Il ministro delle finanze tedesco Scholz vuole un Fondo europeo contro la disoccupazione entro il 2018. Cosa ne pensa il Governo italiano?

Il ministro delle finanze tedesco, Olaf Scholz (SPD), vuole un Fondo europeo contro la disoccupazione entro il 2018, ma Merkel frena. E l’Italia? Tace.

Il ministro delle Finanze tedesco, Olaf Scholz (SPD, Partito socialdemocratico), sta lavorando a un piano per la creazione di un Fondo europeo contro la disoccupazione, lo European Unemployment Stabilisation Fund (EUSF). La notizia è circolata su alcune testate tedesche nel corso delle ultime settimane, dopo che Scholz ha rilasciato un’intervista alla testata Der Spiegel. Allo stesso tempo però, è clamorosamente passata in secondo piano in Italia e altrove, a causa delle negoziazioni sulla Brexit e dello scontro, tra Bruxelles e Roma, sulla legge di Bilancio.

Olaf Scholz, ministro delle Finanze della Germania (SPD).

I contenuti del piano contro la disoccupazione

Ma quali sono i contenuti del piano tedesco sull’EUSF? I dettagli sarebbero contenuti in un “non-paper” prodotto da una squadra di esperti del Ministero. In buona sostanza, si tratterebbe di un Fondo europeo, al quale, ogni paese membro UE, dovrebbe contribuire in proporzione alla propria capacità economica. Tradotto: la Germania sarebbe il principale contribuente. Gli stati potrebbero attingervi, sotto forma di prestiti, in tempi di crisi. L’EUSF – cita ancora Handelsblatt – avrebbe l’obiettivo di “rafforzare la solidarietà tra stati membri” e “stabilizzare l’Eurozona”.

«Scholz vorrebbe portare il piano sull’EUSF al Consiglio europeo dei ministri delle finanze del 3 dicembre prossimo, per poi farlo approvare ai Capi di stato dieci giorni dopo. Quello di dicembre sarà l’ultimo Consiglio del 2018 e, conseguentemente, il principale appuntamento istituzionale anteriore al lancio della campagna europea per il rinnovo del Parlamento»

In particolare, Scholz vorrebbe evitare la nascita di spirali delle disoccupazione in giro per l’Europa: a causa di deficit di bilancio fuori controllo, gli stati UE potrebbero infatti vedersi costretti a dichiarare un default per garantire il funzionamento degli armotizzatori sociali. Tecnicamente, l’elargizione dei prestiti dovrebbe essere approvata dagli stati membri, previa opinione della Commissione europea. Inoltre, i crediti andrebbero ripagati entro 5 anni dall’emissione. Tra le condizioni per l’ottenimento delle risorse del Fondo, ci sarebbe anche l’implementazione di sistemi di assicurazione nazionali efficienti.

Le tempistiche dell’EUSF

Handelsblatt scrive che Scholz vorrebbe portare il piano sull’EUSF al Consiglio europeo dei ministri delle finanze del 3 dicembre prossimo, per poi farlo approvare ai Capi di stato dieci giorni dopo. Quello di dicembre sarà l’ultimo Consiglio del 2018 e, conseguentemente, il principale appuntamento istituzionale anteriore al lancio della campagna europea per il rinnovo del Parlamento. Il Ministro socialdemocratico ha fretta di portare avanti il dossier perché – non è certo un segreto – in tempi di sfide elettorali, difficilmente vengono prese decisioni importanti.

«Bert Rürup, ex-presidente del Consiglio degli esperti economici della Germania, ha spiegato che un’assicurazione europea servirebbe anche a stimolare la crescita, perché aiuterebbe gli attori economici a farsi carico di rischi d’impresa nella transizione verso il digitale»

Ma come si è arrivati all’idea del Fondo? Il progetto è nato durante l’iniziativa inter-governativa franco-tedesca dello scorso giugno, a Meseberg. In quell’occasione, Scholz e il suo omologo francese, Bruno Le Maire, hanno trovato un’intesa sulle grandi linee. Successivamente, Scholz ha di nuovo posto il tema all’attenzione dei colleghi europei, nel corso del Consiglio di settembre, ricevendo però, va detto, una trattamento mite.

Bruno Le Maire, ministro dell’Economia della Francia.

In Germania, sia la SPD che i sindacati appoggiano il piano del Ministro. “[L’idea del Fondo] va nella direzione giusta”, ha affermato Reiner Hoffmann, segretario della Federazione sindacale tedesca (DGB). Il vice-capogruppo dei socialdemocratici al Bundestag, Achim Post, ha invitato il Governo ad “appoggiare Scholz”, in funzione di quanto definito a giugno con Macron.

«Quali sono state le reazione all’iniziativa a trazione SPD da parte degli altri paesi membri? Secondo Der Spiegel, il Primo ministro spagnolo, Pedro Sánchez (PSOE, Partito socialista), avrebbe dichiarato il suo appoggio a Scholz. Anche la Slovacchia sarebbe tra i sostenitori del progetto, insieme a Parigi ovviamente»

Infine, Bert Rürup, ex-presidente del Consiglio degli esperti economici della Germania, ha spiegato che un’assicurazione europea servirebbe anche a stimolare la crescita, perché aiuterebbe gli attori economici a farsi carico di rischi d’impresa nella transizione verso il digitale.

Il no di Angela Merkel

Tutto rose e fiori? Non proprio. In realtà, dopo che sono trapelati i dettagli riguardo all’EUSF, il piano di Scholz ha incontrato anche molte resistenze. In un breve commento pubblicato sulla Frankfurter Allgemeine ZeitungManfred Schafers ha bocciato l’idea tirando in ballo Roma: “Il Governo italiano dimostra ogni giorno di più che non si cura delle regole europee”. In un tale contesto la proposta di Scholz “non offre i giusti incentivi”, ha scritto Schafers. Dal canto loro, anche i liberali dell’FDP (Partito liberale) hanno liquidato l’EUSF: “In questo momento, non serve a nulla risolvere i problemi dell’Europa con il trasferimento di risorse dei contribuenti tedeschi”, ha affermato Michael Theurer, vice-capogruppo al Parlamento.

«La creazione di un tale Fondo, sarebbe uno dei pochti passi rilevanti per provare a cambiare, effettivamente, “da dentro”, questa UE. E creare quei nessi di solidarietà, da lungo attesi, tra lavoratori di Paesi differenti»

Ma ben più importanti sono le bocciature che sono arrivate dagli stessi colleghi di Governo del Ministro delle finanze tedesco. Sia il ministro dell’Economia, Peter Altmaier (CDU, Partito cristiano democratico), che Angela Merkel, hanno espresso più di qualche perplessità. Secondo fonti del Der Spiegel, durante il Consiglio europeo di settimana scorsa, a Bruxelles, Merkel avrebbe confidato che il piano di Scholz andrebbe al di là di quanto concordato con Parigi a Meseberg e che, nel Gabinetto, ci sarebbero “opinioni discordanti”. Secondo le stesse fonti, Merkel avrebbe dichiarato che “a Dicembre, l’EUSF non sarà un tema all’ordine del giorno”.

Angela Merkel (CDU), Cancelliera della Repubblica federale tedesca.

Secondo un sondaggio condotto su 1200 cittadini tedeschi dall’istituto Allensbach, il 59,3 percento di elettori sarebbe contrario al piano Scholz. La percentuale sale al 63,8 percento tra chi è vicino alla CDU, fino a toccare l’85 percento tra coloro che simpatizzano per la destra radicale dell’Alternative für Deutschland (AFD). Ma il dato che dovrebbe preoccupare il Ministro socialdemocratico è quello che riguarda gli elettori del suo partito: solo il 50 percento approverebbe l’EUSF.

Le reazioni internazionali. L’Italia che dice?

E in Europa? Quali sono state le reazione all’iniziativa a trazione SPD da parte degli altri paesi membri? Secondo Der Spiegel, il Primo ministro spagnolo, Pedro Sánchez (PSOE, Partito socialista), avrebbe dichiarato il suo appoggio a Scholz. Anche la Slovacchia sarebbe tra i sostenitori del progetto, insieme a Parigi ovviamente. Meno convinta, a detta di Handelsblatt, l’Austria che, tra l’altro, presiederà gli incontri del Consiglio fino a fine anno. Del resto, nel corso della scorsa primavera, il gruppo degli stati dell’area baltica, oltre alla stessa Austria e all’Olanda, avevano già tirato un freno a mano di fronte ai piani di riforma di Merkel e Macron, i quali, erano, addirittura, più vaghi del progetto EUSF.

Giuseppe Conte, Presidente del Consiglio dei ministri italiano.

Il grande assente dal dibattito è l’Italia. Che posizione ha preso Roma rispetto al piano di Scholz? Nel gran trambusto che c’è stato intorno all’approvazione della legge di Bilancio, non è arrivata alcuna informazione riguardo a questo dossier. I media italiani hanno sorvolato. La classe politica – non importa se di governo o d’opposizione – pure (nel 2016, il ministro Padoan fece una proposta sullo stesso tema). Eppure, la creazione di un tale Fondo, sarebbe uno dei pochti passi rilevanti per provare a cambiare, effettivamente, “da dentro”, questa UE. E creare quei nessi di solidarietà, da lungo attesi, tra lavoratori di Paesi differenti. Ammesso, ovviamente, che il tempo non sia già scaduto.

