votare fra un mese e si ritrova con alcuni leader e programmi a dire poco ambigui sui temi europei, quando non apertamente euroscettici.

(Corriere della Sera – L’Economia, 05.02.2018)

Photo CC Flickr: European Parliament

Merkel e Schulz trovano l’accordo sull’Europa: la nuova Groko metterebbe fine al “diktat dell’austerità”

La CDU di Angela Merkel e l’SPD di Martin Schulz avrebbero trovato un’intesa sulla questione “Europa”. Ma emergono le prime preoccupazioni e criticità

L’Unione cristiano democratica (CDU) di Angela Merkel e il Partito socialdemocratico (SPD) di Martin Schulz avrebbero trovato un’intesa sulla questione “Europa”, nel contesto delle negoziazioni per una nuova alleanza di larghe intese (GroKo).

È stato lo stesso Martin Schulz a comunicarlo, lunedì, alla stampa tedesca (Der Spiegel). L’accordo sarebbe in linea con quanto già delineato nella bozza del documento programmatico di metà gennaio. Sul piatto ci sarebbero:

● Un aumento delle risorse per l’Unione da parte della Germania;

● La disponibilità a ragionare su un budget per l’Eurozona per favorire gli investimenti;

● Un impegno per rafforzare le politiche contro la disoccupazione giovanile;

● Uno sforzo di armonizzazione per quanto riguarda le politiche contro l’elusione fiscale da parte dei giganti dell’economia digitale;

● La disponibilità a ragionare sull’ideazione di politiche sociali comuni (Unione sociale).

Secondo Schulz (Sueddeutsche Zeitung), l’intesa metterebbe fine all’era del “diktat dell’austerità”.

Il Segretario generale della SPD avrebbe poi comunicato ai membri del proprio partito che si aprirà una finestra di opportunità, “una vera chance per rendere, insieme alla Francia, l’Europa più democratica, sociale e capace di negoziare”. Tutto ciò sarebbe “nell’interesse dei cittadini tedeschi e dell’Europa intera”. Schulz ha inoltre sottolineato quanto questo “progetto” sia, anche, “un affare di cuore”.

Le reazioni in Germania, all’Europa tratteggiata dalla Groko

Eppure, il comitato degli esperti del ministero dell’Economia ha espresso preoccupazione per i piani di Merkel e Schulz: il nuovo Governo sarebbe troppo vicino alle richieste di Macron e Juncker.

Questo il verdetto contenuto in una lettera indirizzata all’Esecutivo, in mano alla testata Die Welt. Il comitato degli esperti del Ministero ricopre un ruolo consultivo ed è composto da circa 30 economisti.

In realtà, già a dicembre, Brigitte Zypries, il capo negoziatore per l’area economica della Groko, aveva ricevuto un documento di 8 pagine relativo al punto “Europa” che invitava alla cautela.

Nella nuova comunicazione, inviata dopo l’uscita pubblica di Schulz, si mettono in discussione, in buona sostanza, tutti i punti al centro del “processo di riforme” abbozzato nel corso degli ultimi mesi da Francia, Germania e Bruxelles: dalla nomina di un ministro dell’Economia per l’Eurozona, allo sviluppo del Mes (Meccanismo europeo di stabilità), passando per lo sviluppo di un budget per gli investimenti.

Ieri, il portavoce del consiglio, Hans Gersbach (professore di Economia all’ETH di Zurigo), ha criticato soprattutto la formulazione in termini “generici” dell’accordo. Le parole usate dai partner di coalizione offrirebbero “ampi margini di interpretazione”. Sarebbe invece necessario definire innanzitutto quali siano gli obiettivi “comuni europei” che si vogliono raggiungere tramite le nuove risorse messe in campo. Altrimenti, l’accordo potrebbe dare adito allo sviluppo di nuovi strumenti finanziari – simili ai fondi strutturali o regionali, già in essere – che porterebbero alla luce nuovi nodi di “governance”.

Gersbach lega poi il piano della GroKo ai rischi politici interni all’Unione: “Non si può combattere la crescita delle forze populiste con iniziative di investimenti diffusi”. Piuttosto, sarebbe necessario “definire chiaramente quali siano gli ambiti da affrontare”, suggerendo che potrebbe essere sensato focalizzarsi, in primo luogo, sul “controllo delle frontiere esterne”.

