4 editoriali per capire lo stato della sinistra in Europa

Tsipras è un eroe, o un poster boy dell’establishment? I socialdemocratici degli anni 80 e 90 sono da considerare degli innovatori, o alla stregua dei neolibersti di Thatcher? E oggi, si deve ricostruire una politica progressista populista, o aprire al tema dell’identità, cara alla destra? 

Tsipras è un eroe, o un poster boy dell’establishment? I socialdemocratici degli anni 80 e 90 sono da considerare degli innovatori, o alla stregua dei neolibersti di Thatcher? E oggi, si deve ricostruire una politica progressista populista, o aprire al tema dell’identità, cara alla destra? Sono le domande chiave che contraddistinguono le riflessioni degli “intellettuali” progressisti di mezza Europa e, più nel dettaglio, quattro editoriali pubblicati, nel corso delle ultime due settimane, su New StatesmanProject Syndicate e sul blog della London School of Economics.

Per iniziare, James F. Downes and Edward Chan descrivono in termini numerici l’entità del crollo dei partiti socialdemocratici, un fenomeno, quest’ultimo, che viene visto come parallelo alla diminuzione di legittimità degli ordini liberal-democratici stessi. Downes e Chan sostengono che i partiti in questione avrebbero «perso il controllo della situazione economica e sociale» dei relativi Paesi. Ne consegue che “gli ultimi” non si sentono più rappresentati dalla sinistra. Conseguenza? Le basi elettorali si spostano in maniera radicale.

Sulla scia dell’analisi di Downes e Chan – piuttosto comune, ormai – è Dani Rodrik a trattare con una prospettiva di lungo corso le cause della perdita di consenso del centrosinistra. In un editoriale al veleno, il professore di economia accusa le forze di in questione di aver “abdicato” alla loro missione storica. Non ci sarebbero dubbi: intellettuali quali Jacques Delors e Henri Chavranski e, con essi, tutta la classe dirigente europea (ma anche americana) degli anni 80 e 90 avrebbe fatto spazio al mito della globalizzazione finanziaria e dei benefici della mobilità dei capitali.

Il missile di Rodrik giunge fino agli anni 2000 e post-2010: Syriza in Grecia e Lula in Brasile non sono stati capaci di elaborare alternative concrete e attraenti, capaci di andare oltre al mantra della “redistribuzione”. Tutto nero? No. Recentemente, intellettuali come Admati e Johnson, Piketty e Atkinson, Mazzucato e Chang, Stiglitz e Ocampo, De Long, Sachs e Summers avrebbero proposto riforme credibili, rispettivamente per risolvere i nodi della finanza, delle inuguaglianze, dell’intervento pubblico nell’economia, della governance globale e della mancanza di investimenti.

Eppure, c’è chi non ci sta. Holland Stuart, professore all’Unviersità di Coimbra, esperto di storia e politica dell’integrazione europea, risponde a tono alle spallate di Rodrik. Tecnocrati come Delors avrebbero giocato un ruolo fondamentale nell’opposizione agli interessi ordoliberali che andavano a costituirsi in Europa negli anni 80 (Delors parlava, già allora, di eurobond, per esempio); allo stesso modo, i partiti di sinistra del Sud America sarebbero stati bastioni contro il neolibearlismo di Reagan e propulsori dei movimenti internazionali socialisti. E poi c’è la difesa di Syriza. In particolare, non ci si potrebbe scordare di documenti come il “Modest proposal” elaborato dallo stesso Stuart insieme a Varoufakis e Galbraith durante la crisi del 2015: una proposta di riforma e politiche per salvaguardare in termini progressisti la tenuta dell’Unione e dell’Eurozona (anche qui, sulla base dell’idea di mutualizzare parte del debito e dei rischi finanziari).

Come giustifica allora Stuart il crollo del centro-sinistra? Se ci sono colpevoli, sarebbero da ricercare nella generazione di fine anni 90, ovvero tra i vari Schroeder in Germania, il duo Blair-Brown nel Regno Unito e Gonzales in Spagna: tutti rei non solo di aver ignorato le alternative al modello neoliberale, ma, soprattutto, di aver distrutto la democrazia interna ai partiti stessi e aver emarginato le voci più radicali.

A ben guardare, le divergenze tra Stuart e Rodrik sono legate soprattutto a quali siano i «bambini che non vanno buttati con l’acqua sporca». Ma sulla sostanza delle proposte necessarie, si troverebbero più o meno d’accordo: servono politiche progressiste moderne, che partano dal malessere popolare, accolgano istanze di populismo economico e siano capaci di imbrigliare i mercati, in modo da garantire welfare e prosperità per la maggioranza dei cittadini. Tutti d’accordo? Non proprio.

In uno dei contirbuti giornalistici più controversi degli ultimi mesi, Jonathan Rutherford, analizza criticamente il corbynismo e sostiene che il populismo economico non basta. Inutile girarci intorno: o la sinistra trova una risposta alle questioni identitarie, oppure la partita con la destra dei vari Salvini europei sarà persa.

L’analisi di Rutherford si concentra sul caso del Labour, ma può essere tranquillamente allargata anche alle altre forze politiche europee: «Il populismo di sinistra del Labour, è orfano di risorse intellettuali che possano affrontare le sfide della destra. È troppo esclusivo in termini di classe e cultura. E non è contraddistinto da pratiche democratiche che riescano a unire diverse classi e gruppi di interesse. Il liberalismo cosmopolita e il relativismo morale [che ne sono alla base] lascia la nazionale e il tema dell’identità culturale in mano alla destra. Né il suo focus sull’ingiustizia economica, né il supporto a forme di democrazia partecipativa sono sufficienti per costruire una coalizione popolare nazionale».

