Tutto il mondo parla di Italia ed Eurozona, tranne noi. Il dibattito tra Stiglitz, Fratzscher e gli altri economisti

In queste settimane ad appannaggio della questione “migranti” e delle diatribe tra Salvini e gli altri leader europei, il tema della stabilità dell’Eurozona alla luce del voto italiano continua ad alimentare un dibattito che, nel nostro Paese, rimane clamorosamente sotto traccia.

Su Project Syndicate, il premio nobel per l’Economia e professore della Columbia University di New York, Joseph Stiglitz, è tornato a parlare del tema. Per il guru della scienza triste il voto euroscettico del Belpaese non dovrebbe sorprendere nessuno: si tratta dell’ennesima «reazione prevedibile a una struttura dell’eurozona mal disegnata, nella quale, la potenza dominante Germania, impedisce le necessarie riforme». Per Stiglitz, il problema non è l’assenza di idee – Macron è visto come portarore di una «chiara visione» per l’Europa -, bensì il freno rappresentato da Angela Merkel.

In un’area valutaria comune, «il principale problema» è quello della gestione dei disallineamenti tra il valore della valuta e le sottostanti performance economiche dei Paesi: è proprio il “caso dell’Italia”. Per il professore, nell’Eurozona, «i cittadini vogliono, da un lato, rimanere nell’Ue, ma, allo stesso tempo, veder terminare le politiche di austerità». Eppure, gli viene detto che non possono avere la moglie ubriaca e la botte piena (sul punto si sofferma anche l’economista Barry Eichengreen che chiede a M5s e Lega di lasciare perdere la flat tax e reddito di cittadinanza per focalizzarsi sul cuneo fiscale). E così, nell’attesa di un cambio di mentalità nel Nord Europa, i governi dei Paesi in difficoltà continuano ad arrancare e la «sofferenza dei cittadini aumenta».

A questo punto, Stiglitz scrive che, se il Portogallo ha rappresentato un’eccezione – con Costa che sarebbe risucito a riportare il Paese a un livello di crescita soddisfacente -, l’Italia potrebbe rappresentare un’alternativa dai tratti radicalmente differenti: «Salvini potrebbe alzare la posta in gioco, in un modo che altri non hanno avuto il coraggio dai fare. L’Italia è un’[economia] abbastanza grande, con economisti bravi e creativi, da poter gestire, di fatto, un’uscita [dall’Eurozona] attraverso un sistema di cambio flessibile che possa ricreare prosperità».

Per Stiglitz non è «necessario arrivare a tanto». I Paesi del Nord possono salvare l’Euro «mostrando più umanità e flessibilità». Ma il premio Nobel non punterebbe su questo scenario e con una metafora teatrale, spara: «Avendo già visto i molti atti di questa crisi, non mi aspetto un cambio di interpretazione da parte degli attori principali».

L’editoriale non è certo rimasto inosservato, soprattutto tra gli altri economisti di alto livello.

Marcel Fratzscher, ex-Consigliere economico di Sigmar Gabriel quando quest’ultimo era ministro dell’Economia (precedente governo Merkel), nonché direttore del DIW e co-autore di un noto paper su come riformare l’Eurozona uscito a gennario (ne abbiamo scritto qui), ha risposto a Stiglitz via Twitter:

Marcel Fratzscher

@MFratzscher

Dear @JosephEStiglitz , you are wrong: neither will Italy benefit from exiting the euro, nor is there EU reform paralysis (esp. vs US), nor is Germany the devil.
Euro reforms require a sensible balance of risk sharing & reduction, solidarity & rules.http://prosyn.org/H9vw0EH 

Can the Euro Be Saved? | by Joseph E. Stiglitz

Across the eurozone, political leaders are entering a state of paralysis: citizens want to remain in the EU, but they also want an end to austerity and the return of prosperity. So long as Germany…

project-syndicate.org

«Caro Joseph, sei nel torto: l’Italia non beneficerà da un’uscita dall’Euro, la riforma dell’Unione non è in uno stato di paralisi e la Germania non è il diavolo. C’è bisogno di un bilanciamento sensato fra condivisione e riduzione dei rischi [sistemici], solidarietà e regole», scrive Fratzscher.

Al di là dello scambio Stiglitz-Fratzscher, sempre su Project SyndicateMichael J. Boskin, professore di Economia a Stanford ed ex-presidente del consiglio degli economisti del governo di H.W. Bush tra l’89 e il ’93, scrive che l’Italia deve affrontare una «crisi quadrupla» che si compone delle «difficoltà del sistema bancario», del «debito fuori controllo», di una reazione ostile all’“immigrazione” e una generalizzata scarsa «condizione economica».

Secondo Boskin, è una combinazione che potrebbe mettere a rischio l’intero proecsso di integrazione europea. Spetta a Roma salvare l’Ue? No, «molto dipenderà anche dal destino del percorso di riforma proposto da Emmanuel Macron» (sulla stessa falsariga, anche Mark Leonard, direttore del European Council on Foreign Relations, ha realizzato un podcast in cui ribadisce che le strade per l’Europa passano da Roma”).

Ma non finisce qui. Sulle pagine di Social EuropeDani Rodrik, una delle voci più influenti dell’accademia economica e professore di Politica economica internazionale a Harvard, parte dall’Italia e, più nel dettaglio dal “caso Savona”, per discutere criticamente quando sia motivata la decisione, nell’Eurozona, di delegare la definizione del target inflazionistico e, corrispondentemente, della politica monetaria, a un’istituzione indipendente come la Banca centrale europea. Soprattutto alla luce del fatto che, l’indipendenza della Bce avrebbe, da un punto di fista puramente teorico, il fine di tutelare la stabilità democratica dei Paesi dell’Eurozona nel lungo periodo, a fronte di potenziali politiche iperinflazionistiche dei politici di turno.

