La fondazione Bertelsmann avvisa Merkel & co: “Fate come Macron, per combattere il populismo siate europeisti”

Il nuovo rapporto “Barometro sul populismo 2018” realizzato dalla Fondazione Bertelsmann in collaborazione con il centro di ricerca WZB, Infratest dimap, e presentato lunedì mattina a Berlino, invita i partiti tradizionali tedeschi a puntare sull’europeismo per affrontare le crescenti tendenze populiste nel Paese.

Il nuovo rapporto “Barometro sul populismo 2018” realizzato dalla Fondazione Bertelsmann in collaborazione con il centro di ricerca WZB, Infratest dimap, e presentato lunedì mattina a Berlino, invita i partiti tradizionali tedeschi a puntare sull’europeismo per affrontare le crescenti tendenze populiste nel Paese.

Nel rapporto si legge che “rinunciare a una campagna esplicitamente pro-Europa rappresenta un’occasione mancata di mobilitazione” per la classe politica. Eppure, come avvenuto in occasione delle elezioni federali del 2017, “i partiti tradizionali [tedeschi] sono reticenti nel seguire il Presidente francese Emmanuel Macron sul cammino verso una maggiore integrazione europea”.

Secondo i risultati del sondaggio, nessun tema politico avrebbe attualmente un effetto di mobilitazione tanto positivo sul fronte degli elettori non-populisti, quanto quello dell’europeismo.

In media, un candidato politico tedesco riuscirebbe ad incrementare del 18% i consensi se esprimesse posizioni a favore del “rafforzamento della collaborazione nell’Unione europea”. Non solo: tale effetto positivo si estenderebbe anche agli elettori populisti con un aumento calcolato in una forbice tra il 3% e il 6%.

Quali sono i partiti che guadagnerebbero di più da una posizionamento deciso a favore dell’UE in Germania? In ordine di impatto: il centro-destra (CDU/CSU) di Angela Merkel, i social-democratici (SPD) e i Verdi (Bündnis 90/Die Grünen).


Il video della presentazione dello studio della Bertelsmann Stiftung (lingua: tedesco)

L’unico partito che avrebbe qualcosa da perdere a causa di una tale strategia è il partito della destra radicale, Alternativa per la Germania (AFD).

Lo studio invita quindi soprattutto il partito di Angela Merkel a non lasciarsi andare ad una concorrenza su toni populisti con l’AFD.

Nonostante l’analisi sottolinei come, in generale, gli elettori tedeschi e, soprattutto, “quelli di centro, stiano diventando sempre più populisti– è questa, infatti, la notizia che è stata rilanciata dalla maggior parte dei media tedeschi, come Die Welt e Handelsblatt – la base storica della CDU è sempre meno in linea con questa forma di radicalismo. Ne consegue che, per rincorrere l’elettorato populista centrista, il partito di Merkel “rischia di perdere la propria base di elettori non populisti, a favore dei Verdi”.

Da Calcutta alla Finlandia, passando per i The Zen Circus: le identità locali contano

Basta ascoltare i testi o le interviste per rendersi conto di quanto questi artisti siano mossi da ideali ben diversi, se non radicalmente progressisti. Ma ciò non toglie che il malessere, la nostalgia di un mondo più “a misura d’uomo”, o, forse, più correttamente, la “dignificazione della dimensione locale” scandiscano i testi dei cantautori contemporanei.

Edoardo d’Erme, in arte Calcutta, è uno dei personaggi di primo piano della scena musicale indipendente di questo decennio, genericamente apostrofata con il termine “indie”. Settimana scorsa, Calcutta ha fatto il pienone raccogliendo quasi 20mila fan allo stadio Francioni di Latina dove ha portato il suo ultimo disco. In un breve servizio realizzato dal gruppo editoriale GEDI, La Repubblica ha intervistato alcuni fan del cantantautore, presenti allo stadio già dalle prime ore. Al minuto 03:22 del video, incalzati dalle domande del giornalista, due ragazzi definiscono il genere indipendente così: “L’indie? Si tratta dell’esaltazione della Provincia”.

Un’affermazione qualunque, non fosse che, la sera primail gruppo pisano, The Zen Circus, in tour con l’ultimo album Il fuoco in una stanza e ospite del fetival di arte, cultura, sport e spettacolo, “Arde Forte”, aveva toccato lo stesso tema. Dal palco del Forte Ardeatino di Roma, il leader del gruppo, Andrea Appino, e i suoi colleghi hanno scherzato, negli interludi fra un brano e l’altro, sull’importanza dell’identità provinciale.

Vasco Brondi, Le luci della centrale elettrica, CC Flickr: Angela Schlafmütze

Del resto, basta scorrere rapidamente i testi di altri autori della stessa generazione, per veder emergere testimonianze simili un po’ ovunque. Viene in mente, per esempio, La Terra, L’Emilia, La Luna di Vasco Brondi (Le luci della centrale elettrica) e ancora, dello stesso autore, il recente brano, Nel profondo Veneto. Per non parlare del fenomeno Liberato, esaltazione dell’identità partenopea adattata agli anni 2010.

Insomma, se due indizi fanno una prova, la rivendicazione dell’identità locale è uno dei fili rossi che lega le esperienze musicali di questa generazione di artisti indipendenti. E, forse, non è una casualità.

Se è legittimo sostenere che possa esistere un legame tra l’evoluzione della società e delle dinamiche politiche, da un lato, e quelle artistiche, dall’altro, il riferimento costante alla Provincia può essere interpretato come manifestazione di un desiderio recondito, ovvero quello di “comunità” e di “radicamento territoriale”. In termini assoluti, si tratta di un sentimento che si è scontrato (e si scontra tutt’ora) spesso e volentieri (ma non necessariamente) con quello dell’universalismo e del cosmopolitismo.

Cosa c’entra con la politica? In Europa e nel mondo, i vari fenomeni Trump, Le Pen, Wilders, AFD, Salvini sono stati interpretati da molti come espressione di una resistenza degli individui di fronte al “caos della globalizzazione”, un grido di “orgoglio” e “identità”. Calcutta, Brondi, o i The Zen Circus sono quindi espressione della destra conservatrice? Niente affatto. Basta ascoltare i testi o le interviste per rendersi conto di quanto questi artisti siano mossi da ideali ben diversi, se non radicalmente progressisti. Ma ciò non toglie che il malessere, la nostalgia di un mondo più “a misura d’uomo”, o, forse, più correttamente, la “dignificazione della dimensione locale” scandiscano i testi dei cantautori contemporanei.

Tornando sul piano politico, la distanza fra gli immaginari dei cittadini dei centri metropolitani e delle aree rurali è una delle, se non la principale, spaccatura che forgia il conflitto sociale contemporaneo.

Ha influenzato la Brexit (con Londra e il nord del Regno Unito su posizioni opposte), ha portato Trump ad essere Presidente del paese più ricco al mondo e contribuisce, tutt’oggi a plasmare gli elettorati di destra e sinistra in molti paesi dell’Ue.

Al netto di posizionamenti ideologici opposti (destra e sinistra), di trame narrative che vogliono il “popolo” avversario delle “élites” (populismo), gli interessi delle aree rurali e delle grandi città sembrano divergere sempre di più. Si tratta di un conflitto inevitabile?