A livello più generale – e in termini teorici -, il comitato mette addirittura in dubbio il concetto economico di “shock asimmetrici” che sta alla base delle giustificazioni per un intervento “fiscale” da parte delle istituzioni comunitarie. La causa delle crisi che hanno afflitto l’area valutaria comune, sostiene il Comitato, sarebbe da attribuire alle decisioni di spesa incaute di alcuni Paesi dell’Ue.

Il voto della base della SPD

Il nodo “Europa” rappresenta soltanto uno dei 18 punti di negoziazione della coalizione CDU-SPD. Nonostante ciò, potrebbe essere quello fondamentale per la concretizzazione dell’alleanza. Perché?

Dopo che i due partiti avranno trovato un compromesso complessivo, l’accordo dovrà passare al vaglio della base del Partito socialdemocratico. A dicembre 2017, dopo il fallimento delle negoziazioni per un Governo CDU-liberali-verdi (opzione Giamaica), la segreteria nazionale della SPD aveva infatti deciso che qualsiasi accordo con la CDU sarebbe passato al vaglio della base del Partito: un modo per tutelarsi da un potenziale effetto boomerang in termini di credibilità, dopo che Schulz stesso, in seguito al voto di settembre, aveva escluso una nuova GroKo.

È importante sottolineare che la Corte costituzionale tedesca sta attualmente valutando la legittimità di questa proposta.

In ogni caso, dall’inizio del 2018, la componente giovanile della SPD, la Jusos, ha avviato una campagna nazionale contro la GroKo. Kevin Kühnert, il Segretario dei giovani socialdemocratici, è la guida di questo movimento che, sulla scorta di un scetticismo generale nei confronti dell’ennesima alleanza con Merkel, potrebbe portare a una clamoroso rifiuto della GroKo.

Ma è qui che torna in ballo la questione Europa. Proprio per le giovani generazioni, una svolta sull’austerità nel Vecchio Continente potrebbe infatti essere una condizione sufficiente per approvare il nuovo corso. Resta da capire se le critiche all’accordo – provenienti da alcune aree interne alla CDU e dal Comitato -, siano un segno di scarsa credibilità del progetto di riforma o, piuttosto, una conferma del fatto che si stia aprendo una “finestra di opportunità” per l’Europa.

(Linkiesta, 09.02.2018)

Photo CC Flickr: European Parliament

Il silenzio di Merkel e le parole di Schulz: che “Europa” sarà quella della GroKo?

Restano complicate le trattative tra i maggiori partiti tedeschi per trovare un’intesa sulla nuova Gross Koalition: da un lato la destra teme la perdita di consensi in favore di AFD, dall’altro la SPD punta a soppiantare Merkel per gli anni a venire

Le negoziazioni GroKo (Grosse Koalition) valide per creare il prossimo governo federale tedesco, potrebbero terminare con un accordo già domenica prossima, 4 febbraio.

A seguire, ci sarà il “referendum” della SPD che coinvolgerà la base del Partito. Se l’ala giovanile guidata dall’ormai noto in patria, Kevin Kühnert, continua a opporsi al progetto di una nuova alleanza con Angela Merkel, Martin Schulz farà di tutto per convicere un popolo – quello socialdemocratico – che sembra sempre più scettico riguardo alla leadership del politico di Aquisgrana.

Nei primi giorni di questa settimana, le negoziazioni sono focalizzate soprattutto sulla politica interna e la questione migratoria. È di martedì sera la notizia di un accordo sofferto sul ricongiungimento famigliare per i rifugiati ammessi in patria.

In linea generale, se CDU e SPD sembrano pronte a un’intesa in tempi rapidi, la CSU sta vendendo cara la propria pelle.

Ralf Stegner (SPD) ha affermato che il partito bavarese è “in uno stato di competizione acerrima con la AFD”, il partito di destra radicale, entrato nel Bundestag tedesco dopo le elezioni di settembre 2017.

Oltre ai tratti di xenofobia e islamofobia che caratterizzano la AFD, c’è un altro elemento della competizione tutta a destra, tra AFD e CSU, che potrebbe interessare anche gli altri Paesi membri dell’Ue: quello dell’euroscetticismo. È infatti legittimo chiedersi quanto peserà l’influenza indiretta dell’AFD (mediata dalla paura della CSU) sulla definizione finale della politica europea della GroKo.