Rodrik scrive che «quando alcuni Paesi nell’Eurozona sono colpiti da shock della domanda, il target inflazionistico [che una Banca centrale persegue], determina in che misura gli stessi Stati debbano seguire un percorso di aggiustamento deflazionistico doloroso in termini di salari». Avrebbe quindi «avuto senso, in seguito alla crisi dell’Euro, aumentare il target inflazionistico (che è del 2%) per facilitare la competitività delle economie del Sud». In ogni caso, secondo l’economista di Harvard la definizione di questi obiettivi è una questione prettamente politica, «perché implica questioni attinenti alla distribuzione della ricchezza prodotta da un’economia». L’indipendenza di agenzie che sono chiamate a raggiungere un determinato obiettivo, non può essere il risultato ultimo in sé. Altrimenti, la democraticità di tali strumenti di policy è quantomeno discutibile.

Il discorso che può sembrare molto tecnico, ma è legato a doppio filo al deficit democratico delle istituzioni europee e al caso Savona, citato sopra. Per Rodrik, quando la delega di politche ad agenzie indipendenti avviene per mezzo – e nel contesto di – trattati internazionali, c’è il rischio che l’obiettivo della stabilità democratica, si rivolti contro lo stesso concetto di democrazia: «Il deficit democratico dell’Ue deriva dal sospetto, diffuso (Rodrik qui usa il termine “popular”), che [l’indipendenza della Bce] non serva tanto a rafforzare nel lungo periodo le democrazia nazionali in Europa, quanto a servire gli interessi finanziari». In questo senso, anche la decisione di Mattarella «rinforza questa interpretazione».

Forse è normale che di tutto ciò in Italia non si scriva, o discuta troppo. Ci sono tabù che resistono a tutto nel nostro Paese. Eppure, il Mondiale di calcio mancato darebbe ampi spazi, Salvini e “migranti” pemettendo. A proposito, vista la nostra assenza in Russia, sul New York Times, Tim Parks si chiede: di cosa possono ancora sentirsi orgogliosi gli italiani?

(ilSalto, 22.06.2018)

Il dibattito tedesco sull’Italia. E sull’uscita dell’Italia dall’Ue

Hanno parlato di noi, di Italia. E lo hanno fanno in maniera seria, parlando dell’opportunità di un’uscita dall’Euro per il Belpaese, di crisi sistemica dell’Unione europea. È successo in Germania, all’ombra delle grandi notizie internazionali degli ultimi sette giorni, nel corso del Talk-show Maybrit Illner, sul secondo canale pubblico della televisione tedesca, ZDF, giovedì 7 giugno.

Hanno parlato di noi, di Italia. E lo hanno fanno in maniera seria, parlando dell’opportunità di un’uscita dall’Euro per il Belpaese, di crisi sistemica dell’Unione europea. È successo in Germania, all’ombra delle grandi notizie internazionali degli ultimi sette giorni, nel corso del Talk-show Maybrit Illner, sul secondo canale pubblico della televisione tedesca, ZDFgiovedì 7 giugno.

Alla discussione, nello studio televisivo, hanno partecipato il ministro delle Finanze tedesco, Olaf Scholz (SPD), il caporedattore della Die ZeitGiovanni di Lorenzol’ex guida del partito di estrema destra AFD (nonché fondatore), Bernd Lucke, il Segretario generale dei giovani della CDU, Paul ZiemackUlrike Guérot (direttrice dello European Democracy Lab e membro di DIEM25) e Sebastien Dullien (professore di Economia internazionale presso l’HTW di Berlino).

La discussione sullo stato dell’Italia inizia con un servizio che traccia un parallelo tra la crisi greca del 2015 e i recenti sviluppi nel Belpaese, e con l’evergreen Roberto Saviano che commenta la situazione. Di Maio e Salvini? Nella narrazione del trailer sono “due uomini che spaventano l’Europa”.

Il dibattito

Per Ulrike Guérot, la rabbia degli italiani “è stata trascurata. E Roma è stata lasciata sola nella crisi dei migranti”. I 5Stelle? “Ricordiamoci che i 5 punti iniziali” del loro programma “non erano poi così male”. Sulla stessa falsariga si pone Giovanni di Lorenzo che intona: “Dobbiamo accettare il risultato elettorale. E chiederci come siamo arrivati a tanto”.

Per Paul Ziemiak, invece, “non c’è ragione di preoccuparsi esageratamente”, anche perché “le proposte politiche elettorali si scontreranno presto con la realtà”. A differenza di Guérot, il giovane leader politico sostiene che “i problemi del’Italia non sono stati creati dall’Unione”.

Ma le prime “bombe” le getta proprio Lucke, economista polemico e liberista: “Credo che sia un bene avere al Governo persone che valutano criticamente l’Euro. Dobbiamo cercare di capire perché l’italia si trova in questo stato miserevole. Da quanto è entrata nell’Euro, l’Italia non è praticamente cresciuta […] Negli ultimi 25 anni, nell’Eurozona, l’Italia ha sperimentato stagnazione. Non c’è da stupirsi che le persone abbiano votato un ‘non possiamo andare avanti in questo modo’ […] L’Euro fa parte del problema dell’Italia, al netto degli incrostamenti dell’economia e della burocrazia che, però, esistevano anche prima della valuta comune”.

Sono parole forti che chiamano in causa l’intervento ‘moderato’ del ministro Scholz: “La mia convizione è che i problemi nei singoli Paesi possano essere affrontati meglio insieme”. E alla domanda della moderatrice Mybrit Illner se ‘l’Italia potrebbe tirare giù con sé nell’abisso l’intera Unione’, risponde: “Sono convinto che l’Italia non crollerà […] la realtà esiste e si deve scendere a patti con essa […] la sfida principale è stimolare crescita nel Paese […] dobbiamo riconoscere che i ministri del Governo si sono espressi a favore dell’Unione, lo stesso dicono i sondaggi riguardo all’opinione degli italiani […] è una buon punto di partenza […] d’altra parte dobbiamo anche comprendere che è normale se, in Italia, uno dei Paesi industriali più avanzati ci siano rivendicazioni che vadano in direzione di sistemi di tutela del welfare universali (il riferimento è a strumenti e politiche contro la disoccupazione)”.

