Il post-Merkel si chiama AKK: Annagret Kramp-Karrenbauer

Dopo il risultato “negativo” delle elezioni dello scorso settembre e in seguito al fallimento dei negoziati “Giamaica”, nell’Unione cristiano democratica (Cdu) si discute sempre di più della successione di Angela Merkel.

Dopo il risultato “negativo” delle elezioni dello scorso settembre e in seguito al fallimento dei negoziati “Giamaica”, nell’Unione cristiano democratica (Cdu) si discute sempre di più della successione di Angela Merkel.

Ben intesi: se “Mutti” – è il soprannome affettuoso dei tedeschi per il Cancelliere – arriverà a formare una nuovo Governo con il Partito socialdemocratico (Spd), verrà lodata come “vincitrice” e resterà salda in sella al suo Partito. Ma la discussione interna alla Cdu sul post esiste ed è seria. Perché?

La fine di un “amore” lungo 4 legislature

Sulla testata conservatrice Die WeltDorothea Siems scrive, con toni a dir poco accesi, che la CDU starebbe concedendo troppo a MartinSchulz ai fini della Groko. Soprattutto sui fronti “Europa” e “politiche sociali” (in realtà il bilancio delle negoziazioni è ambiguo). Ma, al di là delle “concessioni di fine carriera”, a colpire è il giudizio di Siems su Merkel, in funzione del storia recente della Germania.

Nell’ultimo decennio, “sicurezza interna” e “sviluppo economico”, ovvero i “tratti distintivi del centrodestra”, sarebbero stati sacrificati dalla politica della Cancelliera, sempre “più sociale”. A differenza di una volta (e il riferimento è alla Cdu storica di Ludwig Erhard del Secondo dopoguerra), oggigiorno, nel Partito, scrive ancora Siems, sarebbe “impossibile fare carriera da economisti”.

Si arriva insomma al paradosso che Merkel avrebbe “reso vani gli sforzi di riforma di Gerhard Schroder”, l’ultimo Cancelliere socialdemocratico.

Obiettivo 2020: una nuova Cancelliera

Nella bozza di accordo con la Spd, presentata alla stampa a metà gennaio, si parla di una sorta di “giro di boa” nel 2020, utile a valutare la riuscita della alleanza tra i due partiti. Ed ecco allora che la fine del decennio, sarebbe anche il momento ideale per un cambio di leadership per il centrodestra tedesco.

Lo scrive Wolfram Weimer sulla rivista The European, citando (anonimamente) un membro del direttorio della Cdu, il quale, al margine delle negoziazioni GroKo, avrebbe detto: “Ci aspettiamo che, questa volta (nel 2020), [Merkel] chiarisca chi sarà il proprio successore” e che il passaggio di consegne avvenga “con tempismo”.

Del resto, lo storico Paul Nolte, in un’intervista a Die Welt, ha affermato che la carriera da Cancelliere della “donna più potente al mondo” (la definizione è di Forbes) terminerà entro i prossimi 4 anni.

AKK

Ma chi sono i candidati alla successione? Cinque i nomi di riferimento: Jens Spahn, Ursula von der Leyen, Thomas de Maizière, Julia Klöckner e Annagret Kramp-Karrenbauer. A detta di molti, sarebbe proprio quest’ultima, Kramp-Karrenbauer, 52, — nei circoli della Cdu esiste già un nick name apposito, AKK — ad essere la favorita numero uno per il post-Merkel.

AKK è Primo ministro del Saarland, Land per cui ha anche svolto il ruolo di ministro dell’Interno (Kramp-Karrenbauer è stata la prima donna a ricoprire questo ruolo in assoluto in Germania). Secondo un sondaggio FORSA, il 72 percento dei cittadini della regione sarebbero contenti del suo operato. Sono numeri che non raggiunge nessun altro politico tedesco.

