Tutto il mondo parla di Italia ed Eurozona, tranne noi. Il dibattito tra Stiglitz, Fratzscher e gli altri economisti

In queste settimane ad appannaggio della questione “migranti” e delle diatribe tra Salvini e gli altri leader europei, il tema della stabilità dell’Eurozona alla luce del voto italiano continua ad alimentare un dibattito che, nel nostro Paese, rimane clamorosamente sotto traccia.

Su Project Syndicate, il premio nobel per l’Economia e professore della Columbia University di New York, Joseph Stiglitz, è tornato a parlare del tema. Per il guru della scienza triste il voto euroscettico del Belpaese non dovrebbe sorprendere nessuno: si tratta dell’ennesima «reazione prevedibile a una struttura dell’eurozona mal disegnata, nella quale, la potenza dominante Germania, impedisce le necessarie riforme». Per Stiglitz, il problema non è l’assenza di idee – Macron è visto come portarore di una «chiara visione» per l’Europa -, bensì il freno rappresentato da Angela Merkel.

In un’area valutaria comune, «il principale problema» è quello della gestione dei disallineamenti tra il valore della valuta e le sottostanti performance economiche dei Paesi: è proprio il “caso dell’Italia”. Per il professore, nell’Eurozona, «i cittadini vogliono, da un lato, rimanere nell’Ue, ma, allo stesso tempo, veder terminare le politiche di austerità». Eppure, gli viene detto che non possono avere la moglie ubriaca e la botte piena (sul punto si sofferma anche l’economista Barry Eichengreen che chiede a M5s e Lega di lasciare perdere la flat tax e reddito di cittadinanza per focalizzarsi sul cuneo fiscale). E così, nell’attesa di un cambio di mentalità nel Nord Europa, i governi dei Paesi in difficoltà continuano ad arrancare e la «sofferenza dei cittadini aumenta».

A questo punto, Stiglitz scrive che, se il Portogallo ha rappresentato un’eccezione – con Costa che sarebbe risucito a riportare il Paese a un livello di crescita soddisfacente -, l’Italia potrebbe rappresentare un’alternativa dai tratti radicalmente differenti: «Salvini potrebbe alzare la posta in gioco, in un modo che altri non hanno avuto il coraggio dai fare. L’Italia è un’[economia] abbastanza grande, con economisti bravi e creativi, da poter gestire, di fatto, un’uscita [dall’Eurozona] attraverso un sistema di cambio flessibile che possa ricreare prosperità».

Per Stiglitz non è «necessario arrivare a tanto». I Paesi del Nord possono salvare l’Euro «mostrando più umanità e flessibilità». Ma il premio Nobel non punterebbe su questo scenario e con una metafora teatrale, spara: «Avendo già visto i molti atti di questa crisi, non mi aspetto un cambio di interpretazione da parte degli attori principali».

L’editoriale non è certo rimasto inosservato, soprattutto tra gli altri economisti di alto livello.

Marcel Fratzscher, ex-Consigliere economico di Sigmar Gabriel quando quest’ultimo era ministro dell’Economia (precedente governo Merkel), nonché direttore del DIW e co-autore di un noto paper su come riformare l’Eurozona uscito a gennario (ne abbiamo scritto qui), ha risposto a Stiglitz via Twitter:

Marcel Fratzscher

@MFratzscher

Dear @JosephEStiglitz , you are wrong: neither will Italy benefit from exiting the euro, nor is there EU reform paralysis (esp. vs US), nor is Germany the devil.
Euro reforms require a sensible balance of risk sharing & reduction, solidarity & rules.http://prosyn.org/H9vw0EH 

Can the Euro Be Saved? | by Joseph E. Stiglitz

Across the eurozone, political leaders are entering a state of paralysis: citizens want to remain in the EU, but they also want an end to austerity and the return of prosperity. So long as Germany…

project-syndicate.org

«Caro Joseph, sei nel torto: l’Italia non beneficerà da un’uscita dall’Euro, la riforma dell’Unione non è in uno stato di paralisi e la Germania non è il diavolo. C’è bisogno di un bilanciamento sensato fra condivisione e riduzione dei rischi [sistemici], solidarietà e regole», scrive Fratzscher.

Al di là dello scambio Stiglitz-Fratzscher, sempre su Project SyndicateMichael J. Boskin, professore di Economia a Stanford ed ex-presidente del consiglio degli economisti del governo di H.W. Bush tra l’89 e il ’93, scrive che l’Italia deve affrontare una «crisi quadrupla» che si compone delle «difficoltà del sistema bancario», del «debito fuori controllo», di una reazione ostile all’“immigrazione” e una generalizzata scarsa «condizione economica».

Secondo Boskin, è una combinazione che potrebbe mettere a rischio l’intero proecsso di integrazione europea. Spetta a Roma salvare l’Ue? No, «molto dipenderà anche dal destino del percorso di riforma proposto da Emmanuel Macron» (sulla stessa falsariga, anche Mark Leonard, direttore del European Council on Foreign Relations, ha realizzato un podcast in cui ribadisce che le strade per l’Europa passano da Roma”).

Ma non finisce qui. Sulle pagine di Social EuropeDani Rodrik, una delle voci più influenti dell’accademia economica e professore di Politica economica internazionale a Harvard, parte dall’Italia e, più nel dettaglio dal “caso Savona”, per discutere criticamente quando sia motivata la decisione, nell’Eurozona, di delegare la definizione del target inflazionistico e, corrispondentemente, della politica monetaria, a un’istituzione indipendente come la Banca centrale europea. Soprattutto alla luce del fatto che, l’indipendenza della Bce avrebbe, da un punto di fista puramente teorico, il fine di tutelare la stabilità democratica dei Paesi dell’Eurozona nel lungo periodo, a fronte di potenziali politiche iperinflazionistiche dei politici di turno.

Rodrik scrive che «quando alcuni Paesi nell’Eurozona sono colpiti da shock della domanda, il target inflazionistico [che una Banca centrale persegue], determina in che misura gli stessi Stati debbano seguire un percorso di aggiustamento deflazionistico doloroso in termini di salari». Avrebbe quindi «avuto senso, in seguito alla crisi dell’Euro, aumentare il target inflazionistico (che è del 2%) per facilitare la competitività delle economie del Sud». In ogni caso, secondo l’economista di Harvard la definizione di questi obiettivi è una questione prettamente politica, «perché implica questioni attinenti alla distribuzione della ricchezza prodotta da un’economia». L’indipendenza di agenzie che sono chiamate a raggiungere un determinato obiettivo, non può essere il risultato ultimo in sé. Altrimenti, la democraticità di tali strumenti di policy è quantomeno discutibile.

Il discorso che può sembrare molto tecnico, ma è legato a doppio filo al deficit democratico delle istituzioni europee e al caso Savona, citato sopra. Per Rodrik, quando la delega di politche ad agenzie indipendenti avviene per mezzo – e nel contesto di – trattati internazionali, c’è il rischio che l’obiettivo della stabilità democratica, si rivolti contro lo stesso concetto di democrazia: «Il deficit democratico dell’Ue deriva dal sospetto, diffuso (Rodrik qui usa il termine “popular”), che [l’indipendenza della Bce] non serva tanto a rafforzare nel lungo periodo le democrazia nazionali in Europa, quanto a servire gli interessi finanziari». In questo senso, anche la decisione di Mattarella «rinforza questa interpretazione».

Forse è normale che di tutto ciò in Italia non si scriva, o discuta troppo. Ci sono tabù che resistono a tutto nel nostro Paese. Eppure, il Mondiale di calcio mancato darebbe ampi spazi, Salvini e “migranti” pemettendo. A proposito, vista la nostra assenza in Russia, sul New York Times, Tim Parks si chiede: di cosa possono ancora sentirsi orgogliosi gli italiani?

(ilSalto, 22.06.2018)

Il dibattito tedesco sull’Italia. E sull’uscita dell’Italia dall’Ue

Hanno parlato di noi, di Italia. E lo hanno fanno in maniera seria, parlando dell’opportunità di un’uscita dall’Euro per il Belpaese, di crisi sistemica dell’Unione europea. È successo in Germania, all’ombra delle grandi notizie internazionali degli ultimi sette giorni, nel corso del Talk-show Maybrit Illner, sul secondo canale pubblico della televisione tedesca, ZDF, giovedì 7 giugno.