Cosa propone Rutherford? Una sorta di Labour (e, quindi, allargando la prospettiva al Continente, di sinistra) “blu” (“Blue Labour”): una forza progressista che non abbia paura di giocare sul terreno dell’identità e del comunitarismo, anche nazionale. Ancora nelle parole di Rutherford: «Il populismo ha rottamato le regole del gioco. La risposta non sta nel tentare di re-imporne di ‘vecchie’, ma nel forgiare, a partire dal populismo e dalla rottura emotiva che ha comportato, un linguaggio nuovo che sia in grado di toccare il cuore e l’anima della nazione e modificare la struttura della politica del Paese».

Insomma, la posizione di Rutherford va addirittura oltre il corbynismo, instaurando una sorta di modello “peronista” per i Paesi europei. È la via del futuro? Difficile dirlo. Quel che appare chiaro è che a sinistra c’è bisogno di almeno due cose: convergere su un’interpretazione comune della storia ed essere disposti a sfatare qualche tabù in più.

 (ilSalto, 13.07.2018)

L’Ue è in pieno stallo. Più che alle riforme istituzionali, si pensa alle poltrone

In questo periodo di stallo a livello diplomatico, in cui si susseguono incontri su incontri senza risultati, varrebbe la pena riflettere su come, nonostante tutto, gli interessi nazionali si articolino in funzione delle poltrone istituzionali e plasmano il futuro dell’Europa.

Nel corso della due giorni di summit europeo della settimana scorsa, Paolo Gentiloni ha rilasciato la sua prima intervista televisiva da ex primo ministro, ai microfoni di Otto e Mezzo (La7). Incalzato sulla questione migratoria, e sull’operato del primo ministro Giuseppe Conte a Bruxelles, Gentiloni ha insistito, a più riprese, che, oggigiorno, nell’Ue, la questione centrale rimane quella del governo “economico”.

L’osservazione di Gentiloni è condivisibile. Peccato, però, che dal meeting sia uscito un nulla di fatto. Gli analisti hanno ribadito che, rispetto ai temi sollevati da alcuni governi dell’Ue nel corso degli ultimi anni – budget per investimenti, assicurazione di disoccupazione europea, riforma del Meccanismo europeo di stabilità (Mes) e Unione bancaria – si sono fatti pochi passi in avanti.

Un Consiglio deludente

Le conclusioni del Consiglio auspicano che, entro la fine del 2018, le istituzioni con funzione co-legislativa, adottino il pacchetto sulla riforma del settore bancario, in linea con la roadmap decisa nel 2016.

Si invita inoltre a iniziare il “lavoro politico” in merito a questo capitolo dell’integrazione, sottolineando, in particolare, la necessità di raggiungere un accordo sull’Edis (lo schema di assicurazione comune per i depositi bancari).

La portata del documento è nell’ordine dei “vorrei” e, quindi, lontana dalle attese alimentate a più riprese da alcuni leader europei, in primisMacron, e in occasione degli incontri precedenti (summit di Primavera).

Lo sfasamento fra l’asse franco-tedesco e l’Ue a 27

Le conclusioni, poi, non sono in linea con la bozza di accordo firmata dalla cancelliera tedesca e dal presidente francese a Meseberg, il 19 giugno scorso. In occasione di quest’ultimo incontro bilaterale, Merkel e Macron avevano trovato un’intesa volta a rilanciare alcuni progetti di integrazione come quello di un “budget comune per gli investimenti” (nonostante ciò, una maggioranza di analisti ha criticato l’accordo di Meseberg perché non all’altezza delle sfide a cui va incontro l’Europa).

Tolto il tema migratorio, lo sfasamento fra gli “accordi franco-tedeschi” e ciò che, regolarmente, esce dai “tavoli europei a 27” in materia istituzionale ed economica è il segno più evidente di un’Unione sempre meno coesa. E così la definizione dell’assetto dell’Unione del futuro sta slittando di semestre in semestre.

In questo intreccio di meeting e posticipazioni di decisioni e roadmap strategiche, esiste però una data ultima che era stata fissata, in tempi non sospetti, dalla Commissione europea. Si tratta del 9 maggio del 2019, giornata in cui, a Sibiu, in Romania i leader dei Paesi Ue sarebbero (teoricamente) chiamati a mettere un punto finale alle riflessioni sull’assetto istituzionale e di governo economico dell’Europa.

La variabile rinnovo del Parlamento europeo

Ad oggi, visti i precedenti, non si può che guardare con scetticismo alla capacità dei governi di arrivare a un compromesso solido in merito ai molti cantieri aperti. Ma c’è di più.

La data del 9 maggio cade nel mezzo della campagna elettorale per il rinnovo del Parlamento europeo. C’è da scommettere che il periodo sarà politicamente “caldo”. Per certi versi, si rischia quindi di creare un cortocircuito istituzionale rilevante: i leader nazionali dovranno trovare un accordo istituzionale sul futuro dell’Europa due settimane prima che i cittadini europei stessi votino per il rinnovo del Parlamento, sulla base di visioni sull’Europa, a rigor di logica, in competizione fra di loro.

Allo stesso tempo, è vero che, alla luce dei Trattati europei, sono i governi nazionali a dare l’indirizzo strategico all’Unione. Questi ultimi rappresentano allo stesso modo diverse sovranità popolari. Ma arrivare a ridosso della competizione rischia di esasperare il nodo democratico interno alle dinamiche Ue: sul futuro dell’Ue decidono i capi di governo o i cittadini stessi?

L’integrazione a poltrone

Al netto di tutto ciò, è importante sottolineare come, all’ombra dei meeting e delle elezioni esista poi un binario parallelo di evoluzione delle istituzioni e, conseguentemente, del processo di integrazione. Ed è quello legato alle nomine dei funzionari di alto rango in seno alle autorità indipendenti dell’Ue.