Europa sempre più unita? Tanti annunci, pochi fatti

Soltanto un anno fa, la Commissione europea pubblicava il Libro bianco sul futuro dell’Europa delineando 5 scenari per il destino dell’Unione e chiedendo agli Stati membri di prendere una direzione chiara a favore, o contro, un approfondimento del processo di integrazione. Da allora, si sono susseguite soltanto innumerevoli elezioni (Francia, Germania, Austria, Repubblica Ceca, Ungheria) e molti proclami. Sono state pochissime invece le decisioni di rilievo (un discorso a parte andrebbe fatto per l’Unione di difesa). 

Gli eventi geopolitici delle ultime settimane sembrerebbero aver relegato in secondo piano la politica dell’integrazione europea. Probabilmente è anche per questo motivo che, martedì, il Presidente francese, Emmanuel Macron, ha preso la parola di fronte al Parlamento europeo di Strasburgo per rilanciare la sfida di una trasformazione dell’Ue. Il presidente francese ha affermato che in un “contesto illiberale” e di fronte alle “crisi geopolitiche, l’Europa” deve assumersi grandi “responsabilità”. Conseguentemente, con riferimento al futuro dell’Unione, Macron ha detto che la discussione non può svolgersi come se fosse “ordinaria”.

In linea generale, la parola chiave del discorso di Macron è sicuramente stata quella di “sovranità” che, secondo il Presidente, va “reinventata” a livello europeo “per dimostrare ai cittadini” una capacità di “protezione” da parte delle istituzioni comunitarie. Allo stesso tempo, “la democrazia rimane la migliore chance” dell’Europa. In altri termini, “sarebbe un errore abbandonare un’identità comune”, quella incarnata dalla “democrazia liberale”. Il nazionalismo? Un’ “illusione”. Ma la “rabbia dei popoli europei” va ascoltata e “non ha bisogno di pedagogia, bensì di azioni efficaci nel quotidiano”. Concretamente, “entro la Primavera 2019”, c’è bisogno di “risultati tangibili”. Gli obiettivi fondamentali? Un programma europeo che sostenga le municipalità che accolgono rifugiati; la tassazione dei giganti del web; la riforma dell’Unione economica e monetaria (Uem) e, prima della fine della legislatura, una roadmap per l’Unione bancaria e la definizione di un budget finalizzato a stabilizzare l’Eurozona”.

Il discorso di Macron è stato un intervento “politico”, non tecnico. E la discussione con i deputati europei che ha fatto seguito è stata incentrata sui temi dell’immigrazione, della politica internazionale ed energetica (intervento in Siria, dipendenza dalla Russia), della Brexit, della partecipazione dei cittadini alla vita istituzionale dell’Ue e, genericamente, del dumping sociale. È facile notare invece che si sia parlato pochissimo delle riforme istituzionali dell’Eurozona e dell’Unione economica e monetaria (a parte, i pochissimi cenni di Macron riportati sopra). Peccato però che sia proprio questo capitolo a determinare la capacità dell’Ue di influenzare la vita quotidiana dei cittadini nei singoli Paesi e a interessare, tra i tanti interlocutori, la classe dirigente italiana.

La verità è che, al netto dell’intervento di oggi e alla luce del voto italiano, l’iniziativa “macroniana” ha perso slancio

Cosa si può dire a tal proposito allora? Come procede il piano di Macron? È utile ricordare, in sintesi, gli elementi fondamentali del piano francese: completamento dell’Unione bancaria, creazione di un budget fiscale per l’Eurozona, istituzione di un ministro dell’Economia europeo e trasformazione del Meccanismo di stabilità europeo (Mes) in un fondo monetario europeo ancorato al diritto comunitario. Il partner fondamentale per realizzare questa trasformazione dovrebbe essere, agli occhi di Parigi, la Germania di Angela Merkel.

La verità è che, al netto dell’intervento di oggi e alla luce del voto italiano, l’iniziativa “macroniana” ha perso slancio. A confermarlo ci sono numerosi articoli della stampa tedesca e internazionale pubblicati negli ultimi giorni. Su Euractiv, Andrew Rettman scrive che la Germania si sta mostrando sempre più recalcitrante all’idea di “condividere la propria ricchezza” con gli altri Stati europei. Inoltre, vengono riportate le parole del Presidente della Bundesbank, Jens Weidmann e del vice-Capogruppo al Bundestag della CDU/CSU di Angela Merkel, Ralph Brinkhaus. Se il primo avrebbe ribadito la (nota) opposizione a qualsivoglia “destinazione eurobond”, il secondo avrebbe addirittura frenato sia sul fronte della creazione dell’EDIS (si tratta dello “Schema europeo di assicurazione dei depositi bancari” – un elemento fondamentale per completare il progetto dell’Unione bancaria), che della trasformazione del Mes in un fondo monetario europeo.

Ma oltre il fronte conservatore, anche il ministro delle Finanze, Olaf Scholz (SPD), ha recentemente commentato lo scenario ai microfoni della Frankfurter Allgemeine Zeitung: “Non tutti i piani del Presidente francese sono realizzabili” (qui, alcuni estratti in inglese). Allo stesso tempo, va detto che, proprio dalle file della SPD, è arrivato l’invito a Merkel di prendere posizione (Der Spiegel) sul tema. Un intervento della Cancelliera sarebbe sicuramente necessario al fine di, da un lato, abbassare il volume delle voci scettiche interne al suo partito, e, dall’altro, ribadire la posizione della coalizione (appoggio in linea di massima alle riforme di Macron). Sulla stessa lunghezza d’onda si colloca il partito ecologista tedesco. Ci sono poi le associazioni di categoria degli industriali che hanno chiesto al Governo di “plasmare” in maniera rilevante il processo di riforme.

Nel suo discorso, Macron ha affermato che “il prossimo budget europeo deve incarnare una scelta politica” sul futuro dell’Unione. È sicuramente più facile a dirsi, che a farsi

Ma dipende veramente tutto da Berlino? No. E, a tal proposito, va aggiunto che le posizioni tedesche non sono, ormai, le più intransigenti nel contesto europeo. In un comunicatocongiunto di qualche settimana fa, il blocco di Paesi membri del nord Europa e dell’area Baltica hanno ribadito la loro contrarietà, sia nel merito che nel metodo, al processo di riforme abbozzato da Macron e condiviso – per ora soltanto a parole e a fasi alterne – da Angela Merkel. Capitolo a parte merita poi il blocco Austria-Viségrad, sempre più lontano dal cuore dell’Ue da un punto di vista dei “valori” e delle pratiche di governo (e, forse, anche economicamente, come dimostra il ruolo sempre più rilevante della Cina nell’area – si veda Politico).

Durante l’ultimo Consiglio europeo di marzo, era stato affermato che il mese di giugno 2018 sarebbe stato il momento più adatto per trovare una quadra tra le varie posizioni in campo: Europa del Nord – Germania – Francia – Europa dell’Est e Paesi del Sud. Ma alla luce di quanto esposto e considerando anche le parole di Macron – il quale ha affermato che l’orizzonte utile per la roadmap è la fine dell’attuale “legislatura parlamentare europea” – si tratta di uno scenario irrealistico. Ci vorrebbe, in alternativa, un colpo di genio diplomatico, o, più semplicemente, un accordo di “minimo comun denominatore”, il quale però, a sua volta, annienterebbe lo spirito delle riforme (e dell’elezione) di Macron. 

Nel frattempo, oltre al capitolo “riforme” c’è poi da portare avanti la negoziazione sul Quadro di finanziamento pluriennale (Qfp) che determinerà l’allocazione e le coperture del budget dell’Ue dal 2020 al 2027. In questo contesto, i Paesi membri sembrerebbero – ancora una volta – divergere: chi si assumerà la responsabilità di coprire il buco lasciato dal Regno Unito? Quali saranno le politiche poste al centro dei prossimi 7 anni di governo comunitario? Nel suo discorso, Macron ha affermato che “il prossimo budget europeo deve incarnare una scelta politica” sul futuro dell’Unione. È sicuramente più facile a dirsi, che a farsi. 

Soltanto un anno fa, la Commissione europea pubblicava il Libro bianco sul futuro dell’Europa delineando 5 scenari per il destino dell’Unione e chiedendo agli Stati membri di prendere una direzione chiara a favore, o contro, un approfondimento del processo di integrazione. Da allora, si sono susseguite soltanto innumerevoli elezioni (Francia, Germania, Austria, Repubblica Ceca, Ungheria) e molti proclami. Sono state pochissime invece le decisioni di rilievo (un discorso a parte andrebbe fatto per l’Unione di difesa). Tra un anno si voterà per rinnovare il Parlamento europeo, ma il senso di questa Unione (a parte favorire il consolidamento del Mercato Unico) sembra sempre più avvolto dalla nebbia. Nonostante gli sforzi di Macron.

 

(Linkiesta, 19.04.2018)

Photo CC Flickr: Jeso Carneiro

Jeffrey D. Sachs: “Dall’Italia dipende il destino dell’Unione europea”

In un’analisi pubblicata su Politico.eu, Matteo Garavoglia (Ricercatore associato Università di Oxford) scrive che l’Italia ha bisogno di nuovi volti politici che possano rilanciare una politica progressista pragmatica, in linea con i valori europei. La vittoria delle forze populiste, in Italia come altrove, apre scenari imprevedibili. Ma in un simile contesto, l’affermazione di figure “à la Macron” potrebbe rivoluzionare l’intero scacchiere politico. Insomma, non è detto che i successi dei vari Wilders, Le Pen, ecc. arrivino per nuocere, nel medio periodo. Come dire, qualcuno dovrebbe accettare la sfida lanciata da questi ultimi e cogliere l’occasione di un elettorato liberale in cerca di una nuova “offerta politica”.