Compagno “mainstream”, sono un elettore italiano, populista e di sinistra

Rispetto al “compagno mainstream”, il “populista tipo” di sinistra nostrano ha una maggiore probabilità di aver sperimentato sulla propria pelle un periodo di disoccupazione nel corso dell’ultimo anno. In linea generale poi, è meno interessato alla politica e valuta in maniera più negativa lo stato dell’economia italiana. Infine, sotto ai trent’anni, nel Belpaese, sembrebbe essere in buona compagnia: il 20% degli elettori nella fascia 18-29 è definibile come un populista di sinistra (maggioranza relativa).

Rispetto al “compagno mainstream”, il “populista tipo” di sinistra nostrano ha una maggiore probabilità di aver sperimentato sulla propria pelle un periodo di disoccupazione nel corso dell’ultimo anno. In linea generale poi, è meno interessato alla politica e valuta in maniera più negativa lo stato dell’economia italiana. Infine, sotto ai trent’anni, nel Belpaese, sembrebbe essere in buona compagnia: il 20% degli elettori nella fascia 18-29 è definibile come un populista di sinistra (maggioranza relativa).

Sono alcuni dati che emergono dallo studio “In Western Europe, Populist Parties Tap Anti-Establishment Frustration but Have Little Appeal Across Ideological Divide”, del PEW Research Center e curato da Katie Simmons, Laura Silver, Courtney Johnson, Kyle Taylor and Richard Wike.

Come indica il titolo dell’analisi, gli autori scrivono che, in Europa, le preferenze ideologiche degli elettorati sono ancora più rilevanti dei tratti populisti (o meno) degli stessi, nell’influenzare i risultati elettorali e le posizioni su determinate politiche economiche e sociali.

Nonostante ciò, la ricerca permette di dettagliare come, un giovane populista italiano qualsiasi – chiamiamolo Antonio per facilitare la descrizione – si distingua, o meno, dal compagno tradizionale, in merito a una serie di questioni.

L’identikit del populista di sinistra

Per esempio, Antonio è più o meno allineato con i compagni di partito per quanto riguarda il supporto a un’affermazione tipo, quale: “è reponsabilità del governo di garantire uno standard di vita decente per tutti i cittadini”. In realtà, a spaccare il capello in quattro, la probabilità che Antonio sia d’accordo è del 77%, rispetto al 74% dei suoi alter-ego.

“Differenze” dello stesso ordine di grandezza si riscontrano sia in merito all’affermazione “a gay e lesbiche dovrebbero essere riconosciuto il diritto di adottare bambini”, sia con riferimento alle tematiche migratorie. Riguardo a quest’ultimo punto, insieme ai militanti “pù istituzionali”, Antonio si contraddistingue per posizioni piuttosto solidali: solo nel 22% dei casi afferma che “gli immigrati sono un peso per la nostra economia perché ci riubano il lavoro” (mainstream=18%); allo stesso tempo, un populista di sinistra su tre, ritiene che la presenza degli stranieri aumenti il rischio di attentati terroristici (mainstream=30%); infine, nel 63% dei casi Antonio pensa che, per il bene della società, sia necessario che i nuovi arrivati debbano adattarsi agli usi e costumi tradizionali (mainstream=61%).

Dove sono le differenze allora? In primo luogo, Antonio tende a difendere meno l’autonomia della donna nella vita di coppia. Se il 60% dei compagni tradizionali è d’accordo sul fatto che, per la vita di famiglia, è meglio che le donne abbiano un impiego a tempo pieno, Antonio concorederebbe nel 51% dei casi. Inoltre, Antonio, è, in media, meno disposto a regolamentare le aziende private nell’economia: la proporzione, in questo caso, è di 61% a 76%.

Le divergenze diventano piuttosto importanti quando si parla di “fiducia nel sistema istituzionale”. Sebbene, in generale, nel Belpaese, il livello sia piuttosto basso, solo l’8% delle volte, Antonio, nutre fiducia nel Parlamento nazionale (i compagni tradizionali si collocano al 20%).

E l’Europa? Solo metà dei populisti di sinistra del Belpaese ritengono che la partecipazione all’Ue sia stata benefica per l’economia italiana, a differenza del 67% dei colleghi mainstream. In maniera complementare, una maggioranza assoluta dei primi vorrebbe ritrasferire alcuni poteri comunitari al livello nazionale (a fronte di un 46% dei secondi).

Per chi vota Antonio? Di sicuro apprezza poco il Partito democratico: solo nel 39% dei casi lo vede di buon occhio. E, piuttosto, voterebbe Grillo (44%). Esattamente il contrario farebbero i colleghi più tradizionali: solo il 24% voterebbe il M5S, ben il 53% il PD.

Uno studio da prendere con le pinze

Ovviamente lo studio va preso con le pinze, ma, almeno in parte, fornisce dati interessanti sulla composizione degli elettorati nei diversi Paesi, nonché delle spaccature fra fronti populisti e non. Inoltre, uno dei meriti dell’analisi è di non relegare il populismo a una parte politica precisa, bensì di incorporare questa dimensione all’interno di preferenze politiche di sinistra, centro e destra.

Più nel dettaglio, la ricerca del PEW ha visto somministrare un sondaggio a 16.114 cittadini di sei Paesi dell’Europa occidentale, tra il 30 ottobre 2017 e il 30 dicembre 2017. L’obiettivo è stato quello di capire come l’incrocio tra posizionamento ideologico e tendenze populiste individuali modifichino e caratterizzino le preferenze in merito a politiche, istituzioni, partiti politici e valori in otto Paesi Ue (Danimarca, Svezia, Paesi Bassi, Francia, Germania, Spagna, Italia e Regno Unito)

Per determinare il collocamento politico degli intervistati, a ogni persona è stato chiesto di collocarsi autonomamente lungo lo spettro sinistra-centro-destra. Il carattere “populista” è stato invece intercettato attraverso due domande specifiche legate alle preferenze “anti-classe dirigente”:

  • Q26. Le persone comuni farebbero un lavoro migliore nel risolvere i problemi del Paese, rispetto agli eletti ufficiali / non farebbero …
  • Q27. La maggior parte degli eletti ufficiali si interessa a quello che pensano i cittadini / non si interessa …

La seguente tabella illustra la composizione precentuale degli elettorati secondo la metodologia appena descritta. Una trattazione giornalistica dello studio in inglese si puà leggere su Euractiv.

Sinistra populista Sinistra mainstream Centro populista Centro mainstream Destra populista Destra mainstream Non allineati
Danimarca

6

20 8 19 9 31 7

Francia

11 13 1 21 12 19

13

Germania

5 17 14 37 6 14 7

Italia

8 14 12 17 18 16

17

Paesi Bassi

5 19 7 23 12 30

5

Spagna

13 11 17 21 11 18

9

Svezia

2 20 4 25 4 37

8

Regno Unito 9 16 13 19 10 24

9

 

4 editoriali per capire lo stato della sinistra in Europa

Tsipras è un eroe, o un poster boy dell’establishment? I socialdemocratici degli anni 80 e 90 sono da considerare degli innovatori, o alla stregua dei neolibersti di Thatcher? E oggi, si deve ricostruire una politica progressista populista, o aprire al tema dell’identità, cara alla destra? 

Tsipras è un eroe, o un poster boy dell’establishment? I socialdemocratici degli anni 80 e 90 sono da considerare degli innovatori, o alla stregua dei neolibersti di Thatcher? E oggi, si deve ricostruire una politica progressista populista, o aprire al tema dell’identità, cara alla destra? Sono le domande chiave che contraddistinguono le riflessioni degli “intellettuali” progressisti di mezza Europa e, più nel dettaglio, quattro editoriali pubblicati, nel corso delle ultime due settimane, su New StatesmanProject Syndicate e sul blog della London School of Economics.