Esiste però il rischio concreto di assistere a una escalation dei rapporti fra Italia e Germania, similmente a quanto accaduto con la Grecia nel 2015 (basta guardare alle prime pagine di Der Spiegel che hanno fatto il giro d’Europa).

Secondo Di Lorenzo è necessario usare “toni moderati […] parole come ‘clown’, utilizzate in passato da Steinbruck (candidato della SPD nelle elezioni del 2013 in Germania) per commentare Berlusconi, sono inadeguate […] spesso si guarda all’Italia con curiosità, del tipo: vediamo chi sono questi nuovi al governo […] ”. Ma la realtà è che “negli scorsi 100 anni, molto spesso, l’Italia è stata un laboratorio politico […] – pensiamo al Fascismo, all’Eurocomunismo, alla rottura dei rapporti tradizionali trai partiti negli anni ‘90, a Berlusconi precursore di Trump […] – che ha fatto da battistrada in Europa […] il governo M5S-Lega è soltanto l’ultimo esempio in questo senso”.

Contenimento dell’escalation a a parte, Ulrike Guérot spezza una lancia a favore dei Paesi del Sud Europa: “La Germania guadagna dall’Euro, acciacca i piedi agli altri e poi, quando questi mostrano dolore, si soprende […] dobbiamo smetterla con l’arroganza tedesca […] anche noi siamo nel torto quando sforiamo con l’export”.

Sono parole che, ovviamente, scatenano reazioni dure. Per Ziemiak, “in Italia, si devono portare avanti le riforme” e ci si deve preoccupare “della competitività, del sistema di educazione […] non è il momento di pensare a misure ad-hoc”.

Se c’è una proposta di policy italiana che ha fatto il giro della stampa internazionale nel corso dell’ultimo mese, è il famoso taglio del debito proposto prima ancora della formazione del Governo. Uno spettro che alimenta il paragone Atene 2015 – Roma 2018.

Il primo a stemperare il dibattito sul punto è ancora il ministro Scholz: “Dobbiamo riconoscere che queste idee non sono state, infine, portate avanti [dal Governo italiano] e non dovremmo [quindi] fermarci a discuterle […] Esiste una responsabilità dei governi che devono prendere delle decisioni concrete […] sono convinto che ognuno debba fare i conti con il principio di realtà […] Non posso accettare paragoni come quelli con la Grecia […] l’Italia rimane un Paese industriale di successo […] ”.

Ma la questione debito non si cancella certo con un colpo di slogan, per quanto ministeriale. E Illner incalza: l’Europa è ricattabile per colpa degli italiani?

Lucke getta benzina sul fuoco: “Ci sarebbero 150 miliardi di euro di costi per la Germania, se l’Italia dovesse diventare insolvente […] per l’Italia, ha senso uscire dall’Euro, perché il problema del Paese non è il debito, bensì la competitività […] in generale, il problema [dell’Unione] è l’area del Mediterraneo […] ”. A questo punto, Lucke menziona Savona e il piano B come testimonianza della ricattabilità della Germania. Ma è il Ministro Scholz a ricordare come, proprio per questo motivo, Savona non sia diventato Ministro delle finanze.

Sul punto della moneta unica, Ziemack afferma: “L’Italia è un paese sovrano; se vuole, può uscire dall’Euro […]”.

Una prospettiva diversa sulla crisi economica italiana ed europea la offre Sebastien Dullien: “Se riparte la crescita, il debito può essere ridotto […] ci sono problemi grandi nel sistema bancario italiano, ma erano molto più rilevanti qualche anno fa […] l’Italia è sulla buona strada […] parlando dell’Europa, in generale, sevono sistemi di assicurazione collettiva per essere pronti a sopperire a stati di crisi in determinati Paesi […] potrebbe capitare anche alla Germania, se dovesse sorgere un problema per l’industria automobilistica […] una dei nodi della crisi del Belpaese è dato dal fatto che Roma si è addentrata nella crisi attraverso misure di austerity […] se guardiamo ai livelli di investimento pubblico, questi ultimi sono regressivi […] ”

Il ministro Scholz richiama quindi i passi in avanti che sono stati fatti (a livello di negoazione, per ora) sul fronte delle riforme europee: ESM, Unione bancaria e della capacità di intervento fiscale: “Entro l’Estate verrano decise delle modifiche […] dobbiamo prendere in considerazione le caratteristiche di tutti i Paesi […] ”. I concetti fondamentali? I soliti: “Solidarietà e reponsabilità”. “Lo sviluppo del budget comune è importante […] non dovremmo dipingere l’Unione come un’Unione che non è solida […] ma è ovvio che dobbiamo andare avanti”

Eppure, i toni in studio rimangono euro-realisti (per non dire, critici). Giovanni di Lorenzo afferma: “Forse è arrivato il tempo di guardare all’Europa e accettare il fatto che abbiamo bisogno di una nuovo assetto istituzionale, nel quale i Paesi possano decidere se partecipare con convizione al progetto, o meno […] Non credo a un’Unione a tutti i costi […] E pernso anche che le esternazioni di Merkel, in risposta alle proposte di riforma di Macron, siano poco adatte alla costruzione di una campagna elettorale [vincente] per le europee 2019 […] serve ben altro”.

(ilSalto, 15.06.2018)

L’Italia è l’emblema della crisi europea, come la Grecia nel 2015

Questa settimana hanno destato scalpore le parole del Commissario europeo, Günther Oettinger, in merito alla crisi costituzionale in atto in Italia. È veramente triste constatare come si sia creato tanto baccano per “nulla”.

