L’Italia è l’emblema della crisi europea, come la Grecia nel 2015

Questa settimana hanno destato scalpore le parole del Commissario europeo, Günther Oettinger, in merito alla crisi costituzionale in atto in Italia. È veramente triste constatare come si sia creato tanto baccano per “nulla”.

Questa settimana hanno destato scalpore le parole del Commissario europeo, Günther Oettinger, in merito alla crisi costituzionale in atto in Italia. È veramente triste constatare come si sia creato tanto baccano per “nulla”. Chiunque può constatare quanto le parole del Commissario siano state travisate, prima di tutto, dal giornalista che ha condotto l’intervista e, successivamente, dai media, che hanno fatto dell’intervento un vero e proprio affare diplomatico.

La realtà è un’altra: Oettinger ha detto cosa si aspetta per il futuro. Nulla di male, perciò. Semmai è sull’ennesimo uso sconsiderato del termine “populista” – ormai divenuto un vero e proprio prezzemolo del linguaggio mediatico – che ci si dovrebbe soffermare. Ma questa è un’altra storia.

Detto ciò, fare dell’intervento di Oettinger un evento fuori dal comune, o straordinario, “implica” anche altro: ostacolare la presa di coscienza per cui la crisi italiana va interpretata come “europea”. Che quella in atto sia una “crisi di sistema politica” per il Belpaese, è condivisibile. Al di là di questo, però, lo scontro Mattarella-M5S-Lega rappresenta lo squarciamento del velo di Maya di un certo europeismo ingenuo e “innocente”. Non è l’Europa che è al centro della crisi italiana. È l’Italia a essere diventata, al pari della Grecia nel 2015, il nuovo emblema della crisi dell’Europa.

(ilSalto, 01.06.2018)

Euro sì o no? Il dilemma della sinistra europea

Le differenze sono sottili, eppure sostanziali. Varoufakis e Hamon credono che una modifica dei trattati comunitari sia necessaria, ma nel medio periodo. Nel frattempo – e attraverso le già menzionate infusioni di trasparenza e democratizzazione – sarebbe possibile dare un tratto più sociale a questa Unione. Per i vari Mélènchon-Fassina invece no: la modifica dei trattati serve subito. Altrimenti? Ci deve essere un “piano B”, quello dell’uscita dall’Euro, dell’istituzione di un sistema coordinato di valute nazionali e un’unità di conto comune.

“Per il Partie de Gauche (PG) e, indubbiamente, per altri partiti della Sinistra europea, è diventato impossibile venire associati allo stesso movimento di Syriza […] .” È questo il verdetto che il Partie de Gauche di Jean Luc Mélènchon ha emesso, attraverso un comunicato, sul proprio sito web.

Il PG ha di fatto chiesto l’espulsione del Partito greco dalla federazione comunitaria dei partiti della sinistra. Perché?

Nel comunicato si legge che il PG esprime il proprio “dispiacere” in relazione alla promozione, da parte di Tsipras, della logica dell’austerità al punto da restringere il diritto di sciopero, “sottomettendosi agli ordini della Commissione europea” (CE). La risposta di Syriza si è fatta tweet: la richiesta di Mélènchon sarebbe “anti-democratica, provocatoria e divisiva.”

La querelle tra PG e Syriza è il sintomo di un interrogativo più ampio che assilla silenziosamente le anime della sinistra del Vecchio Continente: Unione europea sì, o Unione europea no?

Questo è il problema

Per una parte sempre più significativa della classe dirigente della sinistra, il processo di integrazione si sta trasformando da “causa comune” in argomento controverso, se non divisorio.

Non importa dove si vada all’interno dei Paesi cosiddetti centrali dell’Ue e dell’Eurozona: ovunque, si ha la sensazione che i partiti della sinistra “radicale” stiano quantomeno “affrontando” un dibattito interno, sull’opportunità di rimanere nell’Eurozona — se non, nell’Unione europea tout court.

In Germania, Sahra Wagenknecht della Die Linke si è espressa in modo ambiguo sull’Ue nel recente passato. Nel 2013, con riferimento alla compressione dei salari nel Paese, Wagenknecht ha detto: “Su i salari, o fuori dall’Euro” (Lohne rauf, oder aus dem Euro rausSaarbrucker Zeitung). L’anno scorso, parlando del Belpaese, ha usato parole simili: “O si riforma l’Eurozona, oppure l’Italia sarà costretta a uscire dall’area valutaria comune” (Die Zeit).

