Salvini punta al fallimento del M5s e ipoteca il potere. La sinistra non può perdere tempo’. L’editoriale di Paul Mason sull’Italia

Il 21 maggio Paul Mason, noto giornalista e saggista britannico, ha scritto un editoriale per NewStatesman in cui analizza le dinamiche politiche italiane.

Richiamando una formulazione che risale originariamente a Stalin (ma sviluppata sulla base di uno scritto di Lenin) e rovesciandone il campo di applicazione, secondo Mason in Italia sta trovando applicazione il primo esperimento coerente europeo di “neoliberalismo in un solo Paese”.

Il 21 maggio Paul Mason, noto giornalista e saggista britannico, ha scritto un editoriale per NewStatesman in cui analizza le dinamiche politiche italiane.

Richiamando una formulazione che risale originariamente a Stalin (ma sviluppata sulla base di uno scritto di Lenin) e rovesciandone il campo di applicazione, secondo Mason in Italia sta trovando applicazione il primo esperimento coerente europeo di “neoliberalismo in un solo Paese”. In che senso?

Mason riepiloga per il pubblico anglofono le componenti centrali del contratto tra Movimento 5 stelle e Lega e, in buona sintesi, lo descrive come un programma politico-economico che mira alla creazione di uno “small State (“Stato piccolo”, tdr.) e, conseguentemente, di politiche di libero mercato condite però con “razzismo, nazionalismo” e una retorica che abbraccia i valori tradizionali della “famiglia”.

Su un piano prettamente economico, le conseguenze del contratto, se posto in essere, «porterebbero probabilmente al crollo delle entrate, a una maggiore evasione fiscale, a un incremento del deficit e del debito pubblico e ad un conflitto, in quache forma, con la Commissione europea e la Banca centrale europea». Allo stesso tempo, il saggista ammette che una buona parte del programma può essere in considerato in linea con alcuni interessi della sinistra (reddito di cittadinanza, banca nazionale per gli investimenti e opposizione alle istituzioni europee).

Mason sottolinea però come sia la Lega a tenere in mano i fili dell’Esecutivo nascente, a detrimento del M5S. La spartizione dei ministeri dell’Interno e del Lavoro tra i due leader, rispettivamente Salvini e di Maio, nonché la decisione di proporre una figura come Conte alla testa del Consiglio dei ministri, sono «designate per avvantaggiare il Carroccio nel lungo periodo». Anche per questo, appare evidente che un «programma coerente di nazionalismo xenofobico combinato con politiche economiche neoliberali, batterà quasi sempre una retorica simil-populista e progressista senza sostanza» (il riferimento qui è al M5S, ndr).

Il guru della sinistra britannica, richiamando la serie cult, Il trono di Spade, spiega quindi come i vari Le Pen e Putin puntino a creare caos per poi rafforzare la propria presa sul potere. E Salvini farà lo stesso. Cosa vuol dire esattamente?

In sintesi: inizialmente, la Lega si nasconderà dietro al conflitto tra il Movimento 5 stelle – la nuova forza anti-establishment al potere – e una sinistra tradizionale che sfornerà «professori e tecnocrati che non sarebbero in grado di intrattenere una piazza nemmeno per cinque minuti». In secondo luogo, nel momento in cui il nascituro governo affronterà Bruxelles, farà apparire i rappresentatni della stessa sinistra come “marionette” di un ordine sovranazionale “anti-democratico”. Infine, quando cominceranno a scarseggiare le risorse economiche e la base del Movimento 5 stelle farà pressioni per politiche progressiste, il Carroccio farà cuocere i grillini nel proprio brodoSarà a quel punto che Salvini si presenterà come portatore di ordine, facendo cadere tutti gli elementi progressisti dell’attuale programma, a favore di una serie di misure anti-immigrati e ravvivando i rapporti con quel che resta del seguito di Berlusconi. Se vi ricorda periodi poco “illuminati” è normale. Per allegerire e per rimanere sempre in materia di fiction, sembra lo script di V per Vendetta.

All’inizio della sua riflessione, il guru della sinistra britannica scrive che la sinistra del Belpaese, nelle sue svariate componenti, sta puntando su un fallimento rapido di questo esperimento governativo e, conseguente, del Movimento 5 stelle. Ma, alla luce del ragionamento appena fatto, ecco che arriva un monito fondamentale: «La questione che deve affrontare la sinistra italiana non è cosa fare ‘ora’, bensì come prepararsi al momento in cui questa fase di governo populista», guidata da M5s e Lega, «entrerà in crisi» e Salvini reclamerà il potere.

Secondo Mason, quindi, la ricetta è la seguente:

  • rifiutare radicalmente il neoliberalismo, «stracciare i lasciti del Trattato di Lisbona che albergano nella varie menti politiche» e proporre, invece, un programma che «risolva lo stato di crisi fatto di stagnazione economica e bassa crescita imposto dall’Eurozona a Paesi come l’Italia»;
  • fare propri «alcuni elementi progressisti contenuti attualmente nel contratto governativo», tra cui la banca nazionale per gli investimenti, oltre a una legislazione efficace a favore del salario minimo e un piano di investimenti pubblico in sanità, trasporti ed educazione;
  • instaurare un sistema tributario e fiscale chiaramente progressivo e redistributivo, perché «l’idea che la crescita da sola possa risolvere il problema del deficit e del debito è una chimera»;
  • creare procedure legali per le richieste di asilo, «abbandonando la retorica open borders» (“confini aperti”ndr) e, allo stesso tempo, trovare un modo per «separare l’inquietudini genuina nei confronti dell’immigrazione non controllata dall’atmosfera generalizzata di razzismo».

Agli occhi del saggista, tutto ciò non implicerebbe uscire dall’Euro, ma sostenere una politica di «alti tassi di deficit, crescita e una ristrutturazione del debito nell’Eurozona», abbinata a un’opzione potenziale che preveda un «sistema di valuta parallela», alla stregua di quanto proposto da Yanis Varoufakis nel 2015 per la Grecia. In buona sostanza vuol dire mettere alle strette Maastricht. Come dire: bisogna rafforzare il contrappeso nel rapporto di forza.

