La bancarotta di Carillion potrebbe cambiare il Regno Unito, l’Europa e le nostre politiche economiche

Lunedì 15 gennaio, la ditta-multinazionale, Carillion, ha dichiarato fallimento, dando di fatto il “la” alla più grande bancarotta nel Regno Unito dalla crisi del 2007–08.

Carillion è crollata sotto al peso di circa 3 miliardi di sterline di debiti verso banche, imprese e istituzioni pubbliche del Paese. Tra questi ci sarebbero circa 500 milioni da saldare nei confronti del sistema pensionistico.

Lunedì 15 gennaio, la ditta-multinazionale, Carillion, ha dichiarato fallimento, dando di fatto il “la” alla più grande bancarotta nel Regno Unito dalla crisi del 2007–08.

Carillion è crollata sotto al peso di circa 3 miliardi di sterline di debiti verso banche, imprese e istituzioni pubbliche del Paese. Tra questi ci sarebbero circa 500 milioni da saldare nei confronti del sistema pensionistico.

Insomma, nel Regno Unito è successa una cosa grave. E parte della notizia è che non ha nulla a che fare con la Brexit.

Carillion?

Carillion, ex-Tarmac che inglobò Wimpey and Alfred McAlpine, opera nel Regno Unito, in Irlanda, Canada, nel Medioriente e in Nord Africa. Si tratta di una multinazionale “tuttofare”, con più di 40,000 dipendenti associati al proprio nome, attiva soprattutto nel settore edilizio e delle infrastrutture.

Nel corso dell’ultimo decennio e in seguito a dei provvedimenti legislativi che hanno messo in atto una strategia generalizzata di esternalizzazioni e privatizzazioni, Carillion si è accaparrata una quantità consistente di risorse pubbliche per la realizzazione di opere e servizi di pubblica utilità nel Regno Unito.

La lista della spesa esatta delle attività e dei progetti e servizi che sono (o, forse, sarebbe meglio dire “erano”) all’ “attivo” di Carillion, l’ha fatta Rob Davies and Dan Sabbagh sulle pagine del The Guardian.

Considerando soltanto le attività legate al Sistema sanitario nazionale (NHS), si parla della:

  • gestione di 200 strutture per un totale di 11,800 posti letto,
  • preparazione di più di 18,500 pasti giornalieri,
  • gestione di centralini per un totale di 1,5 milioni di chiamate all’anno,
  • gestione di una serie di team tecnici sul territorio nazionale.

Poi ci sarebbero le attività legate ai settori trasporto, difesa e sicurezza (incluso alcuni istituti di detenzione), educazione ed energia. Per fare un altro esempio che renda l’idea: Carillion ha vinto recentemente, insieme ad altre aziende “sorelle” del business britannico degli appalti pubblici, un contratto da 56 miliardi di sterline per la costruzione di una linea ferroviaria rapida che dovrebbe collegare alcune delle più grandi città del Paese, la nota HS2. Ad oggi, ci sono 450 progetti-cantieri ancora aperti a nome di Carillion.

Chi sarà colpito dal fallimento di Carillion?

Tecnicamente, Carillion è il datore di lavoro sia di impiegati del settore pubblico, che di quello privato. Il fallimento non colpirà i primi: il Governo ha già fatto sapere che provvederà, almeno per ora, a erogare gli stipendi. Per i secondi invece, da mercoledì potrebbe scattare il blocco dei pagamenti. Lo ha reso noto David Lidington del Gabinetto di Theresa May, dopo aver partecipato, lunedì scorso, a una riunione di emergenza per cercare di evitare la bancarotta.

Ma per spiegare quanto sia grave la situazione non basta parlare delle cifre di Carillion e dei suoi dipendenti “diretti”. L’azienda rappresenta infatti un indotto per un “sottobosco” di piccole e medie imprese britanniche.

Sempre secondo il The Guardian, circa 30,000 aziende sarebbero in una posizione di credito rispetto a Carillion. Secondo Suzannah Nichol, di Build UK, la casistica indica che il 18 per cento di pmi collegate a multinazionali di questo livello non sopravvivono all’anno del fallimento della “casa madre”.

