Esiste una sfera pubblica europea? Se sì, è in crisi

Visto il gran parlare, soprattutto in campagna elettorale, delle possibilità di “riformare l’Europa”, lo studio evidenzia un problema non secondario. Se le sfere pubbliche nazionali sono così diverse fra di loro e, di conseguenza, le pressioni a cui devono rispondere le classi dirigenti, si può procedere, credibilmente, con una riforma complessiva dell’Eurozona? 

Esiste una sfera pubblica europea? Se sì, è lontana dall’essere levigata e uniforme.

Lo studio Tales from a crisis: diverging narratives of the euro area, pubblicato dal think tank Bruegel ha analizzato la copertura mezzo stampa di 4 quotidiani nazionali – LaStampa (Italia), Sueddeutsche Zeitung (Germania), LeMonde (Francia), ElPais (Spagna) – rispetto alla crisi economico finanziaria, dal 2007 al 2016.

L’obiettivo della ricerca di Henrik Muller, Giuseppe Porcaro e Gerret von Nordheim è stato quello di verificare le peculiarità delle “narrazioni” della crisi: chi è indicato come colpevole? Quali sono i temi più discussi? Quali conseguenze se ne possono trarre in termini di sviluppo di politiche e riforme europee?

Già nell’introduzione gli autori spiegano come, a livello teorico, “la frammentazione delle sfere pubbliche dei singoli Stati nazionali distingue l’area valutaria comune europea dalle altre” (es. Gli Stati Uniti d’America). “La mancanza di canali di comunicazione europei” costituisce un deficit nel momento in cui è necessario “legare i discorsi nazionali a un quadro di priorità di policy economiche” europee.

La ricerca ha permesso di analizzare quali topic (temi) siano stati trattati nei singoli Paesi (quotidiani) e di verificare similarità e differenze tra “sfere pubbliche” nazionali.

Partiamo dalle similitudini. Cosa accomuna le narrazioni dei diversi Paesi? La catena causale tra “tipi di crisi”. Si passa da quella economica alla corrispettiva politica e, infine, a una messa in discussione “dei valori sociali”. Conseguentemente si arriva sempre alla costituzione di determinati “sentimenti” e “capri espiatori”. Detto ciò, a livello di tono, la copertura dei media italiani e spagnoli – e per certi versi, anche di Le Monde –  si contraddistingue per una generalizzata “sfiducia” derivante dalle prospettive “negative di lungo periodo”. Il linguaggio della Sueddeutsche Zeitung è, invece, piuttosto “tecnocratico”. Per quanto riguarda il discorso “valoriale”, nell’interpretazione di quasi tutti i media, è la nozione di “democrazia” a essere danneggiata.

Ma sono sicuramente le differenze tra i singoli quotidiani ad essere il risultato più rilevante dell’analisi.

In Germania, dopo il 2009, si ritrova la critica serrata alla Banca centrale europea e ovviamente l’attenzione al bailout greco. Inoltre, sulle pagine della Sueddeutsche Zeitung, concetti come “il ritorno alla stabilità” e la “prudenza finanziaria” nella definizione di politiche “europee e nazionali” la fanno da padrona.

Lo stesso non avviene con riferimento a Le Monde. Qui, in Francia, questioni legate alla sicurezza (anche in virtù degli attentati terroristici) prendono il sopravvento dopo il 2009. Mantenendo un focus su temi economici, si nota come la copertura da parte di Parigi si focalizzi soprattutto sul rapporto fra Stati creditori e debitori e sulle posizioni dell’Unione “ispirate dalla Germania”.

E per quanto riguarda l’ItaliaLa Stampa è il quotidiano dal tono “più vittimista”: “La globalizzazione e la crisi” sarebbero stati di particolare danno per il Bel Paese “a causa della mancanza di identità comune nella penisola nostrana dovuta, a sua volta, alle fratture fra Nord e Sud”. Il sistema economico italiano è vittima prima della globalizzazione, poi della crisi finanziaria e, successivamente delle politiche di austerità imposte dall’Ue, alle quali Roma non può fare resistenza, perché “troppo debole”. Dopo il 2009, il focus tematico è tutto incentrato sulla Germania e sull’influenza di quest’ultima sulle politiche europee (c’è quindi una similitudine con il caso francese), ma anche e, soprattutto, sul sistema politico nostrano e le “colpe del Governo”. È importante notare, sottolineano gli autori, come, “nella narrativa italiana, la finanza e le banche non giochino un ruolo chiave”.