Il caso più emblematico è rappresentato dalla scelta del prossimo presidente della Banca centrale europea, visto che l’Unione si basa ancora e fondamentalmente sulla tenuta dell’Euro. Per molti esperti, di fatto, è la Bce a fare il bello e brutto tempo in Europa (basti pensare al famoso “whatever it takes” che “salvò” la moneta unica nel 2012).

Ma esistono anche altre posizioni impostanti che dovranno essere delineate nei prossimi mesi. Una di queste è quella legata alla posizione di guida della Vigilanza della Banca centrale europea, attualmente occupata da Daniele Nouy – si tratta della figura istituzionale che coordina il monitoraggio di 120 banche europee.

Secondo Handelsblatt, l’Italia starebbe cercando in tutti i modi di occupare la posizione per assicurarsi che le riforme in materia bancaria (le uniche che procedono in qualche modo) non vadano contro i propri interessi nazionali. Del resto, anche Berlino e Parigi non stanno a guardare: Merkel punterebbe a un alleato solido alla testa della Commissione (nel caso dovesse saltare Weidmann alla Bce), mentre Macron vorrebbe un francese proprio a Francoforte.

In questo periodo di stallo a livello diplomatico, in cui si susseguono incontri su incontri senza risultati, varrebbe la pena riflettere su come, nonostante tutto, gli interessi nazionali si articolino in funzione delle poltrone istituzionali e plasmano il futuro dell’Europa.

(ilSalto, 06.07.2018)

In Europa la democrazia è in pericolo. Ecco 6 proposte contro il declino

I principi fondanti l’Unione europea, ovvero la democrazia, lo stato di diritto e il rispetto dei diritti fondamentali dell’uomo subiscono pressioni politiche inedite all’interno degli stati membri dell’Ue.

I principi fondanti l’Unione europea, ovvero la democrazia, lo stato di diritto e il rispetto dei diritti fondamentali dell’uomo subiscono pressioni politiche inedite all’interno degli stati membri dell’Ue.

È questa la constatazione che ha portato il Gruppo di esperti della fondazione socialdemocratica tedesca, Friedrich Ebert Stiftung (FES), ad articolare in un nuovo paper – “The Other Democratic Deficit – A toolbox for the EU to safeguard democracy in Member States” (“L’Altro deficit democratico – una cassetta degli attrezzi per l’Ue per salvaguardare la democrazia negli Stati membri”, tdr.) – una serie di contromisure ai mali che affliggono gli ordinamenti di molti Stati del Vecchio Continente.

Del paper e, più in generale, dello stato di salute delle democrazie liberali europee, si è discusso martedì 26 giugno, a Roma, in occasione di una tavola rotonda organizzata, congiuntamente, proprio dalla FES e dall’Istituto affari internazionali (IAI).

L’incontro è stato presieduto dal Vicepresidente vicario dello IAI, Ettore Greco e dal giornalista tedesco, Michael Braun (FES Roma, ma anche corrispondente della Tageszeitung e della radio pubblica tedesca) e ha beneficiato degli interventi di Miguel Maduro (Direttore della School of Transnational Governance, EUI), Michael Meyer-Resende (Direttore esecutivo del Democracy Reporting International), Lucia Serena Rossi(professoressa di Diritto dell’Unione europea, Università di Bologna) e Nicola Verola (Segretatio del Comitato Interministeriale per gli Affari europei, CIAE).

La diagnosi

Parlare di deficit di “democrazia” in Europa può sembrare fuori luogo, soprattutto se si fa il paragone con epoche passate, o se si accosta il nostro Continente ad altri contesti politico-istituzionali. Eppure, sono diversi i segnali che portano il tema all’ordine del giorno.

Quelli più conclamati fanno sicuramente riferimento alle recenti evoluzioni nell’Europa dell’est e centrale, in Polonia e in Ungheria, dove i rispettivi governi hanno dispensato misure e riforme, come minimo controverse.

Identificate come tentativi di infrazione, da un lato, del pluralismo dei sistemi mediatici, e, dall’altro, dell’indipendenza del potere giudiziario, si tratta di azioni politiche che vanno contro i dettami dell’art. 2 dei Trattati europei, che recita:

“L’Unione si fonda sui valori del rispetto della dignità umana, della libertà, della democrazia, dell’uguaglianza, dello Stato di diritto e del rispetto dei diritti umani, compresi i diritti delle persone appartenenti a minoranze. Questi valori sono comuni agli Stati membri in una società caratterizzata dal pluralismo, dalla non discriminazione, dalla tolleranza, dalla giustizia, dalla solidarietà e dalla parità tra donne e uomini”.

Eppure, la discussione ci riguarda da vicino. Secondo Greco, non da ultimo, sarebbero anche “i recenti sviluppi in Italia” a motivare una discussione sul rispetto dei principi fondamentali delle democrazie in Europa.

Maduro spiega che, “dall’inizio dell’Ue ad oggi”, il rischio di vedere attaccati i diritti fondamentali “non è mai stato così concreto”. Si tratta di una visione mitigata soltanto parzialmente da Verola che specifica come sia soprattutto il principio dello stato di diritto a subire attacchi in alcuni Paesi dell’Ue. La precisazione porta alla distinzione tra “rischi di breve periodo e di lungo periodo”.

In altri termini, se la natura democratica della maggior parte dei Paesi europei è ancora salda, la caduta dello stato di diritto rappresenta il primo tassello di un potenziale domino.

E se, in funzione della definizione di una potenziale antidoto a firma Ue, la diagnosi dei mali potrebbe limitarsi all’individuazione dei “cattivi” – i vari Orban, Kaczynski e Salvini di turno – e delle loro pratiche, va tenuto presente anche il contesto storico generale. In che senso?