Come è potuto accadere?

Negli ultimi sei mesi, scrive Rebecca Long-Bailery, su New Statesman, Carillion aveva emesso tre cosiddetti “profit warnings”, ovvero dichiarazioni di “fragilità” finanziaria. Nonostante ciò, da allora, l’azienda era riuscita ad accaparrarsi altri 2 miliardi di sterline di appalti, tra cui anche la già citata linea ferroviaria, HS2.

Secondo la “Strategic Risk Management Policy” del Governo britannico, sarebbe compito dell’Esecutivo stesso “etichettare” un’azienda sistemica “a rischio” come tale. Inoltre, il Governo dovrebbe appuntare un “ufficiale della Corona” (un emissario governativo) per la gestione dei rapporti tra Governo e impresa e per il controllo della bontà dei bilanci di questa ultima. Nulla di tutto questo sembra essere avvenuto. Il Partito laburista ha detto che cercherà di avere delle risposte in merito dal Primo ministro, Theresa May.

Nel frattempo, il Governo ha chiesto alla Commissione per i fallimenti (Insolvency Servicesdi avviare con urgenza un’inchiesta sulla condotta dei vertici dell’azienda. Resta infatti l’interrogativo di come un gigante dell’economia possa essere andato in malora senza che nessuno se ne accorgesse.

Nel corso di una riunione tra sindacati e Governo svoltasi martedì, France O’Grady, la Segretaria generale del TUC (Trade Union Confederation) ha suggerito di creare una Commissione apposita che si occupi di verificare i rischi per la filiera di pmi legate a Carillion.

Sia O’Grady che Len McCluskey, Segretario generale di UNITE (il più grande sindacato britannico) avrebbero contestualmente accusato il Governo di non essere pronto a gestire la crisi.Tra l’altro, Carillion era stata coinvolta, nel 2015, in uno scandalo legato allo spionaggio di sindacalisti britannici all’interno ad alcune multinazionali.

Finora, il Governo ha escluso qualsiasi ipotesi di “salvataggio” attraverso risorse pubbliche (bailout), ma, allo stesso tempo, qualsiasi processo di liquidazione resta, per il momento, avvolto dall’incertezza.

La notizia nel contesto politico UK

Karel Williams, un docente della Università di Manchester citato da Der Spiegel, ha affermato che imprese come Carillion costituiscono un’anomalia perché, nel corso degli anni, si sono trasformate da aziende edili in generici “conglomerati per l’esternalizzazione”.

In un pezzo di analisi pubblicato dal Independent, Hazel Sheffield ha spiegato che Carillion, al pari di molti istituti di credito coinvolti nella crisi finanziaria del 2007–08, è diventata “too big to fail” — si tratta di un modo di dire inglese per indicare attori dell’economia che, a causa del loro volume di affari, diventano sistemici. Questi ultimi “non possono di fatto fallire”, senza tirare nel baratro l’intero mercato.

Ma come ha fatto Carillion a diventare “too big to failHazel spiega che la multinazionale fa parte di quello che si può chiamare uno “stato ombra” (“shadow state”), ovvero un gruppo di grandi imprese che, all’ombra dell’attenzione pubblica, hanno ottenuto commesse per gestire e realizzare servizi e opere di interesse pubblico. Oltre a Carillion, fanno parte di questo ristretto circolo, realtà come G4S e Serco.

Tecnicamente, i contratti che legano il Governo e queste grandi aziende si chiamano private financial initiatives (PFI). Si tratta di uno dispositivo specifico che, di fatto, sostanzia ciò che genericamente viene definito “privatizzazione”.

Vale la pena ricordare che lo European Services Strategy Unit, un gruppo di ricerca con focus “giustizia sociale”, ha recentemente acceso un faro sul legame tra linee di credito legate alle PFI e le attività di fondi off-shore.

Nazionalizzazioni, welcome back

Conseguentemente, il caso Carillion ha portato nuovamente all’attenzione dei cittadini lo storico dibattito sull’opportunità di affidare a privati servizi di pubblica utilità (#2).