L’ascesa a “potenziale guida della Cdu” sarebbe stata poi accelerata dai fatti politici dell’anno scorso. Secondo Weimer, la vittoria di Kramp-Karrenbauer nelle elezioni regionali di inizio 2017 nel Saarland avrebbe tagliato le gambe all’ “entusiasmo Schulz” — allora, appena passato da Bruxelles a Berlino — e permesso alla Cdu di fare lo storico filotto negli altri lander cruciali, Schleswig-Holstein e Nordrhein-Westfalen, prima di vincere, ancora una volta, a Berlino.

Copia di Merkel, o alter-ego?

I media tedeschi la definiscono, da tempo, come la “copia di Merkel” — le posizioni sono simili, compreso un noto europeismo, benché responsabile -, eppure Weimer sostiene che, rispetto alla “prussiana” Angela, Annagret sia l’esempio di un “umorismo” che spruzza “gioia divivere”.

A ben vedere però, anche le posizioni di policy divergono da quelle della Merkel del 2018. Da una critica forte all’Islam politico — ha vietato le apparizioni di Erdogan nel suo Land — allo scetticismo riguardo alla politica immigratoria del Cancelliere, Kramp-Karrenbauer sembra piùconservatrice” di Angela per quel che riguarda la politica interna. Anche per questo va a braccetto con la Csu e rappresenterebbe la carta vincente per rinsaldare l’alleanza storica tra la destra bavarese e i Cristiano democratici. Poi ci sono i dettagli: nel 2017, Ilse Aigner, ministro dell’Economia e dei Media della Baviera (Csu), ha premiato Kramp-Karrenbauer con il “Sign-Awards” per la categoria “politica dell’anno”.

Ma in fondo, che Annagret sia fatta a immagine e somiglianza di Angela importa poco. Soprattutto, quando correnti interna alla Cdu, come la WerteUnion, pubblicano (ormai apertamente) sul proprio sito post dal titolo: “La Cdu ha urgentemente bisogno di un rinnovamento, senza Merkel”.

(ilSalto, 02.02.2018)

Photo CC Flickr: Bundesrat

Il silenzio di Merkel e le parole di Schulz: che “Europa” sarà quella della GroKo?

Restano complicate le trattative tra i maggiori partiti tedeschi per trovare un’intesa sulla nuova Gross Koalition: da un lato la destra teme la perdita di consensi in favore di AFD, dall’altro la SPD punta a soppiantare Merkel per gli anni a venire

Le negoziazioni GroKo (Grosse Koalition) valide per creare il prossimo governo federale tedesco, potrebbero terminare con un accordo già domenica prossima, 4 febbraio.

A seguire, ci sarà il “referendum” della SPD che coinvolgerà la base del Partito. Se l’ala giovanile guidata dall’ormai noto in patria, Kevin Kühnert, continua a opporsi al progetto di una nuova alleanza con Angela Merkel, Martin Schulz farà di tutto per convicere un popolo – quello socialdemocratico – che sembra sempre più scettico riguardo alla leadership del politico di Aquisgrana.

Nei primi giorni di questa settimana, le negoziazioni sono focalizzate soprattutto sulla politica interna e la questione migratoria. È di martedì sera la notizia di un accordo sofferto sul ricongiungimento famigliare per i rifugiati ammessi in patria.

In linea generale, se CDU e SPD sembrano pronte a un’intesa in tempi rapidi, la CSU sta vendendo cara la propria pelle.

Ralf Stegner (SPD) ha affermato che il partito bavarese è “in uno stato di competizione acerrima con la AFD”, il partito di destra radicale, entrato nel Bundestag tedesco dopo le elezioni di settembre 2017.

Oltre ai tratti di xenofobia e islamofobia che caratterizzano la AFD, c’è un altro elemento della competizione tutta a destra, tra AFD e CSU, che potrebbe interessare anche gli altri Paesi membri dell’Ue: quello dell’euroscetticismo. È infatti legittimo chiedersi quanto peserà l’influenza indiretta dell’AFD (mediata dalla paura della CSU) sulla definizione finale della politica europea della GroKo.