Infine, c’è il nodo della leadership: «Partiti socialdemocratici che si sono compomessi con un sistema fallimentare non possono far altro che sfornare, generazione dopo generazione, politici fallimentari». I leader della sinistra in Europa devono cominciare a «parlare la lingua delle persone che rappresentano; devono parlare di speranza, orgoglio, dignità, comunità e battaglia».

Chi dovrebbe portare avanti un tale progetto in Italia? Tutto il campo della sinistra disposto ad aderirvi, dai delusi interni al Partito democratico, a Potere al popolo, passando per Liberi e uguali.

(ilSalto, 23.05.2018)

Nigel Farage vuole un secondo referendum sulla Brexit, e non è un paradosso

Nella riapertura di una questione dicotomica sulla “Brexit” (“sì o no”, “dentro o fuori”), Farage intravede la possibilità di spaccare definitivamente sia il partito conservatore che il Labour, e ambire a Downing Street.

Nella riapertura di una questione dicotomica sulla “Brexit” (“sì o no”, “dentro o fuori”), Farage intravede la possibilità di spaccare definitivamente sia il partito conservatore che il Labour, e ambire a Downing Street.

Circa due settimana fa, Nigel Farage, l’ex leader del Partito per l’indipendenza del Regno Unito (UKIP), ha affermato che un secondo referendum sulla Brexitsarebbe cosa buona e giusta. Secondo Farage, il voto sarebbe utile per “sconfessare definitivamente” i cosiddetti remainers, ovvero coloro che, da due anni a questa parte, si battono per una permanenza nell’Unione europea.

Sebbene l’affermazione di Farage punti nella direzione di una conferma della Brexit, è altrettanto vero che, oggigiorno, a giudicare dai sondaggi, una seconda consultazione popolare non darebbe lo stesso risultato del 23 giugno 2016.

Come motivare allora le parole di Nigel? In fondo, per un anno e mezzo, l’idea di un “secondo referendum” è stato un tabù per il campo del leavers (simmetricamente ai remainers, si tratta di coloro che si spendono, da sempre, per l’abbandono dell’Ue). Ne derivano due ipotesi. La prima: Farage pensa di poter vincere ancora una volta un referendum sulla Brexit. La seconda: Farage si è accorto che, senza “una Brexit per cui lottare,” non ha più un lavoro. Steve Bell delGuardian ha raffigurato egregiamente questa seconda alternativa. Il ragionamento, in un certo senso, è semplice: immaginate una Padania indipendente o, per dire, uno Star Wars senza Sith. Che ragione avrebbero di esistere la Lega Nord e i Jedi?

Surrealismo pop?

Sarebbe legittimo tacciare tutto ciò di surrealismo. Ma è proprio a questo punto che entra in scena l’entourage “comunitario.” In seguito alle parole di Farage, sia il Presidente della Commissione europea che del Consiglio, Jean Claude Juncker e Donald Tusk hanno detto che “un cambio di idea da parte di Londra” sarebbe più che benvenuto. Come dire: un secondo referendum? Perché no?

Ma, a gettare ghiaccio sulla partita, ci hanno pensato sia Theresa May, la Prima ministra e leader dei Conservatori, nonché Jeremy Corbyn, guida del Labour. Entrambi hanno escluso un secondo voto per riportare il Regno Unito nell’Ue. Sembrerebbe un grande paradosso, e invece no. Perché?

In realtà, l’affondo di Farage è meno “egoistico” e più serio di quanto non sembri. Ancora una volta, il deputato britannico più denigrato d’Europa, sembra leggere in anticipo le tendenze e la situazione del sistema politico moderno “più antico” del Vecchio continente.

Le ipotesi “uno” e “due” di cui sopra si fondono così in un unico grande “azzardo,” ovvero:

  • organizzare un secondo referendum;
  • vincerlo;
  • ottenere un lavoro migliore del precedente.

Quella di Nigel è un’ipoteca su Downing Street.

Le fratture del sistema britannico: dai tories …

Non è un segreto che i tories siano in caduta libera da quando si sono imbarcati sul vascello Brexit.

Lo hanno dimostrato le elezioni lampo dello scorso giugno, in occasione delle quali, i Conservatori hanno perso la propria maggioranza nella Camera bassa del Parlamento. Theresa May è stata definita da alcuni come il leader più debole di cui la storia politica britannica abbia memoria.

In altri termini, l’attuale Governo non sembra in grado di gestire la transizione post-referendum (è un’opinione alimentata anche dall’incredibile quantità di articoli sul tema pubblicati dalla stampa di Bruxelles nel corso dell’ultimo anno e mezzo).

Fin dal giugno 2016 poi, l’Esecutivo britannico è spaccato tra coloro che vorrebbero una Brexit “dura” — un’uscita dall’Ue senza “se e senza ma,” con tanto di esclusione di un accordo sulla permanenza del Regno Unito nell’Unione doganale europea — e coloro che, invece, preferirebbero addirittura restare all’interno del Mercato unico — una condizione che, però, implicherebbe la libera circolazione di cittadini comunitari nei territori UK e che, quindi, ignorerebbe il “messaggio” e la “volontà” politica scaturita dal referendum stesso.

A ben vedere, la lite in casa Downing Street, in fondo, non è altro che il riflesso di una divisione interna al Partito conservatore.

Secondo Michael Hartmann, un noto sociologo delle élite, le differenti posizioni sulla Brexit in seno ai tories, dipendono, a loro volta, dall’internazionalizzazione della classe dirigente britannica, instauratasi dopo Thatcher, nel corso degli ultimi 30 anni: c’è chi è affezionato al mito della globalizzazione (i conservatori anti-Brexit legati alla City di Londra) e chi a un Regno Unito “classico” (i “vecchi” industriali pro-Brexit della provincia).