Su Project Syndicate, Jeffrey D. Sachs, noto economista ex-FMI e Direttore del Center for Sustainable Development della Columbia University usa toni meno enfatici con riferimento allo stato del Belpaese e suggerisce prospettive diverse. Per Sachs, dagli sviluppi politici italiani, dipenderà niente meno che il destino dell’Unione europea. L’Italia ricopre un ruolo “chiave” in quanto si colloca, sia geograficamente che politicamente, all’intersezione delle divisioni inerenti, da un lato, la distribuzione della ricchezza fra il nord-Europa e il sud-Europa, e, dall’altro, la battaglia fra un’Unione “aperta” e il ritorno al “nazionalismo”. In questo senso, Sachs appoggia apertamente un’alleanza tra il Movimento5Stelle e il Partito Democratico (con quest’ultimo a capo del Ministero delle finanze) affinché Roma possa unirsi agli sforzi franco-tedeschi di riformare l’Ue.

In un articolo a metà fra analisi e reportage pubblicato su Handelsblatt, Regina Krieger scrive di una mai del tutto sopita passione di una fetta della popolazione italiana per la Lira. Ripercorrendo alcune tappe della scorsa campagna elettorale, Krieger sostiene che il tema della sovranità-monetaria non sia più all’ordine del giorno del dibattito politico italiano, ma che alberghi ancora in determinati nostalgici. Intanto il Financial Times si focalizza sui dati “deludenti” dell’industria del Belpaese e della Francia. Giada Zampano e Joshua Posaner su Politico.eu scrivono di Alitalia. In particolare, l’articolo sottolinea come i problemi politici legati alla formazione di un nuovo esecutivo si riverberino sul processo di vendita della compagnia tricolore.

Die Welt ha rilanciato i contenuti di un’intervista rilasciata dal magistrato Nicola Gratteri a una testata regionale del Paese. Gratteri punta il dito contro la debolezza dei sistemi normativi europei in funzione anti-mafia e getta luce sulla dimensione internazionale della criminalità organizzata di origini italiane. “La politica tedesca non vede alcun problema nella presenza della mafia” nel Paese ha specificato Gratteri che ha quindi spiegato come siano a rischio le dinamiche democratiche-elettorali non solo italiane. Sulla stessa testata poi, è stato pubblicato un’intervista-ritratto con Davide Casaleggio, l’“eminenza grigia del partito più forte d’Italia”. Nel dialogo con Constanze Reuscher, Casaleggio si descrive come un “attivista” e rifiuta i paragoni con Berlusconi. Inoltre dice che chi ha paura degli ideali legati alla democrazia diretta digitale non “è ben informato”.

(ilSalto, 13.04.2018)

Photo CC Flickr: APEC 2013

La partita (tutta in salita) di Macron in Europa

Bruno Le Maire, ha detto che Francia e Germania condividono fondamentalmente una visione simile per il futuro dell’Uem. E lo ha affermato in seguito a un incontro con Olaf Scholz – il ministro delle finanze tedesco, succeduto a Schaeuble – avvenuto nei giorni scorsi. Quello che resta da capire è se questa visione “comune” non si tradurrà, fondamentalmente, in un appiattimento della Francia sulle posizioni tedesche.

Oggi, a Bruxelles, nel quadro del cosiddetto Consiglio europeo di Primavera (“Spring European Council”), i primi ministri dell’Eurozona discuteranno nuovamente le prospettive di un approfondimento dell’Unione economica e monetaria (Uem).

Nel documento introduttivo al dibattito pubblicato dalle istituzioni comunitarie, si specifica che l’incontro potrebbe servire a scambiare opinioni riguardo a due macro-tematiche:

  • Sviluppo di una capacità fiscale europea. L’Eurozona dovrebbe dotarsi di una capacità di azione fiscale comune, come, per esempio, strumenti di stabilizzazione macroeconomica, di supporto agli investimenti e all’occupazione, alla promozione di riforme strutturali? Tale capacità dovrebbe essere parte integrante del budget attuale dell’Ue, o dovrebbe essere coperta da un bilancio apposito?
  • Promozione di politiche virtuose. A livello europeo, dovrebbe essere fatto di più per realizzare riforme strutturali indirizzate allo sviluppo di una maggiore competitività, della crescita, della convergenza e alla riduzione dei disequilibri commerciali? Dovrebbe essere fatto di più per garantire una maggiore responsabilità fiscale da parte degli Stati nazionali? E quali strumenti dovrebbero essere utilizzati eventualmente?

Come si evince da questa formulazione, non esiste ancora un consenso riguardo al processo di riforma dell’Uem. Anzi, è lo stesso testo a mettere nero su bianco lo stallo: “Molte delle tematiche all’ordine del giorno sono state trattate innumerevoli volte dai ministri dei Paesi coinvolti”, ma, per ora, “è stato trovato soltanto un livello minimo di consenso”. È per questo che – recita ancora il documento – serve una discussione tra i massimi rappresentanti di governo. Allo stesso tempo, si specifica però che la giornata si concluderà senza un documento ufficiale.

Del resto, già venerdì scorso, Macron e Merkel si erano accordati soprattutto su una metodologia di lavoro. Una road-map che delineerà concretamente le tappe del processo di riforme non sarà presentata prima del Consiglio europeo di giugno.

Cosa aspettarsi quindi dal meeting in corso? Probabilmente dichiarazioni incentrate sullo stato di avanzamento dell’Unione bancaria, unico punto non (troppo) controverso, e considerazioni generali sulla necessità di implementare riforme strutturali a favore della crescita. Gli altri cantieri (riforma del Meccanismo di stabilità europeo, sviluppo di un budget per gli investimenti e istituzione di un ministro europeo dell’Economia) resteranno avvolti dalla nebbia.

Grazie a un paio di analisi pubblicate questa settimana da media europei, nonché a partire da alcune dichiarazioni politiche rilevanti, si può tuttavia cercare di capire quali siano gli scenari di riforma più realistici per l’Uem.

Secondo l’esperta di politica francese, Claire Demesmay (Gesellschaft fur Auswertige Politik), citata da Die Zeit, l’incertezza del posizionamento tedesco (causato dall’assenza di un governo durante gli ultimi 6 mesi, ma, più in generale, da una politica tedesca tipicamente “merkelliana” caratterizzata dallo scarso decisionismo) ha incentivato altri Paesi a farsi avanti in relazione agli scenari di riforma dell’Uem. Così, in risposta alle velleità del Presidente francese, molti esecutivi avrebbero preso una posizione decisamente conservatrice (si veda a proposito l’articolo pubblicato su ilSalto settimana scorsa).

Quali sarebbero le conseguenze? La Germania potrebbe tranquillamente “nascondersi dietro allo scetticismo di altri Membri dell’Unione” – sottolinea ancora Demesmay – e far cadere nel vuoto le proposte di Macron senza, allo stesso tempo, compromettere l’asse Berlino-Parigi. La principale “vittima” di questo processo – è evidente – sarebbe proprio il Presidente francese. In questo senso, Ulrike Guérot (Donau Universitat Krems) parla di una “negligenza” tedesca in materia di “riforme dell’Eurozona”.

È da notare che nelle ore precedenti al Consiglio europeo, Macron si è incontrato con il primo ministro olandese conservatore, Mark Rutte, uno dei principali governi a ostacolare un cambiamento in senso progressista dell’Uem. Sebbene entrambi siano dei liberisti, il primo è in cerca di un’Europa più federale, il secondo no. L’incontro si è concluso con una dichiarazione di intesa su tutti i fronti, tranne che su quello economico-fiscale, appunto. Lo scambio Macron-Rutte dimostra quanto quella che sembrava essere soltanto una partita franco-tedesca sia in realtà una trattativa multi-polare. E, soprattutto, sempre più in salita per la Francia. A maggior ragione, in assenza di alleati stabili come poteva esserlo un governo italiano a guida Pd.

A queste riflessioni di massima, va aggiunto che sono poi comparse le prime voci francesi dai “tratti teutonici”. A detta di Politicola Vice-Presidente della Banca centrale francese, Sylvie Goulard, ha reso noto che bisogna essere “modesti” e che l’istituzione di un ministro dell’Economia europeo e di un budget per gli investimenti nell’Eurozona non contano. Meglio procedere con riforme realistiche. Le parole di Goulard, già eurodeputata, nonché (per brevissimo tempo) ministra della Difesa, non vanno sottovalutate. Si tratta, a tutti gli effetti, della prima uscita pubblica proveniente dal campo-Macron che infrange l’immagine di Parigi quale propulsore di un cambiamento radicale del funzionamento dell’Eurozona.

D’altra parte, il ministro dell’Economia francese, Bruno Le Maire, ha detto che Francia e Germania condividono fondamentalmente una visione simile per il futuro dell’Uem. E lo ha affermato in seguito a un incontro con Olaf Scholz – il ministro delle finanze tedesco, succeduto a Schaeuble – avvenuto nei giorni scorsi. Quello che resta da capire è se questa visione “comune” non si tradurrà, fondamentalmente, in un appiattimento della Francia sulle posizioni tedesche.

