Dal Paese della tolleranza al razzismo legittimo. Come e perché l’Olanda è arrivata a Wilders – Intervista con Philomena Essed

L’Olanda è vista da molti come il Paese della “tolleranza”. Eppure, in questa campagna elettorale, il Partito per la Libertà (Pvv) di Geert Wilders ha consolidato il proprio successo attraverso un programma islamofobo e xenofobo. Ne abbiamo parlato con la Professoressa Philomena Essed, docente dell’Università di Amsterdam che si occupa di razzismo, giustizia sociale e forme di discriminazione.

L’Olanda è vista da molti come il Paese della “tolleranza”. Eppure, in questa campagna elettorale, il Partito per la Libertà (Pvv) di Geert Wilders ha consolidato il proprio successo attraverso un programma islamofobo e xenofobo. Ne abbiamo parlato con la Professoressa Philomena Essed, docente dell’Università di Amsterdam che si occupa di razzismo, giustizia sociale e forme di discriminazione.

Professoressa Essed, cosa sta succedendo nei Paesi Bassi?

Occorre una premessa: non bisogna mai scordarsi che l’Olanda è stato storicamente un Paese di commercianti. Questi ultimi sono maestri nel costruire un “brand” quando serve. Nel caso dei Paesi Bassi, si potrebbe dire che si tratti, appunto, del marchio della “tolleranza”.

Cosa vuole dire?

Che non sono sorpresa del successo di Geert Wilders. Il Paese ha fondamenti economici solidi e si trova in una buona condizione.

E perché questo dovrebbe portare all’affermazione di un leader populista come Wilders?

Perché nonostante la situazione economica sia buona, l’Olanda è un Paese di piccole dimensioni, in cui la percezione del rischio di sopraffazione per opera di altre nazioni o popolazioni, è sempre stata presente. Non ruota tutto intorno all’economia: ci sono altri fattori che spiegano l’avanzata di Wilders.

Elementi culturali?

Certo. Ma anche storici. Non si può capire Wilders senza considerare la storia coloniale del Paese e, conseguentemente, l’evoluzione del razzismo in Olanda.

Sta dicendo che esiste una problema di “razzismo” nei Paesi Bassi che spiega il successo del Pvv?

Esiste una problematica legata al “razzismo” nei Paesi Bassi, come nel resto dell’Europa: in Germania, Francia, Svezia, Spagna, Italia, ecc. Tutti i Paesi condividono uno stesso problema che deriva dallo sviluppo storico e culturale del Continente e dell’identità europea.

Quali sarebbero i tratti distintivi del razzismo in Olanda?

Innanzitutto, l’aspetto del “diniego”, ogni qualvolta si accenna al problema: la popolazione olandese si sente moralmente al di sopra della questione. In secondo luogo, la pretesa di “innocenza”: un cittadino olandese accusato di razzismo, risponderebbe semplicemente che “non è possibile” e che, ovviamente, è stato frainteso. In definitiva, si tratta di aspetti legati alla percezione “morale” di se stessi. Un elemento che complica molto la risoluzione del problema sociale.

Perché?

Quando una persona percepisce il razzismo come un problema prettamente “morale”, è difficile che possa accettare la realtà dei fatti. Ciò lo obbligherebbe infatti ad ammettere un proprio “fallimento morale”.

Ma come si può guardare altrimenti al razzismo, se non in termini morali?

Il razzismo implica sempre una “relazione di potere”. Se si è in grado di guardare al problema attraverso questa lente, è più facile condurre un’autocritica (nonostante, l’elemento morale sia comunque presente).

Quali sono le prove che esiste un problema diffuso di razzismo in Olanda?

I dati indicano che il problema esiste: dalla segregazione nelle scuole, a quella nel mercato del lavoro, passando per quella urbanistica. Per non parlare dello sbilanciamento nella rappresentazione fisica e di prospettive nei media delle diverse comunità etniche che vivono in Olanda.

Non sarebbe più adeguato chiamare il fenomeno semplicemente “discriminazione”?