Hanno parlato di noi, di Italia. E lo hanno fanno in maniera seria, parlando dell’opportunità di un’uscita dall’Euro per il Belpaese, di crisi sistemica dell’Unione europea. È successo in Germania, all’ombra delle grandi notizie internazionali degli ultimi sette giorni, nel corso del Talk-show Maybrit Illner, sul secondo canale pubblico della televisione tedesca, ZDFgiovedì 7 giugno.

Alla discussione, nello studio televisivo, hanno partecipato il ministro delle Finanze tedesco, Olaf Scholz (SPD), il caporedattore della Die ZeitGiovanni di Lorenzol’ex guida del partito di estrema destra AFD (nonché fondatore), Bernd Lucke, il Segretario generale dei giovani della CDU, Paul ZiemackUlrike Guérot (direttrice dello European Democracy Lab e membro di DIEM25) e Sebastien Dullien (professore di Economia internazionale presso l’HTW di Berlino).

La discussione sullo stato dell’Italia inizia con un servizio che traccia un parallelo tra la crisi greca del 2015 e i recenti sviluppi nel Belpaese, e con l’evergreen Roberto Saviano che commenta la situazione. Di Maio e Salvini? Nella narrazione del trailer sono “due uomini che spaventano l’Europa”.

Il dibattito

Per Ulrike Guérot, la rabbia degli italiani “è stata trascurata. E Roma è stata lasciata sola nella crisi dei migranti”. I 5Stelle? “Ricordiamoci che i 5 punti iniziali” del loro programma “non erano poi così male”. Sulla stessa falsariga si pone Giovanni di Lorenzo che intona: “Dobbiamo accettare il risultato elettorale. E chiederci come siamo arrivati a tanto”.

Per Paul Ziemiak, invece, “non c’è ragione di preoccuparsi esageratamente”, anche perché “le proposte politiche elettorali si scontreranno presto con la realtà”. A differenza di Guérot, il giovane leader politico sostiene che “i problemi del’Italia non sono stati creati dall’Unione”.

Ma le prime “bombe” le getta proprio Lucke, economista polemico e liberista: “Credo che sia un bene avere al Governo persone che valutano criticamente l’Euro. Dobbiamo cercare di capire perché l’italia si trova in questo stato miserevole. Da quanto è entrata nell’Euro, l’Italia non è praticamente cresciuta […] Negli ultimi 25 anni, nell’Eurozona, l’Italia ha sperimentato stagnazione. Non c’è da stupirsi che le persone abbiano votato un ‘non possiamo andare avanti in questo modo’ […] L’Euro fa parte del problema dell’Italia, al netto degli incrostamenti dell’economia e della burocrazia che, però, esistevano anche prima della valuta comune”.

Sono parole forti che chiamano in causa l’intervento ‘moderato’ del ministro Scholz: “La mia convizione è che i problemi nei singoli Paesi possano essere affrontati meglio insieme”. E alla domanda della moderatrice Mybrit Illner se ‘l’Italia potrebbe tirare giù con sé nell’abisso l’intera Unione’, risponde: “Sono convinto che l’Italia non crollerà […] la realtà esiste e si deve scendere a patti con essa […] la sfida principale è stimolare crescita nel Paese […] dobbiamo riconoscere che i ministri del Governo si sono espressi a favore dell’Unione, lo stesso dicono i sondaggi riguardo all’opinione degli italiani […] è una buon punto di partenza […] d’altra parte dobbiamo anche comprendere che è normale se, in Italia, uno dei Paesi industriali più avanzati ci siano rivendicazioni che vadano in direzione di sistemi di tutela del welfare universali (il riferimento è a strumenti e politiche contro la disoccupazione)”.

Esiste però il rischio concreto di assistere a una escalation dei rapporti fra Italia e Germania, similmente a quanto accaduto con la Grecia nel 2015 (basta guardare alle prime pagine di Der Spiegel che hanno fatto il giro d’Europa).

Secondo Di Lorenzo è necessario usare “toni moderati […] parole come ‘clown’, utilizzate in passato da Steinbruck (candidato della SPD nelle elezioni del 2013 in Germania) per commentare Berlusconi, sono inadeguate […] spesso si guarda all’Italia con curiosità, del tipo: vediamo chi sono questi nuovi al governo […] ”. Ma la realtà è che “negli scorsi 100 anni, molto spesso, l’Italia è stata un laboratorio politico […] – pensiamo al Fascismo, all’Eurocomunismo, alla rottura dei rapporti tradizionali trai partiti negli anni ‘90, a Berlusconi precursore di Trump […] – che ha fatto da battistrada in Europa […] il governo M5S-Lega è soltanto l’ultimo esempio in questo senso”.

Contenimento dell’escalation a a parte, Ulrike Guérot spezza una lancia a favore dei Paesi del Sud Europa: “La Germania guadagna dall’Euro, acciacca i piedi agli altri e poi, quando questi mostrano dolore, si soprende […] dobbiamo smetterla con l’arroganza tedesca […] anche noi siamo nel torto quando sforiamo con l’export”.

Sono parole che, ovviamente, scatenano reazioni dure. Per Ziemiak, “in Italia, si devono portare avanti le riforme” e ci si deve preoccupare “della competitività, del sistema di educazione […] non è il momento di pensare a misure ad-hoc”.

Se c’è una proposta di policy italiana che ha fatto il giro della stampa internazionale nel corso dell’ultimo mese, è il famoso taglio del debito proposto prima ancora della formazione del Governo. Uno spettro che alimenta il paragone Atene 2015 – Roma 2018.

Il primo a stemperare il dibattito sul punto è ancora il ministro Scholz: “Dobbiamo riconoscere che queste idee non sono state, infine, portate avanti [dal Governo italiano] e non dovremmo [quindi] fermarci a discuterle […] Esiste una responsabilità dei governi che devono prendere delle decisioni concrete […] sono convinto che ognuno debba fare i conti con il principio di realtà […] Non posso accettare paragoni come quelli con la Grecia […] l’Italia rimane un Paese industriale di successo […] ”.

Ma la questione debito non si cancella certo con un colpo di slogan, per quanto ministeriale. E Illner incalza: l’Europa è ricattabile per colpa degli italiani?

Lucke getta benzina sul fuoco: “Ci sarebbero 150 miliardi di euro di costi per la Germania, se l’Italia dovesse diventare insolvente […] per l’Italia, ha senso uscire dall’Euro, perché il problema del Paese non è il debito, bensì la competitività […] in generale, il problema [dell’Unione] è l’area del Mediterraneo […] ”. A questo punto, Lucke menziona Savona e il piano B come testimonianza della ricattabilità della Germania. Ma è il Ministro Scholz a ricordare come, proprio per questo motivo, Savona non sia diventato Ministro delle finanze.

Sul punto della moneta unica, Ziemack afferma: “L’Italia è un paese sovrano; se vuole, può uscire dall’Euro […]”.

Una prospettiva diversa sulla crisi economica italiana ed europea la offre Sebastien Dullien: “Se riparte la crescita, il debito può essere ridotto […] ci sono problemi grandi nel sistema bancario italiano, ma erano molto più rilevanti qualche anno fa […] l’Italia è sulla buona strada […] parlando dell’Europa, in generale, sevono sistemi di assicurazione collettiva per essere pronti a sopperire a stati di crisi in determinati Paesi […] potrebbe capitare anche alla Germania, se dovesse sorgere un problema per l’industria automobilistica […] una dei nodi della crisi del Belpaese è dato dal fatto che Roma si è addentrata nella crisi attraverso misure di austerity […] se guardiamo ai livelli di investimento pubblico, questi ultimi sono regressivi […] ”

Il ministro Scholz richiama quindi i passi in avanti che sono stati fatti (a livello di negoazione, per ora) sul fronte delle riforme europee: ESM, Unione bancaria e della capacità di intervento fiscale: “Entro l’Estate verrano decise delle modifiche […] dobbiamo prendere in considerazione le caratteristiche di tutti i Paesi […] ”. I concetti fondamentali? I soliti: “Solidarietà e reponsabilità”. “Lo sviluppo del budget comune è importante […] non dovremmo dipingere l’Unione come un’Unione che non è solida […] ma è ovvio che dobbiamo andare avanti”

Eppure, i toni in studio rimangono euro-realisti (per non dire, critici). Giovanni di Lorenzo afferma: “Forse è arrivato il tempo di guardare all’Europa e accettare il fatto che abbiamo bisogno di una nuovo assetto istituzionale, nel quale i Paesi possano decidere se partecipare con convizione al progetto, o meno […] Non credo a un’Unione a tutti i costi […] E pernso anche che le esternazioni di Merkel, in risposta alle proposte di riforma di Macron, siano poco adatte alla costruzione di una campagna elettorale [vincente] per le europee 2019 […] serve ben altro”.