Per Meyer-Resende, il calo degli indici di democraticità dei sistemi nazionali europei sta avvenendo in un momento particolare (il riferimento è al post-crisi greca e alla questione migratoria), contraddistinto dalla messa in discussione della democraticità dell’Unione europea stessa.

Di fronte a questa duplice dimensione del problema (democraticità “nell’Ue” e “dell’Ue”) il paper della FES, curato da Juliane Schulte (FES), si sofferma esplicitamente sul primo.

La riflessione ha l’obiettivo di proporre misure positive che l’Ue potrebbe avanzare per salvaguardare la democrazia nei Paesi membri, al netto della riflessione sui meccanismi interni delle istituzioni di Bruxelles.

Le proposte della FES

Gli esperti del FES suggeriscono sei misure fondamentali:

● un sistema di monitoraggio che faccia emergere, in ogni Paese, i nodi democratici e i cui risultati vengano discussi dal organi nazionali ed europei;
● la condizionalità dell’elargizione dei fondi del prossimo Quadro di finanziamento pluriennale (QFP) in funzione del rispetto dei principi fondanti l’Ue;
● una procedura giudiziaria europea che operi in contrasto alle infrazioni negli Stati membri;
● l’istituzione di un fondo (European Values Instrument) a supporto delle ong;
● l’armonizzazione delle regole per la salvaguardia del pluralismo mediatico;
● un sistema di incentivi che disciplini i partiti nazionali nel contesto del loro rapporto con i partiti di riferimento europei e i Gruppi politici al Parlamento europeo.

Il sistema di monitoraggio

Si tratterebbe di uno strumento flessibile con l’intento, da un lato di unificare una serie di studi che vengono già condotti da altri organi internazionali ed europei, e, dall’altro, di far emergere per ogni Paese le principali questioni di assenza di democrazia. In che modo? A partire da un dialogo con i vari corpi intermedi (società civile), ma anche con i governi stessi. Inoltre, il monitoraggio dovrebbe fornire materiale per operare una sorta di comparazione tra Paesi e analizzare anche i deficit democratici a livello sovranazionale.

Il materiale prodotto, dovrebbe poi essere discusso sia dai parlamenti nazionali che dal Parlamento europeo. Infine, il Consiglio dovrebbe confrontarsi con i vari report nel corso del Dialogo sullo stato di diritto, istuito nel 2015. In tutto ciò, la FES pone particolare enfasi sul fatto che il processo non deve rappresentare un ulteriore appesantimento burocratico per gli Stati membri.

La condizionalità dei fondi

Legato a doppio filo al processo di monitoraggio, la FES propone di instituire un principio di condizionalità di larga scala nel quadro dell’esecuzione del QFP. In parole povere: chi contravviene ai principi esposti dall’art. 2, sulla base di quanto emerso dal monitoraggio, va incontro a penalità finanziarie.

A dire il vero, di un tale meccanismo si parla già in relazione a una specifica componente del budget, ovvero i fondi strutturali. Ma secondo gli esperti, autori del paper, la condizionalità e, quindi, le potenziali penalità andrebbero applicate con riferimento all’intero parco-risorse, comprendendo quindi anche i vari Horizon2020 (fondi per l’innovazione e la ricerca), LIFE Programme (ambiente) e il Meccanismo per collegare l’Europa (CEF).

Inoltre, secondo la FES le penalità dovrebbero seguire un principio di “gradualità” ed essere impugnabili dagli stati colpiti. Ad ogni modo, per procedere in questa direzione, servono modifiche sostanziali alle leggi che istituiscono il QFP.

Azioni legali

Oggigiorno, le infrazioni dell’art. 2, dovrebbero essere sanzionate attraverso l’art. 7 dei Trattati Ue. Si tratta di uno strumento di deterrenza che, qualora portato allo stadio di applicazione definitivo, mette sul piatto della bilancia l’esclusione di un Stato membro dalle procedure di voto in seno alle istituzioni.

Gli esperti indicano però che lo strumento è di natura prettamente politica, in quanto l’esplicazione finale degli effetti dell’art. 7 dipende da un voto unanime del Consiglio. Piuttosto, sarebbe desiderabile che la Corte di giustizia europea imponesse una nuova linea interpretativa (più estesa) definendo cosa costituisce un atto di infrazione sistemico nei confronti dell’ordinamento dell’Unione.

Sulla base di questa nuovo approccio, la Commissione potrebbe impugnare procedure di infrazione che potrebbero beneficiare di un percorso accelerato in seno alla Corte europea. Un tale processo “depolicitizzerebbe” il dibattito sul rispetto dell’art. 2 da parte degli Stati membri e, seppur imperfetto, potrebbe aumentare la credibilità e l’efficacia delle azioni comunitarie.

Un fondo speciale per le ong

A partire dalla constatazione che le risorse messe a disposizione per la società civile sono insufficienti, viene proposto un fondo aggiuntivo di 2 miliardi di euro da spalmare su sette anni di QFP.

Le risorse andrebbero dislocate tramite organismi indipendenti a livello nazionale (in modo da superare lo scoglio della burocrazia europea) e dovrebbero alimentare esclusicamente organizzazioni non governative. Quali sarebbero le attività da stimolare? Educazione civica, lobbying in difesa dei diritti fondamentali e giornalismo investigativo.

Parallelamente, gli esperti suggeriscono di instuitre un referente europeo per la società civile che possa vigilare su episodi puntuali di limitazione delle libertà fondamentali e fungere da raccordo tra livello locale ed europeo.