In Francia, i dirigenti del movimento La France Insoumise hanno lanciato messaggi altrettanto forti. Nel 2016, Mélènchon ha fatto capire che, qualora fosse costretto a scegliere tra sovranità ed Euro, opterebbe per la prima. Senza contare poi che, nel 2017, ai microfoni di Radio 1, il leader di PG ha proposto un “referendum sull’Euro” (video), nel caso in cui non si modifichi la missione della Banca centrale europea.

Ma la lista degli episodi/dichiarazioni va al di là dell’asse Berlino-Parigi. In Italia per esempio, all’interno di Sinistra Italiana — partito confluito nel progetto di coalizione di Liberi e Uguali — Stefano Fassina, economista ex-Pd, ha sferrato attacchi robusti contro l’Eurozona, scrivendo apertamente della necessità di “superare l’Euro.” E anche nelle file di Potere al Popolo, esistono posizioni radicali come quella di Eurostop (si veda l’intervista con Giorgio Cremaschi su ilSalto). Infine, c’è Senso Comune (SC), un movimento associativo-politico che si sta radicando sul territorio italiano, e che rivendica un’uscita dall’Euro, se non, addirittura dall’Ue ( si legga l’editoriale di Thomas Fazi — co-fondatore di SC — su Social Europe). Capitolo a parte per la Spagna, dove Podemos ha sempre taciuto, in maniera ambigua, la propria posizione sull’Europa e sulla moneta unica: l’ordine è la patria sovrana. O, per dirla ancora con Errejon, “un partito di sinistra che non rivendica l’identità nazionale” sarebbe “inutile.”

Una tragedia europea

D’accordo, ma cosa c’entra tutto questo con Tsipras e la Grecia? Molto.

La gestione della crisi ellenica del 2015 da parte delle istituzioni europee, nonché la la condotta di Syriza in seguito, hanno rappresentato, agli occhi della sinistra del Vecchio Continente, uno spartiacque, un trauma ben più importante rispetto alla crisi finanziaria del 2007-2008.

Quest’ultima è originata negli Stati Uniti ed è stata causata dai mercati. La prima invece, è nata in Europa ed è stata “rafforzata” — questa l’interpretazione della sinistra radicale — da un consesso di “attori” istituzionali (chiamatela Troika, se volete) e partitici. Molti di quest’ultimi sono i partiti della socialdemocrazia europea e, per l’appunto, Syriza: Alexis Tsipras è il prescelto che non compie la sua missione storica e che tradisce la volontà popolare.

Da un punto di vista più generale, gli eventi di Atene avrebbero illuminato uno “stato di fatto:” quello di un’Unione piegata agli interessi di un’area politica ed economica precisa — quella liberale — e, punto importante, difficilmente modificabile. Per dirla con Fassina, oggigiorno non vi sarebbero “le condizioni politiche per orientare l’euro in senso pro-labour.” Anche perché “il mercantilismo tedesco ha radici profonde”— Sostiene l’ex-PD.

La versione di Varoufakis

Tra la socialdemocrazia dello status quo e la sinistra radicale affascinata da un’uscita dall’Unione, esiste poi la “versione di Varoufakis”. Proprio dalla debacle ateniese, il ministro delle Finanze greco è risorto con il suo movimento paneuropeo Diem25, (Democracy in Europe Movement 2025), una rete internazionale di attivisti che credono nel rilancio del progetto Ue e che si candiderà alle elezioni del Parlamento europeo del 2019.

Secondo Varoufakis, l’Unione si può e deve cambiare “da dentro”, tramite vincoli di “trasparenza e democraticità” da applicare alle procedure decisionali di organi quali il Consiglio europeo e l’Eurogruppo. Chi altro rientra in questa area? Benoit Hamon, l’ex-candidato del Partito socialista (PS) francese alle elezioni presidenziali del 2017 (e ora guida di un nuovo movimento progressista indipendente dal PS, Génération-s), nonché la star dell’economia alternativa, Thomas Piketty. Una critica alla strategia politica di Varoufakis è arrivata però per mano di Jonathan Shafi, sulle pagine del The Independent. Secondo Shafi, non potrebbe esistere un’opzione marxista nel quadro dell’Ue. Varoufakis sarebbe, quantomeno, naive quando dice che “è necessario salvare l’Ue da se stessa” (qui lo scambio di tweet tra Varoufakis e Shafi).