Richard Seymour ha descritto in maniera brillante e sintetica gli ultimi 30 anni di politica delle privatizzazioni made in UK. Lanciata dai governi Thatcher negli anni ’80, questo approccio di policy è stato sviluppato senza soluzione di continuità significativa dal New Labour di Tony Blair e Gordon Brown (è negli anni ’00 che nascono i PFI), prima di diventare, ancora una volta, il marchio di fabbrica dell’era Cameron. Ora però, potrebbe essere arrivato a un punto di svolta.

In un editoriale pubblicato dal The Guardian, John Mac Donnell, deputato del Labour, nonché ministro ombra dell’economia, ha colto al balzo il caso Carillion, affermando che non ci saranno più sottoscrizioni di PFI nel caso di un futuro governo laburista. Sulla stessa testata giornalistica, Simon Jenkins, un editorialista di estrazione conservatrice, ha scritto invece che il problema non sarebbero le privatizzazioni in sé, quanto la natura specifica dei contratti PFI, contraddistinti da ritardi cronici negli esborsi statali e influenzati da favoritismi reciproci tra business e Governo.

Da Carillion a Downing Street

Intanto, Jeremy Corbyn, il Segretario generale del Labour, ha definito il caso Carillion “uno spartiacque” per il Paese. L’opposizione ferma a qualsiasi forma di privatizzazione e il conseguente ritorno a una politica di nazionalizzazioni di settori chiave dell’economia, è una delle componenti essenziali della “politica semplice” ed efficace di Corbyn, Oltremanica.

In secondo luogo, c’è la critica serrata alle politiche di austerità degli ultimi 10 anni di conservatorismo. Queste ultime giocherebbero, inoltre, un ruolo fondamentale nello spiegare il crollo stesso di Carillion: la costante riduzione dei flussi di risorse con cui il Governo ha finanziato le attività esternalizzate, avrebbe messo in difficoltà le imprese private a cui era stato dato il compito di erogare i servizi.

In un’intervista, Robert Peston, noto giornalista britannico che ha documentato gli anni del Labour di Blair e Brown, ha affermato che Jeremy Corbyn riuscirà ad arrivare a Downing Street proprio grazie alla semplicità delle sue proposte. Sebbene Peston non creda che si possa risolvere tutto “tramite il pubblico”, le proposte di policy di Corbyn riscuotono una grande eco perché comprensibili ed ancorate a episodi di attualità che sono sotto agli occhi di tutti.

Al nucleo concettuale del pensiero “corbynista” — che, in fondo, non propone nulla di nuovo rispetto all’impianto storico della sinistra socialdemocratica di un tempo e che oggi viene rinominata “radicale” — va aggiunta un’abilità inaspettata di Corbyn stesso. Ovvero, quella di sfruttare gli eventi tragici che si stanno susseguendo nel Regno Unito per rendere “popolare” un armamentario concettuale e linguistico che risulterebbe “trito e ritrito”, se non ostico, ai più.

In questo senso, Carillion rappresenta soltanto uno degli esempi rilevanti. Ma lo stesso si potrebbe dire per il caso del rogo della Grenfell Tower, in cui morirono anche due giovani cittadini italiani. In quel caso, Corbyn fu abile a legare un evento scioccante alle politiche di deregolamentazione in ambito edilizio.

In un certo senso, è proprio questa semplicità a contraddistinguere Corbyn dal resto delle forze di centro-sinistra e di sinistra radicale in Europa. In un’intervista pubblicata su Political Critique, il sociologo tedesco, Michael Hartmann, ha affermato che, grazie alla sua radicalità di pensiero e comunicativa, Corbyn — alla stregua di Thatcher, la sua nemesi — potrebbe scatenare una rivoluzione tra le élite del suo Paese e non solo.

E’ per questo che la bancarotta della multinazionale britannica potrebbe suonare come l’ultima nota di un carillon che accompagna il Labour verso l’insediamento a Downing Street, a 20 anni dall’ultima volta.

(ilSalto, 26.01.2018)

Photo CC Flickr: Elliott Brown

Corbyn’s EU-turn speech as seen from Twitter

The Labour party (and the Remain field?) might therefore have lost some support from those leftist voters who are more prone to anti-austerity rhetoric and more sensitive to the argument that the European construction has lost its solidaristic flavour.