Per il momento, il tema non è ancora emerso nelle negoziazioni. La Arbeitsgruppe “Europa”, il gruppo di lavoro dedicato alla definizione della posizione del nuovo gonverno, è guidata da Schulz in persona, oltre che da Peter Altmaier (CDU), ministro delle Finanze ad interim. Spicca, quindi, l’assenza di Merkel.

La prominenza di Schulz punterebbe nella direzione di una politica europea nuova della Germania. Almeno, rispetto ai 5 anni precedenti, nel corso dei quali Wolfgang Schäuble, l’ex-ministro delle Finanze e attuale Presidente del Bundestag, ha determinato il bello e cattivo tempo del processo di integrazione.

D’altra parte, l’“indeterminatezza” delle proposte contenute nella bozza di accordo formulata dai tre partiti a metà gennaio lascia ancora molte porte aperte (o chiuse, dipende dalla prospettiva). Si parla di un aumento delle risorse per il Parlamento europeo, di una legislazione quadro in materia sociale (salario minimo, in primis), di un budget per l’Eurozona. Ma non è specificato come si arriverà a questi obiettivi.

Inoltre, a un livello più generale, il testo dell’intesa è condito di un linguaggio che, per certi versi, non si discosta troppo da quello degli ultimi dieci anni: per dire, la parola “investimento” è sempre preceduta da quella “competitività”. Lo stesso Schulz, ultimamente, articola il suo essere “pro-Europa” soprattutto in funzione delle sfide che arrivano “da fuori”: la politica di Trump, gli investimenti cinesi, l’economia globalizzata. Certo, c’è sempre il riferimento a Macron. Ma anche le proposte del Presidente francese non sono certo scritte nella roccia.

È per questo motivo che, nei prossimi giorni, ci si potrebbe aspettare uno strappo da parte della SPD, uno sprint che indichi cosa intenda concretamente il leader socialdemocratico quando parla di “Neuer Aufbruch, “un nuovo approccio” alla questione europea. Anche perché, quello di una “Germania pro-Europa” sembrerebbe, al momento, l’unico grimaldello utile per convincere la base della SPD ad andare a braccetto, ancora una volta, con Angela Merkel.

Contestualmente, ci sarà da valutare la reazione della CSU, in funzione della sfida AFD. E anche quella della CDU stessa: dalla componente “economica” del Partito sembrano già essere trapelate alcune critiche rispetto alle posizioni della SPD.

Potenzialmente, questi ultimi fattori potrebbero far traballare una “nuova politica europea” della Germania? Teoricamente sì. Ma il fatto che Angela Merkel sia all’alba del suo ultimo mandato da Cancelliera, gioca a favore di Schulz, della SPD e del Sud Europa.

Da Kohl a Mitterrand, i leader più rilevanti del percorso di integrazione sono diventati tali soprattutto nel corso della loro ultima esperienza governativa, momento nel quale hanno dato priorità alla geo-politica.

In altri termini, forse anche Merkel avrà voglia di passare alla storia non esclusivamente come la regina del rigore e dell’austerità. Ma sarà lei a deciderlo, a prescindere dalla volontà del suo partito e di Schulz. A quest’ultimo rimarrà il “compito” di rivendicare il “cambiamento” di fronte alla base socialdemocratica.

(Linkiesta, 01.01.2018)

Perché Martin Schulz sta perdendo le elezioni in Germania

Nel mondo del calcio italiano esiste un detto: “vincere non è importante, è l’unica cosa che conta”. Ecco, a differenza di Corbyn, la Spd e Schulz, dopo tre legislature all’opposizione, non si possono permettere nient’altro che il primato. Peccato che, per il momento, sembra un obiettivo impossibile.

In Germania sono tutti d’accordo: a due mesi di distanza dalle elezioni politiche, le chance di vittoria di Martin Schulz e del Partito socialdemocratico tedesco (Spd) sono ridotte all’osso. Angela Merkel vede all’orizzonte il suo quarto incarico da Cancelliere federale. Un record condiviso soltanto con l’ex-leader dell’Unione cristiano democratica (Cdu), Helmuth Kohl, l’uomo della riunificazione tedesca.

Secondo gli ultimi sondaggi, la Cdu e l’Unione cristiano sociale (Csu, declinazione della Cdu in Baviera) viaggiano intorno al 38 per cento, mentre la Spd raggiunge un magro 25 per cento. A seguire, in ordine discendente, ci sono il partito della sinistra radicale, Die Linke (10,5 per cento), la destra dell’ Alternativa per la Germania (Afd), il Partito liberale (Fdp) e i Verdi (6,5).