Questa settimana hanno destato scalpore le parole del Commissario europeo, Günther Oettinger, in merito alla crisi costituzionale in atto in Italia. È veramente triste constatare come si sia creato tanto baccano per “nulla”. Chiunque può constatare quanto le parole del Commissario siano state travisate, prima di tutto, dal giornalista che ha condotto l’intervista e, successivamente, dai media, che hanno fatto dell’intervento un vero e proprio affare diplomatico.

La realtà è un’altra: Oettinger ha detto cosa si aspetta per il futuro. Nulla di male, perciò. Semmai è sull’ennesimo uso sconsiderato del termine “populista” – ormai divenuto un vero e proprio prezzemolo del linguaggio mediatico – che ci si dovrebbe soffermare. Ma questa è un’altra storia.

Detto ciò, fare dell’intervento di Oettinger un evento fuori dal comune, o straordinario, “implica” anche altro: ostacolare la presa di coscienza per cui la crisi italiana va interpretata come “europea”. Che quella in atto sia una “crisi di sistema politica” per il Belpaese, è condivisibile. Al di là di questo, però, lo scontro Mattarella-M5S-Lega rappresenta lo squarciamento del velo di Maya di un certo europeismo ingenuo e “innocente”. Non è l’Europa che è al centro della crisi italiana. È l’Italia a essere diventata, al pari della Grecia nel 2015, il nuovo emblema della crisi dell’Europa.

(ilSalto, 01.06.2018)

Salvini punta al fallimento del M5s e ipoteca il potere. La sinistra non può perdere tempo’. L’editoriale di Paul Mason sull’Italia

Il 21 maggio Paul Mason, noto giornalista e saggista britannico, ha scritto un editoriale per NewStatesman in cui analizza le dinamiche politiche italiane.

Richiamando una formulazione che risale originariamente a Stalin (ma sviluppata sulla base di uno scritto di Lenin) e rovesciandone il campo di applicazione, secondo Mason in Italia sta trovando applicazione il primo esperimento coerente europeo di “neoliberalismo in un solo Paese”.

Il 21 maggio Paul Mason, noto giornalista e saggista britannico, ha scritto un editoriale per NewStatesman in cui analizza le dinamiche politiche italiane.

Richiamando una formulazione che risale originariamente a Stalin (ma sviluppata sulla base di uno scritto di Lenin) e rovesciandone il campo di applicazione, secondo Mason in Italia sta trovando applicazione il primo esperimento coerente europeo di “neoliberalismo in un solo Paese”. In che senso?

Mason riepiloga per il pubblico anglofono le componenti centrali del contratto tra Movimento 5 stelle e Lega e, in buona sintesi, lo descrive come un programma politico-economico che mira alla creazione di uno “small State (“Stato piccolo”, tdr.) e, conseguentemente, di politiche di libero mercato condite però con “razzismo, nazionalismo” e una retorica che abbraccia i valori tradizionali della “famiglia”.

Su un piano prettamente economico, le conseguenze del contratto, se posto in essere, «porterebbero probabilmente al crollo delle entrate, a una maggiore evasione fiscale, a un incremento del deficit e del debito pubblico e ad un conflitto, in quache forma, con la Commissione europea e la Banca centrale europea». Allo stesso tempo, il saggista ammette che una buona parte del programma può essere in considerato in linea con alcuni interessi della sinistra (reddito di cittadinanza, banca nazionale per gli investimenti e opposizione alle istituzioni europee).

Mason sottolinea però come sia la Lega a tenere in mano i fili dell’Esecutivo nascente, a detrimento del M5S. La spartizione dei ministeri dell’Interno e del Lavoro tra i due leader, rispettivamente Salvini e di Maio, nonché la decisione di proporre una figura come Conte alla testa del Consiglio dei ministri, sono «designate per avvantaggiare il Carroccio nel lungo periodo». Anche per questo, appare evidente che un «programma coerente di nazionalismo xenofobico combinato con politiche economiche neoliberali, batterà quasi sempre una retorica simil-populista e progressista senza sostanza» (il riferimento qui è al M5S, ndr).

Il guru della sinistra britannica, richiamando la serie cult, Il trono di Spade, spiega quindi come i vari Le Pen e Putin puntino a creare caos per poi rafforzare la propria presa sul potere. E Salvini farà lo stesso. Cosa vuol dire esattamente?

In sintesi: inizialmente, la Lega si nasconderà dietro al conflitto tra il Movimento 5 stelle – la nuova forza anti-establishment al potere – e una sinistra tradizionale che sfornerà «professori e tecnocrati che non sarebbero in grado di intrattenere una piazza nemmeno per cinque minuti». In secondo luogo, nel momento in cui il nascituro governo affronterà Bruxelles, farà apparire i rappresentatni della stessa sinistra come “marionette” di un ordine sovranazionale “anti-democratico”. Infine, quando cominceranno a scarseggiare le risorse economiche e la base del Movimento 5 stelle farà pressioni per politiche progressiste, il Carroccio farà cuocere i grillini nel proprio brodoSarà a quel punto che Salvini si presenterà come portatore di ordine, facendo cadere tutti gli elementi progressisti dell’attuale programma, a favore di una serie di misure anti-immigrati e ravvivando i rapporti con quel che resta del seguito di Berlusconi. Se vi ricorda periodi poco “illuminati” è normale. Per allegerire e per rimanere sempre in materia di fiction, sembra lo script di V per Vendetta.

All’inizio della sua riflessione, il guru della sinistra britannica scrive che la sinistra del Belpaese, nelle sue svariate componenti, sta puntando su un fallimento rapido di questo esperimento governativo e, conseguente, del Movimento 5 stelle. Ma, alla luce del ragionamento appena fatto, ecco che arriva un monito fondamentale: «La questione che deve affrontare la sinistra italiana non è cosa fare ‘ora’, bensì come prepararsi al momento in cui questa fase di governo populista», guidata da M5s e Lega, «entrerà in crisi» e Salvini reclamerà il potere.