… al Labour

Ma la spaccatura sulla Brexit non attraversa soltanto i Conservatori. Vale quindi la pena ricordare le giravolte del Labour sotto Corbyn.

Il leader di Chippenham è dapprima passato da una storica posizione critica nei confronti di Bruxelles all’endorsement della campagna anti-Brexit nel corso del referendum del 2016. E, successivamente al voto, da una campagna a favore di una Brexit morbida (con conseguente permanenza nel Mercato unico) ad una sorta di minimalismo e snobismo nei confronti dell’Ue, che giustificherebbe soltanto la permanenza nell’Unione doganale (e forse neanche quella).

L’atteggiamento di Corbyn è quello di un politico che vuole tenere insieme due componenti della base del Partito. La prima, giovane ed europeista, si batte in primis per diritti civili e cosmopolitismo; la seconda, meno identificabile in termini generazionali e più “britannica,” pone la lotta di classe come obiettivo primario.

Il leader del Labour si è accorto che, per il momento, mettere l’accento sulle “questioni sociali” — tra cui la crisi dello Stato sanitario nazionale, gli effetti devastanti delle privatizzazioni, i costi esorbitanti dell’educazione universitaria, il mercato immobiliare fuori controllo — permette di tenere insieme le due componenti. E, forse, di guadagnare addirittura voti della destra — un recente sondaggio indica che gli elettori dei tories vedono come priorità le questioni sociali.

In questo senso, parlare di Brexit è un rischio totale che potrebbe spaccare di nuovo i laburisti.

Riaprire le ferite

È proprio questa, probabilmente, l’analisi alla base della mossa di Farage, il quale intravede, nella riapertura di una questione dicotomica sulla “Brexit” (“sì o no”, “dentro o fuori”) la possibilità di spaccare definitivamente sia il partito conservatore che il Labour e ambire, quindi, a Downing Street.

In un recente articolo pubblicato su Politico, viene messo l’accento sulle manovre di Farage e Arron Banks, ex-finanziatore dello UKIP, per lanciare un nuovo movimento che sostituisca il Partito indipendentista e che possa mettere le mani sul Governo per implementare una politica isolazionista e di destra radicale nel Regno Unito.

A tal fine è innanzitutto necessario distruggere lo UKIP stesso e darsi una nuova immagine: un risultato in pratica già ottenuto destituendo, uno dopo l’altro, come marionette, gli ultimi tre leader del Partito e tagliando in finanziamenti privati al movimento.

In secondo luogo, è necessario aprire una nuova battaglia campale che riesca a spaccare sia il Labour di Corbyn che i Tories. Il referendum sulla Brexit del 2016ha dimostrato come farlo. Perché non raddoppiare?

(The Submarine, 24.01.2018)

La bancarotta di Carillion potrebbe cambiare il Regno Unito, l’Europa e le nostre politiche economiche

Lunedì 15 gennaio, la ditta-multinazionale, Carillion, ha dichiarato fallimento, dando di fatto il “la” alla più grande bancarotta nel Regno Unito dalla crisi del 2007–08.

Carillion è crollata sotto al peso di circa 3 miliardi di sterline di debiti verso banche, imprese e istituzioni pubbliche del Paese. Tra questi ci sarebbero circa 500 milioni da saldare nei confronti del sistema pensionistico.

Lunedì 15 gennaio, la ditta-multinazionale, Carillion, ha dichiarato fallimento, dando di fatto il “la” alla più grande bancarotta nel Regno Unito dalla crisi del 2007–08.

Carillion è crollata sotto al peso di circa 3 miliardi di sterline di debiti verso banche, imprese e istituzioni pubbliche del Paese. Tra questi ci sarebbero circa 500 milioni da saldare nei confronti del sistema pensionistico.

Insomma, nel Regno Unito è successa una cosa grave. E parte della notizia è che non ha nulla a che fare con la Brexit.

Carillion?

Carillion, ex-Tarmac che inglobò Wimpey and Alfred McAlpine, opera nel Regno Unito, in Irlanda, Canada, nel Medioriente e in Nord Africa. Si tratta di una multinazionale “tuttofare”, con più di 40,000 dipendenti associati al proprio nome, attiva soprattutto nel settore edilizio e delle infrastrutture.

Nel corso dell’ultimo decennio e in seguito a dei provvedimenti legislativi che hanno messo in atto una strategia generalizzata di esternalizzazioni e privatizzazioni, Carillion si è accaparrata una quantità consistente di risorse pubbliche per la realizzazione di opere e servizi di pubblica utilità nel Regno Unito.

La lista della spesa esatta delle attività e dei progetti e servizi che sono (o, forse, sarebbe meglio dire “erano”) all’ “attivo” di Carillion, l’ha fatta Rob Davies and Dan Sabbagh sulle pagine del The Guardian.

Considerando soltanto le attività legate al Sistema sanitario nazionale (NHS), si parla della:

  • gestione di 200 strutture per un totale di 11,800 posti letto,
  • preparazione di più di 18,500 pasti giornalieri,
  • gestione di centralini per un totale di 1,5 milioni di chiamate all’anno,
  • gestione di una serie di team tecnici sul territorio nazionale.

Poi ci sarebbero le attività legate ai settori trasporto, difesa e sicurezza (incluso alcuni istituti di detenzione), educazione ed energia. Per fare un altro esempio che renda l’idea: Carillion ha vinto recentemente, insieme ad altre aziende “sorelle” del business britannico degli appalti pubblici, un contratto da 56 miliardi di sterline per la costruzione di una linea ferroviaria rapida che dovrebbe collegare alcune delle più grandi città del Paese, la nota HS2. Ad oggi, ci sono 450 progetti-cantieri ancora aperti a nome di Carillion.

Chi sarà colpito dal fallimento di Carillion?