(ilSalto, 23.03.2018)

Un’altra Europa è ancora possibile? L’ipotesi socialista di Corbyn

Qualsiasi piano per cambiare l’Europa che si dice di sinistra, non può limitarsi a dipingere i tratti di un’Unione europea “socialista” del futuro, ma deve anche spiegare come arrivare all’obiettivo.

Settimana scorsa, il comitato britannico “Another Europe is Possible” ha pubblicato un pamphlet dal titolo “The ‘Corbyn moment’ and European socialism”.

Gli autori del manifesto, Luke Cooper (Anglia Ruskin University), Mary Kaldor (London School of Economics), Niccolò Milanese (Direttore di European Alternatives) e John Palmer (Direttore dello European Policy Centre) sostengono che esista un’opportunità storica per rilanciare il progetto dell’Unione europea “da dentro” e con tratti marcatamente “socialisti”.

La prima condizione necessaria affinché ciò avvenga è che Corbyn riesca a insediarsi, quanto prima, a Downing Street con un’agenda di riforme socialiste. ‘Il momento Corbyn’ causerebbe un effetto domino sulle costellazioni politiche degli altri Paesi membri dell’Ue.

Citando direttamente gli autori:

Considerando che il Regno Unito può essere considerato, in larga parte, il propulsore del fallimentare modello economico neoliberale in Europa, un cambio di direzione radicale nello UK, rappresenterebbe un colpo duro per i pochi Paesi che ancora supportano politiche di austerità in Europa

Che aspetto dovrebbe avere questa nuova Unione? Il documento elenca una serie di aree di intervento e di politiche che, attuate nel loro complesso, darebbero vita a un’ ‘Altra Europa’: si passa dalla tassazione delle multinazionali alla regolamentazione dei flussi finanziari, passando per la protezione dei diritti dei lavoratori migranti, dei diritti civili nell’era digitale, la lotta coordinata al cambiamento climatico, fino alla gestione dei conflitti globali e, soprattutto, alla riforma dell’Eurozona (in alternativa al manifesto, si veda questo articolo riassuntivo di Mary Kaldor su OpenDemocracy).

Ovviamente, esiste una seconda condizione necessaria affinché tutto ciò avvenga: il Regno Unito dovrebbe rimanere nell’Unione europea. Peccato però che, per ora, il Labour si sia espresso chiaramente soltanto a favore di una permanenza nell’Unione doganale. Questo scenario escluderebbe Londra dalla definizione delle politiche economiche e sociali dell’Ue.

Diventa chiaro quindi come l’obiettivo del pamphlet sia duplice: spostare sia l’orientamento della classe dirigente del Labour, che dell’Unione. In soldoni: per ribaltare l’Ue bisogna ribaltare la Brexit.

Come valutare l’azione di Another Europe? Considerando che si tratta di un pamphlet è ovvio che ci sono forti assunti normativi: il documento parla di un futuro desiderato.

Ma non si può certo nascondere che, dopo dieci anni di crisi economica e sociale, la domanda che assilla il campo della sinistra europea sia la seguente: un’altra Europa è (effettivamente) possibile

Al di là del taglio normativo del manifesto, la domanda dovrebbe essere rilevante anche per gli autori del documento in questione. Soprattutto nel momento in cui, proprio per convincere la classe dirigente del Labour, viene, a più riprese, citato uno scenario in cui le forze politiche nazionali di sinistra in Europa potrebbero coltivare un’azione coordinata e strategica. Poi, di domande, ce ne sono altre. Per esepio: chi compone questo campo di alleanze strategiche? Se ancora non esiste, come si struttrano le alleanze? Quali sono gli strumenti di dialogo tra classi dirigenti di sinistra dei singoli Paesi? E forse, ancor prima, quali sono le classi dirigenti di riferimento? Sono politicamente e storicamente credibili? E, soprattutto, come si ribaltano i rapporti di forza interni alle istituzioni europee di stampo intergovernativo?

Qualsiasi piano per cambiare l’Europa che si dice di sinistra, non può limitarsi a dipingere i tratti di un’Unione europea “socialista” del futuro, ma deve anche spiegare come arrivare all’obiettivo. E lo deve fare nel dettaglio. Non è solo una questione di logica. I risultati delle elezioni parlamentari europee del 2014, nonché quelle delle liste progressiste ed europeiste in Francia, Germania e Italia ottenuti nel 2017 e 2018, dimostrano chiaramente che la retorica dell’ “alternativa” non funziona più. Mentre, se Corbyn andrà al potere, sarà parzialmente anche perché incarna una sorta di ritorno alla via nazionale per il socialismo.

(ilSalto, 16.03.2018)

Photo CC Flickr: PRO duncan c

Gli europeisti italiani sono degli illusi, la Germania vuole un’Europa diversa da quella che sognano

Il Partito Democratico è europeista, certo, ma se si vanno a confrontare i programmi, guardando alla bozza di accordo tedesca per la Grosse Koalition, si scoprono differenze sostanziali

Da qualche settimana, uno spirito si aggira per l’Europa. Un certo euro-entusiasmo vorrebbe l’Unione alle porte di un processo di riforma in grado di allontanare l’Ue dalle politiche del rigore che hanno contraddistinto l’ultimo decennio.

Ne sono testimonianza, da un lato, la strumentalizzazione del tema “Europa” ai fini dell’approvazione, da parte della base della SPD, dell’accordo di larghe intese con la CDU: Martin Schulz, prima di dimettersi da Segretario del Partito, ha ribadito che le proposte di policy per l’UE contenute nel testo dell’accordo di governo GroKo sarebbero in linea con l’impulso riformatore di Emmanuel Macron. Dall’altro, c’è stata la dichiarazione congiunta da parte della Cancelliera tedesca, Angela Merkel e del Primo ministro italiano, Paolo Gentiloni (PD).A Berlino, i leader di Germania e Italia hanno affermato di “condividere la medesima visione per il futuro dell’Europa”.

Si potrebbe insomma credere che esista una sovrapposizione perfetta tra le visioni di riforma dell’Ueda parte dei partiti di governo di centro-destra e centro-sinistra di Francia, Germania e Italia. Ma è davvero così?

Si va verso un’unione sociale, oppure no?

Il quadro che emerge da un confronto tra il programma di governo della GroKo e quello elettorale del PD diverge dalla retorica governativa di Gentiloni e Merkel.

Tanto per iniziare, mentre CDU e SPD spingono per lo sviluppo di ciò che viene definito un “patto sociale” europeo, il Pd parla di “unione sociale”.

La formulazione tedesca prevede “accordi comunitari quadro” che garantiscano “equità per datori e lavoratori” e un migliore “coordinamento” tra le “politiche del mercato del lavoro” nazionali. In questo contesto, CDU e SPD invocano la definizione dei livelli minimi “di salario” e di garanzia dei “sistemi di welfare”, nonché, la necessità di sviluppare un sistema comunitario di aliquote minime per la tassazione dei profitti delle multinazionali e la conclusione dei negoziati in merito alla “tassa sulle transazioni finanziarie” (Tobin tax).

Si tratta sicuramente di obiettivi nobili, ma il punto è che non sono in linea con le ambizioni del PD. Il Partito di Gentiloni e Renzi esprime la necessità di costruire “un’assicurazione europea contro la disoccupazione”. La proposta italiana supera l’idea tedesca di un “patto sociale” perché prevede un trasferimento, una redistribuzione di risorse. Il PD vuole creare lo spazio necessario per lo sviluppo di “un nucleo di diritti soggettivi”, ancorato a livello europeo tramite la definizione “di una cittadinanza sociale in senso stretto”.

Ma è nelle bozze di riforma istituzionale che la distanza tra Italia e Germania diventa davvero ragguardevole.

Patto di stabilità e crescita va riformato?

Per fare spazio a quanto promesso sul fronte sociale, i partiti tedeschi spingono per la creazione di “specifici strumenti finanziari di bilancio” (“Haushaltsmittel”). CDU e SPD scrivono che queste leve debbano essere concepite in funzione di obiettivi quali la “stabilizzazione economica, la convergenza sociale e le riforme strutturali dell’Eurozona”. Fin qui, a dire il vero, il linguaggio non si discosta troppo da quello che, già oggi, caratterizza le politiche Ue. Ed è per questo che i partiti tedeschi specificano, successivamente, che si “potrebbe dare vita” (“Ausgangspunkt”) a un “futuro budget europeo per gli investimenti (“Investivhaushalt”). Queste iniziative di investimento-sociale dovrebbero diventare tangibili “all’interno del nuovo Quadro di finanziamento pluriennale dell’Unione”. A un’analisi critica non può sfuggire, da un lato, il condizionale e, dall’altro, che il Quadro di finanziamento pluriennale entrerà in azione dopo il 2020.

Ancora una volta, il Partito democratico si colloca su un’altra lunghezza d’onda, visto che vorrebbe promuovere riforme istituzionali dalle implicazioni profonde. Nel programma del PD vengono nominati: l’istituzione di un ministro per l’Economia europeo, l’emissione di Eurobond.