Quella che propone è una strategia argomentativa vecchia ed erronea. Purtroppo le persone non leggono la letteratura accademica e tendono, quindi, a diluire il problema in questo modo. Il punto è che il discorso sulle “discriminazioni” riduce il fenomeno razzista a pura “ideologia”.
Anche per l’Organizzazione delle Nazioni Unite, il razzismo non è semplicemente un’ideologia: è una pratica, un processo, una struttura. E la “discriminazione” è un meccanismo di funzionamento del razzismo. Il punto è che le persone non vogliono parlare di razzismo perché tendono a equipararlo esclusivamente all’Olocausto.

Prima ha menzionato la parola “colonialismo” e il concetto di “evoluzione del razzismo” in Olanda come fattori che spiegano il successo di Wilders. Di quale evoluzione parla?

In Olanda sono esistite, ed esistono, varianti “qualitative” di razzismo che non si escludono a vicenda, e che hanno colpito diverse minoranze etniche nel corso del tempo. Per esempio, storicamente, il primo tipo di razzismo è quello “paternalistico”, diretto agli immigrati che provenivano dalle colonie.

E quali erano i tratti distintivi?

Un impianto normativo-politico secondo il quale gli immigrati dai Caraibi e dall’Indonesia potevano essere educati completamente alla – e socializzati all’interno della – civiltà occidentale. In altri termini, che potessero diventare il “più olandesi possibile”.

“Più olandesi possibile”?

Nei Paesi Bassi c’è un proverbio che dice “se ti comporti in maniera normale, sei sufficientemente pazzo”. Tradotto nelle dinamiche sociali, significa che gli immigrati del periodo post-bellico dovevano essere totalmente assimilati. È un tipo di razzismo che non è scomparso del tutto, ma che è stato oscurato dal di razzismo ”competitivo”, ovvero quella convinzione in base alla quale ci siano gruppi di persone che vogliono sopraffarti nel “tuo” Paese.

Stiamo parlando del “classico” immigrato dell’Est che viene a rubare il lavoro …

Esatto. Ma in Olanda questo tipo di razzismo è stato diretto soprattutto ai musulmani, fin da quando sono arrivati nel Paese. In realtà era un fenomeno che toccava anche l’immigrazione coloniale. Ma, al tempo, il discorso non era intriso di odio come avviene oggi, nei confronti dei marocchini.

Perché questa differenza?

Al tempo, c’era la sensazione di poter “gestire” il fenomeno. Una percezione che si basava sull’assunto che “gli olandesi stessi avevano costruito le colonie”: si trattava di una certezza più forte della paura. Inoltre, va specificato che i migranti di allora conoscevano l’Olanda: parlavano fluentemente l’olandese e conoscevano la religione cristiana. Nulla a che vedere con il mix esplosivo dato dalla “paura del musulmano” e dal processo di integrazione europea, vissuto anche questo, come una sopraffazione burocratica diretta da Bruxelles.

Come è stata vissuta esattamente questo secondo flusso migratorio?

Inizialmente, le persone provenienti dal Marocco e dalla Turchia erano viste come “lavoratori ospiti”. L’idea era che sarebbero tornati nei propri Paesi. Un’illusione che si è sgretolata sotto ai processi di riunificazione famigliare. Attraverso questi ultimi, una “seconda generazione” – cittadini olandesi nati prevalentemente negli anni ’80-’90, o, comunque, cresciuti nei Paesi Bassi – è diventata parte della società olandese. Questa generazione ha sperimentato un Paese contraddistinto dalle lotte per i diritti al culto religioso (costruzione di moschee) e all’educazione religiosa (costruzione di scuole religiose), ecc.

Il razzismo competitivo è l’ultimo stadio dell’evoluzione?

No. Attraverso la lotta e la resistenza delle seconde generazioni è emerso quello che si può definire “razzismo legittimo” (“entitlement racism”). Si tratta di una variante che esplosa all’inizio del nuovo millennio. Fino all’inizio degli anni ’00 c’è stato un tacito accordo per cui, in politica, non c’era spazio per una retorica anti-immigrazione. Ma la discesa in politica di Pim Frotuyn ha rotto gli indugi e spezzato il tabù. Fortuyn risponde storicamente a ciò che si può definire una “rottura del codice”.
Dalla sua apparizione in poi, è diventato “di moda” dire qualsiasi cosa a proposito dei marocchini e, più in generale, dei musulmani. Non esiste offesa che non sia stata pronunciata. E con esse, il discorso del “lavoratore ospite” è stato spazzato via.