Per il momento, il tema non è ancora emerso nelle negoziazioni. La Arbeitsgruppe “Europa”, il gruppo di lavoro dedicato alla definizione della posizione del nuovo gonverno, è guidata da Schulz in persona, oltre che da Peter Altmaier (CDU), ministro delle Finanze ad interim. Spicca, quindi, l’assenza di Merkel.

La prominenza di Schulz punterebbe nella direzione di una politica europea nuova della Germania. Almeno, rispetto ai 5 anni precedenti, nel corso dei quali Wolfgang Schäuble, l’ex-ministro delle Finanze e attuale Presidente del Bundestag, ha determinato il bello e cattivo tempo del processo di integrazione.

D’altra parte, l’“indeterminatezza” delle proposte contenute nella bozza di accordo formulata dai tre partiti a metà gennaio lascia ancora molte porte aperte (o chiuse, dipende dalla prospettiva). Si parla di un aumento delle risorse per il Parlamento europeo, di una legislazione quadro in materia sociale (salario minimo, in primis), di un budget per l’Eurozona. Ma non è specificato come si arriverà a questi obiettivi.

Inoltre, a un livello più generale, il testo dell’intesa è condito di un linguaggio che, per certi versi, non si discosta troppo da quello degli ultimi dieci anni: per dire, la parola “investimento” è sempre preceduta da quella “competitività”. Lo stesso Schulz, ultimamente, articola il suo essere “pro-Europa” soprattutto in funzione delle sfide che arrivano “da fuori”: la politica di Trump, gli investimenti cinesi, l’economia globalizzata. Certo, c’è sempre il riferimento a Macron. Ma anche le proposte del Presidente francese non sono certo scritte nella roccia.

È per questo motivo che, nei prossimi giorni, ci si potrebbe aspettare uno strappo da parte della SPD, uno sprint che indichi cosa intenda concretamente il leader socialdemocratico quando parla di “Neuer Aufbruch, “un nuovo approccio” alla questione europea. Anche perché, quello di una “Germania pro-Europa” sembrerebbe, al momento, l’unico grimaldello utile per convincere la base della SPD ad andare a braccetto, ancora una volta, con Angela Merkel.

Contestualmente, ci sarà da valutare la reazione della CSU, in funzione della sfida AFD. E anche quella della CDU stessa: dalla componente “economica” del Partito sembrano già essere trapelate alcune critiche rispetto alle posizioni della SPD.

Potenzialmente, questi ultimi fattori potrebbero far traballare una “nuova politica europea” della Germania? Teoricamente sì. Ma il fatto che Angela Merkel sia all’alba del suo ultimo mandato da Cancelliera, gioca a favore di Schulz, della SPD e del Sud Europa.

Da Kohl a Mitterrand, i leader più rilevanti del percorso di integrazione sono diventati tali soprattutto nel corso della loro ultima esperienza governativa, momento nel quale hanno dato priorità alla geo-politica.

In altri termini, forse anche Merkel avrà voglia di passare alla storia non esclusivamente come la regina del rigore e dell’austerità. Ma sarà lei a deciderlo, a prescindere dalla volontà del suo partito e di Schulz. A quest’ultimo rimarrà il “compito” di rivendicare il “cambiamento” di fronte alla base socialdemocratica.

(Linkiesta, 01.01.2018)

Colonia dell’assurdo

Colonia il cielo è limpido, ma c’è un freddo pungente. Il sole delle 13 di sabato 9 gennaio irradia le persone raggruppate sugli scalini tra il duomo e la stazione centrale, l’Hauptbahnhof. Matthieu (il nome è di fantasia), 30 anni, si aggira nervoso. I suo grandi occhi azzurri sono incastonati in un viso pallido, nascosto sotto a un cappuccio grigio – lo sguardo invasato. Dalla bretella destra del suo zaino penzola un rosario di legno. Ogni volta che muove le braccia, la croce sobbalza. Sei un “mollaccione”. Mi fai schifo. Sono venuto dalla Francia per difendere le tue donne. Vuoi aspettare che questi musulmani te le violentino tutte?, esclama in inglese, indicando un signore brizzolato sulla cinquantina. Un ragazzo tedesco-tunisino che passa di lì, lo sente e si ferma. Cominciano a discutere.