Tecnicamente, Carillion è il datore di lavoro sia di impiegati del settore pubblico, che di quello privato. Il fallimento non colpirà i primi: il Governo ha già fatto sapere che provvederà, almeno per ora, a erogare gli stipendi. Per i secondi invece, da mercoledì potrebbe scattare il blocco dei pagamenti. Lo ha reso noto David Lidington del Gabinetto di Theresa May, dopo aver partecipato, lunedì scorso, a una riunione di emergenza per cercare di evitare la bancarotta.

Ma per spiegare quanto sia grave la situazione non basta parlare delle cifre di Carillion e dei suoi dipendenti “diretti”. L’azienda rappresenta infatti un indotto per un “sottobosco” di piccole e medie imprese britanniche.

Sempre secondo il The Guardian, circa 30,000 aziende sarebbero in una posizione di credito rispetto a Carillion. Secondo Suzannah Nichol, di Build UK, la casistica indica che il 18 per cento di pmi collegate a multinazionali di questo livello non sopravvivono all’anno del fallimento della “casa madre”.

Come è potuto accadere?

Negli ultimi sei mesi, scrive Rebecca Long-Bailery, su New Statesman, Carillion aveva emesso tre cosiddetti “profit warnings”, ovvero dichiarazioni di “fragilità” finanziaria. Nonostante ciò, da allora, l’azienda era riuscita ad accaparrarsi altri 2 miliardi di sterline di appalti, tra cui anche la già citata linea ferroviaria, HS2.

Secondo la “Strategic Risk Management Policy” del Governo britannico, sarebbe compito dell’Esecutivo stesso “etichettare” un’azienda sistemica “a rischio” come tale. Inoltre, il Governo dovrebbe appuntare un “ufficiale della Corona” (un emissario governativo) per la gestione dei rapporti tra Governo e impresa e per il controllo della bontà dei bilanci di questa ultima. Nulla di tutto questo sembra essere avvenuto. Il Partito laburista ha detto che cercherà di avere delle risposte in merito dal Primo ministro, Theresa May.

Nel frattempo, il Governo ha chiesto alla Commissione per i fallimenti (Insolvency Servicesdi avviare con urgenza un’inchiesta sulla condotta dei vertici dell’azienda. Resta infatti l’interrogativo di come un gigante dell’economia possa essere andato in malora senza che nessuno se ne accorgesse.

Nel corso di una riunione tra sindacati e Governo svoltasi martedì, France O’Grady, la Segretaria generale del TUC (Trade Union Confederation) ha suggerito di creare una Commissione apposita che si occupi di verificare i rischi per la filiera di pmi legate a Carillion.

Sia O’Grady che Len McCluskey, Segretario generale di UNITE (il più grande sindacato britannico) avrebbero contestualmente accusato il Governo di non essere pronto a gestire la crisi.Tra l’altro, Carillion era stata coinvolta, nel 2015, in uno scandalo legato allo spionaggio di sindacalisti britannici all’interno ad alcune multinazionali.

Finora, il Governo ha escluso qualsiasi ipotesi di “salvataggio” attraverso risorse pubbliche (bailout), ma, allo stesso tempo, qualsiasi processo di liquidazione resta, per il momento, avvolto dall’incertezza.

La notizia nel contesto politico UK

Karel Williams, un docente della Università di Manchester citato da Der Spiegel, ha affermato che imprese come Carillion costituiscono un’anomalia perché, nel corso degli anni, si sono trasformate da aziende edili in generici “conglomerati per l’esternalizzazione”.

In un pezzo di analisi pubblicato dal Independent, Hazel Sheffield ha spiegato che Carillion, al pari di molti istituti di credito coinvolti nella crisi finanziaria del 2007–08, è diventata “too big to fail” — si tratta di un modo di dire inglese per indicare attori dell’economia che, a causa del loro volume di affari, diventano sistemici. Questi ultimi “non possono di fatto fallire”, senza tirare nel baratro l’intero mercato.

Ma come ha fatto Carillion a diventare “too big to failHazel spiega che la multinazionale fa parte di quello che si può chiamare uno “stato ombra” (“shadow state”), ovvero un gruppo di grandi imprese che, all’ombra dell’attenzione pubblica, hanno ottenuto commesse per gestire e realizzare servizi e opere di interesse pubblico. Oltre a Carillion, fanno parte di questo ristretto circolo, realtà come G4S e Serco.

Tecnicamente, i contratti che legano il Governo e queste grandi aziende si chiamano private financial initiatives (PFI). Si tratta di uno dispositivo specifico che, di fatto, sostanzia ciò che genericamente viene definito “privatizzazione”.

Vale la pena ricordare che lo European Services Strategy Unit, un gruppo di ricerca con focus “giustizia sociale”, ha recentemente acceso un faro sul legame tra linee di credito legate alle PFI e le attività di fondi off-shore.

Nazionalizzazioni, welcome back

Conseguentemente, il caso Carillion ha portato nuovamente all’attenzione dei cittadini lo storico dibattito sull’opportunità di affidare a privati servizi di pubblica utilità (#2).

Richard Seymour ha descritto in maniera brillante e sintetica gli ultimi 30 anni di politica delle privatizzazioni made in UK. Lanciata dai governi Thatcher negli anni ’80, questo approccio di policy è stato sviluppato senza soluzione di continuità significativa dal New Labour di Tony Blair e Gordon Brown (è negli anni ’00 che nascono i PFI), prima di diventare, ancora una volta, il marchio di fabbrica dell’era Cameron. Ora però, potrebbe essere arrivato a un punto di svolta.

In un editoriale pubblicato dal The Guardian, John Mac Donnell, deputato del Labour, nonché ministro ombra dell’economia, ha colto al balzo il caso Carillion, affermando che non ci saranno più sottoscrizioni di PFI nel caso di un futuro governo laburista. Sulla stessa testata giornalistica, Simon Jenkins, un editorialista di estrazione conservatrice, ha scritto invece che il problema non sarebbero le privatizzazioni in sé, quanto la natura specifica dei contratti PFI, contraddistinti da ritardi cronici negli esborsi statali e influenzati da favoritismi reciproci tra business e Governo.