(ilSalto, 15.06.2018)

Fassina ha ragione sul programma economico della Germania

In senso stretto, non ci sono trattati o provvedimenti europei che vincolino gli Stati membri a destinare una parte del bilancio pubblico in investimenti. Anche le principali misure “vincolanti” ribadite negli ultimi provvedimenti integovernativi europei (i sei regolamenti noti come Six Pack del 2011 e i successivi due noti come Two Pack) fanno riferimento a obiettivi di stabilità o a procedure di sorveglianza europee.

In una dichiarazione riportata dalle agenzie di stampa, il deputato di Liberi e Uguali Stefano Fassina ha invitato i due commissari europei Valdis Dombrovskis e Jyrki Katainen a sanzionare la Germania, che avrebbe una politica economica dannosa per l’Europa, piuttosto che rimproverare l’Italia. Dombrovskis e Katainen avevano chiesto all’Italia di procedere su un percorso di stabilizzazione economica e finanziaria.

Ma è vero che il bilancio tedesco prevede un calo degli investimenti pubblici pari al 10%, come dice Fassina? E davvero la Germania si appresta a raggiungere un avanzo di bilancio dell’1% nel 2018? E ancora, i commissari dovrebbero per questo sanzionare Berlino?

Il contesto

Il ministro delle Finanze tedesco Olaf Scholz (SPD) ha presentato pubblicamente i contenuti della legge di bilancio per il 2019 il 2 maggio scorso. Nella stessa occasione, il governo tedesco ha anche fornito informazioni sulle politiche di bilancio fino all’anno 2022. Alla presentazione di Scholz è seguito un dibattito parlamentare, che si è concluso il 18 maggio. L’iter legislativo prevede che il testo debba essere approvato dal Consiglio dei ministri il 4 luglio, prima di passare nuovamente al vaglio delle Camere.

La presentazione della legge di bilancio di Scholz ha scatenato un ampio dibattito in Germania. Testate come Deutsche WelleDie Zeit e Der Spiegel hanno dato spazio a economisti e rappresentanti dell’opposizione che si sono espressi in maniera critica rispetto alle cifre proposte dall’esecutivo.

Una parte consistente dell’opinione pubblica ha puntato il dito contro il volume degli investimenti pubblici previsti da Scholz: secondo i critici, sarebbero troppo pochi e non all’altezza delle sfide di modernizzazione che il Paese ha di fronte a sé. In particolare, i quotidiani Handelsblatt e Sueddeutsche Zeitung hanno focalizzato l’attenzione su questo tema.

(Pagella Politica, 25.05.2018)

Gli europeisti italiani sono degli illusi, la Germania vuole un’Europa diversa da quella che sognano

Il Partito Democratico è europeista, certo, ma se si vanno a confrontare i programmi, guardando alla bozza di accordo tedesca per la Grosse Koalition, si scoprono differenze sostanziali

Da qualche settimana, uno spirito si aggira per l’Europa. Un certo euro-entusiasmo vorrebbe l’Unione alle porte di un processo di riforma in grado di allontanare l’Ue dalle politiche del rigore che hanno contraddistinto l’ultimo decennio.

Ne sono testimonianza, da un lato, la strumentalizzazione del tema “Europa” ai fini dell’approvazione, da parte della base della SPD, dell’accordo di larghe intese con la CDU: Martin Schulz, prima di dimettersi da Segretario del Partito, ha ribadito che le proposte di policy per l’UE contenute nel testo dell’accordo di governo GroKo sarebbero in linea con l’impulso riformatore di Emmanuel Macron. Dall’altro, c’è stata la dichiarazione congiunta da parte della Cancelliera tedesca, Angela Merkel e del Primo ministro italiano, Paolo Gentiloni (PD).A Berlino, i leader di Germania e Italia hanno affermato di “condividere la medesima visione per il futuro dell’Europa”.

Si potrebbe insomma credere che esista una sovrapposizione perfetta tra le visioni di riforma dell’Ueda parte dei partiti di governo di centro-destra e centro-sinistra di Francia, Germania e Italia. Ma è davvero così?

Si va verso un’unione sociale, oppure no?

Il quadro che emerge da un confronto tra il programma di governo della GroKo e quello elettorale del PD diverge dalla retorica governativa di Gentiloni e Merkel.

Tanto per iniziare, mentre CDU e SPD spingono per lo sviluppo di ciò che viene definito un “patto sociale” europeo, il Pd parla di “unione sociale”.

La formulazione tedesca prevede “accordi comunitari quadro” che garantiscano “equità per datori e lavoratori” e un migliore “coordinamento” tra le “politiche del mercato del lavoro” nazionali. In questo contesto, CDU e SPD invocano la definizione dei livelli minimi “di salario” e di garanzia dei “sistemi di welfare”, nonché, la necessità di sviluppare un sistema comunitario di aliquote minime per la tassazione dei profitti delle multinazionali e la conclusione dei negoziati in merito alla “tassa sulle transazioni finanziarie” (Tobin tax).

Si tratta sicuramente di obiettivi nobili, ma il punto è che non sono in linea con le ambizioni del PD. Il Partito di Gentiloni e Renzi esprime la necessità di costruire “un’assicurazione europea contro la disoccupazione”. La proposta italiana supera l’idea tedesca di un “patto sociale” perché prevede un trasferimento, una redistribuzione di risorse. Il PD vuole creare lo spazio necessario per lo sviluppo di “un nucleo di diritti soggettivi”, ancorato a livello europeo tramite la definizione “di una cittadinanza sociale in senso stretto”.

Ma è nelle bozze di riforma istituzionale che la distanza tra Italia e Germania diventa davvero ragguardevole.

Patto di stabilità e crescita va riformato?

Per fare spazio a quanto promesso sul fronte sociale, i partiti tedeschi spingono per la creazione di “specifici strumenti finanziari di bilancio” (“Haushaltsmittel”). CDU e SPD scrivono che queste leve debbano essere concepite in funzione di obiettivi quali la “stabilizzazione economica, la convergenza sociale e le riforme strutturali dell’Eurozona”. Fin qui, a dire il vero, il linguaggio non si discosta troppo da quello che, già oggi, caratterizza le politiche Ue. Ed è per questo che i partiti tedeschi specificano, successivamente, che si “potrebbe dare vita” (“Ausgangspunkt”) a un “futuro budget europeo per gli investimenti (“Investivhaushalt”). Queste iniziative di investimento-sociale dovrebbero diventare tangibili “all’interno del nuovo Quadro di finanziamento pluriennale dell’Unione”. A un’analisi critica non può sfuggire, da un lato, il condizionale e, dall’altro, che il Quadro di finanziamento pluriennale entrerà in azione dopo il 2020.

Ancora una volta, il Partito democratico si colloca su un’altra lunghezza d’onda, visto che vorrebbe promuovere riforme istituzionali dalle implicazioni profonde. Nel programma del PD vengono nominati: l’istituzione di un ministro per l’Economia europeo, l’emissione di Eurobond.

A livello generale, le differenze tra i due approcci si riscontrano anche a livello più concettuale e filosofico. Merkel e Schulz sottolineano che il “Patto di stabilità e crescita” (PSC) rimarrà, anche in futuro, il “compasso” delle politiche europee. In questo senso, “stabilità e crescita” restano due facce della medesima medaglia. Lo stesso dicasi per concetti quali “condivisione del rischio e responsabilità-nazionale” (“Risiko und Haftungsverantwortung”). E se per alcuni tutto ciò potrebbe sembrare un’apertura, è necessario chiarire che, da programma di governo, per Merkel e socialdemocratici, i termini e principi appena elencati devono essere indirizzati al “controllo fiscale, il coordinamento economico e la battaglia contro l’evasione fiscale”. È al netto di quanto esposto, che i partner di coalizione si dicono “pronti a testare le proposizioni che arriveranno da altri Paesi membri e dalla Commissione europea”. Infine, CDU e SPD affermano di “voler trasformare il Meccanismo europeo di stabilità (MES) in un Fondo monetario controllato dal Parlamento europeo e ancorato al diritto comunitario”, specificando però che “i diritti dei Parlamenti nazionali sono saranno scalfiti” dalle proposte di riforma qui elencate.