(Continua su Left, n°3/2016)

Intervista con Giovanni di Lorenzo, direttore Die Zeit

Le critiche alla Cancelliera, “immeritate”. La stima per Monti e Draghi. L’“inverosimile” vittoria di Berlusconi. E ancora l’austerity, la Grosse koalition, il giornalismo in crisi. Giovanni di Lorenzo, nato in Italia, è il direttore del più importante settimanale tedesco, Die Zeit. Ecco come legge le elezioni di Roma e Berlino. Con una sola certezza: la Cdu rivincerà.

Le critiche alla Cancelliera, “immeritate”. La stima per Monti e Draghi. L’“inverosimile” vittoria di Berlusconi. E ancora l’austerity, la Grosse koalition, il giornalismo in crisi. Giovanni di Lorenzo, nato in Italia, è il direttore del più importante settimanale tedesco, Die Zeit. Ecco come legge le elezioni di Roma e Berlino. Con una sola certezza: la Cdu rivincerà.

Anni 70, Hannover, Repubblica federale tedesca, una scuola superiore qualsiasi. «L’Italiano di Lorenzo bisognerebbe impiccarlo », urla un professore di fronte alla classe. Giovanni si fa piccolo piccolo, in un angolo della classe. Nessuno compagno alza un dito. È un ragazzino emigrato dal Belpaese, arrivato in Germania con la madre e il fratello. Un tirocinio dopo la scuola lancia il giovane italiano nella carta stampata. Un primo articolo su Angelo Branduardi e poi, di redazione in redazione, una carriera che si snoda tra quotidiani e settimanali nazionali. Oggi, a 53 anni, Giovanni di Lorenzo è il direttore di Die Zeit: il più importante settimanale tedesco, uno dei più noti d’Europa. Mai una parola di troppo, eppure sempre incisivo; moderato, ma non conservatore; liberale e progressista allo stesso tempo: è lo stile che di Lorenzo ha impresso al suo giornale. Quando ci racconta al telefono l’episodio in cui il professore, più di trent’anni fa, lo insultò davanti ai suoi compagni di scuola, lo fa senza rancore. La Germania da allora è cambiata molto e in meglio. Oggi però è anche il Paese che guida l’Europa e, forse proprio per questo, si ritrova al centro delle critiche di parte della classe politica italiana.

Direttore, cosa sta succedendo tra Italia e Germania? Nel nostro Paese per alcuni la Merkel è l’austerity fatta persona e l’avversario da combattere.

Innanzitutto è bene dire che nessun cittadino tedesco vuole agire per colpire appositamente l’Italia, tanto meno la Merkel. E non c’è nessuna ostilità verso il popolo italiano da parte di quello tedesco. È un’ipotesi che non sta né in cielo né in terra. Altrettanto l’equiparazione tra austerity, Germania e Merkel. Questa situazione di contrasto che si è creata rappresenta un disastro nella storia dei rapporti tra Italia e Germania dal dopoguerra a oggi.

Quindi la Germania non ha colpe per la situazione italiana?

Certo che no. Sebbene ci sia una certa visione politica in Italia che tenti di individuare nella Germania il motivo di tutti i disagi del Paese, questi in realtà sono dovuti al malgoverno degli ultimi decenni. Quella che si sta attuando in Italia è la classica logica del capro espiatorio.

E Berlino non ha preferenze per qualche candidato italiano?