L’armonizzazione del settore mediatico

Inevitabilmente, uno dei sei pilastri della strategia riguarda il settore mediatico, per il quale si raccomanda un’azione efficace da parte della Commissione, al fine di definire regole comuni per i settori del Mercato unico che influenzano il pluralismo e la libertà dei media. Servono regole chiare e uniformi sulla trasparenza dei finanziamenti statali e nel settore pubblicitario, nonché provvedimenti che definiscano i limiti della concetrazione delle proprietà.

Inoltre, il già esistente Media Pluralism Monitor dovrebbe confluire nel monitoraggio di cui sopra, mentre il mandato dell’Agenzia dell’Unione europea per i diritti fondamentali (FRA) dovrebbe esteso in modo che questa ultima possa fornire assistenza a Stati membri e istituzioni europee nel settore dei media.

Gli esperti fanno anche un richiamo al fenomeno della disinformazione online: le piattaforme social media (ma non solo) dovrebbero essere chiamate a rendere conto regolarmente al Parlamento europeo in merito alla battaglia contro le fake news.

Infine, viene ribadito che la Commissione europea dovrebbe mettere a disposizione risorse per progetti di formazione giornalistica per non addetti ai lavori, così come promuovere la ricerca sull’alfabetizzazione mediatica e digitale.

Condizionare i partiti nazionali

L’ultimo tassello della proposta della FES riguarda il condizionamento dei partiti politici nazionali. Come riuscire ad allineare i partiti nazionali al rispetto dei valori fondanti dell’Ue? Gli autori del paper sostengono che la soluzione possa essere identificata nei partiti politici europei (che, di solito, comprendono una serie di partiti nazionali).

Più nel dettaglio, i partiti europei dovrebbero essere in grado di competere con i partiti nazionali attraverso liste transnazionali ed essere in grado di decidere sulla partecipazione di questi ultimi ai Gruppi politici del Parlamento europeo. In questo modo, i partiti nazionali potrebbero essere disciplinati attraverso il rischio di penalizzazioni finanziarie (derivanti dalla mancata partecipazione a un Gruppo politico).

Allo stesso tempo, l’Autorità per i partiti politici europei e le fondazioni politiche europee dovrebbero essere in grado di monitorare il comportamento dei partiti nazionali ed essere in grado di raccogliere evidenze, nel caso di una violazione dell’art. 2.

(Linkiesta, 05.07.2018)

Massimo D’Alema – Cittadini stranieri: percezione e realtà

In alcune dichiarazioni alla stampa rese a margine della presentazione di un libro a Roma, l’ex presidente del Consiglio ed esponente di Liberi e Uguali Massimo D’Alema, ha sostenuto che l’Italia sia, tra i grandi Paesi europei, quello con la minor presenza di cittadini stranieri, ma con una percezione del fenomeno molto superiore al dato reale.

In alcune dichiarazioni alla stampa rese a margine della presentazione di un libro a Roma, l’ex presidente del Consiglio ed esponente di Liberi e Uguali Massimo D’Alema, ha sostenuto che l’Italia sia, tra i grandi Paesi europei, quello con la minor presenza di cittadini stranieri, ma con una percezione del fenomeno molto superiore al dato reale.

Abbiamo verificato le sue parole.

La presenza di stranieri in Italia

In base ai dati demografici Eurostat possiamo individuare i “grandi stati europei” menzionati da D’Alema come quelli col maggior numero di abitanti. I primi sei sono, in ordine e al primo gennaio 2017, Germania (82.521.653), Francia (66.989.083), Regno Unito (65.808.573), Italia (60.589.445), Spagna (46.528.024) e Polonia (37.972.964).

Ancora grazie a Eurostat, per ogni Paese UE, si può anche verificare il numero assoluto di persone con una cittadinanza diversa da quella dello Stato in osservazione.

(Continua su PagellaPolitica, 03.07.2018)

L’Ue sta portando avanti un piano sull’intelligenza artificiale, ma in Italia nessuno ne parla

Quando si parla di “intelligenza artificiale” viene in mente il futuro o, in alternativa, un mondo ritratto da libri di fantascienza e pellicole cinematografiche. Nulla di più sbagliato: l’intelligenza artificiale, abbreviata comunemente con il binomio “A.I.” (“Artificial intelligence”), è già tra noi. E ha conseguenze dirette sui nostri stili di vita.

Il 18 giugno, a Bruxelles, presso il Comitato economico e sociale europeo (CESE), si è svolto lo A.I. Europe Stakeholder Summit (#AIEurope), un incontro che ha radunato Commissari europei, ma anche – e soprattutto – i diretti interessati provenienti dalla società civile, dai sindacati, dalle imprese e dall’accademia. L’obiettivo? Avanzare nella riflessione riguardo ai tre pilastri-tematiche intorno alle quali si snoda la strategia europea sull’intelligenza artificiale: le sfide legali ed etiche; gli impatti socio-economici e la competitivtà industriale.

Una strategia europea per l’intelligenza artificiale

Strategia europea? Già. Qualcuno potrebbe cadere dal pero, ma, in relazione all’A.I., l’Europa si sta muovendo a suon di Dichiarazioni, Comunicazioni, nonché progetti concreti. Ma facciamo un passo alla volta.

In primo luogo, ad aprile, su spinta della Commissione, si è concluso il processo di definizione di un Gruppo di 52 esperti di alto livello sull’Intelligenza artificiale che avrà il compito di assistere e fornire consulenza a Palazzo Berlaymont. Si tratta di una mossa usuale delle istituzioni europee quando si confrontano con tematiche nuove e che richiedono la partecipazione allargata di vari stakeholder. La spinta alla creazione di un Gruppo di esperti ha fatto seguito al Consiglio europeo dello scorso ottobre.