Da Carillion a Downing Street

Intanto, Jeremy Corbyn, il Segretario generale del Labour, ha definito il caso Carillion “uno spartiacque” per il Paese. L’opposizione ferma a qualsiasi forma di privatizzazione e il conseguente ritorno a una politica di nazionalizzazioni di settori chiave dell’economia, è una delle componenti essenziali della “politica semplice” ed efficace di Corbyn, Oltremanica.

In secondo luogo, c’è la critica serrata alle politiche di austerità degli ultimi 10 anni di conservatorismo. Queste ultime giocherebbero, inoltre, un ruolo fondamentale nello spiegare il crollo stesso di Carillion: la costante riduzione dei flussi di risorse con cui il Governo ha finanziato le attività esternalizzate, avrebbe messo in difficoltà le imprese private a cui era stato dato il compito di erogare i servizi.

In un’intervista, Robert Peston, noto giornalista britannico che ha documentato gli anni del Labour di Blair e Brown, ha affermato che Jeremy Corbyn riuscirà ad arrivare a Downing Street proprio grazie alla semplicità delle sue proposte. Sebbene Peston non creda che si possa risolvere tutto “tramite il pubblico”, le proposte di policy di Corbyn riscuotono una grande eco perché comprensibili ed ancorate a episodi di attualità che sono sotto agli occhi di tutti.

Al nucleo concettuale del pensiero “corbynista” — che, in fondo, non propone nulla di nuovo rispetto all’impianto storico della sinistra socialdemocratica di un tempo e che oggi viene rinominata “radicale” — va aggiunta un’abilità inaspettata di Corbyn stesso. Ovvero, quella di sfruttare gli eventi tragici che si stanno susseguendo nel Regno Unito per rendere “popolare” un armamentario concettuale e linguistico che risulterebbe “trito e ritrito”, se non ostico, ai più.

In questo senso, Carillion rappresenta soltanto uno degli esempi rilevanti. Ma lo stesso si potrebbe dire per il caso del rogo della Grenfell Tower, in cui morirono anche due giovani cittadini italiani. In quel caso, Corbyn fu abile a legare un evento scioccante alle politiche di deregolamentazione in ambito edilizio.

In un certo senso, è proprio questa semplicità a contraddistinguere Corbyn dal resto delle forze di centro-sinistra e di sinistra radicale in Europa. In un’intervista pubblicata su Political Critique, il sociologo tedesco, Michael Hartmann, ha affermato che, grazie alla sua radicalità di pensiero e comunicativa, Corbyn — alla stregua di Thatcher, la sua nemesi — potrebbe scatenare una rivoluzione tra le élite del suo Paese e non solo.

E’ per questo che la bancarotta della multinazionale britannica potrebbe suonare come l’ultima nota di un carillon che accompagna il Labour verso l’insediamento a Downing Street, a 20 anni dall’ultima volta.

(ilSalto, 26.01.2018)

Photo CC Flickr: Elliott Brown

Brexit: a story of two tales

Over the past few months, the British EU Referendum has been the most prominent issue in the European political debate. The most recent opinion polls show that the gap between Remain and Leave has been narrowing, in a crescendo of heated discussions that are taking place both offline and online.

In this study, we look at how the referendum has been publicly discussed in the UK on Twitter. The latter may well be considered a political arena, where supporters and opponents of Brexit express their views and back the respective campaigns. More precisely, we are interested in understanding the development of the thematic focus of the general Brexit debate as well as the behaviour of particular groups of users.

Data overview

Between 04 April and 09 June 2016, we collected 3,139,049 UK-based tweets by means of a keyword match criterion and through a Twitter “stream” application programming interface. In order to obtain an unbiased starting dataset, we performed a preliminary manual review of Brexit-related conversations prior to collection, and opted for the three campaign-neutral keywords “brexit”, “euref” and “eureferendum”.

For the purposes of this analysis, we divided the tweets into two groups using the six hashtags most often associated with the Remain and Leave campaign respectively. Taken together, these hashtags can be seen as the “battlegrounds” in which Twitter users’ conversations about Brexit take place. Results are shown in Table 1.

Table 1: Numbers of users, hashtags and tweets for Remain and Leave battlefields
Table 1: Numbers of users, hashtags and tweets for Remain and Leave battlefields
Left and right in the referendum debate

To fully grasp the dynamics behind the Twitter Brexit debate, we then examined the nature and content of tweets over time and the profile of the users contributing to the discussion. As a first step, by analyzing tweets’ metadata, we were able to infer the political preferences of users. More precisely, through natural language processing techniques we separated users who clearly identify themselves as engaged or interested in politics from those who do not.

The Leave campaign battlefield is heavily patrolled by right-wing users. It should be noted, however, that this is mostly due to the massive activity rate of Ukipatriots within the right-wing field.

We further differentiated, in the former group, between “left-wing”, “right-wing” and “others” (the latter being a residual category for anybody who could not be placed in either of the two sides of the traditional political spectrum). We then fine-tuned the analysis by breaking up the left- and right-wing groups into more specific areas: “Labour” and “Non-Labour left” (green party, trade unions, socialists) on the one hand; “Lib-Cons” (Tories and liberals) and “Ukipatriots” (UKIPpers and nationalists) on the other. Table 2 shows the size of these groups as well as data on their Twitter activity.

Table 2: Number of users, tweets and tweets/users for Left-wing and Right-wing political groups
Table 2: Number of users, tweets and tweets/users for Left-wing and Right-wing political groups

Table 3 shows user activity divided by camp. Interestingly, for all political subgroups, with the exception of Labour, activity rates are higher on the Leave side than on the Remain side. The table also shows that the Remain side is composed of a majority of left-wing profiles, whereas for the Leave field the opposite is true. If we look at the number of tweets instead, the picture is much less balanced: the Leave campaign battlefield is heavily patrolled by right-wing users. It should be noted, however, that this is mostly due to the massive activity rate of Ukipatriots within the right-wing field. Indeed, inside the Leave campaign, each Ukipatriot tweeted on average 48 times, largely outperforming Liberals and Tories (18 tweets), the non-Labour left (9.3 tweets), and Labour profiles (8.6 tweets).