Infine, la Spagna, il Paese il cui quotidiano sembrerebbe mettere più enfasi sulla “responsabilità nazionale” rispetto allo scoppio della crisi (il che è sicuramente legato alla peculiarità della bolla immobiliare iberica). Il discorso si ripiega quindi sulle istituzioni nazionali. Termini quali “indignazione” appaiono frequentemente, anche in relazione ai movimenti sociali. Il Governo nazionale e le banche sono i target principali della critica nella prima parte della crisi. Successivamente, la Grecia riceve un trattamento particolare, in quanto monito per Madrid. La Banca centrale europea, le istituzioni di Bruxelles e la Germania ricevono invece un’attenzione secondaria, rispetto al quadro politico nazionale (una differenza importante rispetto agli altri casi).

Cosa ci dice tutto ciò? Nelle conclusioni dello studio, gli autori sottolineano l’importanza del ruolo delle sfere pubbliche per la definizione delle politiche: “Il quadro […] dimostra che le classi dirigenti nazionali si confrontano con pressioni […] del tutto diverse”, da Paese a Paese. Sembrerebbe un problema da poco conto,  per alcuni è la scoperta dell’acqua calda.

Eppure, visto il gran parlare, soprattutto in campagna elettorale, delle possibilità di “riformare l’Europa”, lo studio evidenzia un problema non secondario. Se le sfere pubbliche nazionali sono così diverse fra di loro e, di conseguenza, le pressioni a cui devono rispondere le classi dirigenti, si può procedere, credibilmente, con una riforma complessiva dell’Eurozona?

(ilSalto, 16.02.2018)

 

Un pezzo di carne cruda – Intervista con Javier Gallego

Oggi la cittadinanza spagnola, come quella europea in generale, è talmente passiva che si potrebbe dire di vivere in una sorta di simulazione democratica. I media sono stati ciechi di fronte alla crisi che ha investito l’Europa nel 2008. In Spagna esiste un discorso ege-
monico che ha nascosto la realtà socio-politica dai primi giorni della crack finanziario fino a oggi.

Scrivere racconti di fantasia e imitare i telecronisti sportivi. È così che, a 9 anni, immerso in un mondo fatto di audio libri, Javier Gallego si allenava, «senza averne coscienza», alla professione giornalistica. Lo incontro in uno studio di registrazione di Madrid, a due passi dal quartiere di Lavapies, quando mancano cinque minuti all’inizio della seconda puntata settimanale di Carne Cruda – La repubblica indipendente della Radio, il programma web radio più seguito di Spagna. Manuel e Rocio, due dei collaboratori del «Crudo» – il soprannome di Javier per gli addetti ai lavori – sistemano gli ultimi dettagli, mentre una luce fioca filtra dalle tapparelle delle finestre. C’è giusto il tempo di una sigaretta e una stretta di mano con gli ospiti di turno. Poi parte la solita sigla roboante.

Si potrebbe quasi dire che lo stile radiofonico del Crudo, nonostante le esperienze fatte alla radio pubblica spagnola (RNE) e alla catena privata SER, sia rimasto lo stesso di quando era ragazzo. In Carne Cruda, racconti fantastici che però sanno di attualità si uni-
scono a imitazioni satiriche; interviste con politici spagnoli si alternano a quelle con personaggi della contro-cultura europea. Il suo modo sui generis di fare informazione, lo ha trasformato in bestia nera del giornalismo classico spagnolo. Dal canto suo, il Crudo nel 2012 porta a casa il prestigioso premio Ondas (miglior programma Radio spagnolo). Javier non ha problemi a dirsi di parte e non crede in un giornalismo neutrale. Allo stesso tempo, non risparmia critiche a nessuna formazione politica, comprese quelle che vogliono “rottamare” il Partito Popolare e il Psoe.

Lei ha definito «Carne Cruda» un programma di «mobilitazione del-
le coscienze». Cosa vuol dire?

Oggi la cittadinanza spagnola, come quella europea in generale, è talmente passiva che si potrebbe dire di vivere in una sorta di simulazione democratica. I media sono stati ciechi di fronte alla crisi che ha investito l’Europa nel 2008. In Spagna esiste un discorso ege-
monico che ha nascosto la realtà socio-politica dai primi giorni della crack finanziario fino a oggi: basti pensare a come sono state sottovalutate la crisi immobiliare e l’emergenza degli sfratti. Allo stesso tempo, la politica mentiva con le parole, capovolgendo la realtà. Ma il giornalismo ha un dovere: quello di raccontare nel miglior
modo possibile la realtà, come se fosse un pezzo di carne cruda.