A livello generale, le differenze tra i due approcci si riscontrano anche a livello più concettuale e filosofico. Merkel e Schulz sottolineano che il “Patto di stabilità e crescita” (PSC) rimarrà, anche in futuro, il “compasso” delle politiche europee. In questo senso, “stabilità e crescita” restano due facce della medesima medaglia. Lo stesso dicasi per concetti quali “condivisione del rischio e responsabilità-nazionale” (“Risiko und Haftungsverantwortung”). E se per alcuni tutto ciò potrebbe sembrare un’apertura, è necessario chiarire che, da programma di governo, per Merkel e socialdemocratici, i termini e principi appena elencati devono essere indirizzati al “controllo fiscale, il coordinamento economico e la battaglia contro l’evasione fiscale”. È al netto di quanto esposto, che i partner di coalizione si dicono “pronti a testare le proposizioni che arriveranno da altri Paesi membri e dalla Commissione europea”. Infine, CDU e SPD affermano di “voler trasformare il Meccanismo europeo di stabilità (MES) in un Fondo monetario controllato dal Parlamento europeo e ancorato al diritto comunitario”, specificando però che “i diritti dei Parlamenti nazionali sono saranno scalfiti” dalle proposte di riforma qui elencate.

Cosa scrive il PD invece a questo proposito? “Il nostro obiettivo è quello di trasformare l’Eurozona in una vera Unione economica. Creando, cioè, una vera e propria istituzione politica di livello europeo che sia in grado di emettere bond per gestire la domanda aggregata e intervenire in caso di rischi sistemici”, scrivono ancora i policy maker del centro-sinistra italiano. In buona sostanza, si tratta di “condividere sovranità” (si noti qui il contrasto con la formulazione negativa tedesca). E se anche il Partito democratico vuole trasformare il MES in un Fondo monetario europeo, quest’ultimo non dovrebbe però – e a differenza dell’interpretazione tedesca – ottenere poteri di “monitoraggio dei conti pubblici”. In altri termini, la Commissione deve restare l’unico guardiano delle regole fiscali. Con riferimento al Patto di stabilità e crescita poi, la formazione del Nazareno parla apertamente di una modifica del PSC che faccia spazio a un’interpretazione più flessibile del concetto di “pareggio di bilancio”, per non parlare del Fiscal Compact, che sarebbe afflitto da certi “bizantinismi”.

Insomma, al netto delle dichiarazione di Gentiloni e Merkel, la distanza fra i partiti governativi di centro-sinistra e centro-destra di Germania e Italia è ragguardevole.

Da un punto di vista politico, l’analisi fa sorgere interrogativi in merito alla credibilità di quanto affermato dai due leader di Governo a Berlino. Con riferimento alla campagna elettorale italiana in corso, lo scollamento fra i documenti programmatici rende poco realistiche le riforme in campo europeo proposte dal Partito democratico e, tanto meno, quelle delle formazioni su posizioni ancor più progressiste.

 

Photo CC Flickr: European Parliament

(Linkiesta, 03.03.2018)

Il silenzio di Merkel e le parole di Schulz: che “Europa” sarà quella della GroKo?

Restano complicate le trattative tra i maggiori partiti tedeschi per trovare un’intesa sulla nuova Gross Koalition: da un lato la destra teme la perdita di consensi in favore di AFD, dall’altro la SPD punta a soppiantare Merkel per gli anni a venire

Le negoziazioni GroKo (Grosse Koalition) valide per creare il prossimo governo federale tedesco, potrebbero terminare con un accordo già domenica prossima, 4 febbraio.

A seguire, ci sarà il “referendum” della SPD che coinvolgerà la base del Partito. Se l’ala giovanile guidata dall’ormai noto in patria, Kevin Kühnert, continua a opporsi al progetto di una nuova alleanza con Angela Merkel, Martin Schulz farà di tutto per convicere un popolo – quello socialdemocratico – che sembra sempre più scettico riguardo alla leadership del politico di Aquisgrana.

Nei primi giorni di questa settimana, le negoziazioni sono focalizzate soprattutto sulla politica interna e la questione migratoria. È di martedì sera la notizia di un accordo sofferto sul ricongiungimento famigliare per i rifugiati ammessi in patria.

In linea generale, se CDU e SPD sembrano pronte a un’intesa in tempi rapidi, la CSU sta vendendo cara la propria pelle.

Ralf Stegner (SPD) ha affermato che il partito bavarese è “in uno stato di competizione acerrima con la AFD”, il partito di destra radicale, entrato nel Bundestag tedesco dopo le elezioni di settembre 2017.

Oltre ai tratti di xenofobia e islamofobia che caratterizzano la AFD, c’è un altro elemento della competizione tutta a destra, tra AFD e CSU, che potrebbe interessare anche gli altri Paesi membri dell’Ue: quello dell’euroscetticismo. È infatti legittimo chiedersi quanto peserà l’influenza indiretta dell’AFD (mediata dalla paura della CSU) sulla definizione finale della politica europea della GroKo.

Per il momento, il tema non è ancora emerso nelle negoziazioni. La Arbeitsgruppe “Europa”, il gruppo di lavoro dedicato alla definizione della posizione del nuovo gonverno, è guidata da Schulz in persona, oltre che da Peter Altmaier (CDU), ministro delle Finanze ad interim. Spicca, quindi, l’assenza di Merkel.

La prominenza di Schulz punterebbe nella direzione di una politica europea nuova della Germania. Almeno, rispetto ai 5 anni precedenti, nel corso dei quali Wolfgang Schäuble, l’ex-ministro delle Finanze e attuale Presidente del Bundestag, ha determinato il bello e cattivo tempo del processo di integrazione.

D’altra parte, l’“indeterminatezza” delle proposte contenute nella bozza di accordo formulata dai tre partiti a metà gennaio lascia ancora molte porte aperte (o chiuse, dipende dalla prospettiva). Si parla di un aumento delle risorse per il Parlamento europeo, di una legislazione quadro in materia sociale (salario minimo, in primis), di un budget per l’Eurozona. Ma non è specificato come si arriverà a questi obiettivi.

Inoltre, a un livello più generale, il testo dell’intesa è condito di un linguaggio che, per certi versi, non si discosta troppo da quello degli ultimi dieci anni: per dire, la parola “investimento” è sempre preceduta da quella “competitività”. Lo stesso Schulz, ultimamente, articola il suo essere “pro-Europa” soprattutto in funzione delle sfide che arrivano “da fuori”: la politica di Trump, gli investimenti cinesi, l’economia globalizzata. Certo, c’è sempre il riferimento a Macron. Ma anche le proposte del Presidente francese non sono certo scritte nella roccia.

È per questo motivo che, nei prossimi giorni, ci si potrebbe aspettare uno strappo da parte della SPD, uno sprint che indichi cosa intenda concretamente il leader socialdemocratico quando parla di “Neuer Aufbruch, “un nuovo approccio” alla questione europea. Anche perché, quello di una “Germania pro-Europa” sembrerebbe, al momento, l’unico grimaldello utile per convincere la base della SPD ad andare a braccetto, ancora una volta, con Angela Merkel.

Contestualmente, ci sarà da valutare la reazione della CSU, in funzione della sfida AFD. E anche quella della CDU stessa: dalla componente “economica” del Partito sembrano già essere trapelate alcune critiche rispetto alle posizioni della SPD.

Potenzialmente, questi ultimi fattori potrebbero far traballare una “nuova politica europea” della Germania? Teoricamente sì. Ma il fatto che Angela Merkel sia all’alba del suo ultimo mandato da Cancelliera, gioca a favore di Schulz, della SPD e del Sud Europa.

Da Kohl a Mitterrand, i leader più rilevanti del percorso di integrazione sono diventati tali soprattutto nel corso della loro ultima esperienza governativa, momento nel quale hanno dato priorità alla geo-politica.

In altri termini, forse anche Merkel avrà voglia di passare alla storia non esclusivamente come la regina del rigore e dell’austerità. Ma sarà lei a deciderlo, a prescindere dalla volontà del suo partito e di Schulz. A quest’ultimo rimarrà il “compito” di rivendicare il “cambiamento” di fronte alla base socialdemocratica.

(Linkiesta, 01.01.2018)

Nigel Farage vuole un secondo referendum sulla Brexit, e non è un paradosso

Nella riapertura di una questione dicotomica sulla “Brexit” (“sì o no”, “dentro o fuori”), Farage intravede la possibilità di spaccare definitivamente sia il partito conservatore che il Labour, e ambire a Downing Street.

Nella riapertura di una questione dicotomica sulla “Brexit” (“sì o no”, “dentro o fuori”), Farage intravede la possibilità di spaccare definitivamente sia il partito conservatore che il Labour, e ambire a Downing Street.

Circa due settimana fa, Nigel Farage, l’ex leader del Partito per l’indipendenza del Regno Unito (UKIP), ha affermato che un secondo referendum sulla Brexitsarebbe cosa buona e giusta. Secondo Farage, il voto sarebbe utile per “sconfessare definitivamente” i cosiddetti remainers, ovvero coloro che, da due anni a questa parte, si battono per una permanenza nell’Unione europea.

Sebbene l’affermazione di Farage punti nella direzione di una conferma della Brexit, è altrettanto vero che, oggigiorno, a giudicare dai sondaggi, una seconda consultazione popolare non darebbe lo stesso risultato del 23 giugno 2016.