 

On April 14, Labour leader Jeremy Corbyn held a long awaited speech outlining the party’s position with respect to the EU referendum to be held on June 23.

In committing to campaigning for the Remain side, Corbyn amended his longstanding sceptical stance towards the European Union. He warned that a victory of the Leave campaign would pave the way to an aggressive Tory government, which would endanger those worker rights that are currently safeguarded by EU legislation.

The Telegraph wrote that by focusing on “worker rights” and scaremongering about a new Tory government, Corbyn tried to make an appealing case for the Labour base to back a stay-in vote.

The British press covered extensively Corbyn’s U-turn on the integration project, which attracted a lot of criticism from the Brexiteers’ front. Although negative feedback came mostly from the right, even from inside Labour it has been argued that Corbyn’s recent support of the EU project is not genuine but hides instead a move to consolidate his leadership of the party.

From inside Labour it has been argued that Corbyn’s recent support of the EU project hides a move to consolidate his leadership of the party.

Labour backbencher and former Welfare Minister Frank Field argued that Corbyn was unable to connect with the Labour base and warned that his repositioning could lead to a massive loss of support in favour of UKIP. Given Corbyn’s longstanding Eurosceptic views it seems that it might be exactly his own constituency to be at risk here. In a recent article on The Telegraph, Ben Riley-Smith and Kate McCann even suggested that Jeremy Corbyn might decide to reconsider his support to the Remain campaign in order to re-establish a connection with the Labour rank and file.

Is Corbyn really losing support because of its new pro-EU stance? How did people react to his speech? On April 14 and 15, 25,581 unique Twitter users produced 55,357 tweets containing the word (or hashtag) “Corbyn”. By looking at these tweets, we tried to answer the above questions.

How did people react?

We used natural language processing techniques to sort tweets into different categories. After discarding irrelevant tweets, we separated attitudinal tweets – i.e. tweets containing some kind of reaction to the speech or the speaker – from news recast or merely descriptive tweets. We then separated tweets expressing a negative sentiment or disagreement with Corbyn from the rest. Table 1 shows the results of this procedure.

Table 1
Table 1

Recent poll results show that Corbyn’s announcement did not have a significant impact on the Brexit issue, and that Britons are still evenly distributed between Remain and Leave. In the Twittersphere however, the prevailing reaction was negative. As shown in Table 1, out of 28,056 attitudinal tweets, 10,095 (38%) are positive (or neutral) tweets, whereas 17,151 (62%) are negative. This confirms the view that the microblogging platform is a medium where voices of protest are more visible.

Corbyn losing Corbynistas?

By analyzing the tweets’ metadata, we were able to separate those coming from leftist tweeters from the rest. We identified 1,528 users as “leftists” and 1,761 as “other” (a residual category including all remaining politically-oriented profiles, ranging from Liberals to Tories and Ukippers).

Table 2
Table 2

We cross-referenced these data with the classification based on the text of the tweet: Table 2 shows the distribution of tweets between “leftists” and “other” users. Our results indicate that only relevant tweets are almost evenly distributed between the two groups. Indeed this distribution becomes unbalanced when we look at those classified as attitudinal and negative: in other terms non-leftist users become “louder”.

The Labour party might therefore have lost some support from those leftist voters who are more sensitive to the argument that the European construction has lost its solidaristic flavour.

However, and most importantly, almost one out of three negative tweets (that is 1,399 tweets) comes from the leftist area. Even more surprisingly, we found that almost 40% of the users who reacted negatively belong to the same area. In other words, per-user negative tweets were fewer on the left side of the political spectrum than for remaining users. This, in turn, implies that non-leftist users were more active in expressing their disagreement.

Left and right Brexiteers: sharing a common ground

As expected, Corbyn’s pro-EU speech provoked a lot of criticism from the right-wing Brexiteers, conservatives and UKIP supporters. However, a considerable negative reaction also came from leftist Twitter users. We tried to shed some more light on these results by processing the negative tweets through text clustering applications. In terms of content, the “leftist-negative” and the “other-negative” fields share a common ground, namely the criticism of Corbyn’s previously highlighted U-turn on Brexit. In particular, it is the political “coherence” of Corbyn — often labeled as a former “man of principles”– to be at the centre of concerns. Austerity-related groups of terms, on the other hand, appear more often among leftist users.