(Continua su ilManifesto)

Le elezioni europee 2014 nei media tedeschi: un’analisi del dibattito pubblico

Quale deve essere la forma di questa Europa? E quale dovrebbe essere il ruolo della Germania? Durante gli ultimi anni, lo smarrimento intellettuale della classe politica europea è diventato il terreno su cui si sono innestate e sono state coltivate specifiche tensioni politiche tra Stati membri dell’UE. In particolare, le contingenti crisi economiche non hanno fatto altro che evidenziare le tensioni da tempo latenti, ma mai risolte, tra la dimensione economica e quella sociale dell’UE.

Il 22 febbraio 2013, il presidente della Repubblica Federale Tedesca, Joachim Gauck, teneva il suo discorso sulle prospettive dell’idea europea (Rede zur Perspektiven der europäischen Idee) presso il Castello Bellavista di Berlino. La sala ospitava ministri del Governo tedesco, rappresentanti della società civile e studenti universitari. «Non c’è mai stata così tanta Europa» (Gauck 2013, 1): in questo modo Joachim Gauck iniziava la sua relazione, conscio della situazione paradossale in cui il Vecchio Continente si trovava. Con un’Unione Europea stretta tra la crisi economica finanziaria mondiale da una parte e quella del debito pubblico greco dall’altra, il Presidente non faceva altro che riconoscere il punto di non ritorno del percorso di integrazione e, allo stesso tempo, la situazione di stallo del più grande progetto istituzionale del secondo dopoguerra:

Per me questa giornata rappresenta […] l’occasione per tornare a riflettere criticamente su alcune parole che pronunciai il giorno della mia investitura: «Vogliamo rischiare più Europa». Oggi non riformulerei quelle parole altrettanto velocemente. Questo «più Europa» ha almeno bisogno di un significato, necessita di una specificazione. Dove è che l’Europa può e deve portare a una maggiore integrazione? Quale dev’essere la forma di questa Europa? Cosa vogliamo sviluppare e rafforzare, e cosa vogliamo limitare? E non in ultimo: come possiamo trovare più fiducia, di quanta non ne abbiamo oggi, nell’espressione «più Europa»? (ibidem).

Le parole di Gauck descrivono bene il punto di arrivo a cui era giunta, all’inizio del 2013, la crisi economico-politico-istituzionale iniziata nel 2007: uno smarrimento intellettuale e culturale, prima ancora che economico o politico, degli attori politici europei. Dopo una serie di riflessioni sui principi fondanti dell’UE (democrazia, libertà, uguaglianza, Stato di diritto, solidarietà), Gauck arrivava infine alla parte più delicata del suo discorso, quella riguardante il ruolo della Germania in Europa:

Mi preoccupa che in alcuni paesi il ruolo della Germania scateni scetticismo e sentimenti di sfiducia. Sì, è vero, la Germania ha profittato dell’euro. L’euro ha rafforzato la Germania. E il fatto che la Germania sia diventata la maggiore potenza economica del continente dopo la riunificazione ha fatto paura a molti. Mi spaventa con che velocità si possano distorcere le percezioni, come se la Germania si trovasse nella scia di una tradizionale politica di potenza. Non sono solo i partiti populisti che hanno rappresentato il cancelliere tedesco come rappresentante di uno 20 Alexander D. Ricci Le elezioni europee 2014 nei media tedeschi: un’analisi del dibattito pubblico Stato che vuole costringere e sottomettere gli altri popoli […] Io voglio rassicurare tutti i cittadini e cittadine dei paesi membri: non vedo alcuna manifestazione politica in Germania che sostenga un Diktat tedesco […] Con profonda convinzione posso dire: più Europa non vuol dire un’«Europa tedesca». Per noi, più Europa vuol dire una «Germania europea!» (ivi, 10).

Le parole usate da Gauck non erano casuali. Qualche mese prima, Ulrich Beck, noto sociologo tedesco, aveva pubblicato un saggio dal titolo Europa tedesca, in cui accusava Angela Merkel di perseguire una politica di potenza in Europa. In particolare, Beck (2013) accusava il Governo del proprio paese di aver guadagnato una posizione egemonica nel continente e di essere responsabile dell’equilibrio negativo venutosi a creare nell’UE. Oggi, a più di un anno dal discorso di Gauck, se può dirsi «superata» la fase critica legata al «problema greco», rimangono gli stessi interrogativi posti in quel discorso: quale deve essere la forma di questa Europa? E quale dovrebbe essere il ruolo della Germania? Durante gli ultimi anni, lo smarrimento intellettuale della classe politica europea è diventato il terreno su cui si sono innestate e sono state coltivate specifiche tensioni politiche tra Stati membri dell’UE. In particolare, le contingenti crisi economiche non hanno fatto altro che evidenziare le tensioni da tempo latenti, ma mai risolte, tra la dimensione economica e quella sociale dell’UE.

(Continua su Biblioteca della Libertà)