Come motivare allora le parole di Nigel? In fondo, per un anno e mezzo, l’idea di un “secondo referendum” è stato un tabù per il campo del leavers (simmetricamente ai remainers, si tratta di coloro che si spendono, da sempre, per l’abbandono dell’Ue). Ne derivano due ipotesi. La prima: Farage pensa di poter vincere ancora una volta un referendum sulla Brexit. La seconda: Farage si è accorto che, senza “una Brexit per cui lottare,” non ha più un lavoro. Steve Bell delGuardian ha raffigurato egregiamente questa seconda alternativa. Il ragionamento, in un certo senso, è semplice: immaginate una Padania indipendente o, per dire, uno Star Wars senza Sith. Che ragione avrebbero di esistere la Lega Nord e i Jedi?

Surrealismo pop?

Sarebbe legittimo tacciare tutto ciò di surrealismo. Ma è proprio a questo punto che entra in scena l’entourage “comunitario.” In seguito alle parole di Farage, sia il Presidente della Commissione europea che del Consiglio, Jean Claude Juncker e Donald Tusk hanno detto che “un cambio di idea da parte di Londra” sarebbe più che benvenuto. Come dire: un secondo referendum? Perché no?

Ma, a gettare ghiaccio sulla partita, ci hanno pensato sia Theresa May, la Prima ministra e leader dei Conservatori, nonché Jeremy Corbyn, guida del Labour. Entrambi hanno escluso un secondo voto per riportare il Regno Unito nell’Ue. Sembrerebbe un grande paradosso, e invece no. Perché?

In realtà, l’affondo di Farage è meno “egoistico” e più serio di quanto non sembri. Ancora una volta, il deputato britannico più denigrato d’Europa, sembra leggere in anticipo le tendenze e la situazione del sistema politico moderno “più antico” del Vecchio continente.

Le ipotesi “uno” e “due” di cui sopra si fondono così in un unico grande “azzardo,” ovvero:

  • organizzare un secondo referendum;
  • vincerlo;
  • ottenere un lavoro migliore del precedente.

Quella di Nigel è un’ipoteca su Downing Street.

Le fratture del sistema britannico: dai tories …

Non è un segreto che i tories siano in caduta libera da quando si sono imbarcati sul vascello Brexit.

Lo hanno dimostrato le elezioni lampo dello scorso giugno, in occasione delle quali, i Conservatori hanno perso la propria maggioranza nella Camera bassa del Parlamento. Theresa May è stata definita da alcuni come il leader più debole di cui la storia politica britannica abbia memoria.

In altri termini, l’attuale Governo non sembra in grado di gestire la transizione post-referendum (è un’opinione alimentata anche dall’incredibile quantità di articoli sul tema pubblicati dalla stampa di Bruxelles nel corso dell’ultimo anno e mezzo).

Fin dal giugno 2016 poi, l’Esecutivo britannico è spaccato tra coloro che vorrebbero una Brexit “dura” — un’uscita dall’Ue senza “se e senza ma,” con tanto di esclusione di un accordo sulla permanenza del Regno Unito nell’Unione doganale europea — e coloro che, invece, preferirebbero addirittura restare all’interno del Mercato unico — una condizione che, però, implicherebbe la libera circolazione di cittadini comunitari nei territori UK e che, quindi, ignorerebbe il “messaggio” e la “volontà” politica scaturita dal referendum stesso.

A ben vedere, la lite in casa Downing Street, in fondo, non è altro che il riflesso di una divisione interna al Partito conservatore.

Secondo Michael Hartmann, un noto sociologo delle élite, le differenti posizioni sulla Brexit in seno ai tories, dipendono, a loro volta, dall’internazionalizzazione della classe dirigente britannica, instauratasi dopo Thatcher, nel corso degli ultimi 30 anni: c’è chi è affezionato al mito della globalizzazione (i conservatori anti-Brexit legati alla City di Londra) e chi a un Regno Unito “classico” (i “vecchi” industriali pro-Brexit della provincia).

… al Labour

Ma la spaccatura sulla Brexit non attraversa soltanto i Conservatori. Vale quindi la pena ricordare le giravolte del Labour sotto Corbyn.

Il leader di Chippenham è dapprima passato da una storica posizione critica nei confronti di Bruxelles all’endorsement della campagna anti-Brexit nel corso del referendum del 2016. E, successivamente al voto, da una campagna a favore di una Brexit morbida (con conseguente permanenza nel Mercato unico) ad una sorta di minimalismo e snobismo nei confronti dell’Ue, che giustificherebbe soltanto la permanenza nell’Unione doganale (e forse neanche quella).

L’atteggiamento di Corbyn è quello di un politico che vuole tenere insieme due componenti della base del Partito. La prima, giovane ed europeista, si batte in primis per diritti civili e cosmopolitismo; la seconda, meno identificabile in termini generazionali e più “britannica,” pone la lotta di classe come obiettivo primario.

Il leader del Labour si è accorto che, per il momento, mettere l’accento sulle “questioni sociali” — tra cui la crisi dello Stato sanitario nazionale, gli effetti devastanti delle privatizzazioni, i costi esorbitanti dell’educazione universitaria, il mercato immobiliare fuori controllo — permette di tenere insieme le due componenti. E, forse, di guadagnare addirittura voti della destra — un recente sondaggio indica che gli elettori dei tories vedono come priorità le questioni sociali.

In questo senso, parlare di Brexit è un rischio totale che potrebbe spaccare di nuovo i laburisti.

Riaprire le ferite

È proprio questa, probabilmente, l’analisi alla base della mossa di Farage, il quale intravede, nella riapertura di una questione dicotomica sulla “Brexit” (“sì o no”, “dentro o fuori”) la possibilità di spaccare definitivamente sia il partito conservatore che il Labour e ambire, quindi, a Downing Street.

In un recente articolo pubblicato su Politico, viene messo l’accento sulle manovre di Farage e Arron Banks, ex-finanziatore dello UKIP, per lanciare un nuovo movimento che sostituisca il Partito indipendentista e che possa mettere le mani sul Governo per implementare una politica isolazionista e di destra radicale nel Regno Unito.

A tal fine è innanzitutto necessario distruggere lo UKIP stesso e darsi una nuova immagine: un risultato in pratica già ottenuto destituendo, uno dopo l’altro, come marionette, gli ultimi tre leader del Partito e tagliando in finanziamenti privati al movimento.

In secondo luogo, è necessario aprire una nuova battaglia campale che riesca a spaccare sia il Labour di Corbyn che i Tories. Il referendum sulla Brexit del 2016ha dimostrato come farlo. Perché non raddoppiare?

(The Submarine, 24.01.2018)

Corbyn can kick off a revolution among Europe’s political elites – an interview with Michael Hartmann

Michael Hartmann is a German sociologist and political scientist. During his academic career he has analysed the transformation of European and global elites. He spoke to Alexander Damiano Ricci about 30 years of changes in the European ruling class: from Thatcher to Corbyn, from Podemos to Syriza, from the Eurosceptics to Maastricht.

Michael Hartmann is a German sociologist and political scientist. During his academic career he has analysed the transformation of European and global elites. He spoke to Alexander Damiano Ricci about 30 years of changes in the European ruling class: from Thatcher to Corbyn, from Podemos to Syriza, from the Eurosceptics to Maastricht.

Professor Hartmann, what is the elite?

The elite is comprised of people who have the ability to significantly influence social developments thanks to their institutional position or economic status. More specifically, elite representatives are members of the Government, leading profiles within the public administration and the judiciary of a country, as well as chief executive officers of large national companies. Specific people working in the media sphere can also be brought into the picture.

How many people make up the elite of a country?

About 2000 people.

How accessible is the elite?

It really depends on which elite-branch and country we are talking about. For instance, in Germany, 75% of the chief economic officers who are part of the economic elite stem from the richest 4% of the population. Among German political elites, on the other hand, the figure drops down to 50%. In France the numbers are slightly different and rise to 90 and 60%, respectively. This implies, on the one hand, that the economic elite is more exclusive than the political one, generally speaking. On the other hand, it tells us that France has more “exclusive” features compared with Germany.

In recent years there has been much talk of the influence of the ‘ordoliberal’ economic theory on European elites. Would you agree with that?

Ordoliberalism is a theoretical paradigm rooted in the German political elite. The neoliberal Anglo-Saxon paradigm, on the other hand, continues to be the reference among economic elites, in general. Anyhow, concerning the fundamental choices of economic policy, such as those relating to taxation and fiscal policies, both doctrines claim that taxes must be lowered.

Can you describe the evolution of European elites over the last decades?

We observed the last significant turn within elites when Thatcher took power in the UK. More specifically, at that time within the British Conservative Party the neoliberal paradigm gained traction. The transition was accompanied by a fully fledged shift in the composition of the Government’s staff. If, before Thatcher, the Labour government featured 30% of people stemming from the upper bourgeoisie, that same number reached the staggering proportion of 80%. From an ideological point of view, all other European countries subsequently followed that paradigm shift.

Today, in the UK, Corbyn is driving a new transformation. Can the latter be understood as another historical structural change of the elites?

Definitely. And, by the way, it is not a coincidence that this new change is occurring in Thatcher’s country. Several generations of British citizens experienced the consequences of neoliberal policies. The increase in university fees with the resulting indebtedness of younger generations, the crisis in the real estate market and the phenomenon of “zero hour” contracts are significant examples. But now the “zeitgeist” has changed. And Corbyn says: “For the many, not the few” …

Credit: Flickr/R Barraez D´Lucca. Some rights reserved

Is there a massive dose of populism in Corbyn’s rhetoric and strategy?