Secondo Mason, quindi, la ricetta è la seguente:

  • rifiutare radicalmente il neoliberalismo, «stracciare i lasciti del Trattato di Lisbona che albergano nella varie menti politiche» e proporre, invece, un programma che «risolva lo stato di crisi fatto di stagnazione economica e bassa crescita imposto dall’Eurozona a Paesi come l’Italia»;
  • fare propri «alcuni elementi progressisti contenuti attualmente nel contratto governativo», tra cui la banca nazionale per gli investimenti, oltre a una legislazione efficace a favore del salario minimo e un piano di investimenti pubblico in sanità, trasporti ed educazione;
  • instaurare un sistema tributario e fiscale chiaramente progressivo e redistributivo, perché «l’idea che la crescita da sola possa risolvere il problema del deficit e del debito è una chimera»;
  • creare procedure legali per le richieste di asilo, «abbandonando la retorica open borders» (“confini aperti”ndr) e, allo stesso tempo, trovare un modo per «separare l’inquietudini genuina nei confronti dell’immigrazione non controllata dall’atmosfera generalizzata di razzismo».

Agli occhi del saggista, tutto ciò non implicerebbe uscire dall’Euro, ma sostenere una politica di «alti tassi di deficit, crescita e una ristrutturazione del debito nell’Eurozona», abbinata a un’opzione potenziale che preveda un «sistema di valuta parallela», alla stregua di quanto proposto da Yanis Varoufakis nel 2015 per la Grecia. In buona sostanza vuol dire mettere alle strette Maastricht. Come dire: bisogna rafforzare il contrappeso nel rapporto di forza.

Infine, c’è il nodo della leadership: «Partiti socialdemocratici che si sono compomessi con un sistema fallimentare non possono far altro che sfornare, generazione dopo generazione, politici fallimentari». I leader della sinistra in Europa devono cominciare a «parlare la lingua delle persone che rappresentano; devono parlare di speranza, orgoglio, dignità, comunità e battaglia».

Chi dovrebbe portare avanti un tale progetto in Italia? Tutto il campo della sinistra disposto ad aderirvi, dai delusi interni al Partito democratico, a Potere al popolo, passando per Liberi e uguali.

(ilSalto, 23.05.2018)

Jeffrey D. Sachs: “Dall’Italia dipende il destino dell’Unione europea”

In un’analisi pubblicata su Politico.eu, Matteo Garavoglia (Ricercatore associato Università di Oxford) scrive che l’Italia ha bisogno di nuovi volti politici che possano rilanciare una politica progressista pragmatica, in linea con i valori europei. La vittoria delle forze populiste, in Italia come altrove, apre scenari imprevedibili. Ma in un simile contesto, l’affermazione di figure “à la Macron” potrebbe rivoluzionare l’intero scacchiere politico. Insomma, non è detto che i successi dei vari Wilders, Le Pen, ecc. arrivino per nuocere, nel medio periodo. Come dire, qualcuno dovrebbe accettare la sfida lanciata da questi ultimi e cogliere l’occasione di un elettorato liberale in cerca di una nuova “offerta politica”.

Su Project Syndicate, Jeffrey D. Sachs, noto economista ex-FMI e Direttore del Center for Sustainable Development della Columbia University usa toni meno enfatici con riferimento allo stato del Belpaese e suggerisce prospettive diverse. Per Sachs, dagli sviluppi politici italiani, dipenderà niente meno che il destino dell’Unione europea. L’Italia ricopre un ruolo “chiave” in quanto si colloca, sia geograficamente che politicamente, all’intersezione delle divisioni inerenti, da un lato, la distribuzione della ricchezza fra il nord-Europa e il sud-Europa, e, dall’altro, la battaglia fra un’Unione “aperta” e il ritorno al “nazionalismo”. In questo senso, Sachs appoggia apertamente un’alleanza tra il Movimento5Stelle e il Partito Democratico (con quest’ultimo a capo del Ministero delle finanze) affinché Roma possa unirsi agli sforzi franco-tedeschi di riformare l’Ue.

In un articolo a metà fra analisi e reportage pubblicato su Handelsblatt, Regina Krieger scrive di una mai del tutto sopita passione di una fetta della popolazione italiana per la Lira. Ripercorrendo alcune tappe della scorsa campagna elettorale, Krieger sostiene che il tema della sovranità-monetaria non sia più all’ordine del giorno del dibattito politico italiano, ma che alberghi ancora in determinati nostalgici. Intanto il Financial Times si focalizza sui dati “deludenti” dell’industria del Belpaese e della Francia. Giada Zampano e Joshua Posaner su Politico.eu scrivono di Alitalia. In particolare, l’articolo sottolinea come i problemi politici legati alla formazione di un nuovo esecutivo si riverberino sul processo di vendita della compagnia tricolore.

Die Welt ha rilanciato i contenuti di un’intervista rilasciata dal magistrato Nicola Gratteri a una testata regionale del Paese. Gratteri punta il dito contro la debolezza dei sistemi normativi europei in funzione anti-mafia e getta luce sulla dimensione internazionale della criminalità organizzata di origini italiane. “La politica tedesca non vede alcun problema nella presenza della mafia” nel Paese ha specificato Gratteri che ha quindi spiegato come siano a rischio le dinamiche democratiche-elettorali non solo italiane. Sulla stessa testata poi, è stato pubblicato un’intervista-ritratto con Davide Casaleggio, l’“eminenza grigia del partito più forte d’Italia”. Nel dialogo con Constanze Reuscher, Casaleggio si descrive come un “attivista” e rifiuta i paragoni con Berlusconi. Inoltre dice che chi ha paura degli ideali legati alla democrazia diretta digitale non “è ben informato”.

(ilSalto, 13.04.2018)

Photo CC Flickr: APEC 2013

Lavoriamo sempre più e guadgniamo sempre meno, perggio dell’Italia solo Romania, Spagna e Grecia

Nella classifica dei Paesi con i tassi più alti di “lavoratori poveri”, l’Italia si classifica al 5 posto (11,7 per cento), al seguito (in ordine decrescente) di Romania, Grecia, Spagna e Lussemburgo. Il Belpaese figura anche tra i Paesi con l’incremento più alto del tasso dal 2010 a oggi (+2,2 per cento). Peggio, hanno fatto Ungheria (+4,3), Bulgaria (+3,7), Estonia (+3,1) e, seppur di poco, la Germania (+ 2,3).