Cosa scrive il PD invece a questo proposito? “Il nostro obiettivo è quello di trasformare l’Eurozona in una vera Unione economica. Creando, cioè, una vera e propria istituzione politica di livello europeo che sia in grado di emettere bond per gestire la domanda aggregata e intervenire in caso di rischi sistemici”, scrivono ancora i policy maker del centro-sinistra italiano. In buona sostanza, si tratta di “condividere sovranità” (si noti qui il contrasto con la formulazione negativa tedesca). E se anche il Partito democratico vuole trasformare il MES in un Fondo monetario europeo, quest’ultimo non dovrebbe però – e a differenza dell’interpretazione tedesca – ottenere poteri di “monitoraggio dei conti pubblici”. In altri termini, la Commissione deve restare l’unico guardiano delle regole fiscali. Con riferimento al Patto di stabilità e crescita poi, la formazione del Nazareno parla apertamente di una modifica del PSC che faccia spazio a un’interpretazione più flessibile del concetto di “pareggio di bilancio”, per non parlare del Fiscal Compact, che sarebbe afflitto da certi “bizantinismi”.

Insomma, al netto delle dichiarazione di Gentiloni e Merkel, la distanza fra i partiti governativi di centro-sinistra e centro-destra di Germania e Italia è ragguardevole.

Da un punto di vista politico, l’analisi fa sorgere interrogativi in merito alla credibilità di quanto affermato dai due leader di Governo a Berlino. Con riferimento alla campagna elettorale italiana in corso, lo scollamento fra i documenti programmatici rende poco realistiche le riforme in campo europeo proposte dal Partito democratico e, tanto meno, quelle delle formazioni su posizioni ancor più progressiste.

 

Photo CC Flickr: European Parliament

(Linkiesta, 03.03.2018)

Il post-Merkel si chiama AKK: Annagret Kramp-Karrenbauer

Dopo il risultato “negativo” delle elezioni dello scorso settembre e in seguito al fallimento dei negoziati “Giamaica”, nell’Unione cristiano democratica (Cdu) si discute sempre di più della successione di Angela Merkel.

Dopo il risultato “negativo” delle elezioni dello scorso settembre e in seguito al fallimento dei negoziati “Giamaica”, nell’Unione cristiano democratica (Cdu) si discute sempre di più della successione di Angela Merkel.

Ben intesi: se “Mutti” – è il soprannome affettuoso dei tedeschi per il Cancelliere – arriverà a formare una nuovo Governo con il Partito socialdemocratico (Spd), verrà lodata come “vincitrice” e resterà salda in sella al suo Partito. Ma la discussione interna alla Cdu sul post esiste ed è seria. Perché?

La fine di un “amore” lungo 4 legislature

Sulla testata conservatrice Die WeltDorothea Siems scrive, con toni a dir poco accesi, che la CDU starebbe concedendo troppo a MartinSchulz ai fini della Groko. Soprattutto sui fronti “Europa” e “politiche sociali” (in realtà il bilancio delle negoziazioni è ambiguo). Ma, al di là delle “concessioni di fine carriera”, a colpire è il giudizio di Siems su Merkel, in funzione del storia recente della Germania.

Nell’ultimo decennio, “sicurezza interna” e “sviluppo economico”, ovvero i “tratti distintivi del centrodestra”, sarebbero stati sacrificati dalla politica della Cancelliera, sempre “più sociale”. A differenza di una volta (e il riferimento è alla Cdu storica di Ludwig Erhard del Secondo dopoguerra), oggigiorno, nel Partito, scrive ancora Siems, sarebbe “impossibile fare carriera da economisti”.

Si arriva insomma al paradosso che Merkel avrebbe “reso vani gli sforzi di riforma di Gerhard Schroder”, l’ultimo Cancelliere socialdemocratico.

Obiettivo 2020: una nuova Cancelliera

Nella bozza di accordo con la Spd, presentata alla stampa a metà gennaio, si parla di una sorta di “giro di boa” nel 2020, utile a valutare la riuscita della alleanza tra i due partiti. Ed ecco allora che la fine del decennio, sarebbe anche il momento ideale per un cambio di leadership per il centrodestra tedesco.

Lo scrive Wolfram Weimer sulla rivista The European, citando (anonimamente) un membro del direttorio della Cdu, il quale, al margine delle negoziazioni GroKo, avrebbe detto: “Ci aspettiamo che, questa volta (nel 2020), [Merkel] chiarisca chi sarà il proprio successore” e che il passaggio di consegne avvenga “con tempismo”.

Del resto, lo storico Paul Nolte, in un’intervista a Die Welt, ha affermato che la carriera da Cancelliere della “donna più potente al mondo” (la definizione è di Forbes) terminerà entro i prossimi 4 anni.

AKK

Ma chi sono i candidati alla successione? Cinque i nomi di riferimento: Jens Spahn, Ursula von der Leyen, Thomas de Maizière, Julia Klöckner e Annagret Kramp-Karrenbauer. A detta di molti, sarebbe proprio quest’ultima, Kramp-Karrenbauer, 52, — nei circoli della Cdu esiste già un nick name apposito, AKK — ad essere la favorita numero uno per il post-Merkel.

AKK è Primo ministro del Saarland, Land per cui ha anche svolto il ruolo di ministro dell’Interno (Kramp-Karrenbauer è stata la prima donna a ricoprire questo ruolo in assoluto in Germania). Secondo un sondaggio FORSA, il 72 percento dei cittadini della regione sarebbero contenti del suo operato. Sono numeri che non raggiunge nessun altro politico tedesco.

L’ascesa a “potenziale guida della Cdu” sarebbe stata poi accelerata dai fatti politici dell’anno scorso. Secondo Weimer, la vittoria di Kramp-Karrenbauer nelle elezioni regionali di inizio 2017 nel Saarland avrebbe tagliato le gambe all’ “entusiasmo Schulz” — allora, appena passato da Bruxelles a Berlino — e permesso alla Cdu di fare lo storico filotto negli altri lander cruciali, Schleswig-Holstein e Nordrhein-Westfalen, prima di vincere, ancora una volta, a Berlino.

Copia di Merkel, o alter-ego?

I media tedeschi la definiscono, da tempo, come la “copia di Merkel” — le posizioni sono simili, compreso un noto europeismo, benché responsabile -, eppure Weimer sostiene che, rispetto alla “prussiana” Angela, Annagret sia l’esempio di un “umorismo” che spruzza “gioia divivere”.

A ben vedere però, anche le posizioni di policy divergono da quelle della Merkel del 2018. Da una critica forte all’Islam politico — ha vietato le apparizioni di Erdogan nel suo Land — allo scetticismo riguardo alla politica immigratoria del Cancelliere, Kramp-Karrenbauer sembra piùconservatrice” di Angela per quel che riguarda la politica interna. Anche per questo va a braccetto con la Csu e rappresenterebbe la carta vincente per rinsaldare l’alleanza storica tra la destra bavarese e i Cristiano democratici. Poi ci sono i dettagli: nel 2017, Ilse Aigner, ministro dell’Economia e dei Media della Baviera (Csu), ha premiato Kramp-Karrenbauer con il “Sign-Awards” per la categoria “politica dell’anno”.

Ma in fondo, che Annagret sia fatta a immagine e somiglianza di Angela importa poco. Soprattutto, quando correnti interna alla Cdu, come la WerteUnion, pubblicano (ormai apertamente) sul proprio sito post dal titolo: “La Cdu ha urgentemente bisogno di un rinnovamento, senza Merkel”.

(ilSalto, 02.02.2018)

Photo CC Flickr: Bundesrat

Perché Martin Schulz sta perdendo le elezioni in Germania

Nel mondo del calcio italiano esiste un detto: “vincere non è importante, è l’unica cosa che conta”. Ecco, a differenza di Corbyn, la Spd e Schulz, dopo tre legislature all’opposizione, non si possono permettere nient’altro che il primato. Peccato che, per il momento, sembra un obiettivo impossibile.

In Germania sono tutti d’accordo: a due mesi di distanza dalle elezioni politiche, le chance di vittoria di Martin Schulz e del Partito socialdemocratico tedesco (Spd) sono ridotte all’osso. Angela Merkel vede all’orizzonte il suo quarto incarico da Cancelliere federale. Un record condiviso soltanto con l’ex-leader dell’Unione cristiano democratica (Cdu), Helmuth Kohl, l’uomo della riunificazione tedesca.