No. Corbyn grasped “the” thing: there is a feeling that for 35 years politics has operated exclusively in the interests of wealthier classes.

Using your analytical lenses, thanks to Corbyn, the British political elite could change with the next election. But not the economic one …

That’s right. And the latter will lead a fierce opposition to Corbyn. However, the Labour leader can count on the support of social movements, the grassroot and intermediate levels of his Party, the trade unions and, last but not least, significant chunks of the public administration. And, of course, Brexit divided the economic elite.

What do you mean?

Brexit is a symptom of the poor cohesion within the British economic elite. If compared to other economic elites in Europe, the former is the only one that has undergone a massive process of internationalisation. This dynamic created a gap between the economic elite and the conservative political ruling class.

Will Corbynism also affect other countries in Europe?

Yes, there are mechanisms of imitation at play.

Yet, that imitation process did not happen if we look at the establishment of Podemos for example…

Podemos has to be understood as a political phenomenon strictly related to the Spanish real estate crisis of the late ’00s.

Not even Syriza delivered change at a European level …

In that case the German elite wanted to show that there could not be an alternative to the status quo. A strategy that could not be used in Spain at the height of the crisis: European political elites relied upon the ability of Rajoy to deal with social upheavals.

Yet, speaking of smaller countries, Portugal managed to establish an alternative …

… Which, with all due respect, does not affect the European public debate.

The point is, why should the United Kingdom become a model? In the end, it just decided to leave the European Union.

The United Kingdom has historically been a point of reference for anybody interested in politics. Moreover, a disruptive change in one of the main European social democratic parties cannot go unnoticed.

In fact, it also happened with Tony Blair and the ‘Third Way’…

Of course, the years of Schroeder bear witness. Now instead, especially for the young SPD levers, Corbyn is “the” model.

What about Schulz and the rest of the national SPD leadership?

Only some local representatives overtly endorsed Jeremy Corbyn.

So there will be no substantial changes in German social democracy, thanks to changes in the Labor party in the short term?

I don’t think so.

Earlier this year, after the German general elections, rumours spread about an internal struggle within the German left-wing party, Die Linke. What’s going on?

First of all, it makes no sense to talk about a crisis within Die Linke. Secondarily, the point is that the left has to live with a substantial mutation of its electorate. Leftist parties attract young people with high levels of education, not the victims of the economic system. This truth holds for anyone: Die Linke, Sanders in the US, or Corbyn in the UK. And it creates disruptions.

With all due respect for leftist parties, this is not good news …

Subordinate classes want to see a change. But for years the left did not exceed the 10% threshold. That’s a fact. As a result, nowadays voters opt for a “scandalous” choice like the AfD (Alternative for Germany), sending a signal to the system.

In an interview, you said that elites hold the main responsibility for the crisis. Are you a populist?

No. Yet, populism sheds light on real problems. Some people think that ordinary people get duped by populists.

Would you argue against that?

People are able to assess their living conditions better than anyone else. And the variations of the latter represent the benchmark for judging economic and social transformations at large.

Still, why would elites be the main culprits of the crisis?

They are, because, at any level – political, economic, administrative, judicial and in the media – they have made sure that the living conditions of the majority of the population have remained unchanged or worsened.

I insist. You are giving a few thousand people responsibility for the living conditions of millions of citizens. How can you claim that?

Because we are talking about people who, by definition, have the ability to “significantly influence” economic and social changes.

Can you give us some concrete examples?

The best example is still the setup of fiscal policies. Today we are obsessed by the goal of achieving a budget balance. However, there are two options to get there: spend less and cut welfare services, or use the tax lever to recover resources where they are accumulated, that is to say among large companies and wealthy classes.

So what?

The second road is never traveled. Moreover, there are narrow circles of people, the elites precisely, who have the last word about it.

That’s not true: political decisions are the result of a process …

This does not mean that the final decision is not taken by a few people.

That’s why we have intermediate bodies that can tackle these decisions and oppose them.

Too bad that the weakening of trade unions was, in many cases, a goal of the very same elite.

Nowadays, in response to global neoliberalism, political forces across Europe are increasingly discussing the return to a sort of economic patriotism. Do you think that would be the right solution?

No. Some issues need to be managed at a continental level. It is necessary to remain in a European framework somehow. But it is true that the national level remains the relevant playground for assessing the social effects of policies.

For some, however, the problem relies on “Brussels”…

Even today, contrary to what many political parties are ready to admit, the national level holds great autonomy. Again, fiscal policy remains a national instrument. The latter tool can be used to counteract capital flight or, for instance, implement redistributive policies.

Too bad there is the Maastricht Treaty in the way. Or are you saying that the latter does not count for anything?

Significant redistribution policies can be implemented within the 3% deficit rule. Secondly, the Maastricht ceiling can be overcome. Schroeder showed it first in early 00’s.

The ECB at dusk. Flickr/Christian Dembowski. Some rights reserved

Should Italy do the same today?

Of course, Italy is far too important for the EU. Nobody would risk letting the country go away. That’s why, a lot of budgetary flexibility will be granted to Rome. After all, the Commission did the same with France. At the same, time, I do not believe that a majority of Italian citizens would favour an exit from the Union or the Euro.

But don’t you think that an “Ital-exit” would represent a quicker way to solve the crisis?

No, there is no need for that. It would suffice that Italy, France, Germany and Spain implement coordinated progressive policies at the national level.

Too bad that a part of the Italian population thinks that Berlin operates only in the German national interest. In other words, some do not see enough political will for a change in Germany. By virtue of this immobility even people on the left have started talking about leaving the Euro.

The exit from the Common currency area does not solve the problems, let alone the dependence on Germany. When Mitterrand, during his first government, tried to make economic policies in the French interest, there was no Euro around. Nevertheless, there was a point of reference: the German D-Mark, an economically and politically strong and binding currency, as much as the Euro is today.

Yet, national authorities could de-valuate at will restoring competitivity. 

That’s true, but the German central bank still remained the point of reference. It was France that called for the Euro, with the aim to tie the hands of the Bundesbank, not vice versa. We might argue if that worked out, but a come back of national currencies is an illusion, because the latter does not lead to decreasing German economic power.

Could it loosen the political influence of Germany?

The failure of the negotiations between the CDU, the FDP and the Greens in the context of the so called “Jamaica” coalition, shows that German political power is crunching. If Angela Merkel fails to establish herself at home, she will also have a hard time at the European level. It means that there will be opportunities for a change. Furthermore, the German political elite will have to react to the transformations led by Corbyn in the United Kingdom and Macron in France.

How?

That’s hard to say. The most  important point is that Corbyn and Macron are moving in diametrically opposed directions.

(Political Critique, 29.12.2017).

Photo CC Flickr: Andy Miah

Michael Hartmann: “Corbyn come Thatcher: può avviare una rivoluzione nelle élite europee”

Michael Hartmann è un noto sociologo e politologo tedesco. Nel corso della sua carriera accademica si è occupato della trasformazione delle élite europee e globali, un tema trattato anche nel testo “The sociology of elites” (Routledge, 2006). Il suo ultimo libro si intitola “Le élite economiche globali. Una leggenda” (Campus Verlag, Francoforte sul Meno, 2016), monografia che sfata il mito della mobilità assoluta dei fattori produttivi e della delocalizzazione.  Da Thatcher a Corbyn, passando per Podemos, Syriza e gli euroscettici: un dialogo con Il Salto su 30 anni di mutamenti nella classe dirigente europea.

Michael Hartmann è un noto sociologo e politologo tedesco. Nel corso della sua carriera accademica si è occupato della trasformazione delle élite europee e globali, un tema trattato anche nel testo “The sociology of elites” (Routledge, 2006). Il suo ultimo libro si intitola “Le élite economiche globali. Una leggenda” (Campus Verlag, Francoforte sul Meno, 2016), monografia che sfata il mito della mobilità assoluta dei fattori produttivi e della delocalizzazione.  Da Thatcher a Corbyn, passando per Podemos, Syriza e gli euroscettici: un dialogo con Il Salto su 30 anni di mutamenti nella classe dirigente europea.

Professor Hartmann, cosa è l’élite?

Sono persone in grado di influenzare significativamente le evoluzioni sociali grazie alla loro posizione istituzionale o di status economico. Ne fanno parte i membri del Governo, le punte dell’amministrazione pubblica e della giustizia, i dirigenti delle grandi aziende nazionali, ma anche determinate figure del mondo dei media. In questo senso si può parlare rispettivamente di élite economica, dei media, politica o amministrativa.

Quante persone costituiscono l’élite di un Paese?

Circa 2.000 persone.

Quanto è accessibile l’élite?

Dipende di quale settore e Paese parliamo. Per esempio, in Germania, il 75% degli amministratori delegati che fanno parte dell’élite economica, provengono dal 4% più ricco della popolazione. Nella politica invece, la percentuale è del 50%. In Francia queste percentuali salgono al 90 e 60% rispettivamente. Ciò vuol dire, da un lato, che l’élite economica è più esclusiva di quella politica. Dall’altro, che la Francia ha tratti più “esclusivi” della Germania.

Negli ultimi anni si è parlato molto dell’influsso della teoria economica ordoliberale sulle élite europee. Quanto c’è di vero?

L’ordoliberalismo è un paradigma radicato nell’élite politica tedesca. Il modello neoliberale anglosassone rimane invece quello di riferimento per le élite economiche in generale. In ogni caso, con riferimento alle scelte fondamentali di politica economica, come, per esempio quelle attinenti alla fiscalità, le dottrine concordano: le tasse vanno abbassate.