E poi cosa è successo?

Innanzitutto, le comunità marocchine hanno reagito, reclamando di essere a “casa propria” alla pari di qualsiasi altro cittadino olandese. Ciò si è tradotto anche in atti di violenza. E conseguentemente, il marocchino è diventato l’emblema del soggetto problematico e violento. È in questo momento storico che si è afferma quello che ho definito “razzismo legittimo”.

Che sarebbe?

Si tratta dell’auto-legittimazione a umiliare l’”altro”. Si è fatto largo un razzismo per cui si “può dire ciò che si vuole, quando si vuole”. E se ciò comporta essere definiti razzisti, tant’è … “si tratta di un problema dell’altra parte”. In altri termini, le persone hanno cominciato ad auto-sollevarsi dall’accusa di razzismo, perché in Olanda non “può esserci razzismo” – qui torna l’“innocenza olandese” di cui parlavo prima. E come ultima conseguenza, chi denuncia questa pratica razzista viene tacciato come “moralizzatore”.

Qual è stata la reazione a questa nuova forma di razzismo?

Prima e durante l’apparizione di Fortuyn, parte dell’accademia che si occupava di razzismo è stata silenziata attraverso attacchi verbali o testuali, oppure tramite la mancata assegnazione di fondi per la ricerca. Il razzismo come “problema sociale” è scomparso dai curriculum di studi – con l’eccezione di pochi accademici che hanno continuato, nonostante il contesto.

E la politica non ha reagito alla rottura del codice da parte di Fortuyn?

A causa dell’esclusione dell’accademia dai dibattiti pubblici ed educativi, i politici si sono trovati scoperti, senza possibilità di costruire un dialogo con Fortuyn. A quel punto, hanno cominciato a “disumanizzare” e umiliare il loro avversario, una strategia politica aberrante.

Anche quando si tratta di un politico razzista?

Non sono le persone a essere razziste, ma bensì il linguaggio, le azioni, i comportamenti, le pratiche. Stigmatizzare un individuo per un problema sociale non porta a soluzioni. Cosa si ottiene con l’estromissione della persona? A che tipo di società ci conduce una strategia di questo tipo? Per quanto possa essere in disaccordo con Wilders oggigiorno, non sono dalla parte di chi lo “disumanizza”.

Crede che l’umiliazione rafforzi il successo dei leader populisti di estrema destra?

Considerando che il punto di partenza di questi politici è la “vittimizzazione”, si rafforza il loro argomento. Ma anche da un punto di vista normativo, un politico dovrebbe sempre agire in maniera dignitosa. E l’umiliazione non può essere abbinata al concetto di dignità.

In buona sostanza, non c’è stato nessun tipo di dialogo dopo l’apparizione di Fortuyn …
Assolutamente. Allo stesso tempo, con una comunità accademica esclusa, le comunità etniche che erano state attaccate da Fortuyn, hanno reagito. Ed è stata persa la sfida dell’integrazione.

Perché la chiama “sfida”?

L’integrazione è sempre una sfida, visto che si tratta di condurre culture e tradizioni differenti a una mediazione. Deve essere rinegoziato uno “spazio comune”: cos è il bene comune? Quali sono comportamenti “legittimi” in Olanda, e quali no? Sono domande a cui va data una risposta.

Non crede che valga la pena preservare culture e tradizioni originali di un Paese?

Non credo che la cultura e la tradizione di un Paese vadano difese in quanto tali. La tradizione nasconde sempre un rapporto di forza. Quindi la domanda diventa, di nuovo, chi trae beneficio da quest’ultima? E perché? Sviluppare quello spazio di negoziazione significa coinvolgere le persone, garantire la non-discriminazione e allo stesso tempo andare alla ricerca di ciò che, inevitabilmente, sarà un equilibrio. Se invece si soffoca la discussione e, piuttosto, si stigmatizza un gruppo, si prepara la strada dell’umiliazione di quest’ultimo.

Quanto ha a che fare il “razzismo legittimo” con l’attitudine di leader populisti come Wilders?