Per iniziare, James F. Downes and Edward Chan descrivono in termini numerici l’entità del crollo dei partiti socialdemocratici, un fenomeno, quest’ultimo, che viene visto come parallelo alla diminuzione di legittimità degli ordini liberal-democratici stessi. Downes e Chan sostengono che i partiti in questione avrebbero «perso il controllo della situazione economica e sociale» dei relativi Paesi. Ne consegue che “gli ultimi” non si sentono più rappresentati dalla sinistra. Conseguenza? Le basi elettorali si spostano in maniera radicale.

Sulla scia dell’analisi di Downes e Chan – piuttosto comune, ormai – è Dani Rodrik a trattare con una prospettiva di lungo corso le cause della perdita di consenso del centrosinistra. In un editoriale al veleno, il professore di economia accusa le forze di in questione di aver “abdicato” alla loro missione storica. Non ci sarebbero dubbi: intellettuali quali Jacques Delors e Henri Chavranski e, con essi, tutta la classe dirigente europea (ma anche americana) degli anni 80 e 90 avrebbe fatto spazio al mito della globalizzazione finanziaria e dei benefici della mobilità dei capitali.

Il missile di Rodrik giunge fino agli anni 2000 e post-2010: Syriza in Grecia e Lula in Brasile non sono stati capaci di elaborare alternative concrete e attraenti, capaci di andare oltre al mantra della “redistribuzione”. Tutto nero? No. Recentemente, intellettuali come Admati e Johnson, Piketty e Atkinson, Mazzucato e Chang, Stiglitz e Ocampo, De Long, Sachs e Summers avrebbero proposto riforme credibili, rispettivamente per risolvere i nodi della finanza, delle inuguaglianze, dell’intervento pubblico nell’economia, della governance globale e della mancanza di investimenti.

Eppure, c’è chi non ci sta. Holland Stuart, professore all’Unviersità di Coimbra, esperto di storia e politica dell’integrazione europea, risponde a tono alle spallate di Rodrik. Tecnocrati come Delors avrebbero giocato un ruolo fondamentale nell’opposizione agli interessi ordoliberali che andavano a costituirsi in Europa negli anni 80 (Delors parlava, già allora, di eurobond, per esempio); allo stesso modo, i partiti di sinistra del Sud America sarebbero stati bastioni contro il neolibearlismo di Reagan e propulsori dei movimenti internazionali socialisti. E poi c’è la difesa di Syriza. In particolare, non ci si potrebbe scordare di documenti come il “Modest proposal” elaborato dallo stesso Stuart insieme a Varoufakis e Galbraith durante la crisi del 2015: una proposta di riforma e politiche per salvaguardare in termini progressisti la tenuta dell’Unione e dell’Eurozona (anche qui, sulla base dell’idea di mutualizzare parte del debito e dei rischi finanziari).

Come giustifica allora Stuart il crollo del centro-sinistra? Se ci sono colpevoli, sarebbero da ricercare nella generazione di fine anni 90, ovvero tra i vari Schroeder in Germania, il duo Blair-Brown nel Regno Unito e Gonzales in Spagna: tutti rei non solo di aver ignorato le alternative al modello neoliberale, ma, soprattutto, di aver distrutto la democrazia interna ai partiti stessi e aver emarginato le voci più radicali.

A ben guardare, le divergenze tra Stuart e Rodrik sono legate soprattutto a quali siano i «bambini che non vanno buttati con l’acqua sporca». Ma sulla sostanza delle proposte necessarie, si troverebbero più o meno d’accordo: servono politiche progressiste moderne, che partano dal malessere popolare, accolgano istanze di populismo economico e siano capaci di imbrigliare i mercati, in modo da garantire welfare e prosperità per la maggioranza dei cittadini. Tutti d’accordo? Non proprio.

In uno dei contirbuti giornalistici più controversi degli ultimi mesi, Jonathan Rutherford, analizza criticamente il corbynismo e sostiene che il populismo economico non basta. Inutile girarci intorno: o la sinistra trova una risposta alle questioni identitarie, oppure la partita con la destra dei vari Salvini europei sarà persa.

L’analisi di Rutherford si concentra sul caso del Labour, ma può essere tranquillamente allargata anche alle altre forze politiche europee: «Il populismo di sinistra del Labour, è orfano di risorse intellettuali che possano affrontare le sfide della destra. È troppo esclusivo in termini di classe e cultura. E non è contraddistinto da pratiche democratiche che riescano a unire diverse classi e gruppi di interesse. Il liberalismo cosmopolita e il relativismo morale [che ne sono alla base] lascia la nazionale e il tema dell’identità culturale in mano alla destra. Né il suo focus sull’ingiustizia economica, né il supporto a forme di democrazia partecipativa sono sufficienti per costruire una coalizione popolare nazionale».

Cosa propone Rutherford? Una sorta di Labour (e, quindi, allargando la prospettiva al Continente, di sinistra) “blu” (“Blue Labour”): una forza progressista che non abbia paura di giocare sul terreno dell’identità e del comunitarismo, anche nazionale. Ancora nelle parole di Rutherford: «Il populismo ha rottamato le regole del gioco. La risposta non sta nel tentare di re-imporne di ‘vecchie’, ma nel forgiare, a partire dal populismo e dalla rottura emotiva che ha comportato, un linguaggio nuovo che sia in grado di toccare il cuore e l’anima della nazione e modificare la struttura della politica del Paese».

Insomma, la posizione di Rutherford va addirittura oltre il corbynismo, instaurando una sorta di modello “peronista” per i Paesi europei. È la via del futuro? Difficile dirlo. Quel che appare chiaro è che a sinistra c’è bisogno di almeno due cose: convergere su un’interpretazione comune della storia ed essere disposti a sfatare qualche tabù in più.

 (ilSalto, 13.07.2018)

Non basta difendere lo status quo, occorre mettere in discussione ciò che è stato fatto male. L’editoriale di Cas Mudde su come si fa opposizione contro i populisti

Nel suo ultimo editoriale per il The Guardian, Cas Mudde, uno scienziato politico olandese, considerato uno dei massimi esperti del fenomeno populista, prende posizione in merito al dibattito contemporaneo sul tema. Ed è rilevante anche per il caso italiano.

Mudde analizza la tesi per cui l’affermazione contemporanea di forme di governo (ma, più in generale, di forme del fare politica) populiste – descritte dai media internazionali anche come “illiberal democracies” (“democrazie illiberali”, tdr.) – sarebbe la conseguenza di sistemi “troppo democratici”.

Una condensazione di questa riflessione dominante piuttosto vaga, trova spesso manifestazione concrete in discorsi per cui staremmo vivendo tempi in cui assistiamo a un utilizzo improprio dello strumento referendario (vedi crisi greca del 2015, o Brexit nel 2016). Oppure, ancora, che saremmo di fronte a scelte politiche “troppo complesse” per essere lasciate in mano ai cittadini.

(ilSalto, 08.06.2018)

Salvini punta al fallimento del M5s e ipoteca il potere. La sinistra non può perdere tempo’. L’editoriale di Paul Mason sull’Italia

Il 21 maggio Paul Mason, noto giornalista e saggista britannico, ha scritto un editoriale per NewStatesman in cui analizza le dinamiche politiche italiane.