In secondo luogo, i 27 Paesi membri dell’UE hanno siglato una Dichiarazione di cooperazione relativa alla materia, data 10 aprile 2018. I contenuti? L’impegno a dare luogo a una strategia comune e transfrontaliera che possa incasellare le opportunità, ma anche le sfide legate all’A.I. Infine, alla Dichiarazione ha fatto seguito una Comunicazione della Commissione europea(Artificial Intelligence for Europe), la quale ha delineato, in un documento di 20 pagine, le componenti essenziali del piano europeo, richiamato anche dall’evento del CESE.

In realtà, parlando di risorse dedicate all’area A.I., l’impegno dell’Europa è di lunga data: tra il 2014 e il 2020, 2.6 miliardi di euro sono stati allocati nel quadro del programma Horizon2020 a robotica, big-data, tecnologie emergenti, e applicazioni varie nei settori salute e trasporto. Senza contare che l’industria robotica ha anche beneficiato di 2.1 miliardi di euro di investimenti privati. 27 i miliardi mobilitati invece per le competenze, tramite fondi strutturali, di cui 2.3 per il digitale. Più in generale, secondo la Commissione, entro il 2025, il valore economico generato dall’automatizzazione e dalla robotica raggiungerà una cifra tra i i 6.5 e i 12 mila miliardi annui.

“Human in command” e la posizione della Commissione

In occasione dell’ A.I. Stakeholder Summit di Bruxelles, la Commissaria all’economia e alla società digitale, Mariya Gabriel, ha richiamato innanzittutto l’importanza del tema. La gestione e la governance dell’“intelligenza artificiale rappresenta un priorità politica”, dalla quale possono derivare enormi benfici. In quali aree? Su tutte, in quelle del “settore medico e del cambiamento climatico”. “Ma l’Europa deve guidare questa trasformazione”, ha specificato Gabriel, sottolineando: “L’industria e il nostro sistema di educazione sono assett fondamentali in questo senso”.

Va specificato che, proprio la Commissione europea, ha già definito, nel quadro del piano di investimenti Digitale Europe (2021-2027) – un pacchetto di investimenti dedicati al digitale – 2.5 miliardi di spesa solo per l’AI. E per chi pensa che l’AI sia soltanto una questione di calcoli e strumenti ingengeristici, la stessa Commissaria ha dichiarato: “Dobbiamo investire nelle persone […] abbiamo bisogno di analisti e ingegneri, certo, ma anche di filosofi” che sappiano gestire i processi.

Un concetto, quello della centralità delle persone nel processo di sviluppo dell’AI che si ritrova anche nello slogan del Comitato economico e sociale, “Human in command” (“L’Uomo in controllo”, tdr.) coniato da Catelijne Muller che, già nel 2017, è stata referente della prima Opinione del CESE sull’intelligenza artificiale. Oggi, in quanto Membro del gruppo di esperti sopra menzionato, nonché presidente del Gruppo di studio tematico sull’AI del CESE, Muller ha specificato: “‘Human in comand’ significa che dobbiamo esercitare controllo sull’AI e non farci travolgere da questa onda”.

Il dibattito: etica, industria e lavoro

Nei prossimi mesi e anni sono tre le macro-aree relative alle quali istituzioni europee, governi nazionali e società civile dovranno trovare strumenti di governo e standard adeguati: le questioni etiche e legali, le conseguenze in ambito sociale, nonché il rafforzamento della competitività del settore industriale. In funzione di questi campi di applicazione (e tutela), durante l’incontro al CESE, sono stati sviluppati altrettanti gruppi di lavoro. In merito alle questioni legali ed etiche, Aimee van Wynsberghe (Università tecnologica di Delft) ha spiegato che gli interrogativi sono innumerevoli. “Possiamo discernere l’AI dagli sviluppi tecnologici in altri campi? Come possiamo difendere i consumatori dai rischi derivanti dall’intelligenza artificiale, per esempio dall’invasività della cosiddetta ‘internet delle cose’ (Internet of things, ndr.)?”. E ancora: “Al di là dell’intesa unanime riguardo alla centralità della questione etica, quando usiamo quest’ultimo termine, a chi facciamo, o meglio, ‘dovremmo’ fare riferimento? Per esempio, se pensiamo alle implicazioni in termini di produzione di nuove tecnologie, è sicuramente necessario risolvere i nodi etici con riferimento agli interessi del terzo mondo. D’altra parte, una riflessione diversa va sviluppata in merito alle azioni e responsabilità di politici, noncheé iagli aspetti tangenti il mondo della religione”.

Sono domande che, se non altro, dimostrano quanto sia complicato il tema in questione. Anche per questo, Indre Vareikyte (CESE), relatore del gruppo di lavoro relativo alla competitività industriale, ha commentato che è fondamentale fare uno sforzo di “story telling”, in modo da fare “chiarezza”, anche a livello di linguaggio giornalistico, di cosa parliamo quando afrontiamo il tema AI. Oggi, l’intelligenza artificiale rimane, spesso e erroneamente, una questione “da esperti”.

Infine, Laure Batut (CESE), relatrice del gruppo di lavoro dedicato alle conseguenze dell’AI in ambito economico e sociale, ha delineato un’ampia gamma di domini che meritano ulteriori approfondimenti. “Non ci sono soltanto conseguenze potenziali sul mercato del lavoro, in termini di perdita di impiego, ma anche aspetti qualitativi, psicologici e di benessere delle persone: come verrà ri-bilanciato l’equilibrio vita-lavoro? L’AI influenzerà anche in nostri sistemi e logiche di welfare”. Ciò non implica che la riflessione sui livelli di occupazione sia secondaria, anzi.