Table 3: Number of users, tweets and tweet/users of Left- and Right-wing groups divided by Remain and Leave camps
Table 3: Number of users, tweets and tweet/users of Left- and Right-wing groups divided by Remain and Leave camps
Talking Brexit

We then analysed the language of tweets to detect the themes at the centre of the Brexit debate. We first sorted tweets featuring “informative” content (that is, one or more reasons for either Remain or Leave) from “propaganda” (namely tweets expressing support for one side without mentioning a clear reason). The distribution of “informative” and “propaganda” tweets turned out to be constant (35% and 60% respectively), across both political subgroups and campaign fields.

Second, we classified the “informative” tweets into three categories: “Economy & welfare”, “Sovereignty & migration” and “Other”. The first group includes discussions on jobs, the welfare state, international trade. The second includes talk about the limitations of sovereignty imposed by the EU, the Union’s democratic deficit, the EU’s bureaucracy and corruption, and the issue of migration and border control. Table 4 shows the distribution of tweets across thematic categories, cross-tabulated by user’s political position.

Table 4: Number of tweets of Left- and Right-wing political groups divided by theme
Table 4: Number of tweets of Left- and Right-wing political groups divided by theme

Generally speaking, we found the “Economy & welfare” topics scoring highest across all political groups and subgroups, establishing itself as the main thematic battleground.
Yet, if we look at the distribution of tweets between political fields, we see that in relative terms over the total, “Sovereignty & migration” discussions weigh more on the right-wing side than on the left-wing one.

Even small groups can become “agenda setters”, when acting online in a coordinated and organised fashion, especially in highly polarised debates.

We found as well differences within the two main political fields. Within both political families, Labour and Tories were relatively less prone to tweeting about “Sovereignty & migration” than the non-Labour left and Ukipatriots. Strikingly, within the left-wing field more than 70% of the tweets dealing with this topic come from “left-activists”’ profiles–a distribution even more unbalanced than on the right-wing side, where UKIPpers are responsible for “only” 58% of the tweets on these topics. At the same time, while within the right-wing area both subgroups tweeted approximately in equal numbers about “Economy & welfare”, labour users were slightly more active on this front than left-activists.

Approaching the big day

Our results show that the Leave battlefield is generally more populated in the Twitter debate on the referendum. Contents, slogans and hashtags pertaining to this side have been more actively propagated and more widely discussed. This, of course, does not necessarily translate into a higher success rate, in terms of penetration, on the part of the Leave campaign messages. Yet it indicates that even small groups can become “agenda setters”, when acting online in a coordinated and organised fashion, especially in highly polarised debates.

This is confirmed, first, by the heavy presence and activity of UKIP users (who can unambiguously be considered as Brexit supporters) in the Leave as well as the Remain battlefield, and second by the fact that, in general, all political groups of activists (with the exception of Labour) are more active in the Leave battlefield. Soon after the closing of the polls tomorrow, we will find out whether, or in any case to what extent, the social media activism of the Leave side translates into real political results.

(EuVisions, 22.06.2016)

CC Photo Credits: seth m

 

 

Corbyn’s EU-turn speech as seen from Twitter

The Labour party (and the Remain field?) might therefore have lost some support from those leftist voters who are more prone to anti-austerity rhetoric and more sensitive to the argument that the European construction has lost its solidaristic flavour.

 

On April 14, Labour leader Jeremy Corbyn held a long awaited speech outlining the party’s position with respect to the EU referendum to be held on June 23.

In committing to campaigning for the Remain side, Corbyn amended his longstanding sceptical stance towards the European Union. He warned that a victory of the Leave campaign would pave the way to an aggressive Tory government, which would endanger those worker rights that are currently safeguarded by EU legislation.

The Telegraph wrote that by focusing on “worker rights” and scaremongering about a new Tory government, Corbyn tried to make an appealing case for the Labour base to back a stay-in vote.

The British press covered extensively Corbyn’s U-turn on the integration project, which attracted a lot of criticism from the Brexiteers’ front. Although negative feedback came mostly from the right, even from inside Labour it has been argued that Corbyn’s recent support of the EU project is not genuine but hides instead a move to consolidate his leadership of the party.

From inside Labour it has been argued that Corbyn’s recent support of the EU project hides a move to consolidate his leadership of the party.

Labour backbencher and former Welfare Minister Frank Field argued that Corbyn was unable to connect with the Labour base and warned that his repositioning could lead to a massive loss of support in favour of UKIP. Given Corbyn’s longstanding Eurosceptic views it seems that it might be exactly his own constituency to be at risk here. In a recent article on The Telegraph, Ben Riley-Smith and Kate McCann even suggested that Jeremy Corbyn might decide to reconsider his support to the Remain campaign in order to re-establish a connection with the Labour rank and file.

Is Corbyn really losing support because of its new pro-EU stance? How did people react to his speech? On April 14 and 15, 25,581 unique Twitter users produced 55,357 tweets containing the word (or hashtag) “Corbyn”. By looking at these tweets, we tried to answer the above questions.

How did people react?

We used natural language processing techniques to sort tweets into different categories. After discarding irrelevant tweets, we separated attitudinal tweets – i.e. tweets containing some kind of reaction to the speech or the speaker – from news recast or merely descriptive tweets. We then separated tweets expressing a negative sentiment or disagreement with Corbyn from the rest. Table 1 shows the results of this procedure.

Table 1
Table 1

Recent poll results show that Corbyn’s announcement did not have a significant impact on the Brexit issue, and that Britons are still evenly distributed between Remain and Leave. In the Twittersphere however, the prevailing reaction was negative. As shown in Table 1, out of 28,056 attitudinal tweets, 10,095 (38%) are positive (or neutral) tweets, whereas 17,151 (62%) are negative. This confirms the view that the microblogging platform is a medium where voices of protest are more visible.