Politici come Trump e Wilders personificano la logica che ne è alla base: non discutono, vogliono soltanto rilasciare affermazioni. E non si interessano alle idee degli altri. Il razzismo legittimo è legato alla stessa concezione egocentrica delle relazioni sociali.

Perché le persone dovrebbero essere attratte da un tale atteggiamento?

Perché ci sono persone che “invidiano” a questi leader la capacità di parlare liberamente e senza remora. Persone che si sentono “limitate” dai loro principi morali, che si sentono “prigioniere” delle norme sociali, che non hanno coraggio di prendere una posizione di fatto immorale.

Eppure, molte persone comuni utilizzano i social media per emulare quell’atteggiamento …

Sì, perché è uno strumento che permettere di condurre pratiche razziste e, allo stesso tempo, sottrarsi alle responsabilità. A quel punto il comportamento razzista non è più “immorale”, ma “a-morale”.

Crede che oggigiorno i media siano parte del problema? Rafforzano il successo dei leader populisti?

Il giornalismo e la politica sono professioni, ma sono comunque fatte di persone in carne e ossa, influenzate dal contesto culturale e storico in cui vivono. Quindi, non è una sorpresa verificare pratiche razziste nei media. Per quanto riguarda i leader populisti, purtroppo i media hanno trattato il fenomeno in maniera sensazionalistica: un approccio che non ha fatto altro che giocare a favore di personalità come Trump e Wilders.

Come si può affrontare il problema del razzismo in Olanda e altrove?

Spezzando il circolo vizioso di un linguaggio negativo, pieno di odio e di vittimizzazione. Molto passa attraverso gli esempi che si danno ogni giorno, visto che il razzismo è un problema quotidiano. Non c’è un’altra via. Ripristinare la dignità in politica è fondamentale. Detto ciò stiamo attraversando una fase storica. Seguiranno mutamenti e reazioni alla situazione attuale. Ad un certo punto, le persone ne avranno abbastanza del razzismo: capiranno che non rappresenta una soluzione ai problemi delle società contemporanee.

(Left, 31.03.2017)

Ora Klaver posi la prima pietra

Mentre parlo con Ernestine Comvalius, 63, in una stanza fatta di muri grigi e sedie colorate, non posso fare a meno di pensare al personaggio dell’Oracolo nel film Matrix. Non è soltanto la somiglianza fisica: ogni parola pronunciata sembra un origami che cela sfaccettature, pieghe e cambi di direzione. Ernestine è la direttrice del Bijlmer Parktheater, uno dei massimi punti di riferimento della scena artistica e culturale di Amsterdam. Non solo: quando si parla di lotta alla discriminazione razziale in Olanda, il personale del teatro è in prima linea. Per spiegarmi la sua visione dei Paesi Bassi e delle elezioni, Ernestine mi porta indietro nel tempo, Oltreoceano: mi racconta di Angela Davis, dell’adolescenza passata a New York, delle manifestazioni delle Black Panthers alla Columbia University. Poi, con un sospiro intenso, mi catapulta di nuovo nel presente europeo; e sussurra: «GroenLinks? Mi dispiace, ma io non credo più nella sinistra». Il fatto che non ci sia rancore nelle sue parole, non diminuisce la stonatura. Anzi, lo schiaffo in faccia è ancora più forte.

(Continua su Left)

Sylvana Simons: “Cambierei il mio nome, per sconfiggere il razzismo in Olanda”

Il caffè latte “à la Simons” viene servito al vetro, con triplo zucchero bianco. Quando il cameriere del Dauphine – siamo nel sud-est di Amsterdam – arriva, lei sorride: «A volte non ho nemmeno bisogno di chiedere». Silvana Simons è una star e te lo fa capire: «Ho avuto una vita straordinaria», afferma, senza un filo di esitazione, di imbarazzo. E’ il momento di alzare un sopracciglio e lasciarsi andare a un sorriso sarcastico. Ma lei non abbassa la cresta, anzi. Mi guarda negli occhi e ripete: «Fidati, non me la sto “tirando”; la verità è che dovrei scrivere un libro sulla mia vita».