Jonathon Shafi@Jonathon_Shafi

Thanks to @yanisvaroufakis for sharing my comments – written in spirit of debate – on EU strategy for @IndyVoices yesterday. These are difficult and complex issues that we should be able to debate as progressives. https://twitter.com/yanisvaroufakis/status/959320413984575490?ref_src=twcamp%5Eshare%7Ctwsrc%5Em5%7Ctwgr%5Eemail%7Ctwcon%5E7046%7Ctwterm%5E0 

Yanis Varoufakis

@yanisvaroufakis

Your article was apt: The progressives’ approach to institutions created to pursue the interests of oligarchies (at national our European level) needs to be nuanced and can never be a sublime matter.

In ogni caso, l’ipotesi dell’ex ministro delle Finanze greco rappresenta, all’interno della bolla della sinistra europea, il contrappeso alle frange dell’exit. Eppure, a ben vedere però, entrambe le aree chiedono una modifica dei trattati comunitari. Quindi?

Le differenze sono sottili, eppure sostanziali. Varoufakis e Hamon credono che una modifica dei trattati comunitari sia necessaria, ma nel medio periodo. Nel frattempo – e attraverso le già menzionate infusioni di trasparenza e democratizzazione – sarebbe possibile dare un tratto più sociale a questa Unione. Per i vari Mélènchon-Fassina invece no: la modifica dei trattati serve subito. Altrimenti? Ci deve essere un “piano B”, quello dell’uscita dall’Euro, dell’istituzione di un sistema coordinato di valute nazionali e un’unità di conto comune. Sono già esistite in passato e si chiamavano rispettivamente “serpente monetario” ed “Ecu” (European currency unit). La storia si ripeterà? Difficile dirlo. Ma è probabile che, da qui alle elezioni del Parlamento europeo del 2019, nella sinistra europea, la spaccatura sull’Unione si allargherà e metterà un’intera classe dirigente di fronte a una scelta scomoda: Unione sì, o Unione no?

(TheSubmarine, 22.02.2018)

L’Eurogruppo cambia faccia con il Presidente portoghese Centeno

Mário Centeno, il Ministro delle finanze portoghese succede a Jeroen Dijsselbloem, più volte accostato alle posizioni di Wolfgang Schaeuble. Questa nomina porterà a un cambio di direzione in termini economico-politici dell’Eurogruppo?

Questa settimana, Mário Centeno, il Ministro delle finanze portoghese ha presieduto la sua prima riunione dell’Eurogruppo da Presidente dell’organo di coordinamento politico-informale dell’Eurozona.

Centeno succede a Jeroen Dijsselbloem, volto noto dell’entourage comunitario, nonché ex-Ministro delle finanze olandese. Quest’ultimo ha ricoperto un ruolo di primo piano nel corso delle negoziazioni sul terzo bailout greco, nella prima metà del 2015. Più volte accostato alle posizioni di Wolfgang Schaeuble, l’olandese è stato uno dei principali avvocati del rigore fiscale a Bruxelles.

Centeno proviene da un Paese, il Portogallo, governato da un Esecutivo composto da un’alleanza di centro-sinistra – sinistra radicale in cui siede anche un partito di affiliazione comunista. Grazie agli ottimi risultati di consolidamento delle finanze pubbliche e in materia di politiche di investimento, Lisbona è diventata, nel corso dell’ultimo anno, un esempio alternativo di gestione delle politiche economiche nazionali nell’alveo comunitario.

È quindi legittimo chiedersi se la nomina di Centeno implichi un cambio di direzione in termini economico-politici dell’Eurogruppo. Non necessariamente.

Tra politica e questioni tecniche

La figura del Presidente è infatti una figura “politica” e di mediazione tra le varie posizioni presenti all’interno dell’organo istituzionale. Le questioni e soluzioni di politica economica dell’Eurozona vengono discusse ed elaborate soprattutto in seno a un gruppo di lavoro tecnico (EWG, Eurogroup Working Group) che è all’opera su base continuativa e, soprattutto, in anticipo rispetto alle riunioni “ufficiali” dell’Eurogruppo.

A questo proposito, va notato che, insieme a Dijsselbloem, anche il Presidente dell’EWG, Thomas Wiesner (statunitense-austriaco) ha lasciato il posto al suo successore, Hans Vijlbrief, in arrivo da Amsterdam.