AI, quando il mercato non basta

Batut ha ribadito la centralità dei fattori “educazione e formazione sul posto di lavoro” per far fronte alla transizione AI. Ben inteso, si tratta di un investimento che “non può essere lasciato in mano ai privati e ai mercati”, ma che “implica un’azione coordinata, tra Paesi Membri, ma anche tra livello nazionale e comunitario”. Altrimenti? L’AI potrebbe riprodurre o rafforzare le disuguaglianze di produttività che si sono sviluppate in Europa a livello intra-nazionale (per esempio, Europa del Nord vs Sud ed Est), ma anche regionale, all’interno dei singoli Paesi (per esempio, Nord Italia vs Meridione).

Il rischio “disuguaglianze crescenti” insito nella transizione verso l’AI è stato sottolineato anche da Robert Went (WRRConsiglio scientifico per le politiche di Governo olandese). Went ha spiegato come quella “geografica-territoriale” sia un tipo di disugualgianza che si aggiunge a quelle più tradizionale “tra cittadini appartenti a differenti fasce di reddito e di richezza”, all’interno della stessa comunità nazionale di riferimento. Nonostante ciò, Went ha anche ribadito che l’intelligenza artificiale porterà a crescita di produttività soltanto laddove le imprese risuciranno a forgiare un nuova complementarità lavoro-capitale. In altri termini, lo scenario per cui staremmo avanzando verso una sostituzione di umani con robot rappresenterebbe “uno scenario improbabile”, perché non remunerativo per i privati stessi.

Scenari che, di per sé, non possono certo rassicurare i sindacati. Thiebaut Weber, Segretario confederale della Confederazione europea dei sindacati (ETUC), ha parlato dell’esigenza di sviluppare un “Fondo di transizione europeo”, sulla falsariga del Fondo di aggiustamento per la globalizzazione, che possa non soltanto diventare un argine a eventuali perdite di posti di lavoro, ma anche inentivare, a livello europeo, la ristrutturazione, in anticipo, di determinati impieghi.

A fargli eco, Mario Mariniello (EPSC) che ha ribadito quanto l’intelligenza artificiale, al netto dei benefici e delle incerte implicazioni sul mercato del lavoro, potrebbe radicalmente “ristrutturare i rapporti interni alle aziende fra datori e prestatori di lavoro”. Mariniello ha anche sottolineato che “i mercati non possono gestire una transizione del genere, semplicemente perché non lavorano sempre in maniera ottimale […] la sfida dell’AI chiama in causa un ripensamento delle stesse politiche sulla concorrenza”, finora un perno del sistema comunitario.

(Linkiesta, 21.06.2018)

Il dibattito tedesco sull’Italia. E sull’uscita dell’Italia dall’Ue

Hanno parlato di noi, di Italia. E lo hanno fanno in maniera seria, parlando dell’opportunità di un’uscita dall’Euro per il Belpaese, di crisi sistemica dell’Unione europea. È successo in Germania, all’ombra delle grandi notizie internazionali degli ultimi sette giorni, nel corso del Talk-show Maybrit Illner, sul secondo canale pubblico della televisione tedesca, ZDF, giovedì 7 giugno.

Hanno parlato di noi, di Italia. E lo hanno fanno in maniera seria, parlando dell’opportunità di un’uscita dall’Euro per il Belpaese, di crisi sistemica dell’Unione europea. È successo in Germania, all’ombra delle grandi notizie internazionali degli ultimi sette giorni, nel corso del Talk-show Maybrit Illner, sul secondo canale pubblico della televisione tedesca, ZDFgiovedì 7 giugno.

Alla discussione, nello studio televisivo, hanno partecipato il ministro delle Finanze tedesco, Olaf Scholz (SPD), il caporedattore della Die ZeitGiovanni di Lorenzol’ex guida del partito di estrema destra AFD (nonché fondatore), Bernd Lucke, il Segretario generale dei giovani della CDU, Paul ZiemackUlrike Guérot (direttrice dello European Democracy Lab e membro di DIEM25) e Sebastien Dullien (professore di Economia internazionale presso l’HTW di Berlino).

La discussione sullo stato dell’Italia inizia con un servizio che traccia un parallelo tra la crisi greca del 2015 e i recenti sviluppi nel Belpaese, e con l’evergreen Roberto Saviano che commenta la situazione. Di Maio e Salvini? Nella narrazione del trailer sono “due uomini che spaventano l’Europa”.

Il dibattito

Per Ulrike Guérot, la rabbia degli italiani “è stata trascurata. E Roma è stata lasciata sola nella crisi dei migranti”. I 5Stelle? “Ricordiamoci che i 5 punti iniziali” del loro programma “non erano poi così male”. Sulla stessa falsariga si pone Giovanni di Lorenzo che intona: “Dobbiamo accettare il risultato elettorale. E chiederci come siamo arrivati a tanto”.

Per Paul Ziemiak, invece, “non c’è ragione di preoccuparsi esageratamente”, anche perché “le proposte politiche elettorali si scontreranno presto con la realtà”. A differenza di Guérot, il giovane leader politico sostiene che “i problemi del’Italia non sono stati creati dall’Unione”.

Ma le prime “bombe” le getta proprio Lucke, economista polemico e liberista: “Credo che sia un bene avere al Governo persone che valutano criticamente l’Euro. Dobbiamo cercare di capire perché l’italia si trova in questo stato miserevole. Da quanto è entrata nell’Euro, l’Italia non è praticamente cresciuta […] Negli ultimi 25 anni, nell’Eurozona, l’Italia ha sperimentato stagnazione. Non c’è da stupirsi che le persone abbiano votato un ‘non possiamo andare avanti in questo modo’ […] L’Euro fa parte del problema dell’Italia, al netto degli incrostamenti dell’economia e della burocrazia che, però, esistevano anche prima della valuta comune”.