Eppure, 7 mesi fa, a inizio 2017, tutti parlavano del così detto “effetto Schulz”. Nominato Segretario generale del Partito con il 100 per cento delle deleghe nazionali, l’ex Presidente del Parlamento europeo era stato dipinto come il “redentore” della Socialdemocrazia tedesca.

Al tempo, anche i sondaggi avevano restituito un quadro ben diverso da quello odierno: quello tra Schulz e Merkel sarebbe dovuto essere un testa a testa all’ultimo respiro. Per non parlare dell’entusiasmo della base della Spd. Oppure, delle proiezioni che erano state fatte in termini di ricaduta sullo scacchiere europeo. Sui social, il leader originario di Aquisgrana veniva ritratto con lo stesso stile “fumetto” di Obama nel 2008; il tutto abbinato allo slogan provocatorio e canzonatorio: “Make Europe Great Again” (#MEGA).

Poi, (più di) qualcosa è andato storto.

Perdere aiuta a perdere

Innanzitutto, tra febbraio e maggio 2017, sono arrivate le sconfitte nei länder Saar, Schleswig-Holstein e Nord Reno-Westfalia.

Un domino scientifico-elettorale senza precedenti. Se le prime due battute d’arresto potevano passare “inosservate”, quella del Nord Reno Vestfalia – la regione della Ruhr e la più popolosa del Paese – no. Per intenderci, qui, una sconfitta della Spd equivale a quella di una sinistra nostrana in Emilia-Romagna, Umbria e Toscana.

Schulz, da ex-aspirante calciatore, sa bene che “vincere aiuta a vincere”. E che, senza gioco di squadra, non si va lontano.

Schulz senza amici?

In secondo luogo, c’è stata la non-evoluzione del contesto europeo. Le elezioni in Olanda e Francia verranno ricordate come la vittoria dell’ordine istituzionale sul populismo di destra. Ma il dato che conta per le chance di vittoria della Spd in Germania è un altro. Nei Paesi vicini, governano (o governeranno, visto che in Olanda dopo 135 giorni non c’è ancora un esecutivo) forze che considerano Angela Merkel un punto di riferimento.

Dopo la vittoria alle Presidenziali francesi a maggio, è mancato poco che Macron non volasse a Berlino ancor prima di instaurarsi all’Eliseo. Il 13 luglio i Gabinetti di Governo di Francia e Germania si sono incontrati a Parigi per trovare un’intesa sull’Unione di difesa europea.

Insomma, il sostegno interno da parte dei francesi (soprattutto, in termini di opinione pubblica) alle riforme di Macron (soprattutto, la riforma del mercato del lavoro) dipende dalle aperture di Merkel a livello europeo. E se è vero che Macron, in teoria, sarebbe in linea con Schulz su molti aspetti (in una recente visita a Parigi, Schulz ha detto che “la Germania non può dettare i compiti ai propri partner europei” e che “Berlino è responsabile della mancata soluzione della crisi europea”), è probabile che il Presidente francese preferisca fare la corte a Merkel. Alla luce dei sondaggi tedeschi, sarebbe rischioso appoggiare apertamente il candidato socialdemocratico. Come dire: al di là delle vicinanze ideali e ideologiche, c’è il calcolo razionale delle aspettative e degli interessi.

Ma Martin ci ha messo anche del suo. Più nel dettaglio, da gennaio ad oggi, da un punto di vista comunicativo e comportamentale, la caduta di Schulz si è articolata in tre fasi distinte.

Un uomo di Bruxelles a Berlino

La prima è quella della “moderatezza dei toni e radicalità dei contenuti”.

Per certi versi, Schulz è entrato nella politica nazionale come se fosse ancora Presidente del Parlamento europeo – mai una parola di troppo nelle interviste, ritmo lento e battute sobrie. Ma il messaggio era chiaro: “in Germania serve più politica sociale“.

Tanto che, per un breve periodo, sembrava possibile un dialogo con la Die Linke e i Verdi. Il tutto, in funzione di una futura alleanza di governo (descritta dai media e nelle discussioni social come #R2G).