Questa settimana, Eurostat ha pubblicato nuovi dettagli e dati aggiornati relativi al problema della povertà in Europa. In particolare, l’istituto statistico europeo ha rilasciato i numeri relativi al rischio-povertà dei minori con trascorsi migratori in famiglia e dei cosiddetti “working poor”, ovvero lavoratori e lavoratrici che non sfuggono alla trappola della povertà, pur essendo impiegati.

In media, il 35 per cento dei minori che provengono da famiglie composte da almeno un genitore con trascorsi migratori rischia di ritrovarsi in una situazione di povertà. Per i figli di autoctoni, la percentuale scende, in media, al 18 per cento.

La differenza di prospettiva è particolarmente marcata in Svezia dove il rapporto è di 1 a 6. L’Italia si colloca alla sesta posizione nella classifica dei tassi di rischio di povertà dei minori con background migratorio. Ai primi posti, e in ordine decrescente, ci sono Svezia, Spagna, Lituania, Slovenia e Francia. Eppure, il differenziale, non gioca sempre a sfavore dei minori figli di migranti. In Polonia, Bulgaria e Ungheria, sono i minori delle famiglie autoctone a soffrire un maggiore rischio di povertà.

Grafico Euvisions Linkiesta

Per quanto riguarda i rischi di povertà tra gli occupati, nel 2016, quasi 1 impiegato su 10 nell’Ue era a rischio di povertà lavorativa.

Come scrive Eurostat, il rischio è “fortemente influenzato dal tipo di contratto di lavoro in essere”. Tra gli impiegati part-time il rischio di povertà raddoppia (15,8 per cento) rispetto alla forza lavoro a tempo pieno (7,8). Allo stesso tempo, chi ha un contratto a tempo determinato è quasi tre volte più a rischio povertà di quanto non lo sia un indeterminato (rispettivamente, 16,2 e 5,8 per cento).

Grafico Euvisions2 Linkiesta

Nella classifica dei Paesi con i tassi più alti di “lavoratori poveri”, l’Italia si classifica al 5 posto (11,7 per cento), al seguito (in ordine decrescente) di Romania, Grecia, Spagna e Lussemburgo. Il Belpaese figura anche tra i Paesi con l’incremento più alto del tasso dal 2010 a oggi (+2,2 per cento). Peggio, hanno fatto Ungheria (+4,3), Bulgaria (+3,7), Estonia (+3,1) e, seppur di poco, la Germania (+ 2,3).

 

(Linkiesta, 22.03.2018)

L’Europa ci guarda: tutti gli editoriali che contano sul voto italiano

Dall’Indipendent al Guardian, da Le Monde a Die Welt, tutti le grandi testate giornalistiche puntano i riflettori la situazione politica italiana

Su The ConversationBruno Pellegrino analizza il problema della produttività stagnante nel Belpaese e si chiede se il prossimo governo sarà in grado di affrontare le criticità dell’economia italiana. Intanto Daniel Gros, economista e direttore del think tank CEPS, afferma che è sempre stato scettico nei confronti degli sforzi di riforma intrapresi da Roma. Cosa ne consegue? Che si aspetta poco anche dal futuro. Altri commenti critici di economisti di fama internazionale nei confronti dell’Italia sono stati raccolti da David Böcking per Der Spiegel.

Su The IndependentOrlando Radice scrive che il risultato del voto italiano era prevedibile considerando il trascorso berlusconiano del Paese. Anche David Broder, su Jacobin, sostiene che, con il M5S è nato qualcosa “non del tutto nuovo”: “Il risultato è sorprendente, ma non scioccante”. E mentre Francesco Zaffarano, per The NewStatesman, ripercorre la breve storia di quello che è nato come un “non-partito di un comico”, su Mediapart, in Francia, Fabrizio Li Vigni sostiene che il M5S rappresenta una forza anti-neoliberista.

Riguardo alle elezioni, Ambros Waibel su Taz scrive: “La sinistra è delusa”. Del resto, la crisi della socialdemocrazia è percepibile in tutta Europa. Ne sarebbero testimonianza i risultati elettorali “catastrofici” arrivati nel corso degli ultimi anni. A proposito, un’analisi comparativa delle percentuali ottenute dai partiti socialdemocratici in giro per il Vecchio Continente è stata realizzata da Flora Wisdorff per Die Welt. Giusto chiedersi, a questo punto, se esista ancora una panacea per i mali della sinistra. La redazione del The Guardian sostiene che i progressisti dovrebbero smetterla di imitare la destra e focalizzarsi sulla produzione di policy a favore di un’occupazione “stabile e di qualità”.

 

Per Rafael Behr “La vittoria dei populisti in Italia mostra l’ampiezza dell’epidemia di rabbia in Europa”, Mentre John Weeks, su Social Europe, si chiede quanti messaggi debba ancora ricevere Bruxelles prima di rendersi conto degli errori che ha commesso in questi anni

 

Sulle pagine di Project SyndicateJan-Werner Mueller chiede: se i cittadini sono tanto irrazionali e mal informati da votare per Trump, Brexit (e per i populisti italiani), non sarebbe logico ridurre il loro potere decisionale? Bettina Gabel, corrispondente per Die Welt da Roma, spiega al pubblico tedesco (incredulo di fronte al ritorno di Berlusconi) che l’Italia è un “Paese profondamente diviso che cerca l’uomo forte” come soluzione ai propri problemi. Lucie Soullier, sulle pagine di Le Monde, sottolinea come Marine Le Pen abbia salutato il risultato di Salvini, ma persegua una strategia differente da quella leghista incentrata su una “coalizione delle destre”.