Richiamando una formulazione che risale originariamente a Stalin (ma sviluppata sulla base di uno scritto di Lenin) e rovesciandone il campo di applicazione, secondo Mason in Italia sta trovando applicazione il primo esperimento coerente europeo di “neoliberalismo in un solo Paese”.

Il 21 maggio Paul Mason, noto giornalista e saggista britannico, ha scritto un editoriale per NewStatesman in cui analizza le dinamiche politiche italiane.

Richiamando una formulazione che risale originariamente a Stalin (ma sviluppata sulla base di uno scritto di Lenin) e rovesciandone il campo di applicazione, secondo Mason in Italia sta trovando applicazione il primo esperimento coerente europeo di “neoliberalismo in un solo Paese”. In che senso?

Mason riepiloga per il pubblico anglofono le componenti centrali del contratto tra Movimento 5 stelle e Lega e, in buona sintesi, lo descrive come un programma politico-economico che mira alla creazione di uno “small State (“Stato piccolo”, tdr.) e, conseguentemente, di politiche di libero mercato condite però con “razzismo, nazionalismo” e una retorica che abbraccia i valori tradizionali della “famiglia”.

Su un piano prettamente economico, le conseguenze del contratto, se posto in essere, «porterebbero probabilmente al crollo delle entrate, a una maggiore evasione fiscale, a un incremento del deficit e del debito pubblico e ad un conflitto, in quache forma, con la Commissione europea e la Banca centrale europea». Allo stesso tempo, il saggista ammette che una buona parte del programma può essere in considerato in linea con alcuni interessi della sinistra (reddito di cittadinanza, banca nazionale per gli investimenti e opposizione alle istituzioni europee).

Mason sottolinea però come sia la Lega a tenere in mano i fili dell’Esecutivo nascente, a detrimento del M5S. La spartizione dei ministeri dell’Interno e del Lavoro tra i due leader, rispettivamente Salvini e di Maio, nonché la decisione di proporre una figura come Conte alla testa del Consiglio dei ministri, sono «designate per avvantaggiare il Carroccio nel lungo periodo». Anche per questo, appare evidente che un «programma coerente di nazionalismo xenofobico combinato con politiche economiche neoliberali, batterà quasi sempre una retorica simil-populista e progressista senza sostanza» (il riferimento qui è al M5S, ndr).

Il guru della sinistra britannica, richiamando la serie cult, Il trono di Spade, spiega quindi come i vari Le Pen e Putin puntino a creare caos per poi rafforzare la propria presa sul potere. E Salvini farà lo stesso. Cosa vuol dire esattamente?

In sintesi: inizialmente, la Lega si nasconderà dietro al conflitto tra il Movimento 5 stelle – la nuova forza anti-establishment al potere – e una sinistra tradizionale che sfornerà «professori e tecnocrati che non sarebbero in grado di intrattenere una piazza nemmeno per cinque minuti». In secondo luogo, nel momento in cui il nascituro governo affronterà Bruxelles, farà apparire i rappresentatni della stessa sinistra come “marionette” di un ordine sovranazionale “anti-democratico”. Infine, quando cominceranno a scarseggiare le risorse economiche e la base del Movimento 5 stelle farà pressioni per politiche progressiste, il Carroccio farà cuocere i grillini nel proprio brodoSarà a quel punto che Salvini si presenterà come portatore di ordine, facendo cadere tutti gli elementi progressisti dell’attuale programma, a favore di una serie di misure anti-immigrati e ravvivando i rapporti con quel che resta del seguito di Berlusconi. Se vi ricorda periodi poco “illuminati” è normale. Per allegerire e per rimanere sempre in materia di fiction, sembra lo script di V per Vendetta.

All’inizio della sua riflessione, il guru della sinistra britannica scrive che la sinistra del Belpaese, nelle sue svariate componenti, sta puntando su un fallimento rapido di questo esperimento governativo e, conseguente, del Movimento 5 stelle. Ma, alla luce del ragionamento appena fatto, ecco che arriva un monito fondamentale: «La questione che deve affrontare la sinistra italiana non è cosa fare ‘ora’, bensì come prepararsi al momento in cui questa fase di governo populista», guidata da M5s e Lega, «entrerà in crisi» e Salvini reclamerà il potere.

Secondo Mason, quindi, la ricetta è la seguente:

  • rifiutare radicalmente il neoliberalismo, «stracciare i lasciti del Trattato di Lisbona che albergano nella varie menti politiche» e proporre, invece, un programma che «risolva lo stato di crisi fatto di stagnazione economica e bassa crescita imposto dall’Eurozona a Paesi come l’Italia»;
  • fare propri «alcuni elementi progressisti contenuti attualmente nel contratto governativo», tra cui la banca nazionale per gli investimenti, oltre a una legislazione efficace a favore del salario minimo e un piano di investimenti pubblico in sanità, trasporti ed educazione;
  • instaurare un sistema tributario e fiscale chiaramente progressivo e redistributivo, perché «l’idea che la crescita da sola possa risolvere il problema del deficit e del debito è una chimera»;
  • creare procedure legali per le richieste di asilo, «abbandonando la retorica open borders» (“confini aperti”ndr) e, allo stesso tempo, trovare un modo per «separare l’inquietudini genuina nei confronti dell’immigrazione non controllata dall’atmosfera generalizzata di razzismo».

Agli occhi del saggista, tutto ciò non implicerebbe uscire dall’Euro, ma sostenere una politica di «alti tassi di deficit, crescita e una ristrutturazione del debito nell’Eurozona», abbinata a un’opzione potenziale che preveda un «sistema di valuta parallela», alla stregua di quanto proposto da Yanis Varoufakis nel 2015 per la Grecia. In buona sostanza vuol dire mettere alle strette Maastricht. Come dire: bisogna rafforzare il contrappeso nel rapporto di forza.

Infine, c’è il nodo della leadership: «Partiti socialdemocratici che si sono compomessi con un sistema fallimentare non possono far altro che sfornare, generazione dopo generazione, politici fallimentari». I leader della sinistra in Europa devono cominciare a «parlare la lingua delle persone che rappresentano; devono parlare di speranza, orgoglio, dignità, comunità e battaglia».

Chi dovrebbe portare avanti un tale progetto in Italia? Tutto il campo della sinistra disposto ad aderirvi, dai delusi interni al Partito democratico, a Potere al popolo, passando per Liberi e uguali.

(ilSalto, 23.05.2018)

Sporcatevi le mani con il populismo: la lezione di Michael Sandel per la sinistra

Per Sandel, l’astensione da qualsiasi discussione aperta riguardo alle questioni morali del nostro tempo e sulle concezioni conflittuali del mondo – a vantaggio di una neutralità del quieto vivere – ha svuoltato il discorso e lo spazio pubblico. Lo stesso che è stato riempito da ciechi e intolleranti autoritarismi. In questo senso, non c’è altra strada se non quella di sporcarsi le mani, di fare i conti con i nostri disaccordi morali, di fondere di nuovo “vinti” e vincitori”.

In un’analisi del voto italiano pubblicata da EuVisions, vengono delineati alcuni dati interessanti che descrivono bene come l’assetto politico del Belpaese stia cambiando in maniera radicale. In particolare, le lenti della teoria sociologica mostrano due parti contrapposte: da un lato, i vincitori della globalizzazione; dall’altra, gli sconfitti. La stessa analisi, poi, dimostra come i primi tendano a votare per il Partito democratico, mentre i secondi siano abbinati più spesso a Movimento 5 stelle e Lega.