Qual è stata l’evoluzione delle élite europee negli ultimi decenni?

Con Thatcher si avviò l’ultimo mutamento sostanziale nelle élite politiche. Più nel dettaglio, nel Partito conservatore britannico si affermò appunto il paradigma neoliberista. La transizione fu accompagnata da un ricambio nello staff governativo. Se nel precedente governo un terzo del personale proveniva dall’alta borghesia, con Thatcher si passò all’80%. Successivamente, tutti gli altri Paesi si sono aggiunti al cambio di paradigma.

Proprio nel Regno Unito, oggi, Corbyn sta guidando una nuova trasformazione. Può essere paragonata a un altro storico mutamento strutturale delle élite?

Sì. E non è un caso che avvenga nel Paese di Thatcher. Nel Regno Unito ci sono diverse generazioni che hanno vissuto le conseguenze delle politiche neoliberiste. Sono esempi rilevanti l’aumento delle tasse universitarie con il conseguente indebitamento dei giovani, la crisi del mercato immobiliare e il fenomeno dei contratti “a zero ore”. Ma il zeitgeist è cambiato. Contestualmente Corbyn proclama “For the many, not the few”…

Populismo all’ennesima potenza?

No, Corbyn ha colto il punto: c’è la sensazione che per 35 anni la politica abbia operato nell’interesse delle classi abbienti.

Usando il suo approccio, con le prossima elezioni potrebbe cambiare l’élite politica britannica. Ma non quella economica.

Esatto. E quest’ultima condurrà una strenua opposizione a Corbyn. Ma il leader del Labour può far valere l’appoggio dei movimenti, dei livelli grassroot e intermedi del Partito, dei sindacati e della pubblica amministrazione. E poi la Brexit ha diviso l’élite economica.

Cioè?

La Brexit è un sintomo della scarsa coesione dell’élite economica britannica. Quest’ultima, tra quelle dei grandi Paesi, è l’unica ad essersi internazionalizzata. Ciò ha causato un de-ancoraggio tra élite economica e classe dirigente conservatrice.

Il corbynismo influenzerà anche gli altri Paesi?

Sì, esistono meccanismi di imitazione.

Perché non ha funzionato con Podemos?

Podemos è un fenomeno prettamente legato alla crisi immobiliare di fine anni Duemila.

 

CC Flickr: Barcelona En Comú

Nemmeno Syriza è stata una miccia per un cambiamento …

In quel caso l’élite tedesca ha voluto dimostrare che non poteva esserci un’alternativa allo status quo. Una strategia che non poteva essere utilizzata in Spagna, dove si è fatto affidamento alla capacità di Rajoy.

Eppure il Portogallo è riuscito a creare un’alternativa…

… che non incide sul dibattito pubblico europeo.

E allora perché il Regno Unito dovrebbe diventare un modello? In fondo ha deciso di uscire dall’Ue.

Il Regno Unito ha storicamente rappresentato un punto di riferimento nella politica. Un cambiamento in uno dei principali partiti socialdemocratici europei non passa inosservato.

In effetti, accadde anche con Tony Blair e la “Terza via”.

Sì, ne sono testimonianza gli anni di Schroeder. Ora invece, soprattutto per le giovani leve della Spd, è Corbyn il punto di riferimento.

E per Schulz e il resto della dirigenza nazionale?

No, a eccezione di qualche rappresentante locale.

Quindi non ci saranno cambiamenti sostanziali nella socialdemocrazia tedesca, grazie ai mutamenti nel Labour?

No.

Dopo le elezioni di settembre, si parla di una crisi interna alla Die Linke. Quanto c’è di vero?

Poco. Quel che sta avvenendo è una mutazione dell’elettorato della sinistra: attira giovani con alti livelli di educazione, non le vittime del sistema economico. Vale sia per Die Linke che per Sanders o Corbyn. Ciò crea scombussolamento.

Gramsci si rivolterebbe nella tomba…

Le classi subalterne vogliono vedere un cambiamento. Ma da anni la sinistra non supera la soglia del 10%. Di conseguenza quell’elettorato opta per un voto “scandaloso” come quello dell’Afd (Alternativa per la Germania, tdr.): almeno si lancia un segnale al sistema.

 

CC Flickr: Fraktion DIE LINKE. im Bundestag

In un’intervista, lei ha affermato che le élite sono le principali colpevoli della crisi. Lei è un populista?

No. Ma il populismo illumina problemi reali. C’è chi pensa che le persone comuni si facciano abbindolare dai populisti.

E non è così?

Le persone riescono a valutare le proprie condizioni di vita meglio di chiunque altro. E le variazioni di queste ultime rappresentano il parametro di riferimento per giudicare le trasformazioni economiche e sociali.

Perché le élite sarebbero i principali responsabili della crisi?

Lo sono perché, a qualsiasi livello – politico, economico, amministrativo, giudiziario e mediatico – hanno fatto in modo che le condizioni di vita della maggioranza della popolazione siano rimaste invariate o peggiorate.

Insisto. Lei sta dando a qualche migliaio di persone la responsabilità per le le condizioni di vita di milioni di cittadini. Come può affermare una cosa del genere?

Perché stiamo parlando di persone che, per definizione, hanno la capacità di “influire in maniera significativa” sui mutamenti economici e sociali.

Faccia degli esempi concreti.

L’esempio per eccellenza rimane la politica fiscale. Oggi si parla continuamente di pareggio di bilancio. Ma esistono due opzioni per arrivarci: spendere meno e tagliare servizi di welfare, oppure usare la leva fiscale per recuperare risorse dove sono accumulate, ovvero tra le grandi aziende e i ceti benestanti.

E quindi?

La seconda strada non viene mai percorsa. E sono circoli ristretti, le élite appunto, che hanno l’ultima parola a riguardo.

Non è vero, le decisioni politiche sono il risultato di un processo.

Ciò non toglie che la decisione finale venga presa da poche persone.

Esistono sempre i corpi intermedi che possono opporsi.

Peccato che l’indebolimento dei sindacati sia stato, in molti casi, un obiettivo della stessa élite.

Oggigiorno, in risposta al neoliberismo globale, in Europa si discute sempre di più del ritorno a una sorta di patriottismo economico. Crede che sia la soluzione giusta?

No. Alcune questioni devono essere gestite a livello continentale. È necessario rimanere in un quadro istituzionale europeo. Ma è vero che il livello nazionale rimane il livello politico rilevante per valutare gli effetti sociali delle politiche.

Per alcuni però il problema è Bruxelles.

Ancora oggi, rispetto a quanto non si ammetta pubblicamente, il livello nazionale detiene una grande autonomia. Di nuovo, la politica fiscale rimane uno strumento nazionale. Con questa si può contrastare la fuga di capitali o, per esempio, mettere in atto politiche redistributive.

Sta dicendo che Maastricht non conta nulla?

Si possono fare politiche redistributive significative all’interno del 3%. In secondo luogo, il tetto di Maastricht si può sforare. Lo ha dimostrato proprio Schroeder.

L’Italia dovrebbe fare lo stesso?

Sì, Roma è importante per l’Ue. Nessuno rischierebbe di farla uscire. All’Italia verrà concesso molto. Del resto con i francesi è stato fatto lo stesso. Inoltre non credo che la maggioranza degli italiani sia a favore dell’uscita dall’Unione o dall’Euro.

Ma non crede che un “Ital-exit” rappresenterebbe una via più rapida per risolvere la crisi?

No, non ce n’è bisogno. I primi quattro Paesi dell’Ue – Italia, Francia, Germania e Spagna – implementino politiche progressiste a livello nazionale, coordinandosi.

Peccato che una parte della popolazione italiana pensi che Berlino operi soltanto nell’interesse nazionale tedesco. In altri termini, non ci sarebbe sufficiente volontà politica per un cambiamento. In virtù di questo immobilismo, anche a sinistra, si comincia a parlare di uscita dall’Euro.

L’uscita dall’area valutaria non risolve i problemi, tanto meno la dipendenza dalla Germania. Quando Mitterrand, durante il suo primo governo, cercò di fare delle politiche economiche nell’interesse francese non c’era l’Euro, ma, di fatto, esisteva un punto di riferimento: il Marco tedesco, una valuta economicamente e politicamente forte e vincolante quanto l’Euro.

Però si poteva svalutare a piacimento.

Sì, ma la Banca centrale tedesca rimaneva comunque il punto di riferimento. L’Euro è stato introdotto su impulso francese per “legare le mani” alla Bundesbank, non viceversa. Si può discutere quanto abbia funzionato, ma il ritorno alle valute nazionali è un’illusione, perché non determina una riduzione del potere economico tedesco.

E di quello politico?

Il fallimento delle negoziazioni tra Cdu, Fdp e Verdi in Germania dimostra che il potere politico tedesco scricchiola. Se Angela Merkel non riesce a imporsi in casa, avrà difficoltà anche a livello europeo. Vuol dire che ci saranno delle opportunità. Inoltre, l’élite politica tedesca reagirà ai mutamenti guidati da Corbyn nel Regno Unito e Macron in Francia.

In che modo?

Difficile da dire. Il problema è che Corbyn e Macron vanno in direzioni diametralmente opposte.

(ilSalto, 29.12.2017).

Photo CC Flickr: Andy Miah