Corbyn losing Corbynistas?

By analyzing the tweets’ metadata, we were able to separate those coming from leftist tweeters from the rest. We identified 1,528 users as “leftists” and 1,761 as “other” (a residual category including all remaining politically-oriented profiles, ranging from Liberals to Tories and Ukippers).

Table 2
Table 2

We cross-referenced these data with the classification based on the text of the tweet: Table 2 shows the distribution of tweets between “leftists” and “other” users. Our results indicate that only relevant tweets are almost evenly distributed between the two groups. Indeed this distribution becomes unbalanced when we look at those classified as attitudinal and negative: in other terms non-leftist users become “louder”.

The Labour party might therefore have lost some support from those leftist voters who are more sensitive to the argument that the European construction has lost its solidaristic flavour.

However, and most importantly, almost one out of three negative tweets (that is 1,399 tweets) comes from the leftist area. Even more surprisingly, we found that almost 40% of the users who reacted negatively belong to the same area. In other words, per-user negative tweets were fewer on the left side of the political spectrum than for remaining users. This, in turn, implies that non-leftist users were more active in expressing their disagreement.

Left and right Brexiteers: sharing a common ground

As expected, Corbyn’s pro-EU speech provoked a lot of criticism from the right-wing Brexiteers, conservatives and UKIP supporters. However, a considerable negative reaction also came from leftist Twitter users. We tried to shed some more light on these results by processing the negative tweets through text clustering applications. In terms of content, the “leftist-negative” and the “other-negative” fields share a common ground, namely the criticism of Corbyn’s previously highlighted U-turn on Brexit. In particular, it is the political “coherence” of Corbyn — often labeled as a former “man of principles”– to be at the centre of concerns. Austerity-related groups of terms, on the other hand, appear more often among leftist users.

The Labour party (and the Remain field?) might therefore have lost some support from those leftist voters who are more prone to anti-austerity rhetoric and more sensitive to the argument that the European construction has lost its solidaristic flavour.

However and most importantly, the proximity of leftists and right-wing Brexiteers highlights the need to transcend the traditional left-right distinction when it comes to the politics of European integration. As recently stated by Raphael Behr, “we are in a strange world now where two distinct sets of politics–the old one that follows left-right lines, and a new one that operates around an EU in/out axis–are running concurrently and on top of each other”.

(EuVisions, 06.05.2016)

CC Photo Credits: Bob Peters

Cameron’s renegotiation speech and intra-EU migration: how the web reacted

The reaction we observed was mainly directed to Cameron’s reform proposals. In particular, we noted an overwhelming presence of negative attitude with respect to what was presented by the PM: this result seems consistent with evidence from opinion polls indicating little confidence in Cameron’s ability to strike a good deal out of the renegotiation process.

On November 10, 2015 Britain’s Prime Minister David Cameron held a keynote speech at the Chatham House, launching his proposals for the reform of the European Union – a preliminary step and condition to the referendum on Britain’s stay in the Union, which will be held by 2017.

Cameron’s renegotiation proposal revolves around four political issues – corresponding to the main points of his Chatham House speech: granting equal power to Eurozone and non-Eurozone member states in EU decision-making processes; reversing the objective of an ‘ever closer Union’, written in the treaties; making the European single market more competitive; finally, easing off intra-EU migration flows.

Using natural language processing (NLP) techniques, we have analysed reactions to Cameron’s speech on the micro-blogging platform Twitter. We have focused, in particular, on the issue of intra-EU migration – Cameron’s fourth point – which is arguably the most politically sensitive and prominent in the current Brexit debate. Our objective was to see, first, if Cameron’s stance on the migration issue triggered a reaction and discussion on Twitter, and second whether such discussion was structured along clear lines of conflict.

Detecting attitudinal digital voices

Through Twitter’s ‘search’ and ‘stream’ APIs we downloaded tweets matching a set of keywords at different levels of precision,[i] starting on November 10 and for the two days following Cameron’s speech. We then analysed this corpus of tweets by means of a semi-automated approach relying on NLP, and based on the construction of classifiers to detect, at each successive stage of the research, language and meaning patterns in the examined tweets.

Figure 1 shows our classification pipeline. Broadly, we built and trained classifiers to sort tweets on the basis of: 1) their relevance vis-à-vis Cameron’s speech, 2) the presence of an attitude towards the immigration issue, and 3) the sentiment being expressed. The performance of our classifiers is detailed in table 1 (click pictures to enlarge).

Open vs. closed borders

The classification procedure left us with 8,568 tweets expressing an opinion on the intra-EU migration issue. Overall, such tweets show a negative reaction to Cameron’s stance on the matter. Looking more closely, we were able to separate groups expressing different types of criticism: 3,982 (46.5%) tweets attack Cameron while defending the principle of open borders in the EU, whereas 4,077 (47.5%) oppose the PM by arguing for a closed borders scenario. This balanced picture chimes with results of a recent study by ICM, showing that Britons are evenly split on the topic of the EU referendum.

Figure 2 shows the hourly distribution of tweets containing a given attitude. The closed borders discourse (blue line) displays three hikes (where it surpasses the open borders one—orange line): the first in the morning hours of the November 10—exactly when Cameron was presenting his demands at the Chatham House—and two more on the next day. The two November 11 hikes were mostly due to an intense retweet activity around two specific tweets by Nigel Farage (the UKIP leader accused Camreon of ‘fiddl[ing] with migrant benefits’, whilst ‘EU migration surges to record high’, and suggested to ‘leave the EU to control borders’) and the sharing of a Telegraph article by William Hague, in which the former foreign secretary defined the migration crisis as a ‘gust of the hurricane that will soon engulf Europe’.