Sconfitto della globalizzazione” è chi subisce maggiormente gli effetti avversi della competizione internazionale e le conseguenze di mercati deregolamentati. “Vincitore”, invece, è chi possiede un titolo di studi di livello terziario (universitario o equivalente) e gode di una posizione lavorativa stabile.

Un altro risultato interessante dell’analisi è che gli sconfitti si dicono meno “di sinistra” di quanto non affermino “i vincitori”. Si tratta, per certi versi, del ribaltamento dell’immaginario collettivo legato a tutta quella dinamica politica iniziata a inizio secolo con i movimenti no-global. E dell’ennesima conferma che la sinistra ha perso per strada quel “popolo” che, a chiacchiere, intende rappresentare. Come riconquistarlo?

Commentando la visita di Emmanuel Macron negli Stati Uniti, in un editoriale pubblicato su ProjectSyndicate e ripreso anche da LeMondeKemal Dervis, ex ministro agli Affari economici della Turchia, sostiene che la globalizzazione sopravviverà soltanto se accompagnata da un forte sviluppo di politiche sociali. Quello di Dervis è un invito a Macron, quale rappresentate della socialdemocrazia, a salvare il mondo del cosmopolitismo attraverso una soluzione ingegneristica che possa far sentire di nuovo tutelati gli strati più deboli della società. Altrimenti? «Le sirene del neo-nazionalismo avranno la meglio». Probabilmente è vero. Ma a fronte di studi come quello di EuVisions, resta il fatto che sarebbe proprio il popolo tradizionale della socialdemocrazia a far crollare il castello.

La lezione di Michael Sandel

Si tratta davvero soltanto di una questione di “politiche”? A leggere un articolo pubblicato da Open Democracy e firmato da uno dei filosofi politici contemporanei più noti al grande pubblico, Michael Sandel, si direbbe di no: la sinistra (o forse sarebbe meglio dire “i progressisti”, per togliersi dall’impaccio di cosa si intenda per il primo termine) ha di fronte a sé una sfida ben più ampia. Sandel mette insieme gli sviluppi Oltreoceano e in Europa, la mobilitazione e il successo dell’estrema destra, e cerca di dare poche coordinate fondamentali per mettere in moto quello che dovrebbe assumere le sembianze di una “nuova filosofia politica”.

Innanzituttto, in relazione ai vari Trump, secondo Sandel non è «sufficiente mobilitare una protesta e creare resistenza»; quello che serve è invece una politica «persuasiva». Nei confronti di chi? In estrema sintesi, degli stessi “sconfitti” di cui sopra.

Questa politica persuasiva «deve iniziare dal comprendere lo scontento che sta stravolgendo gli Stati Uniti e le democrazie» in giro per il mondo. Per Sandel, le teorie (e, di conseguenza, i partiti e movimenti) che spiegano il populismo con argomenti economici (perdita di benessere, lavoro, maggiore competizione, ecc) e con fattori culturali (razzismo, xenofobia, ecc) non prendono in considerazione che stiamo assistendo alla reazione a un fallimento politico di dimensioni “storiche” che chiama in causa dal primo all’ultimo: Blair, Clinton, Obama, Schroeder, e l’intero arco di forze progressiste dell’Occidente. Ne consegue che non basta implementare una misura salvifica.

Il filosofo americano scrive, poi, che le istanze populiste non vanno «rigettate», ma prese sul serio. Si tratta di un ripensamento che deve partire da un assunto: abbiamo a che fare con “domande” economiche, ma anche “morali e culturali”. In altri termini, non basta parlare di «lavoro», ma bisogna abbordare il tema della «dignità sociale» in senso lato. Sandel elenca quattro aree tematiche con le quali le forze progressiste devono necessariamente fare i conti, se vogliono «sperare» di far fronte alla rabbia e al risentimento contemporaneo.

  1. In primo luogo, si devono trovare strategie nuove per arginare le disuguaglianze. Per farlo, il filosofo americano sostiene che non basta più aggrapparsi al concetto di «uguaglianza delle opportunità». In altri termini, «il duro lavoro» e il talento individuali non sono più sufficienti per arrivare a una società più equa: le asimmetrie di potere e ricchezza sono diventate i pioli marci di quella scala chiamata «mobilità sociale».
  2. Ne consegue che il concetto stesso di meritocrazia – il secondo tema con cui fare i conti – ha creato un’interpretazione distorta del nostro stesso successo, o fallimento. Quando quest’ultimo viene interpretato come conseguenza di una mancanza individuale e/o di un “giocare sporco” degli altri, ciò che scaturisce è la «rabbia contro le élite». I partiti di sinistra devono comprendere il rischio insito nella retorica della meritocrazia e dell’eccellenza che porta al successo.
  3. In terzo luogo, la dignità del lavoro manuale (e, quindi, della classe operaia) viene attaccato dall’avanzamento tecnologico e dalla transizione verso un’economia in cui si produce meno (economia reale) e si scambia semplicemente valore (finanza). In questo contesto, il dibattito relativo a misure quali il reddito di base universale (e simili) non può esser preso sottogamba perché si tratta di una misura che rivoluziona il tipo di mondo che viviamo (e che vogliamo creare). Siamo quindi chiamati a rispondere a domande cruciali, per esempio: che conseguenze ha, nel lungo periodo, un mondo senza lavoro? E, ancor prima, ha senso un tale mondo per gli esseri umani?
  4. Infine, c’è il grande tema della nazione. Affrontare il discorso del nazionalismo con i principi del «mutuo rispetto e del multiculturalismo» rappresenta una strategia fallimentare: si tratta di tenere una discussione onesta riguardo al ruolo che i confini nazionali hanno giocato nel corso degli ultimi secoli. E non è tanto una questione di governance, bensì «morale», «identitaria». Quando, per esempio, in Italia critichiamo da sinistra il concetto di “prima gli italiani”, non facciamo i conti con il fatto che è quello che abbiamo sempre fatto dal Secondo Dopoguerra ad oggi.

Michael Sandel ci dice che le sfide non sono semplicemente quelle della redistribuzione: «Decenni di globalizzazione hanno portato con sé non soltanto perdita di lavoro, ma anche di autostima» in vasti settori della società. Abbiamo insomma a che fare con un problema più serio che tira in ballo il concetto di «umiliazione».

Nelle conclusioni dell’articolo, Sandel sostiene che è proprio la dimensione morale della politica a esser persa di vista dal «mainstream liberale e socialdemocratico», che ha internalizzato questa filosofia riversandola in un linguaggio tecnocratico e in una retorica che non aiuta a risolvere la questione populista.

Per Sandel, l’astensione da qualsiasi discussione aperta riguardo alle questioni morali del nostro tempo e sulle concezioni conflittuali del mondo – a vantaggio di una neutralità del quieto vivere – ha svuoltato il discorso e lo spazio pubblico. Lo stesso che è stato riempito da ciechi e intolleranti autoritarismi. In questo senso, non c’è altra strada se non quella di sporcarsi le mani, di fare i conti con i nostri disaccordi morali, di fondere di nuovo “vinti” e vincitori”.