Il caffè latte “à la Simons” viene servito al vetro, con triplo zucchero bianco. Quando il cameriere del Dauphine – siamo nel sud-est di Amsterdam – arriva, lei sorride: «A volte non ho nemmeno bisogno di chiedere». Silvana Simons è una star e te lo fa capire: «Ho avuto una vita straordinaria», afferma, senza un filo di esitazione, di imbarazzo. E’ il momento di alzare un sopracciglio e lasciarsi andare a un sorriso sarcastico. Ma lei non abbassa la cresta, anzi. Mi guarda negli occhi e ripete: «Fidati, non me la sto “tirando”; la verità è che dovrei scrivere un libro sulla mia vita».

Silvana Simons, 46, è una ex-ballerina ed ex-conduttrice televisiva. A dicembre del 2016 ha fondato Art1kel, un partito che fa della lotta alla disuguaglianza e al razzismo nell’Olanda del 2017, il suo programma elettorale. Mercoledì prossimo, in occasione delle elezioni, cercherà di entrare in Parlamento. Silvana nasce a Paramaribo, Suriname, nel 1971 «sotto la bandiera dei Paesi Bassi, ma dall’altra parte del mondo». Ultima di 16 fratelli e sorelle, parla di sé come della “prediletta” della famiglia. Quando, qualche anno dopo la sua nascita, il Suriname ottiene l’indipendenza, Silvana si trova già in Europa, nel quartiere di Amsterdam West, «uno dei più multietnici in quel periodo». A 10 anni si trasferisce con la famiglia a Hoorn ed è qui, in una cittadina della Frisia occidentale sconosciuta ai più, che la ragazza “decide” il suo destino: «Sarei diventata una ballerina famosa». Ma il nome “Silvana”, a suo vedere, non era all’altezza delle ambizioni. Ed è così che, da un giorno all’altro, un po’ per gioco, “Silvana” diventa “Sylvana”.

Nonostante il trasferimento in provincia, il cordone con Amsterdam non si rompe mai del tutto. Da adolescente – siamo nei ruggenti anni ’80 – Sylvana comincia a frequentare una scuola di ballo e recitazione nella “Venezia del nord Europa”. La città, con i suoi eventi, spettacoli e distrazioni la abbindola. E lei ammette: «Non sono mai stata una studentessa con il fiore all’occhiello: ho seguito l’università della vita». Tant’è che la “beniamina di famiglia” non terminerà mai gli studi; eppure diventa una ballerina professionista e, per qualche anno, gira il mondo. Ma Sylvana non ha ancora bucato lo schermo e a 21 anni arriva il primo figlio. E’ “soltanto” nel 1995 che finisce in televisione per la prima volta. Sylvana diventa uno dei volti di punta del neonato canale televisivo musicale, Tmf Nederlands, concorrente di Mtv (che batte regolarmente, in termini di ascolti, per diversi anni). Dopo il giro di boa del nuovo millennio, cambia diversi canali e programmi televisivi, fino ad arrivare, nel 2012,  a essere uno degli ospiti di routine del noto talk-show, “Il mondo continua a girare” (“De Wereld Draait Door”). E’ una sorta di consacrazione: Sylvana è entrata nei salotti di casa degli olandesi.

Seduti in un angolo della sala del Dauphine le chiedo, in tutta sincerità, cosa abbia a che fare tutto questo con la politica e il razzismo. Ma “a caval donato non si guarda in bocca” e allora, prima ancora di rispondere, Sylvana difende innanzitutto lo show-business: «La superficialità dell’entertainment ha una sua dignità e ragion d’essere: tutti vogliamo arrivare a casa dopo lavoro e rilassarci.». Poi torna risoluta sulla domanda e dice che «ha sempre mantenuto uno sguardo critico su quello che la circondava», anche quando le luci della società dello spettacolo rischiavano di dare alla testa.  Sylvana muove il braccio qua e là – il rossetto rosso intenso riprende il colore dei divanetto su cui è seduta – e mi chiede di «starle dietro», perché «andrà avanti e indietro» nel tempo.

Quando era ragazza, a Hoorn, «le discussioni sulla filosofia e la politica erano di casa», ricorda. «C’era sempre qualche amico di famiglia a cena. In quanto ultima di 16 fratelli e sorelle, è “nata grande”». La figura chiave è quella del padre, «severo, ma democratico». «Restare indifferenti rispetto alle questioni politiche? Impossibile», racconta, come se fosse ancora seduta a tavola con i suoi. Eppure, ad ascoltarla, appare subito chiaro che il romanzo di Sylvana non segue la narrazione della scalata dell’outside: «I miei genitori erano benestanti, sono cresciuta come una privilegiata».