In un certo senso quindi l’Eurogruppo ha mantenuto una continuità tra le due gestioni. È importante sottolineare che Thomas Wiesner era stato ritratto da molti giornali e riviste europee come la vera mente dietro allo sviluppo dell’Unione bancaria, nonché del bailout greco.

Che tutto cambi affinché nulla cambi?

È però innegabile che i cambiamenti a Bruxelles siano accompagnati da grandi modifiche nell’assetto delle Capitali europee.

In primo luogo, il passaggio di Wolfgang Schaeuble dal ministero delle Finanze alla Presidenza del Bundestag in Germania, nonché l’arrivo di Bruno Le Maire – nuovo ministro delle Finanze francese – a Parigi, indicano una sorta di cambio di stagione.

Ma non è affatto facile – complice le negoziazioni laboriose per una nuova Grosse Koalition (GroKo) in Germania – capire quale potrebbe essere il risultato finale di un percorso di riforma dell’Eurozona, finora soltanto invocato o ipotizzato da Berlino e Parigi.

Quel che è sicuro è che Centeno dovrà gestire gran parte della mediazione tra Stati membri all’interno dell’Eurogruppo. Un compito non facile, se, al di là delle intese sull’asse Macron-Merkel, si prendono in considerazione gli “arroccamenti” di Vienna (si è appena insediato un Governo destra-destra radicale) e L’Aia.

Il lavoro da fare

In una lettera pubblicata dalla testata Politico (dal titolo poco elegante a dire il vero: “La descrizione del tuo lavoro”), Guntram Wolff, il direttore del think tank Bruegel, ha fatto gli auguri a Centeno, elencando anche alcune personalissime considerazioni sulle priorità dei prossimi mesi.

Oltre alla “questione greca” che sembrerebbe scivolare lentamente fuori dai radar dell’Eurogruppo (questa settimana, i 19 ministri delle finanze si sono accordati sull’ultima tranche di assistenza a favore di Atene), il punto fondamentale rimane appunto quello della “riforma dell’Eurozona”.

Secondo Wolff – il quale scrive apertamente di non condividere l’“ottimismo della Commissione” rispetto a un potenziale “rilancio del percorso di integrazione”, per altro evocato da Jean Claude Juncker nel corso dell’ultimo discorso sullo Stato dell’Unione – c’è da chiudere il capitolo “Unione bancaria”. Tradotto: convincere la Germania a fare gli ultimi passi necessari verso l’istituzione di uno schema di assicurazione europeo dei depositi bancari (European Deposit Insurance Scheme, EDIS).

In secondo luogo, ci sarebbe da riformare le regole in materia di supervisione fiscale della Commissione, a volte “opache” e “mal indirizzate”. Servirebbero nuove regole che assicurino “la sostenibilità del debito” e “buone politiche di stabilizzazione” a livello nazionale. Queste ultime dovrebbero “agire contro” le recessioni che colpiscono l’intera Eurozona.

In terzo luogo, c’è il capitolo MES (Meccanismo europeo di stabilità) del quale andrebbero modificate – sempre secondo Wolff – le regole di voto interne. Inoltre, il MES dovrebbe essere obbligato a render conto delle proprie decisioni e operazioni al Parlamento europeo. Un po’ come succede per Draghi e la Banca centrale europea, ogni anno (per un’analisi estesa del dibattito sulla riforma del MES, ecco un approfondimento a cura di EuVisions).

La tabella di marcia

Al di là delle raccomandazioni di turno, quanto di tutto questo avverrà? E qual è la tabella di marcia?

Centeno ha già visitato un paio di Capitali europee. Su tutte, Berlino, nella quale si è incontrato con Peter Altmaier, ministro delle Finanze tedesco ad-interim.

Nel corso di un’intervista rilasciata a Handelsblatt (e ripresa da Euractiv), il neo-nominato Presidente ha incalzato i partiti tradizionali tedeschi a creare un governo per poter portare avanti le riforme a Bruxelles. Esisterebbe già “un primo pacchetto di riforme da completare entro giugno” del 2018. Quest’ultimo comprenderebbe appunto la finalizzazione dell’EDIS.

Centeno si è inoltre detto felice dell’apertura da parte di una potenziale GroKo rispetto alla creazione di una sorta di “budget per gli investimenti” all’interno dell’Eurozona, specificando anche però che, “quest’ultimo, verrebbe attivato soltanto in cambio di riforme strutturali nei Paesi beneficiari”.

(Linkiesta, 25.01.2018)

Photo CC Flickr: European Council President