(ilSalto, 18.05.2018)

Photo CC Flickr: TED Conference

Altro che Mattarella. A Firenze, il vero discorso sull’Europa lo ha fatto Higgins, il Presidente irlandese

Cita Boccaccio e Michelangelo, parla della necessità di un dibattito onesto sull’Europa, dice che i leader europei – con Macron in testa – sbagliano se pensano che il “business as usual” salverà l’Unione europea. Se c’è un discorso che va ricordato di questa edizione dello State of the Union 2018, organizzato dall’Istituto universitario europoeo (EUI) è quello di Michael D. Higgins, il Presidente della Repubblica d’Irlanda.

Cita Boccaccio e Michelangelo, parla della necessità di un dibattito onesto sull’Europa, dice che i leader europei – con Macron in testa – sbagliano se pensano che il “business as usual” salverà l’Unione europea. Se c’è un discorso che va ricordato di questa edizione dello State of the Union 2018, organizzato dall’Istituto universitario europoeo (EUI) è quello di Michael D. Higgins, il Presidente della Repubblica d’Irlanda.

Per iniziare, Higgins elenca tre concetti fondamentali che, a suo modo di vedere, sono costitutivi del progetto europeo. Citando a sprazzi (il testo in inglese, lo trovate qui):

“La nostra prima obbligazione, in quanto europei, è di capire e affermare la natura del progetto europeo […] le aspirazioni e l’Unione che cerchiamo di realizzare, non ciò che è, ma ciò che potrebbe essere […] Innanzitutto dobbiamo evitare di rimanere intrappolati in un solo paradigma di pensiero […] Dobbiamo capire che le radici del progetto europeo sono eterogenee. Una di quelle più importanti, da un punto di vista morale, è emersa dagli sforzi della resistenza italiana, a Ventotene, per mano di Altiero Spinelli, un membro del Partito comunista italiano”.

Insomma, sarebbe una menzogna affermare che il progetto europeo sia basato semplicemente ed esclusivamente sul “capitale e il mercato”. “Gli obiettivi che l’Unione si dà – continua Higgins – per come vengono affermati nell’articolo 3 dei Trattati, riflette, tra le altre cose, l’eredità di alcune delle tradizioni più equalitarie e umaniste […] le quali, sebbene non nate esclusivamente in Europa, hanno vissuto in queso continente una fioritura importante”.

In secondo luogo, “il processo di negoziazione e decisionale dell’Ue è complesso […] e può essere frustrante. Come ogni construtto umano, è imperfetto […] a volte conduce a grandi errori […]”, ma non dovremmo dare per scontato questo processo che si basa su scambi “calmi, rispettosi e basati sullo stato di diritto”. Se lo dovrebbero ricordare sempre sia i Paesi piccoli che quelli più grandi. Questi ultimi “potrebbero essere tentati dall’idea che in un mondo globalizzato, il commercio e la finanza possano regolare tutto da soli”.

In terzo luogo, “i nostri cittadini e i cittadini del pianeta intero devono essere al primo posto nei nostri pensieri e nelle nostre azioni […] dobbiamo trovare modi per spiegare alle persone l’Unione, ma anche imparare dai cittadini che tipo di Ue vogliono […]”.

A dire il vero, fino a questo punto, è tutto, più o meno, nella norma dei discorsi istitutzionali classici sull’Europa. Ma poi, Higgins accelera e si lancia in una narrazione alquanto progressista ed eterodossa.

“Non deve essere permesso che lo spettacolo costruito per i media rimpiazzi il discorso necessario dal quale dipende il nostro futuro. Il linguaggio è importante. E non deve impedire che una nuova educazione economica possa trovare spazio […] ”. Detto a uno degli eventi mediatici pro-Ue più importanti dell’anno, è pur sempre qualcosa.

A questo punto il Presidente irlandese si sofferma sul tema della “solidarietà”, al centro della conferenza di quest’anno. Per Higgins l’obiettivo primario è ricomporre la coesione interna all’Unione. Per farlo “è necessario affrontare paradigmi fallimentari” – il Presidente irlandese cita Galileo. I paradigmi che ha in mente, corrispondono a “ortodossie fallimentari”. Per Higgins “solo così possiamo rafforzare la visione dell’Unione europea”. “I trattati fondanti l’Unione europea non sono un codice neoliberale […] l’Ue non è stata fatta per consacrare il profitto privato a discapito del bene pubblico”. Cosa è allora? “Un processo e un contesto per dibattiti creative e aperti fra i nostri governi; una struttura per inquadrare e far evolvere politiche attraverso discussioni democratiche all’interno delle istituzioni e i parlamenti”.

“Nel rafforzare la solidarietà interna è importante tenere a mente che le sfide che affrontiamo non sono soltanto economiche […] bensì sociali, policie e culturali. Il mercato necessità una ridefinizioni. Il mercato non può essere accettato in quanto deregolamentato, alla stregua di un punto di arrivo, piuttosto che uno strumento […] i cittadini devono sempre essere al centro dei nostri sforzi […] alla fine siamo esseri sociali, non semplicemente conumatorie, target da trattare come merci all’interno di una visione totalizzante di un mercato insaziabile e dergolamentato”. Il passo è breve e Higgins richiama la “dignità del lavoro”. E “non c’è nulla di più corrosivo per le nostre società […] che la disoccupazione endemica, o l’incertezza della vulnerabilità del lavoratore”.

Per il Presidente della Repubblica irlandese anche la parola “populismo” va tratta con cautela e non va mai confusca con il concetto di “volontà popolare”. Non che si debbano sfruttare le debolezze e le frustrazioni di chi è stato lasciato indietro, ma “niente dà più sostegno al populismo che i nostri fallimenti nel creare società giuste ed eque”.

In questo senso l’approvazione del Pilastro europeo dei diritti sociali è solo “un primo passo” nella “ridefinizione sostanziale del rapporto tra politiche economiche e sociali”. In altri termini, i principi elencati a Goteborg non devono rimanere “aspirazionali”, altrimenti non faranno altro che “alimentare la disillusione”. Certo, ci sono anche altre priorità, come il competamento del Mercato unico, compreso il Mercato digitale e l’Unione bancaria. Ma Higgins sottolinea come “la legittimità di tali operazioni” dipenda da un previo “rafforzamento della coesione sociale”.

Poi, ci sarebbero da raccontare i capitoli relativi alla politica estera, alla crisi migratoria e alle politiche per l’ambiente che riempiono altre tre pagine di discorso. Il finale? Un irlandese non poteva che citare Michelangelo (sic!) per parlare dell’Ue: “Ogni blocco di pietra ha una statua dentro di sé ed è compito dello scultore scoprirla”.

Saranno anche solo parole. Ma a volte fa bene leggerle. Anche perché probabilmente, non ne parlerà nessuno.

(ilSalto, 11.05.2018)

Photo CC Flickr: The Irish Labour Party

Capire il populismo dell’Europa dell’Est

Negli ultimi anni, quando si parla di Europa dell’Est si storce spesso il naso. A leggere la stampa internazionale e di Bruxelles, dai governi dei Paesi orientali dell’Unione europea arriverebbe, metaforicamente, un vento gelido, indirizzato a Bruxelles e, in particolare alla Commissione europea di Jean Claude Juncker.

Più nel dettaglio, il gruppo dei Paesi cosiddetti Visegrad-4, Polonia, Repubblica Ceca, Ungheria e Slovacchia sono considerati i nuovi “bastian contrari” del processo di integrazione: opposti alle quote di rifugiati, poco curanti dello Stato di diritto e, generalmente, fortemente conservatori (anche se in alcuni di questi, al governo, ci sono partiti formalmente di centro-sinistra).