Bastien Bonnefous scrive che il voto italiano “perturba” i piani di riforma dell’Unione europea di Emmanuel Macron. È dello stesso avviso anche Stephen Bush del The NewStatesmanJon Henley, sul The Guardian, evidenzia invece la sovrapposizione tra la nascita dell’esecutivo tedesco e l’ingovernabilità italiana. In questo senso, anche Judy Dempsey, su Carnegie Europe, tratta i tanti “mal di testa” dell’Ue. Per Rafael Behr, “la vittoria dei populisti in Italia mostra l’ampiezza dell’epidemia di rabbia in Europa”. Mentre John Weeks, su Social Europe, si chiede quanti messaggi debba ancora ricevere Bruxelles prima di rendersi conto degli errori che ha commesso in questi anni. Eppure, proprio nella capitale europea, non tutti sono preoccupati di quanto accaduto: il report di Luis Grases per Contexte. Forse perché, come evidenziato da Michael Cottakis su EuObserver, questi “populisti” non “vogliono mica uscire dall’Euro”.

Steve Bannon (ex-Breitbart, un portale di informazione internazionale posizionato a destra) afferma che quello dello scorso fine settimana rappresenta un revival in salsa italiana del voto-pro Trump del 2016. Proprio in questo senso, negli Stati Uniti, sulle pagine del New York TimesDavid Brooks parla del “caos dopo Trump” in Europa. Dal canto suo, Beppe Severgnini narra una “dolce vita diventata amara” (qui invece, l’editoriale sulle elezioni italiane, firmato dalla redazione del NYT).

Secondo Mario Pianta (Università degli Studi di Roma Tre), Social Europe, il voto può essere spiegato tramite i fattori “paura” e “povertà. Il primo avrebbe spinto la Lega, il secondo il M5S. Una bella analisi del voto italiano corredata da infografiche interattive è stata realizzata anche da Anna-Lena Ripperger per Frankfurter Allgemeine Zeitung. Su BloombergAlberto Alemanno, candidato alla Camera per +Europa, nonostante la vittoria dei populisti e la sconfitta della propria lista, da una lettura positiva del fenomeno M5S: ha il merito inequivocabile di aver aumentato il tasso di partecipazione dei cittadini alla vita democratica del Paese e, su alcune battaglie fondamentali – soprattutto trasparenza e corruzione – si trova dal “lato giusto della storia”. D’altronde, il diritto a governare lo reclamano gli stessi candidati del Movimento, come Federico Manfredi Firmian sulle pagine del The Guardian.

 

L’Italia è un caso unico rispetto ai voti in Austria, Olanda e Germania: da un lato (rispetto ai casi tedesco e olandese) i partiti mainstream non saranno in grado di creare una larga intesa, dall’altra (rispetto a quanto accaduto a Vienna) il centrodestra non ha la capacità di tenere a bada le forze radicali.

 

Su PoliticoPaul Taylor sostiene che l’establishment italiano dovrebbe dare un’opportunità ai populisti e fargli prendere in mano una parte di responsabilità di governoJacopo Barigazzi delinea 5 scenari per la costituzione del prossimo governo italiano. Anche Enea Desideri sulle pagine del think tank britannico, Open Europe, si cimenta in un’impresa simile. Giuliano Ferrara parla di un sistema politico afflitto dal nichilismo.

Nel frattempo, Stefano Stefanini parla dell’Italia come un caso unico rispetto ai voti in Austria, Olanda e Germania: da un lato (rispetto ai casi tedesco e olandese) i partiti mainstream non saranno in grado di creare una larga intesa, dall’altra (rispetto a quanto accaduto a Vienna) il centrodestra non ha la capacità di tenere a bada le forze radicali.

Dalla Spagna, Iñigo Sáenz de Ugarte, vice-direttore di El Diario, sostiene che il voto rappresenta una patata bollente nelle mani di Bruxelles. Sáenz de Ugarte discute inoltre l’importanza del voto nel contesto internazionale. Anche per Stephanie Kirchgaessner, l’elettorato italiano ha lanciato un vero e proprio monito all’Europa. Lorenzo Marsili interpreta il risultato di domenica come il segno di un panorama politico in “transizione”. Verso quale stato? C’è da aspettarsi un colpo di coda dell’estrema destra, o una genuina trasformazione progressista. Tertium non datur.

 

(Linkiesta, 08.03.2018)

Photo CC Flickr: Camera dei deputati

Gli europeisti italiani sono degli illusi, la Germania vuole un’Europa diversa da quella che sognano

Il Partito Democratico è europeista, certo, ma se si vanno a confrontare i programmi, guardando alla bozza di accordo tedesca per la Grosse Koalition, si scoprono differenze sostanziali

Da qualche settimana, uno spirito si aggira per l’Europa. Un certo euro-entusiasmo vorrebbe l’Unione alle porte di un processo di riforma in grado di allontanare l’Ue dalle politiche del rigore che hanno contraddistinto l’ultimo decennio.

Ne sono testimonianza, da un lato, la strumentalizzazione del tema “Europa” ai fini dell’approvazione, da parte della base della SPD, dell’accordo di larghe intese con la CDU: Martin Schulz, prima di dimettersi da Segretario del Partito, ha ribadito che le proposte di policy per l’UE contenute nel testo dell’accordo di governo GroKo sarebbero in linea con l’impulso riformatore di Emmanuel Macron. Dall’altro, c’è stata la dichiarazione congiunta da parte della Cancelliera tedesca, Angela Merkel e del Primo ministro italiano, Paolo Gentiloni (PD).A Berlino, i leader di Germania e Italia hanno affermato di “condividere la medesima visione per il futuro dell’Europa”.

Si potrebbe insomma credere che esista una sovrapposizione perfetta tra le visioni di riforma dell’Ueda parte dei partiti di governo di centro-destra e centro-sinistra di Francia, Germania e Italia. Ma è davvero così?

Si va verso un’unione sociale, oppure no?