Secondo gli ultimi sondaggi, la Cdu e l’Unione cristiano sociale (Csu, declinazione della Cdu in Baviera) viaggiano intorno al 38 per cento, mentre la Spd raggiunge un magro 25 per cento. A seguire, in ordine discendente, ci sono il partito della sinistra radicale, Die Linke (10,5 per cento), la destra dell’ Alternativa per la Germania (Afd), il Partito liberale (Fdp) e i Verdi (6,5).

Eppure, 7 mesi fa, a inizio 2017, tutti parlavano del così detto “effetto Schulz”. Nominato Segretario generale del Partito con il 100 per cento delle deleghe nazionali, l’ex Presidente del Parlamento europeo era stato dipinto come il “redentore” della Socialdemocrazia tedesca.

Al tempo, anche i sondaggi avevano restituito un quadro ben diverso da quello odierno: quello tra Schulz e Merkel sarebbe dovuto essere un testa a testa all’ultimo respiro. Per non parlare dell’entusiasmo della base della Spd. Oppure, delle proiezioni che erano state fatte in termini di ricaduta sullo scacchiere europeo. Sui social, il leader originario di Aquisgrana veniva ritratto con lo stesso stile “fumetto” di Obama nel 2008; il tutto abbinato allo slogan provocatorio e canzonatorio: “Make Europe Great Again” (#MEGA).

Poi, (più di) qualcosa è andato storto.

Perdere aiuta a perdere

Innanzitutto, tra febbraio e maggio 2017, sono arrivate le sconfitte nei länder Saar, Schleswig-Holstein e Nord Reno-Westfalia.

Un domino scientifico-elettorale senza precedenti. Se le prime due battute d’arresto potevano passare “inosservate”, quella del Nord Reno Vestfalia – la regione della Ruhr e la più popolosa del Paese – no. Per intenderci, qui, una sconfitta della Spd equivale a quella di una sinistra nostrana in Emilia-Romagna, Umbria e Toscana.

Schulz, da ex-aspirante calciatore, sa bene che “vincere aiuta a vincere”. E che, senza gioco di squadra, non si va lontano.

Schulz senza amici?

In secondo luogo, c’è stata la non-evoluzione del contesto europeo. Le elezioni in Olanda e Francia verranno ricordate come la vittoria dell’ordine istituzionale sul populismo di destra. Ma il dato che conta per le chance di vittoria della Spd in Germania è un altro. Nei Paesi vicini, governano (o governeranno, visto che in Olanda dopo 135 giorni non c’è ancora un esecutivo) forze che considerano Angela Merkel un punto di riferimento.

Dopo la vittoria alle Presidenziali francesi a maggio, è mancato poco che Macron non volasse a Berlino ancor prima di instaurarsi all’Eliseo. Il 13 luglio i Gabinetti di Governo di Francia e Germania si sono incontrati a Parigi per trovare un’intesa sull’Unione di difesa europea.

Insomma, il sostegno interno da parte dei francesi (soprattutto, in termini di opinione pubblica) alle riforme di Macron (soprattutto, la riforma del mercato del lavoro) dipende dalle aperture di Merkel a livello europeo. E se è vero che Macron, in teoria, sarebbe in linea con Schulz su molti aspetti (in una recente visita a Parigi, Schulz ha detto che “la Germania non può dettare i compiti ai propri partner europei” e che “Berlino è responsabile della mancata soluzione della crisi europea”), è probabile che il Presidente francese preferisca fare la corte a Merkel. Alla luce dei sondaggi tedeschi, sarebbe rischioso appoggiare apertamente il candidato socialdemocratico. Come dire: al di là delle vicinanze ideali e ideologiche, c’è il calcolo razionale delle aspettative e degli interessi.

Ma Martin ci ha messo anche del suo. Più nel dettaglio, da gennaio ad oggi, da un punto di vista comunicativo e comportamentale, la caduta di Schulz si è articolata in tre fasi distinte.

Un uomo di Bruxelles a Berlino

La prima è quella della “moderatezza dei toni e radicalità dei contenuti”.

Per certi versi, Schulz è entrato nella politica nazionale come se fosse ancora Presidente del Parlamento europeo – mai una parola di troppo nelle interviste, ritmo lento e battute sobrie. Ma il messaggio era chiaro: “in Germania serve più politica sociale“.

Tanto che, per un breve periodo, sembrava possibile un dialogo con la Die Linke e i Verdi. Il tutto, in funzione di una futura alleanza di governo (descritta dai media e nelle discussioni social come #R2G).

Dalla sobrietà all’agitazione 

La seconda fase, il cui inizio è coinciso con le sconfitte regionali, può essere invece definita come la fase del “blocco” e dell'”agitazione”. A fronte dei primi risultati elettorali e agli occhi dei media, la sobrietà iniziale è infatti diventata, per alcuni, sintomo di “incapacità”.

Le sconfitte hanno poi portato agitazione e dubbi fra i membri della Spd: dipingere la Germania come un Paese malato ha veramente senso? Ed ecco che, lentamente, i temi sociali sono scivolati in secondo piano, mentre sono aumentati gli attacchi diretti ad Angela Merkel. Ma il Cancelliere ha fatto letteralmente correre a vuoto Schulz.  Fino al punto in cui, il leader della Spd ha rinfacciato a Merkel di non discutere del merito delle questioni e di minare il processo democratico.

Tenere la barra dritta

Infine, la terza fase: quella della “disperazione”. Molti media tedeschi sostengono che il programma elettorale della Spd non si differenzi abbastanza da quello della Cdu. Non è così. Leggendo i testi dei documenti, si può verificare che, i Socialdemocratici spingono di più per politiche sociali interne e per riforme progressiste a livello europeo.

Ma il punto è un altro: Schulz non sta seguendo una linea precisa nella sua campagna elettorale. Dopo essere stato a Parigi per parlare di economia europea una settimana fa, oggi è in Italia per puntare tutto sulla “crisi dei rifugiati”.

Secondo il leader della Spd, la Germania sarebbe di fronte a una nuova emergenza arrivi, simile a quella del 2015. Al di là della correttezza della diagnosi, l’immagine che arriva al pubblico è quella di un politico alla ricerca di appigli, un po’ ovunque. E mentre Schulz continua ad affannarsi sul ring, Merkel, in silenzio, schiva i colpi. E punta a una vittoria ai punti a settembre (nel libro Europa tedesca, Ulrich Beck, noto sociologo tedesco scomparso recentemente, ha definito il Cancelliere tedesco come “Merkiavelli“, proprio alla luce del suo atteggiamento attendista).

Tutte le differenze con Jeremy Corbyn

Eppure, anche Jeremy Corbyn, Oltremanica, era dato per spacciato a due mesi dalle elezioni politiche del maggio scorso. Molte persone si chiedono di conseguenza, se non sia possibile un recupero lampo da parte di Schulz, dopo le vacanze estive.

Sono due le considerazioni da fare. Una è legata alla dimensione politico-organizzativa, l’altra a quella delle aspettative.

Da un punto di vista organizzativo, Corbyn ha condotto la sua prima campagna elettorale dopo due anni da Segretario di partito, sulla base di un rapporto consolidato con la base, l’appoggio del sindacato e di un movimento largo che ha trovato il suo ariete nel movimento interno al Labour, Momentum.

Da un punto di vista politico invece, Corbyn ha individuato una frattura precisa da cavalcare: quella sociale e di classe, abbinata a un posizionamento netto sul tema chiave della Brexit (anche se tutt’oggi, il Labour è diviso sulla questione, da un punto di vista comunicativo, Corbyn ha mantenuto una posizione chiara). Su entrambi i fronti, Schulz è deficitario: non può contare sullo stesso afflato democratico interno (l’aumento delle sottoscrizioni alla Spd non è paragonabile, in termini numerici, a ciò che è avvenuto nel Labour), tanto meno ha una linea precisa, radicale o moderata che sia.

La seconda considerazione, riguarda le aspettative e necessità l’esplicitazione di un dato di fatto e di una verità politica allo stesso tempo: Corbyn ha vinto le elezioni politiche, perdendole. Un po’ come il Movimento5Stelle in Italia, nel 2013. In prospettiva infatti, se al recupero elettorale del Labour si aggiungono le divisioni tra i Conservatori sulla Brexit, la maggioranza risicata nel Parlamento e le proiezioni recenti dei sondaggi (Corbyn è in testa), il risultato del Labour equivale a una vittoria.