A ben vedere, è sicuramente corretto fare un distinguo e specificare che la maggior parte di polemiche verso il gruppo Visegrad, riguarda soprattutto Budapest e Varsavia. Bratislava e Praga sarebbero più moderate, all’ascolto del nucleo forte dell’Ue, e in costante dialogo con l’Austria del neo-eletto Sebastian Kurz, nonché con Macron.

Non da ultimo, proprio il governo italiano è stato attivamente coinvolto in una lunga polemica con l’Esecutivo ungherese. In quel caso le accuse reciproche erano ruotate intorno ai concetti di “solidarietà tra Paesi membri” e la capacità di garantire l’integrità dei confini esterni dell’Unione, nel contesto della crisi migratoria.

Rimane il dato di fatto che, proprio in Ungheria e Polonia, i partiti al Governo, il Fidesz di Viktor Orban e il Partito Giustizia e Libertà (Pis) di Kaczyńskia, godono di un ampio appoggio nella popolazione. Perché? Raramente si cerca di analizzare il successo di queste formazioni, focalizzando invece l’attenzione sugli attriti con Bruxelles.

Questa settimana, il neo-nominato Primo ministro polacco, Mateusz Morawiecki – il quale ha preso il posto di Beata Szydlo un paio di mesi fa – ha rilasciato una lunga intervista alla testata Der Spiegel.

Il pezzo è interessante perché apre spiragli utili alla comprensione della filosofia politica di quello che viene anche chiamato il nuovo populismo dell’Est. A leggere lo scambio con il giornalista tedesco si rimane colpiti soprattutto da una certa vicinanza del Primo ministro conservatore a un’interpretazione critica, a tratti progressista, dei rapporti economici in seno all’Unione, del sistema economico contemporaneo, nonché della transizione storica recente del Vecchio Continente.

Tanto per iniziare, Morawiecki non “vuole gli Stati Uniti d’Europa, ma un’Europa delle nazioni”, un concetto condiviso “da una maggioranza di società europee”. Il Primo ministro si sente fortemente “europeista” e spinge per lo sviluppo di un “programma di difesa comunitario” e di un sistema fiscale che possa arginare il problema dell’elusione. Queste le priorità e, fin qui, ad essere onesti, siamo più o meno in linea con le priorità della GroKo tedesca, tanto per dire.

Ma andiamo avanti. Morawiecki afferma che Varsavia ha problemi con Bruxelles, soltanto quando si comporta come una “maestra” (se vi ricorda la retorica del Governo Renzi-Gentiloni, è normale). E per spiegare le conseguenze di un tale comportamento, mette nello stesso fascio d’erba l’AfD, Le Pen e Mélénchon, nonché il Movimento 5 stelle e Podemos: tutti movimenti che indicherebbero quanto Palays Berlaymont “non debba avanzare politiche che ignorano lo stato d’animo delle società nazionali”.

A questo punto, Jan Puhl, il giornalista tedesco, chiede se il Pis non si senta parte di questa cerchia di partiti. Il Primo ministro risponde che la sua formazione è fra quelle che “vogliono correggere le conseguenze economiche ingiuste della trasformazione originatasi nell’89”. Morawiecki aggiunge che il Pis “sta dando la possibilità a milioni di cittadini polacchi che sono stati esclusi dal boom economico di rifarsi”, prima di sentenziare: “L’Europa dovrebbe comprenderlo”.

Agli occhi del leader polacco, l’Europa ha però “finito la benzina” in termini di ideali. Se nel Secondo Dopoguerra la linfa dell’Unione era la prospettiva della crescita economica, successivamente lo è stato l’integrazione dei Paesi ex-URSS. Ma oggi “l’economia di mercato e la pace” non bastano più: “le società europee reclamano giustizia sociale e meno disuguaglianze”.

A questo punto, Morawiecki, dice di essere un “idealista” e che si “sente vicino a Thomas Piketty”. Di conseguenza, le domande che lui porrebbe al centro della discussione politica contemporanea, sono le seguenti: “Come verremo a patti con lo sviluppo della robotica? Con questo capitalismo accelerato? Con la trasformazione del mondo del lavoro, l’avvento della automatizzazione e dell’intelligenza artificiale? E con le disuguaglianze che sono cresciute in maniera esponenziale?”.

Per farla breve, il vento gelido dell’Est, a tratti, somiglia davvero più a uno scirocco.

Ovviamente, a parte tutto questo ci sono le posizioni anti-Stato di diritto, la totale assenza di solidarietà nei confronti dei rifugiati, le affermazioni problematiche in relazione all’Islam e l’Olocausto. Insomma, non è tutto oro ciò che luccica.

Ma c’è anche dell’altro, appunto. Qualcosa che si dovrebbe tenere a mente, quando si cerca di capire il successo del populismo dell’Est. Ammesso che non si voglia fare, sempre e comunque, i bastian contrari.

Per chi fosse interessato, l’intervista completa in inglese di Der Spiegel potete leggerla qui.

(ilSalto, 23.02.2018)

Photo CC Flickr: European Parliament

 

Corbyn can kick off a revolution among Europe’s political elites – an interview with Michael Hartmann

Michael Hartmann is a German sociologist and political scientist. During his academic career he has analysed the transformation of European and global elites. He spoke to Alexander Damiano Ricci about 30 years of changes in the European ruling class: from Thatcher to Corbyn, from Podemos to Syriza, from the Eurosceptics to Maastricht.

Michael Hartmann is a German sociologist and political scientist. During his academic career he has analysed the transformation of European and global elites. He spoke to Alexander Damiano Ricci about 30 years of changes in the European ruling class: from Thatcher to Corbyn, from Podemos to Syriza, from the Eurosceptics to Maastricht.

Professor Hartmann, what is the elite?

The elite is comprised of people who have the ability to significantly influence social developments thanks to their institutional position or economic status. More specifically, elite representatives are members of the Government, leading profiles within the public administration and the judiciary of a country, as well as chief executive officers of large national companies. Specific people working in the media sphere can also be brought into the picture.

How many people make up the elite of a country?

About 2000 people.

How accessible is the elite?

It really depends on which elite-branch and country we are talking about. For instance, in Germany, 75% of the chief economic officers who are part of the economic elite stem from the richest 4% of the population. Among German political elites, on the other hand, the figure drops down to 50%. In France the numbers are slightly different and rise to 90 and 60%, respectively. This implies, on the one hand, that the economic elite is more exclusive than the political one, generally speaking. On the other hand, it tells us that France has more “exclusive” features compared with Germany.

In recent years there has been much talk of the influence of the ‘ordoliberal’ economic theory on European elites. Would you agree with that?

Ordoliberalism is a theoretical paradigm rooted in the German political elite. The neoliberal Anglo-Saxon paradigm, on the other hand, continues to be the reference among economic elites, in general. Anyhow, concerning the fundamental choices of economic policy, such as those relating to taxation and fiscal policies, both doctrines claim that taxes must be lowered.

Can you describe the evolution of European elites over the last decades?

We observed the last significant turn within elites when Thatcher took power in the UK. More specifically, at that time within the British Conservative Party the neoliberal paradigm gained traction. The transition was accompanied by a fully fledged shift in the composition of the Government’s staff. If, before Thatcher, the Labour government featured 30% of people stemming from the upper bourgeoisie, that same number reached the staggering proportion of 80%. From an ideological point of view, all other European countries subsequently followed that paradigm shift.