Diciamo che c’è un certo credito morale e politico nei confronti del governo Monti, ma la domanda che viene rivolta a me, e a chiunque porti un cognome italiano, in tutti gli ambienti politici, è sempre la stessa: «Può davvero Berlusconi tornare al governo?».

Perché?

È un’eventualità che per la mentalità tedesca, a prescindere da destra e sinistra, ha semplicemente dell’inverosimile. Da rimanere esterrefatti.

Però i giornali tedeschi danno molto spazio al confronto tra Monti e Berlusconi mentre il centrosinistra rimane in ombra…

È colpa del fatto che c’è poca chiarezza sugli assetti politici e le alleanze. I programmi diventano difficilmente spiegabili persino agli italiani, si figuri ai tedeschi. 4

E di chi è la colpa?

Non vorrei fare battute, ma dipende anche molto dal lavoro dei media. Io sono un membro della carta stampata e le dico sinceramente che vedo con preoccupazione il modo in cui i quotidiani italiani trattano la politica. Del resto basta guardare il calo delle vendite. Se una qualsiasi persona si perde un solo numero di un quotidiano italiano, dal giorno dopo non riesce più a capire in che direzione stia andando il dibattito politico. Se io stesso non riesco a capire di che cosa parlino i giornali italiani, mi chiedo come dovrebbe fare il lettore medio.

Troppi slogan?

Un racconto a puntate senza una visione d’insieme. Mi duole dirlo, ma leggere dall’estero la politica italiana sui giornali italiani è impossibile.

In Germania invece?

Si cercano di spiegare i fatti, gli avvenimenti e le personalità. Proviamo a spiegare cosa c’è dietro alle parole, per svelare i significati della politica al lettore.

Quindi i giornali italiani sono da buttare?

No, assolutamente. Devo riconoscere che in Italia emerge più nettamente il contraddittorio tra le varie testate: questo è un aspetto positivo. I giornali tedeschi tendono a un conformismo sconcertante. Scrivono tutti le stesse cose nello stesso momento: che si tratti di elogi o di condanne, vanno sempre in coro.

L’economia ha colonizzato il linguaggio politico in Italia. Per intenderci, quanto si parla dello spread in Germania?

Pochissimo. Anzi, in Germania non se ne parla proprio, anche perché al momento non rappresenta un costo per l’economia.

E della disoccupazione?

Vede, la Germania è un Paese fortunato in questo momento. La disoccupazione giovanile in alcuni Länder è inesistente. In Italia, al contrario si attesta intorno al 36 per cento, un dato sconcertante.

A settembre si vota anche in Germania. Chi vincerà le elezioni?

La Cdu perde terreno nei Länder, ma rimane stabile a livello nazionale. Il punto è che in questo momento non c’è nessuna volontà di cambiare il Cancelliere. Se è vero che i tedeschi non sono soddisfatti della squadra di governo nel suo complesso, la Merkel gode comunque di un grande consenso.

Come mai?

Angela Merkel ha uno stile poco vanitoso, dà importanza ai fatti e mira a trovare le soluzioni ai problemi. Qualità che sono apprezzate al di là degli schieramenti politici, anche da chi non vota democristiano. È una persona sobria e schiva che, tanto per fare un esempio, la sera va al supermercato a fare la spesa. Ai tedeschi piace. Non è un caso che nonostante la frammentazione partitica la Cdu sia rimasta stabile al 40 per cento. Numeri che devono essere considerati un grande successo politico.

Quindi vincerà la Merkel?

Se la Merkel dovesse avere un tracollo si potrebbe trovare all’opposizione con il 40 per cento e la Spd al governo insieme ai Verdi e ai Liberali.

Addirittura?

Sì, ma una mossa politica del genere costituirebbe un tradimento politico da parte del Partito liberale nei confronti della Cdu. E comunque ripeto: la Merkel è stabile. Più verosimilmente, in caso la Cdu non dovesse raggiungere la maggioranza dei seggi con i liberali, si potrebbe profilare un’alleanza con i socialdemocratici.