The Labour party (and the Remain field?) might therefore have lost some support from those leftist voters who are more prone to anti-austerity rhetoric and more sensitive to the argument that the European construction has lost its solidaristic flavour.

However and most importantly, the proximity of leftists and right-wing Brexiteers highlights the need to transcend the traditional left-right distinction when it comes to the politics of European integration. As recently stated by Raphael Behr, “we are in a strange world now where two distinct sets of politics–the old one that follows left-right lines, and a new one that operates around an EU in/out axis–are running concurrently and on top of each other”.

(EuVisions, 06.05.2016)

CC Photo Credits: Bob Peters

Owen Jones: “Serve una sinistra paneuropea”

Nonostante i poteri forti, secondo Jones una rivoluzione democratica nel Regno Unito, come in Europa, “è possibile”, ma serve un movimento che non sia soltanto “di protesta”. Il Labour potrebbe porsi alla guida di questo movimento? Difficile dirlo.

Owen Jones arriva al Candid Café di Angel, un quartiere poco lontano dalla City di Londra, con il fiatone. Di certo non sono le due rampe di scale ad averlo affaticato. Jones è abituato a muoversi: nell’arco dell’ultimo anno si è spostato da una parte all’altra dell’Europa per incontrare i vari movimenti di sinistra dei Paesi. Sebbene oggi sia in ritardo, questa settimana sarà puntuale in Spagna «per un mini-tour elettorale di una settimana con Podemos». Per descrivere Owen Jones, che è cresciuto nel nord dell’Inghilterra, a Stockport, nella periferia di Manchester, si dovrebbe creare un modo di dire tutto nuovo: “avere 31 anni e sentirli”. Alla sua giovane età è già un guru della sinistra inglese. Con 383mila seguaci su twitter e 2 saggi politici bestseller alle spalle, è impossibile non definirlo un opinion leader. Lui ci ride su e dice che «scrivere non gli piace nemmeno». Ma il suo ultimo libro, The Establishment. And how they get away with it (L’establishment. E come farla franca) – un ritratto spietato dell’élite economica, medatica e politica cresciuta nel Regno Unito sotto le amministrazioni Thatcher, Blair e Cameron – è diventato un caso editoriale anche Oltremanica, in Spagna. Sarà perché il concetto sa tanto di “casta” alla Iglesias. Nonostante i poteri forti, secondo Jones una rivoluzione democratica nel Regno Unito, come in Europa, “è possibile”, ma serve un movimento che non sia soltanto “di protesta”. Il Labour potrebbe porsi alla guida di questo movimento? Difficile dirlo. Secondo Jones, Jeremy Corbyn è «partito con il piede sbagliato» e deve già recuperare un partito che rischia di sfuggirgli di mano, a partire dal voto sull’intervento aereo in Siria di inizio dicembre. Intervista.

Owen Jones, il Labour si è spaccato sull’intervento in Siria: 67 parlamentari hanno votato insieme ai conservatori di Cameron a favore dei bombardamenti. Cosa sta succedendo nel partito di Corbyn?

I Laburisti hanno una lunga storia di divisioni sulla politica estera. Nel 2003, 139 parlamentari laburisti votarono contro le indicazioni di Blair sulla guerra in Iraq. Nessuno ne fece un caso e, anzi, si parlò di “ribelli”. Ma questa volta alcuni useranno il caso per destabilizzare la leadership di Corbyn. (La parlamentare Laburista di Birmingham, Jess Phillips ha dichiarato, in un’intervista con Jones, pubblicata il 14 dicembre sul Guardian, l’intenzione di «accoltellare al petto» Corbyn nel caso in cui dovesse danneggiare il partito, ndr). Tutto questo, mentre l’opinione pubblica, invece, si muove contro i bombardamenti, al pari della base del partito.

(Continua su Left)