Today, in the UK, Corbyn is driving a new transformation. Can the latter be understood as another historical structural change of the elites?

Definitely. And, by the way, it is not a coincidence that this new change is occurring in Thatcher’s country. Several generations of British citizens experienced the consequences of neoliberal policies. The increase in university fees with the resulting indebtedness of younger generations, the crisis in the real estate market and the phenomenon of “zero hour” contracts are significant examples. But now the “zeitgeist” has changed. And Corbyn says: “For the many, not the few” …

Credit: Flickr/R Barraez D´Lucca. Some rights reserved

Is there a massive dose of populism in Corbyn’s rhetoric and strategy?

No. Corbyn grasped “the” thing: there is a feeling that for 35 years politics has operated exclusively in the interests of wealthier classes.

Using your analytical lenses, thanks to Corbyn, the British political elite could change with the next election. But not the economic one …

That’s right. And the latter will lead a fierce opposition to Corbyn. However, the Labour leader can count on the support of social movements, the grassroot and intermediate levels of his Party, the trade unions and, last but not least, significant chunks of the public administration. And, of course, Brexit divided the economic elite.

What do you mean?

Brexit is a symptom of the poor cohesion within the British economic elite. If compared to other economic elites in Europe, the former is the only one that has undergone a massive process of internationalisation. This dynamic created a gap between the economic elite and the conservative political ruling class.

Will Corbynism also affect other countries in Europe?

Yes, there are mechanisms of imitation at play.

Yet, that imitation process did not happen if we look at the establishment of Podemos for example…

Podemos has to be understood as a political phenomenon strictly related to the Spanish real estate crisis of the late ’00s.

Not even Syriza delivered change at a European level …

In that case the German elite wanted to show that there could not be an alternative to the status quo. A strategy that could not be used in Spain at the height of the crisis: European political elites relied upon the ability of Rajoy to deal with social upheavals.

Yet, speaking of smaller countries, Portugal managed to establish an alternative …

… Which, with all due respect, does not affect the European public debate.

The point is, why should the United Kingdom become a model? In the end, it just decided to leave the European Union.

The United Kingdom has historically been a point of reference for anybody interested in politics. Moreover, a disruptive change in one of the main European social democratic parties cannot go unnoticed.

In fact, it also happened with Tony Blair and the ‘Third Way’…

Of course, the years of Schroeder bear witness. Now instead, especially for the young SPD levers, Corbyn is “the” model.

What about Schulz and the rest of the national SPD leadership?

Only some local representatives overtly endorsed Jeremy Corbyn.

So there will be no substantial changes in German social democracy, thanks to changes in the Labor party in the short term?

I don’t think so.

Earlier this year, after the German general elections, rumours spread about an internal struggle within the German left-wing party, Die Linke. What’s going on?

First of all, it makes no sense to talk about a crisis within Die Linke. Secondarily, the point is that the left has to live with a substantial mutation of its electorate. Leftist parties attract young people with high levels of education, not the victims of the economic system. This truth holds for anyone: Die Linke, Sanders in the US, or Corbyn in the UK. And it creates disruptions.

With all due respect for leftist parties, this is not good news …

Subordinate classes want to see a change. But for years the left did not exceed the 10% threshold. That’s a fact. As a result, nowadays voters opt for a “scandalous” choice like the AfD (Alternative for Germany), sending a signal to the system.

In an interview, you said that elites hold the main responsibility for the crisis. Are you a populist?

No. Yet, populism sheds light on real problems. Some people think that ordinary people get duped by populists.

Would you argue against that?

People are able to assess their living conditions better than anyone else. And the variations of the latter represent the benchmark for judging economic and social transformations at large.

Still, why would elites be the main culprits of the crisis?

They are, because, at any level – political, economic, administrative, judicial and in the media – they have made sure that the living conditions of the majority of the population have remained unchanged or worsened.

I insist. You are giving a few thousand people responsibility for the living conditions of millions of citizens. How can you claim that?

Because we are talking about people who, by definition, have the ability to “significantly influence” economic and social changes.

Can you give us some concrete examples?

The best example is still the setup of fiscal policies. Today we are obsessed by the goal of achieving a budget balance. However, there are two options to get there: spend less and cut welfare services, or use the tax lever to recover resources where they are accumulated, that is to say among large companies and wealthy classes.

So what?

The second road is never traveled. Moreover, there are narrow circles of people, the elites precisely, who have the last word about it.

That’s not true: political decisions are the result of a process …

This does not mean that the final decision is not taken by a few people.

That’s why we have intermediate bodies that can tackle these decisions and oppose them.

Too bad that the weakening of trade unions was, in many cases, a goal of the very same elite.

Nowadays, in response to global neoliberalism, political forces across Europe are increasingly discussing the return to a sort of economic patriotism. Do you think that would be the right solution?

No. Some issues need to be managed at a continental level. It is necessary to remain in a European framework somehow. But it is true that the national level remains the relevant playground for assessing the social effects of policies.

For some, however, the problem relies on “Brussels”…

Even today, contrary to what many political parties are ready to admit, the national level holds great autonomy. Again, fiscal policy remains a national instrument. The latter tool can be used to counteract capital flight or, for instance, implement redistributive policies.

Too bad there is the Maastricht Treaty in the way. Or are you saying that the latter does not count for anything?

Significant redistribution policies can be implemented within the 3% deficit rule. Secondly, the Maastricht ceiling can be overcome. Schroeder showed it first in early 00’s.

The ECB at dusk. Flickr/Christian Dembowski. Some rights reserved

Should Italy do the same today?

Of course, Italy is far too important for the EU. Nobody would risk letting the country go away. That’s why, a lot of budgetary flexibility will be granted to Rome. After all, the Commission did the same with France. At the same, time, I do not believe that a majority of Italian citizens would favour an exit from the Union or the Euro.

But don’t you think that an “Ital-exit” would represent a quicker way to solve the crisis?

No, there is no need for that. It would suffice that Italy, France, Germany and Spain implement coordinated progressive policies at the national level.

Too bad that a part of the Italian population thinks that Berlin operates only in the German national interest. In other words, some do not see enough political will for a change in Germany. By virtue of this immobility even people on the left have started talking about leaving the Euro.

The exit from the Common currency area does not solve the problems, let alone the dependence on Germany. When Mitterrand, during his first government, tried to make economic policies in the French interest, there was no Euro around. Nevertheless, there was a point of reference: the German D-Mark, an economically and politically strong and binding currency, as much as the Euro is today.

Yet, national authorities could de-valuate at will restoring competitivity. 

That’s true, but the German central bank still remained the point of reference. It was France that called for the Euro, with the aim to tie the hands of the Bundesbank, not vice versa. We might argue if that worked out, but a come back of national currencies is an illusion, because the latter does not lead to decreasing German economic power.

Could it loosen the political influence of Germany?

The failure of the negotiations between the CDU, the FDP and the Greens in the context of the so called “Jamaica” coalition, shows that German political power is crunching. If Angela Merkel fails to establish herself at home, she will also have a hard time at the European level. It means that there will be opportunities for a change. Furthermore, the German political elite will have to react to the transformations led by Corbyn in the United Kingdom and Macron in France.

How?

That’s hard to say. The most  important point is that Corbyn and Macron are moving in diametrically opposed directions.

(Political Critique, 29.12.2017).

Photo CC Flickr: Andy Miah