Cosa c’entra con la campagna elettorale tedesca e con Schulz? Nel mondo del calcio italiano esiste un detto: “vincere non è importante, è l’unica cosa che conta”. Ecco, a differenza di Corbyn, la Spd e Schulz, dopo tre legislature all’opposizione, non si possono permettere nient’altro che il primato. Peccato che, per il momento, sembra un obiettivo impossibile.

(ilSalto, 26.07.2017)

La questione tedesca

I vantaggi competitivi, il surplus commerciale, il “drenaggio” di capitale umano dal Sud: la “questione tedesca” rimane uno dei dibatti centrali in Europa. Ma ci sono anche le discussioni sulla Brexit e sull’occupazione. Il filo rosso de ilSalto attraverso i post, gli editoriali e gli articoli di opinione delle testate europee e dei think tank.

I vantaggi competitivi, il surplus commerciale, il “drenaggio” di capitale umano dal Sud: la “questione tedesca” rimane uno dei dibatti centrali in Europa. Ma ci sono anche le discussioni sulla Brexit e sull’occupazione. Il filo rosso de ilSalto attraverso i post, gli editoriali e gli articoli di opinione delle testate europee e dei think tank.

La “questione tedesca” in Europa

In un’intervista per Iris, l’economista del Centre for European Reform (Cer), Christian Odenahl, spiega la logica delle così dette riforme tedesche “Hartz” di inizio secolo che confluirono nel piano del governo Schröder, Agenda 2010.

Secondo Odenahl, il contenimento dell’inflazione e dei costi unitari del lavoro seguiti alla riforma, spiegano il vantaggio competitivo sviluppato da Berlino in Europa. Odenahl definisce le riforme di Schröder di allora “una variante del mercantilismo in un contesto di unione monetaria”.

La domanda che molti si pongono ora è: Emmanuel Macron, in Francia, seguirà la strada tracciata dal governo tedesco quindici anni fa?

Secondo Odenahl, Macron sa di non poter utilizzare le stesse ricette, perché “richiederebbero una riduzione del costo del lavoro del 10%”: sarebbe troppo anche per il rampante Presidente francese. Piuttosto, è probabile che Macron tenti  di “instaurare un braccio di ferro con Merkel” mettendo sul piatto della bilancia le riforme fatte in casa. Cosa pretenderà in cambio? Un impegno tedesco in materia di investimenti a livello europeo (per alcuni analisti, il rilancio europeo passerà invece per le spese militari. Ne abbiamo scritto qui)

Il surplus commerciale: a torto …

Sulle pagine di Social Europe, Simon Wren Lewis afferma, senza mezzi termini, che la Germania deve aumentare il livello interno dei salari per ridurre il proprio surplus commerciale. Quest’ultimo si attesta ormai su quote record: 8% in rapporto al pil. Lewis cita anche il Fondo monetario internazionale (Fmi): “Un rapporto surplus/Pil tra il 2.5 e il 5% rappresenta un obiettivo equilibrato nel medio periodo”.

Esiste un’alternativa a una crescita salariale tedesca? Sì e sarebbe tutta basata su un ulteriore contenimento dei costi del lavoro nel resto dell’Europa. Ma un’inflazione ai minimi storici “non permetterebbe una manovra del genere”. Tanto meno, le indubbie resistenze del mondo del lavoro dopo anni di politiche del risparmio. Secondo Lewis, Berlino dovrebbe quindi stimolare la propria domanda interna e “fare il possibile per correggere un problema che la Germania stessa ha causato”.

… o a ragione

Una visione radicalmente diversa è quella esposta dal Direttore dell’Istituto per la ricerca economica di Monaco (Ifo), Clemens Fuest, e dal suo predecessore, Hans Werner Sinn, sulle pagine di Project Syndicate (#2).

Secondo Fuest, una parte dell’avanzo della bilancia commerciale tedesca si spiega con la tendenza al risparmio dei cittadini tedeschi. Questi ultimi sono semplicemente “prudenti” e adottano una prospettiva di lungo periodo. Secondo Fuest, “la Germania ha di fronte a sé lo scenario di una crisi fiscale, in quanto la popolazione sta invecchiando. [Allo stesso tempo] diminuisce la forza lavoro. [Il Paese] si deve preparare a un calo nei contributi pensionistici, a fronte di un aumento dei costi legati alla previdenza […]. Al momento ha quindi senso investire i propri risparmi all’estero perché l’invecchiamento della popolazione tedesca riduce il ritorno economico degli investimenti in patria”.

Nonostante ciò, secondo Fuest, Merkel potrebbe decidere di mettere mano alle politiche economiche nazionali. Perché? Le ragioni sono “politiche, piuttosto che economiche”. Innanzitutto, potrebbero pesare “gli interessi di cooperazione internazionale in materia di immigrazione e sicurezza energetica”. Soprattutto, nel momento di un confronto con altre potenze. In secondo luogo, l’esasperazione “del rapporto debitori-creditori potrebbe portare a situazioni di conflitto” (vedi caso Grecia nel 2015). Infine, la Procedura di disequilibrio macroeconomico (“Macroeconomic Imbalance Procedure”), prevista all’interno del sistema di governance europea del Semestre europeo, “costringe” i Paesi membri con un surplus della bilancia commerciale superiore al 6% ad aggiustare il tiro. Se Berlino dovesse continuare a far finta di niente, “sarebbe difficile pretendere dagli altri Paesi Ue di rispettare le regole [sul deficit]”.

Libera circolazione o esercito di riserva?

Se le scelte dei cittadini tedeschi in materia di risparmio sono un segno di lungimiranza, allora è possibile leggere in maniera diversa anche la così detta “fuga dei cervelli” e il dibattito sulla crisi migratoria in corso in Europa.

In una breve analisi a cura di Edith Pichler, pubblicata dall’istituto Neodemos di Firenze, vengono rivelate le caratteristiche dell’impiego della forza lavoro italiana migrata all’estero. Secondo Pichler “la manodopera italiana è spesso occupata in settori dove non è richiesta alcuna qualifica e dove, non di rado, è impiegata sotto la qualifica” (per esempio, nei call center o nel settore della ristorazione). Vale quindi la pena chiedersi, scrive Pichler, se “questi giovani lavoratori europei mobili non svolgano, in realtà, la funzione di un esercito di riserva” per l’economia tedesca.

In parte, l’analisi di Pichler fa il paio con quella di John Hurley su Social Europe. Hurley illustra come, in Europa, il recupero di posti lavoro a dieci anni dallo scoppio della crisi finanziaria, sia caratterizzato da tre elementi: in primo luogo, si tratta soprattutto di occupazione a basso o medio reddito; in secondo luogo, la crescita dei posti lavoro, quando riguarda il settore manifatturiero, si manifesta in Europa centrale e orientale; infine, sono soprattutto le donne a guadagnare dalla ripresa: gli uomini sono associati di più a forme di lavoro part-time e precarie.

Del Brexit e del romanticismo in Europa

In merito all’argomento “migratorio” sollevato da Pichler, emerge quindi una domanda cruciale: gli interessi nazionali sono neutrali rispetto ai movimenti di lavoratori attraverso l’Europa, e viceversa? E ancora: esistono altri parametri da considerare quando viene affermata l’idea romantica della libera circolazione nell’Unione europea?

Proprio riguardo al “romanticismo dell’idea di Europa”, scrive Sean O’Grady sulle pagine del The Independent, in relazione al Brexit: “I britannici amano i propri vicini europei – e viceversa. [L’Europa] è dove ci piace passare le vacanze e siamo abituati [ad avere] colleghi e vicini europei […]. Allo stesso tempo i danesi, i ciechi o i tedeschi, non guardano a Bruxelles per prendere decisioni [prettamente] politiche. Lo stato nazione rimane un osso duro ed è un peccato che l’attrattiva dell’alternativa (leggi Unione europea, ndr.) non sia mai stata chiarita del tutto. Ma, dato il contesto, il Regno Unito deve mettere i propri interessi davanti a tutto, senza troppi sentimentalismi”.