Il quadro che emerge da un confronto tra il programma di governo della GroKo e quello elettorale del PD diverge dalla retorica governativa di Gentiloni e Merkel.

Tanto per iniziare, mentre CDU e SPD spingono per lo sviluppo di ciò che viene definito un “patto sociale” europeo, il Pd parla di “unione sociale”.

La formulazione tedesca prevede “accordi comunitari quadro” che garantiscano “equità per datori e lavoratori” e un migliore “coordinamento” tra le “politiche del mercato del lavoro” nazionali. In questo contesto, CDU e SPD invocano la definizione dei livelli minimi “di salario” e di garanzia dei “sistemi di welfare”, nonché, la necessità di sviluppare un sistema comunitario di aliquote minime per la tassazione dei profitti delle multinazionali e la conclusione dei negoziati in merito alla “tassa sulle transazioni finanziarie” (Tobin tax).

Si tratta sicuramente di obiettivi nobili, ma il punto è che non sono in linea con le ambizioni del PD. Il Partito di Gentiloni e Renzi esprime la necessità di costruire “un’assicurazione europea contro la disoccupazione”. La proposta italiana supera l’idea tedesca di un “patto sociale” perché prevede un trasferimento, una redistribuzione di risorse. Il PD vuole creare lo spazio necessario per lo sviluppo di “un nucleo di diritti soggettivi”, ancorato a livello europeo tramite la definizione “di una cittadinanza sociale in senso stretto”.

Ma è nelle bozze di riforma istituzionale che la distanza tra Italia e Germania diventa davvero ragguardevole.

Patto di stabilità e crescita va riformato?

Per fare spazio a quanto promesso sul fronte sociale, i partiti tedeschi spingono per la creazione di “specifici strumenti finanziari di bilancio” (“Haushaltsmittel”). CDU e SPD scrivono che queste leve debbano essere concepite in funzione di obiettivi quali la “stabilizzazione economica, la convergenza sociale e le riforme strutturali dell’Eurozona”. Fin qui, a dire il vero, il linguaggio non si discosta troppo da quello che, già oggi, caratterizza le politiche Ue. Ed è per questo che i partiti tedeschi specificano, successivamente, che si “potrebbe dare vita” (“Ausgangspunkt”) a un “futuro budget europeo per gli investimenti (“Investivhaushalt”). Queste iniziative di investimento-sociale dovrebbero diventare tangibili “all’interno del nuovo Quadro di finanziamento pluriennale dell’Unione”. A un’analisi critica non può sfuggire, da un lato, il condizionale e, dall’altro, che il Quadro di finanziamento pluriennale entrerà in azione dopo il 2020.

Ancora una volta, il Partito democratico si colloca su un’altra lunghezza d’onda, visto che vorrebbe promuovere riforme istituzionali dalle implicazioni profonde. Nel programma del PD vengono nominati: l’istituzione di un ministro per l’Economia europeo, l’emissione di Eurobond.

A livello generale, le differenze tra i due approcci si riscontrano anche a livello più concettuale e filosofico. Merkel e Schulz sottolineano che il “Patto di stabilità e crescita” (PSC) rimarrà, anche in futuro, il “compasso” delle politiche europee. In questo senso, “stabilità e crescita” restano due facce della medesima medaglia. Lo stesso dicasi per concetti quali “condivisione del rischio e responsabilità-nazionale” (“Risiko und Haftungsverantwortung”). E se per alcuni tutto ciò potrebbe sembrare un’apertura, è necessario chiarire che, da programma di governo, per Merkel e socialdemocratici, i termini e principi appena elencati devono essere indirizzati al “controllo fiscale, il coordinamento economico e la battaglia contro l’evasione fiscale”. È al netto di quanto esposto, che i partner di coalizione si dicono “pronti a testare le proposizioni che arriveranno da altri Paesi membri e dalla Commissione europea”. Infine, CDU e SPD affermano di “voler trasformare il Meccanismo europeo di stabilità (MES) in un Fondo monetario controllato dal Parlamento europeo e ancorato al diritto comunitario”, specificando però che “i diritti dei Parlamenti nazionali sono saranno scalfiti” dalle proposte di riforma qui elencate.

Cosa scrive il PD invece a questo proposito? “Il nostro obiettivo è quello di trasformare l’Eurozona in una vera Unione economica. Creando, cioè, una vera e propria istituzione politica di livello europeo che sia in grado di emettere bond per gestire la domanda aggregata e intervenire in caso di rischi sistemici”, scrivono ancora i policy maker del centro-sinistra italiano. In buona sostanza, si tratta di “condividere sovranità” (si noti qui il contrasto con la formulazione negativa tedesca). E se anche il Partito democratico vuole trasformare il MES in un Fondo monetario europeo, quest’ultimo non dovrebbe però – e a differenza dell’interpretazione tedesca – ottenere poteri di “monitoraggio dei conti pubblici”. In altri termini, la Commissione deve restare l’unico guardiano delle regole fiscali. Con riferimento al Patto di stabilità e crescita poi, la formazione del Nazareno parla apertamente di una modifica del PSC che faccia spazio a un’interpretazione più flessibile del concetto di “pareggio di bilancio”, per non parlare del Fiscal Compact, che sarebbe afflitto da certi “bizantinismi”.

Insomma, al netto delle dichiarazione di Gentiloni e Merkel, la distanza fra i partiti governativi di centro-sinistra e centro-destra di Germania e Italia è ragguardevole.

Da un punto di vista politico, l’analisi fa sorgere interrogativi in merito alla credibilità di quanto affermato dai due leader di Governo a Berlino. Con riferimento alla campagna elettorale italiana in corso, lo scollamento fra i documenti programmatici rende poco realistiche le riforme in campo europeo proposte dal Partito democratico e, tanto meno, quelle delle formazioni su posizioni ancor più progressiste.

 

Photo CC Flickr: European Parliament

(Linkiesta, 03.03.2018)