La profilazione razziale (in inglese, “racial profiling”) si riferisce all’influenza che i fattori etnici esercitano sulle decisioni – spesso di fermo preventivo – delle forze dell’ordine nei confronti di un cittadino. Un rapporto di Open Society di qualche anno fa ha analizzato il fenomeno nei Paesi Bassi, e indicato che, rispetto ai giovani bianchi, i ragazzi e le ragazze delle minoranze etniche hanno una probabilità tre volte più elevata di essere sospettati di un crimine. E non c’è notorietà che possa cambiare il colore della pelle. Vale anche per Sylvana Simons. «Avevo cominciato da poco a lavorare per Tmf e mi ero comprata una macchina sportiva. A quel tempo portavo sempre i capelli corti. Quella sera accanto a me, in macchina, c’era un’amica con una bandana in testa. Da dietro avresti detto che fossimo due uomini». Al semaforo scatta il verde, ma dopo pochi metri una moto della polizia sorpassa Sylvana facendo cenno di fermare la corsa: «Non avevamo fatto assolutamente nulla di male. Ma spesso non importa. Ancora oggi, “due uomini neri” al volante di una macchina di lusso … non fanno “bella figura”». Sylvana racconta l’episodio con sarcasmo; soprattutto quando ricorda «l’espressione attonita dell’ufficiale» quando l’ha riconosciuta. Poi spiega che cose del genere sono all’ordine del giorno oggi, come lo erano ai tempi di suo padre. Eppure, sarebbe sbagliato interpretare il cambio di vita di Sylvana in funzione di singoli eventi: «Dopo il passaggio da Tmf a programmi di approfondimento culturale, ho cominciato ad ampliare i miei orizzonti, approfondire le tematiche sociali. Ho capito che gli episodi discriminatori sono legati da un filo rosso: il razzismo in Olanda è strutturale e istituzionalizzato».

L’articolo 1 della Costituzione olandese recita: “Tutte le persone nei Paesi bassi sono trattate in maniera uguale in circostanze uguali. La discriminazione sulla base della fede religiosa, del pensiero, dell’opinion politica, del sesso, o per qualsiasi altra ragione, non è permessa”. Sylvana si è ispirata a queste parole quando ha fondato il partito Art1kel, nel dicembre del 2016. Ma ai tempi di Podemos e, più in generale, della rinascita dei movimenti, un partito rappresenta veramente la soluzione più adatta per affrontare il problema del razzismo? Sylvana non ha dubbi a riguardo: «Se vuoi risolvere un problema devi andare alla radice. E se il razzismo è “istituzionalizzato”, bisogna prima cambiare le istituzioni: è necessario entrare in Parlamento».

In un certo senso, l’intero percorso di vita di Sylvana sembra essere connotato da una tensione continua tra “pragmatismo” e “idealismo”: dall’abbandono degli studi al passaggio in televisione, fino ad arrivare all’abbandono di una carriera garantita per «garantire che i propri figli non debbano subire il trattamento della generazione di suo padre». Lei ci scherza su e dice semplicemente che «probabilmente è cresciuta». «L’idealismo è sempre stata una componente forte del mio carattere, ma la necessità di combattere contro le ingiustizie non è mai stata imperativa come oggi. Quando le persone mi chiedono “perché ho fatto questa scelta”, rispondo semplicemente che ero pronta, convinta e capace di fare il passo».