Dalla sobrietà all’agitazione 

La seconda fase, il cui inizio è coinciso con le sconfitte regionali, può essere invece definita come la fase del “blocco” e dell'”agitazione”. A fronte dei primi risultati elettorali e agli occhi dei media, la sobrietà iniziale è infatti diventata, per alcuni, sintomo di “incapacità”.

Le sconfitte hanno poi portato agitazione e dubbi fra i membri della Spd: dipingere la Germania come un Paese malato ha veramente senso? Ed ecco che, lentamente, i temi sociali sono scivolati in secondo piano, mentre sono aumentati gli attacchi diretti ad Angela Merkel. Ma il Cancelliere ha fatto letteralmente correre a vuoto Schulz.  Fino al punto in cui, il leader della Spd ha rinfacciato a Merkel di non discutere del merito delle questioni e di minare il processo democratico.

Tenere la barra dritta

Infine, la terza fase: quella della “disperazione”. Molti media tedeschi sostengono che il programma elettorale della Spd non si differenzi abbastanza da quello della Cdu. Non è così. Leggendo i testi dei documenti, si può verificare che, i Socialdemocratici spingono di più per politiche sociali interne e per riforme progressiste a livello europeo.

Ma il punto è un altro: Schulz non sta seguendo una linea precisa nella sua campagna elettorale. Dopo essere stato a Parigi per parlare di economia europea una settimana fa, oggi è in Italia per puntare tutto sulla “crisi dei rifugiati”.

Secondo il leader della Spd, la Germania sarebbe di fronte a una nuova emergenza arrivi, simile a quella del 2015. Al di là della correttezza della diagnosi, l’immagine che arriva al pubblico è quella di un politico alla ricerca di appigli, un po’ ovunque. E mentre Schulz continua ad affannarsi sul ring, Merkel, in silenzio, schiva i colpi. E punta a una vittoria ai punti a settembre (nel libro Europa tedesca, Ulrich Beck, noto sociologo tedesco scomparso recentemente, ha definito il Cancelliere tedesco come “Merkiavelli“, proprio alla luce del suo atteggiamento attendista).

Tutte le differenze con Jeremy Corbyn

Eppure, anche Jeremy Corbyn, Oltremanica, era dato per spacciato a due mesi dalle elezioni politiche del maggio scorso. Molte persone si chiedono di conseguenza, se non sia possibile un recupero lampo da parte di Schulz, dopo le vacanze estive.

Sono due le considerazioni da fare. Una è legata alla dimensione politico-organizzativa, l’altra a quella delle aspettative.

Da un punto di vista organizzativo, Corbyn ha condotto la sua prima campagna elettorale dopo due anni da Segretario di partito, sulla base di un rapporto consolidato con la base, l’appoggio del sindacato e di un movimento largo che ha trovato il suo ariete nel movimento interno al Labour, Momentum.

Da un punto di vista politico invece, Corbyn ha individuato una frattura precisa da cavalcare: quella sociale e di classe, abbinata a un posizionamento netto sul tema chiave della Brexit (anche se tutt’oggi, il Labour è diviso sulla questione, da un punto di vista comunicativo, Corbyn ha mantenuto una posizione chiara). Su entrambi i fronti, Schulz è deficitario: non può contare sullo stesso afflato democratico interno (l’aumento delle sottoscrizioni alla Spd non è paragonabile, in termini numerici, a ciò che è avvenuto nel Labour), tanto meno ha una linea precisa, radicale o moderata che sia.

La seconda considerazione, riguarda le aspettative e necessità l’esplicitazione di un dato di fatto e di una verità politica allo stesso tempo: Corbyn ha vinto le elezioni politiche, perdendole. Un po’ come il Movimento5Stelle in Italia, nel 2013. In prospettiva infatti, se al recupero elettorale del Labour si aggiungono le divisioni tra i Conservatori sulla Brexit, la maggioranza risicata nel Parlamento e le proiezioni recenti dei sondaggi (Corbyn è in testa), il risultato del Labour equivale a una vittoria.

Cosa c’entra con la campagna elettorale tedesca e con Schulz? Nel mondo del calcio italiano esiste un detto: “vincere non è importante, è l’unica cosa che conta”. Ecco, a differenza di Corbyn, la Spd e Schulz, dopo tre legislature all’opposizione, non si possono permettere nient’altro che il primato. Peccato che, per il momento, sembra un obiettivo impossibile.

(ilSalto, 26.07.2017)