(ilSalto, 24.07.2017)

Colonia dell’assurdo

Colonia il cielo è limpido, ma c’è un freddo pungente. Il sole delle 13 di sabato 9 gennaio irradia le persone raggruppate sugli scalini tra il duomo e la stazione centrale, l’Hauptbahnhof. Matthieu (il nome è di fantasia), 30 anni, si aggira nervoso. I suo grandi occhi azzurri sono incastonati in un viso pallido, nascosto sotto a un cappuccio grigio – lo sguardo invasato. Dalla bretella destra del suo zaino penzola un rosario di legno. Ogni volta che muove le braccia, la croce sobbalza. Sei un “mollaccione”. Mi fai schifo. Sono venuto dalla Francia per difendere le tue donne. Vuoi aspettare che questi musulmani te le violentino tutte?, esclama in inglese, indicando un signore brizzolato sulla cinquantina. Un ragazzo tedesco-tunisino che passa di lì, lo sente e si ferma. Cominciano a discutere.

(Continua su Left, n°3/2016)

Le elezioni europee 2014 nei media tedeschi: un’analisi del dibattito pubblico

Quale deve essere la forma di questa Europa? E quale dovrebbe essere il ruolo della Germania? Durante gli ultimi anni, lo smarrimento intellettuale della classe politica europea è diventato il terreno su cui si sono innestate e sono state coltivate specifiche tensioni politiche tra Stati membri dell’UE. In particolare, le contingenti crisi economiche non hanno fatto altro che evidenziare le tensioni da tempo latenti, ma mai risolte, tra la dimensione economica e quella sociale dell’UE.

Il 22 febbraio 2013, il presidente della Repubblica Federale Tedesca, Joachim Gauck, teneva il suo discorso sulle prospettive dell’idea europea (Rede zur Perspektiven der europäischen Idee) presso il Castello Bellavista di Berlino. La sala ospitava ministri del Governo tedesco, rappresentanti della società civile e studenti universitari. «Non c’è mai stata così tanta Europa» (Gauck 2013, 1): in questo modo Joachim Gauck iniziava la sua relazione, conscio della situazione paradossale in cui il Vecchio Continente si trovava. Con un’Unione Europea stretta tra la crisi economica finanziaria mondiale da una parte e quella del debito pubblico greco dall’altra, il Presidente non faceva altro che riconoscere il punto di non ritorno del percorso di integrazione e, allo stesso tempo, la situazione di stallo del più grande progetto istituzionale del secondo dopoguerra:

Per me questa giornata rappresenta […] l’occasione per tornare a riflettere criticamente su alcune parole che pronunciai il giorno della mia investitura: «Vogliamo rischiare più Europa». Oggi non riformulerei quelle parole altrettanto velocemente. Questo «più Europa» ha almeno bisogno di un significato, necessita di una specificazione. Dove è che l’Europa può e deve portare a una maggiore integrazione? Quale dev’essere la forma di questa Europa? Cosa vogliamo sviluppare e rafforzare, e cosa vogliamo limitare? E non in ultimo: come possiamo trovare più fiducia, di quanta non ne abbiamo oggi, nell’espressione «più Europa»? (ibidem).

Le parole di Gauck descrivono bene il punto di arrivo a cui era giunta, all’inizio del 2013, la crisi economico-politico-istituzionale iniziata nel 2007: uno smarrimento intellettuale e culturale, prima ancora che economico o politico, degli attori politici europei. Dopo una serie di riflessioni sui principi fondanti dell’UE (democrazia, libertà, uguaglianza, Stato di diritto, solidarietà), Gauck arrivava infine alla parte più delicata del suo discorso, quella riguardante il ruolo della Germania in Europa:

Mi preoccupa che in alcuni paesi il ruolo della Germania scateni scetticismo e sentimenti di sfiducia. Sì, è vero, la Germania ha profittato dell’euro. L’euro ha rafforzato la Germania. E il fatto che la Germania sia diventata la maggiore potenza economica del continente dopo la riunificazione ha fatto paura a molti. Mi spaventa con che velocità si possano distorcere le percezioni, come se la Germania si trovasse nella scia di una tradizionale politica di potenza. Non sono solo i partiti populisti che hanno rappresentato il cancelliere tedesco come rappresentante di uno 20 Alexander D. Ricci Le elezioni europee 2014 nei media tedeschi: un’analisi del dibattito pubblico Stato che vuole costringere e sottomettere gli altri popoli […] Io voglio rassicurare tutti i cittadini e cittadine dei paesi membri: non vedo alcuna manifestazione politica in Germania che sostenga un Diktat tedesco […] Con profonda convinzione posso dire: più Europa non vuol dire un’«Europa tedesca». Per noi, più Europa vuol dire una «Germania europea!» (ivi, 10).

Le parole usate da Gauck non erano casuali. Qualche mese prima, Ulrich Beck, noto sociologo tedesco, aveva pubblicato un saggio dal titolo Europa tedesca, in cui accusava Angela Merkel di perseguire una politica di potenza in Europa. In particolare, Beck (2013) accusava il Governo del proprio paese di aver guadagnato una posizione egemonica nel continente e di essere responsabile dell’equilibrio negativo venutosi a creare nell’UE. Oggi, a più di un anno dal discorso di Gauck, se può dirsi «superata» la fase critica legata al «problema greco», rimangono gli stessi interrogativi posti in quel discorso: quale deve essere la forma di questa Europa? E quale dovrebbe essere il ruolo della Germania? Durante gli ultimi anni, lo smarrimento intellettuale della classe politica europea è diventato il terreno su cui si sono innestate e sono state coltivate specifiche tensioni politiche tra Stati membri dell’UE. In particolare, le contingenti crisi economiche non hanno fatto altro che evidenziare le tensioni da tempo latenti, ma mai risolte, tra la dimensione economica e quella sociale dell’UE.

(Continua su Biblioteca della Libertà)

Intervista con Giovanni di Lorenzo, direttore Die Zeit

Le critiche alla Cancelliera, “immeritate”. La stima per Monti e Draghi. L’“inverosimile” vittoria di Berlusconi. E ancora l’austerity, la Grosse koalition, il giornalismo in crisi. Giovanni di Lorenzo, nato in Italia, è il direttore del più importante settimanale tedesco, Die Zeit. Ecco come legge le elezioni di Roma e Berlino. Con una sola certezza: la Cdu rivincerà.

Le critiche alla Cancelliera, “immeritate”. La stima per Monti e Draghi. L’“inverosimile” vittoria di Berlusconi. E ancora l’austerity, la Grosse koalition, il giornalismo in crisi. Giovanni di Lorenzo, nato in Italia, è il direttore del più importante settimanale tedesco, Die Zeit. Ecco come legge le elezioni di Roma e Berlino. Con una sola certezza: la Cdu rivincerà.

Anni 70, Hannover, Repubblica federale tedesca, una scuola superiore qualsiasi. «L’Italiano di Lorenzo bisognerebbe impiccarlo », urla un professore di fronte alla classe. Giovanni si fa piccolo piccolo, in un angolo della classe. Nessuno compagno alza un dito. È un ragazzino emigrato dal Belpaese, arrivato in Germania con la madre e il fratello. Un tirocinio dopo la scuola lancia il giovane italiano nella carta stampata. Un primo articolo su Angelo Branduardi e poi, di redazione in redazione, una carriera che si snoda tra quotidiani e settimanali nazionali. Oggi, a 53 anni, Giovanni di Lorenzo è il direttore di Die Zeit: il più importante settimanale tedesco, uno dei più noti d’Europa. Mai una parola di troppo, eppure sempre incisivo; moderato, ma non conservatore; liberale e progressista allo stesso tempo: è lo stile che di Lorenzo ha impresso al suo giornale. Quando ci racconta al telefono l’episodio in cui il professore, più di trent’anni fa, lo insultò davanti ai suoi compagni di scuola, lo fa senza rancore. La Germania da allora è cambiata molto e in meglio. Oggi però è anche il Paese che guida l’Europa e, forse proprio per questo, si ritrova al centro delle critiche di parte della classe politica italiana.

Direttore, cosa sta succedendo tra Italia e Germania? Nel nostro Paese per alcuni la Merkel è l’austerity fatta persona e l’avversario da combattere.

Innanzitutto è bene dire che nessun cittadino tedesco vuole agire per colpire appositamente l’Italia, tanto meno la Merkel. E non c’è nessuna ostilità verso il popolo italiano da parte di quello tedesco. È un’ipotesi che non sta né in cielo né in terra. Altrettanto l’equiparazione tra austerity, Germania e Merkel. Questa situazione di contrasto che si è creata rappresenta un disastro nella storia dei rapporti tra Italia e Germania dal dopoguerra a oggi.