Un governo di larghe intese: lo scenario che Joschka Fischer invocava per un’Europa più equilibrata tra crescita e rigore…

Quella della Grosse koalition è una situazione che la Germania ha già vissuto otto anni fa. Non so cosa comporterebbe a livello europeo, ma, a mio parere, quello di larghe intese del 2005 fu un governo migliore di quello di oggi. Per la Germania rappresenterebbe sicuramente un vantaggio.

E per chi no?

Per noi giornalisti, sarebbe una noia mortale.

E se invece vincesse il socialdemocratico Steinbrück, la Germania cambierebbe la sua politica verso l’Europa?

No. E questo è il vero grande problema per i socialdemocratici: come si può pensare di combattere la Merkel se in fondo la propria politica europea non è diversa da quella dei democristiani?

Ma è difficile da immaginare. Steinbrück come Cancelliere è un candidato debole. Ancora un po’ frastornato dalle gaffe che ha fatto nei mesi passati, quando minacciò di invadere la Svizzera con la cavalleria, dopo che la Spd lo aveva scelto come candidato per le Politiche del 2013.

Quindi niente eurobond? In Italia sono considerati come la via d’uscita dalla crisi, servirebbe un consenso ampio però…

È un consenso che in Germania non c’è. Però, a mio avviso, bisogna riconoscere che la Merkel ha già condiviso le misure adottate dalla Bce di Mario Draghi, che nella prassi sono molto vicine alla logica degli eurobond. Vanno verso una responsabilizzazione collettiva dell’economia europea.

Una Germania in linea con Draghi quindi?

Sì, anche se rimane un certo contrasto con la Bundesbank. La stabilità dei prezzi rimane la priorità per i tedeschi. La gente comune ha paura di dover un giorno pagare per le fideiussioni date. Il che vorrebbe dire colpire la gente con gli introiti più bassi: una prospettiva che spaventa.

Lei, Draghi, Monti. C’è una certa Italia che ha successo in Germania… che Paese trovò quando si trasferì, trent’anni fa?

Era una realtà che non aveva nulla a che fare con quella odierna. Oggi la Germania è un Paese multietnico. Al tempo invece c’era un certo senso dichiusura: io e mio fratello eravamo addirittura gli unici stranieri a scuola. Quando fui eletto portavoce degli studenti, un professore davanti alla classe disse: «L’italiano di Lorenzo bisogna impiccarlo». Devo dire che nessuno quella volta si scandalizzò. Era la Germania degli anni 70.

Le difficoltà di tanti degli emigrati italiani di allora…

Le difficoltà che incontrai io furono minori rispetto a quelle di molti altri italiani emigrati che non poterono frequentare la scuola superiore e non avevano una madre tedesca.

Quanto è ancora legato all’Italia?

Ho fatto le elementari in Italia, mio padre vive a Roma, ho una piccola casa al mare in Toscana e, alla mia tenera età, ho ancora una nonna che vive a Rimini. Sono legami inscindibili.

Un ricordo dell’infanzia passata in Italia?

Mi viene in mente che per la gente eravamo i “tedeschini”, ma era veramente un modo affettuoso di riferirsi a me e mio fratello.

Die Zeit, letteralmente “Il Tempo”, ma voi non ne risentite…

Quello del nostro giornale è un miracolo che stiamo vivendo con umiltà. In questo panorama di crisi mondiale per il cartaceo, Die Zeit è riuscito ad aumentare sia gli incassi che la tiratura. Nell’ultimo trimestre i dati dicono che abbiamo venduto 514mila copie in media. Dopo il giornale scandalistico Bild siamo la rivista più venduta in Germania.

Quando torna in Italia?

Non torno. Anzi, solo in vacanza, da buon tedesco. Scherzi a parte, a maggio sarò a Rimini a trovare i parenti.

Grazie direttore.

Grazie a voi, a presto.

(Left, 16.02.2013)