Ma non tutti credono a Sylvana. Per alcuni, non ci sarebbe nessuna svolta reale nel suo comportamento.  Molti recriminano alla ex-conduttrice tv di essere esclusivamente alla ricerca di gloria personale. In altri termini, la sete di successo sarebbe l’unico filo rosso a collegare le diverse tappe della sua carriera, che si televisiva o politica. Perché? A dire il vero, Art1kel non rappresenta il primo impegno sociale di Sylvana. A inizio del 2016, entra nelle file di Denk (“Pensare”, tdr.), una nuova formazione composta principalmente da cittadini olandesi di origine marocchina e turca. Anche Denk si batte contro le discriminazioni e la segregazione sul mercato del lavoro. Ma ha un profilo conservatore da un punto di vista economico, mentre Sylvana vuole contendere uno spazio a sinistra «lasciato libero dallo snaturamento del partito socialdemocratico olandese (PvdA)». In ogni caso, nella seconda metà dello scorso anno, si consuma una rottura definitiva fra la ex-conduttrice televisiva e la leadership di Denk. Sylvana lascia il partito e crea Art1kel.

Il giorno prima del nostro incontro, una ragazza olandese di origine marocchine mi ha chiesto di girare una domanda molto semplice alla fondatrice di Art1kel: perché ha lasciato Denk? Sylvana guarda un attimo di lato poi intreccia le dita delle sue mani; è come se capisse che è una domanda che si fanno in tanti, soprattutto chi è vittima della retorica identitaria di Wilders e del Partito conservatore e vede, allo stesso tempo, soltanto divisioni dall’altro lato dello spettro politico. «Voglio essere franca: un partito come Denk che ha fatto tanto per farsi conoscere, rischia di fermarsi troppo presto se continua, a proporre soltanto un discorso contro il sistema. Quello che serve è un progetto di inclusione, che coinvolga anche la popolazione olandese bianca». Sylvana dice di aver lasciato Denk anche perché, dopo un periodo iniziale di confronto, ha subito una sorta di estromissione: «Le mie idee non erano prese sul serio e non avrebbero trovato spazio all’interno dell’agenda del partito. Mi è stato detto di non parlare di certi temi durante la campagna elettorale, perché avrebbe provocato una perdita di consensi». E per quanto riguarda la ricerca del successo: «Per entrare in Denk ho messo in gioco tutte le mie entrate economiche. Oggigiorno, i miei clienti (Sylvana lavorava da freelance nel mondo della televisione, ndr.) non vogliono lavorare con me perché ho preso una posizione netta in politica. Se avessi puntato semplicemente al seggio parlamentare, sarei dovuta rimanere con Denk: avevo un posto garantito».

A guardare i sondaggi, sia Denk che Art1kel lottano per entrare in Parlamento. Con il primo partito che ha una probabilità leggermente più alta di riuscirci. Del resto bastano le dita di una mano per contare i mesi di tempo che la formazione di Sylvana ha avuto per prepararsi a queste elezioni. Per chiunque, si tratterebbe di un suicidio politico, ma non per lei: «Siamo più di un partito: siamo legati con una base di attivisti e rappresentiamo un movimento. Sebbene esistiamo da poco, siamo pronti per un’avventura di lungo periodo. E se non dovessimo entrare in Parlamento, vorrà dire che avremo più tempo per dimostrare che c’è bisogno di noi». Le dico che il razzismo potrebbe semplicemente non essere una priorità. Non è d’accordo: «Non si possono affrontare povertà, disoccupazione, e sessismo senza prendere di petto il problema del razzismo. E’ per questo che fuori e dentro al partito parliamo cerchiamo di lanciare un dibattito sulla così detta “discriminazione multipla” (“intersectionality”, tdr.).

In un certo senso, Art1kel non può essere rilegato alla battaglia contro il razzismo. Più in generale, il suo campo di battaglia è quello delle disuguaglianze: «E’ sempre all’interno di queste ultime che il razzismo trova il suo spazio», afferma convinta Sylvana. Ma se il razzismo è legato alle disuguaglianze, non spetterebbe alla sinistra prendere a cuore il tema? Secondo Sylvana esiste un problema reale di «credibilità», legato al «profilo di tutti i partiti»: «Non puoi predicare la diversità senza rappresentarla. I partiti della sinistra sono composti in grande maggioranza da uomini e donne olandesi bianche. Art1kel è l’unica formazione che non predica, bensì da vita alla diversità». Probabilmente Sylvana ha ragione, ma a proposito di credibilità, le dico che forse sarebbe ora di togliere quella “y” dal nome e tornare semplicemente ad essere “Silvana”. Mi guarda incredula, come se le avessi letto nel pensiero: «Ci stavo pensando giusto qualche giorno fa».