On November 12, conversely, the open borders supporters were louder. This increase in activity was mostly due to the Official statistics watchdog’s confuting of the figures used by the PM during his speech. The Independent, in particular, covered the news in two separate stories. This case, together with that of Hague’s article, exemplifies the important role played by news releases in animating Twitter discussions. Table 2 shows the most shared media contents for both groups over the three days of collection. The most shared tweet in the open border group reminded people that ‘EU migrants pay more than they take out in benefits’, whereas the second most shared news story by the closed-borders group focuses on the absolute numbers of newcomers to the UK from Romania and Bulgaria.

Figures 3 and 4 highlight the two discourses’ semantic core, which we obtained by selecting the 50 most shared tweets of, respectively, the closed and open borders groups, and removing from each corpus a set of common words, such as ‘david’, ‘Cameron’, ‘EU’, ‘migration’, and so on.

Both word clouds show the centrality of the welfare benefit theme in the broader discussion on intra-EU migration flows. They also show, however, some distinctive traits. The importance of news sharing appears quite clearly in the closed borders group, which tweeted words such as ‘hurricane’, ‘gust’ ‘mere’ and ‘engulf’, directly derived from the Telegraph story. On the open borders side, it was words such as ‘statistics’, ‘stats’, ‘watchdog’ and ‘figures’ – echoing the clash between statistic authorities and Cameron – that appeared more frequently.

Twitter as a battleground

Our analysis provides interesting information about the nature of Twitter and its reaction to Cameron’s proposals. In the first place, it is clear that Cameron’s speech triggered an attitudinal discussion on Twitter. Approximately 40 thousand tweets (roughly half of the tweets relevant to Cameron’s speech) can be interpreted as containing an attitude of some sort. Of these, more than a fifth, as shown, focused on the intra-EU migration issue.

The reaction we observed was mainly directed to Cameron’s reform proposals. In particular, we noted an overwhelming presence of negative attitude with respect to what was presented by the PM: this result seems consistent with evidence from opinion polls indicating little confidence in Cameron’s ability to strike a good deal out of the renegotiation process.

It is also interesting to see how the ‘offline’ event – Cameron’s Chatham House speech – functioned as a trigger for a much wider discussion on the general principle of free movement inside the European Union, in particular with reference to the welfare benefit debate. In this sense, Twitter appears as a ‘battleground’ for users holding different political views. In such a battleground, active and engaged profiles tend to operate as amplifiers of political leaders’ messages and news items.


[i] Extracting Twitter data on a specific topic means facing a trade-off between ‘precision’ and ‘recall’ (i.e. comprehensiveness): a very precise collection strategy will likely result in tweets that are mostly on topic, but will also miss important conversations. The opposite is the case for more inclusive collection strategies. We opted for a balanced set of keywords and hashtags, containing very specific terms (e.g. #euref, #cameronletter) as well as generic ones, like ‘Cameron’.

(OpenDemocracy, 04.01.2018)

Owen Jones: “Serve una sinistra paneuropea”

Nonostante i poteri forti, secondo Jones una rivoluzione democratica nel Regno Unito, come in Europa, “è possibile”, ma serve un movimento che non sia soltanto “di protesta”. Il Labour potrebbe porsi alla guida di questo movimento? Difficile dirlo.

Owen Jones arriva al Candid Café di Angel, un quartiere poco lontano dalla City di Londra, con il fiatone. Di certo non sono le due rampe di scale ad averlo affaticato. Jones è abituato a muoversi: nell’arco dell’ultimo anno si è spostato da una parte all’altra dell’Europa per incontrare i vari movimenti di sinistra dei Paesi. Sebbene oggi sia in ritardo, questa settimana sarà puntuale in Spagna «per un mini-tour elettorale di una settimana con Podemos». Per descrivere Owen Jones, che è cresciuto nel nord dell’Inghilterra, a Stockport, nella periferia di Manchester, si dovrebbe creare un modo di dire tutto nuovo: “avere 31 anni e sentirli”. Alla sua giovane età è già un guru della sinistra inglese. Con 383mila seguaci su twitter e 2 saggi politici bestseller alle spalle, è impossibile non definirlo un opinion leader. Lui ci ride su e dice che «scrivere non gli piace nemmeno». Ma il suo ultimo libro, The Establishment. And how they get away with it (L’establishment. E come farla franca) – un ritratto spietato dell’élite economica, medatica e politica cresciuta nel Regno Unito sotto le amministrazioni Thatcher, Blair e Cameron – è diventato un caso editoriale anche Oltremanica, in Spagna. Sarà perché il concetto sa tanto di “casta” alla Iglesias. Nonostante i poteri forti, secondo Jones una rivoluzione democratica nel Regno Unito, come in Europa, “è possibile”, ma serve un movimento che non sia soltanto “di protesta”. Il Labour potrebbe porsi alla guida di questo movimento? Difficile dirlo. Secondo Jones, Jeremy Corbyn è «partito con il piede sbagliato» e deve già recuperare un partito che rischia di sfuggirgli di mano, a partire dal voto sull’intervento aereo in Siria di inizio dicembre. Intervista.

Owen Jones, il Labour si è spaccato sull’intervento in Siria: 67 parlamentari hanno votato insieme ai conservatori di Cameron a favore dei bombardamenti. Cosa sta succedendo nel partito di Corbyn?

I Laburisti hanno una lunga storia di divisioni sulla politica estera. Nel 2003, 139 parlamentari laburisti votarono contro le indicazioni di Blair sulla guerra in Iraq. Nessuno ne fece un caso e, anzi, si parlò di “ribelli”. Ma questa volta alcuni useranno il caso per destabilizzare la leadership di Corbyn. (La parlamentare Laburista di Birmingham, Jess Phillips ha dichiarato, in un’intervista con Jones, pubblicata il 14 dicembre sul Guardian, l’intenzione di «accoltellare al petto» Corbyn nel caso in cui dovesse danneggiare il partito, ndr). Tutto questo, mentre l’opinione pubblica, invece, si muove contro i bombardamenti, al pari della base del partito.

(Continua su Left)