Quindi la Germania non ha colpe per la situazione italiana?

Certo che no. Sebbene ci sia una certa visione politica in Italia che tenti di individuare nella Germania il motivo di tutti i disagi del Paese, questi in realtà sono dovuti al malgoverno degli ultimi decenni. Quella che si sta attuando in Italia è la classica logica del capro espiatorio.

E Berlino non ha preferenze per qualche candidato italiano?

Diciamo che c’è un certo credito morale e politico nei confronti del governo Monti, ma la domanda che viene rivolta a me, e a chiunque porti un cognome italiano, in tutti gli ambienti politici, è sempre la stessa: «Può davvero Berlusconi tornare al governo?».

Perché?

È un’eventualità che per la mentalità tedesca, a prescindere da destra e sinistra, ha semplicemente dell’inverosimile. Da rimanere esterrefatti.

Però i giornali tedeschi danno molto spazio al confronto tra Monti e Berlusconi mentre il centrosinistra rimane in ombra…

È colpa del fatto che c’è poca chiarezza sugli assetti politici e le alleanze. I programmi diventano difficilmente spiegabili persino agli italiani, si figuri ai tedeschi. 4

E di chi è la colpa?

Non vorrei fare battute, ma dipende anche molto dal lavoro dei media. Io sono un membro della carta stampata e le dico sinceramente che vedo con preoccupazione il modo in cui i quotidiani italiani trattano la politica. Del resto basta guardare il calo delle vendite. Se una qualsiasi persona si perde un solo numero di un quotidiano italiano, dal giorno dopo non riesce più a capire in che direzione stia andando il dibattito politico. Se io stesso non riesco a capire di che cosa parlino i giornali italiani, mi chiedo come dovrebbe fare il lettore medio.

Troppi slogan?

Un racconto a puntate senza una visione d’insieme. Mi duole dirlo, ma leggere dall’estero la politica italiana sui giornali italiani è impossibile.

In Germania invece?

Si cercano di spiegare i fatti, gli avvenimenti e le personalità. Proviamo a spiegare cosa c’è dietro alle parole, per svelare i significati della politica al lettore.

Quindi i giornali italiani sono da buttare?

No, assolutamente. Devo riconoscere che in Italia emerge più nettamente il contraddittorio tra le varie testate: questo è un aspetto positivo. I giornali tedeschi tendono a un conformismo sconcertante. Scrivono tutti le stesse cose nello stesso momento: che si tratti di elogi o di condanne, vanno sempre in coro.

L’economia ha colonizzato il linguaggio politico in Italia. Per intenderci, quanto si parla dello spread in Germania?

Pochissimo. Anzi, in Germania non se ne parla proprio, anche perché al momento non rappresenta un costo per l’economia.

E della disoccupazione?

Vede, la Germania è un Paese fortunato in questo momento. La disoccupazione giovanile in alcuni Länder è inesistente. In Italia, al contrario si attesta intorno al 36 per cento, un dato sconcertante.

A settembre si vota anche in Germania. Chi vincerà le elezioni?

La Cdu perde terreno nei Länder, ma rimane stabile a livello nazionale. Il punto è che in questo momento non c’è nessuna volontà di cambiare il Cancelliere. Se è vero che i tedeschi non sono soddisfatti della squadra di governo nel suo complesso, la Merkel gode comunque di un grande consenso.

Come mai?

Angela Merkel ha uno stile poco vanitoso, dà importanza ai fatti e mira a trovare le soluzioni ai problemi. Qualità che sono apprezzate al di là degli schieramenti politici, anche da chi non vota democristiano. È una persona sobria e schiva che, tanto per fare un esempio, la sera va al supermercato a fare la spesa. Ai tedeschi piace. Non è un caso che nonostante la frammentazione partitica la Cdu sia rimasta stabile al 40 per cento. Numeri che devono essere considerati un grande successo politico.

Quindi vincerà la Merkel?

Se la Merkel dovesse avere un tracollo si potrebbe trovare all’opposizione con il 40 per cento e la Spd al governo insieme ai Verdi e ai Liberali.

Addirittura?

Sì, ma una mossa politica del genere costituirebbe un tradimento politico da parte del Partito liberale nei confronti della Cdu. E comunque ripeto: la Merkel è stabile. Più verosimilmente, in caso la Cdu non dovesse raggiungere la maggioranza dei seggi con i liberali, si potrebbe profilare un’alleanza con i socialdemocratici.

Un governo di larghe intese: lo scenario che Joschka Fischer invocava per un’Europa più equilibrata tra crescita e rigore…

Quella della Grosse koalition è una situazione che la Germania ha già vissuto otto anni fa. Non so cosa comporterebbe a livello europeo, ma, a mio parere, quello di larghe intese del 2005 fu un governo migliore di quello di oggi. Per la Germania rappresenterebbe sicuramente un vantaggio.

E per chi no?

Per noi giornalisti, sarebbe una noia mortale.

E se invece vincesse il socialdemocratico Steinbrück, la Germania cambierebbe la sua politica verso l’Europa?

No. E questo è il vero grande problema per i socialdemocratici: come si può pensare di combattere la Merkel se in fondo la propria politica europea non è diversa da quella dei democristiani?

Ma è difficile da immaginare. Steinbrück come Cancelliere è un candidato debole. Ancora un po’ frastornato dalle gaffe che ha fatto nei mesi passati, quando minacciò di invadere la Svizzera con la cavalleria, dopo che la Spd lo aveva scelto come candidato per le Politiche del 2013.

Quindi niente eurobond? In Italia sono considerati come la via d’uscita dalla crisi, servirebbe un consenso ampio però…

È un consenso che in Germania non c’è. Però, a mio avviso, bisogna riconoscere che la Merkel ha già condiviso le misure adottate dalla Bce di Mario Draghi, che nella prassi sono molto vicine alla logica degli eurobond. Vanno verso una responsabilizzazione collettiva dell’economia europea.

Una Germania in linea con Draghi quindi?

Sì, anche se rimane un certo contrasto con la Bundesbank. La stabilità dei prezzi rimane la priorità per i tedeschi. La gente comune ha paura di dover un giorno pagare per le fideiussioni date. Il che vorrebbe dire colpire la gente con gli introiti più bassi: una prospettiva che spaventa.

Lei, Draghi, Monti. C’è una certa Italia che ha successo in Germania… che Paese trovò quando si trasferì, trent’anni fa?

Era una realtà che non aveva nulla a che fare con quella odierna. Oggi la Germania è un Paese multietnico. Al tempo invece c’era un certo senso dichiusura: io e mio fratello eravamo addirittura gli unici stranieri a scuola. Quando fui eletto portavoce degli studenti, un professore davanti alla classe disse: «L’italiano di Lorenzo bisogna impiccarlo». Devo dire che nessuno quella volta si scandalizzò. Era la Germania degli anni 70.

Le difficoltà di tanti degli emigrati italiani di allora…

Le difficoltà che incontrai io furono minori rispetto a quelle di molti altri italiani emigrati che non poterono frequentare la scuola superiore e non avevano una madre tedesca.

Quanto è ancora legato all’Italia?

Ho fatto le elementari in Italia, mio padre vive a Roma, ho una piccola casa al mare in Toscana e, alla mia tenera età, ho ancora una nonna che vive a Rimini. Sono legami inscindibili.

Un ricordo dell’infanzia passata in Italia?

Mi viene in mente che per la gente eravamo i “tedeschini”, ma era veramente un modo affettuoso di riferirsi a me e mio fratello.

Die Zeit, letteralmente “Il Tempo”, ma voi non ne risentite…

Quello del nostro giornale è un miracolo che stiamo vivendo con umiltà. In questo panorama di crisi mondiale per il cartaceo, Die Zeit è riuscito ad aumentare sia gli incassi che la tiratura. Nell’ultimo trimestre i dati dicono che abbiamo venduto 514mila copie in media. Dopo il giornale scandalistico Bild siamo la rivista più venduta in Germania.

Quando torna in Italia?

Non torno. Anzi, solo in vacanza, da buon tedesco. Scherzi a parte, a maggio sarò a Rimini a trovare i parenti.

Grazie direttore.

Grazie a voi, a presto.

(Left, 16.02.2013)