Sono parole forti che chiamano in causa l’intervento ‘moderato’ del ministro Scholz: “La mia convizione è che i problemi nei singoli Paesi possano essere affrontati meglio insieme”. E alla domanda della moderatrice Mybrit Illner se ‘l’Italia potrebbe tirare giù con sé nell’abisso l’intera Unione’, risponde: “Sono convinto che l’Italia non crollerà […] la realtà esiste e si deve scendere a patti con essa […] la sfida principale è stimolare crescita nel Paese […] dobbiamo riconoscere che i ministri del Governo si sono espressi a favore dell’Unione, lo stesso dicono i sondaggi riguardo all’opinione degli italiani […] è una buon punto di partenza […] d’altra parte dobbiamo anche comprendere che è normale se, in Italia, uno dei Paesi industriali più avanzati ci siano rivendicazioni che vadano in direzione di sistemi di tutela del welfare universali (il riferimento è a strumenti e politiche contro la disoccupazione)”.

Esiste però il rischio concreto di assistere a una escalation dei rapporti fra Italia e Germania, similmente a quanto accaduto con la Grecia nel 2015 (basta guardare alle prime pagine di Der Spiegel che hanno fatto il giro d’Europa).

Secondo Di Lorenzo è necessario usare “toni moderati […] parole come ‘clown’, utilizzate in passato da Steinbruck (candidato della SPD nelle elezioni del 2013 in Germania) per commentare Berlusconi, sono inadeguate […] spesso si guarda all’Italia con curiosità, del tipo: vediamo chi sono questi nuovi al governo […] ”. Ma la realtà è che “negli scorsi 100 anni, molto spesso, l’Italia è stata un laboratorio politico […] – pensiamo al Fascismo, all’Eurocomunismo, alla rottura dei rapporti tradizionali trai partiti negli anni ‘90, a Berlusconi precursore di Trump […] – che ha fatto da battistrada in Europa […] il governo M5S-Lega è soltanto l’ultimo esempio in questo senso”.

Contenimento dell’escalation a a parte, Ulrike Guérot spezza una lancia a favore dei Paesi del Sud Europa: “La Germania guadagna dall’Euro, acciacca i piedi agli altri e poi, quando questi mostrano dolore, si soprende […] dobbiamo smetterla con l’arroganza tedesca […] anche noi siamo nel torto quando sforiamo con l’export”.

Sono parole che, ovviamente, scatenano reazioni dure. Per Ziemiak, “in Italia, si devono portare avanti le riforme” e ci si deve preoccupare “della competitività, del sistema di educazione […] non è il momento di pensare a misure ad-hoc”.

Se c’è una proposta di policy italiana che ha fatto il giro della stampa internazionale nel corso dell’ultimo mese, è il famoso taglio del debito proposto prima ancora della formazione del Governo. Uno spettro che alimenta il paragone Atene 2015 – Roma 2018.

Il primo a stemperare il dibattito sul punto è ancora il ministro Scholz: “Dobbiamo riconoscere che queste idee non sono state, infine, portate avanti [dal Governo italiano] e non dovremmo [quindi] fermarci a discuterle […] Esiste una responsabilità dei governi che devono prendere delle decisioni concrete […] sono convinto che ognuno debba fare i conti con il principio di realtà […] Non posso accettare paragoni come quelli con la Grecia […] l’Italia rimane un Paese industriale di successo […] ”.

Ma la questione debito non si cancella certo con un colpo di slogan, per quanto ministeriale. E Illner incalza: l’Europa è ricattabile per colpa degli italiani?

Lucke getta benzina sul fuoco: “Ci sarebbero 150 miliardi di euro di costi per la Germania, se l’Italia dovesse diventare insolvente […] per l’Italia, ha senso uscire dall’Euro, perché il problema del Paese non è il debito, bensì la competitività […] in generale, il problema [dell’Unione] è l’area del Mediterraneo […] ”. A questo punto, Lucke menziona Savona e il piano B come testimonianza della ricattabilità della Germania. Ma è il Ministro Scholz a ricordare come, proprio per questo motivo, Savona non sia diventato Ministro delle finanze.

Sul punto della moneta unica, Ziemack afferma: “L’Italia è un paese sovrano; se vuole, può uscire dall’Euro […]”.

Una prospettiva diversa sulla crisi economica italiana ed europea la offre Sebastien Dullien: “Se riparte la crescita, il debito può essere ridotto […] ci sono problemi grandi nel sistema bancario italiano, ma erano molto più rilevanti qualche anno fa […] l’Italia è sulla buona strada […] parlando dell’Europa, in generale, sevono sistemi di assicurazione collettiva per essere pronti a sopperire a stati di crisi in determinati Paesi […] potrebbe capitare anche alla Germania, se dovesse sorgere un problema per l’industria automobilistica […] una dei nodi della crisi del Belpaese è dato dal fatto che Roma si è addentrata nella crisi attraverso misure di austerity […] se guardiamo ai livelli di investimento pubblico, questi ultimi sono regressivi […] ”

Il ministro Scholz richiama quindi i passi in avanti che sono stati fatti (a livello di negoazione, per ora) sul fronte delle riforme europee: ESM, Unione bancaria e della capacità di intervento fiscale: “Entro l’Estate verrano decise delle modifiche […] dobbiamo prendere in considerazione le caratteristiche di tutti i Paesi […] ”. I concetti fondamentali? I soliti: “Solidarietà e reponsabilità”. “Lo sviluppo del budget comune è importante […] non dovremmo dipingere l’Unione come un’Unione che non è solida […] ma è ovvio che dobbiamo andare avanti”

Eppure, i toni in studio rimangono euro-realisti (per non dire, critici). Giovanni di Lorenzo afferma: “Forse è arrivato il tempo di guardare all’Europa e accettare il fatto che abbiamo bisogno di una nuovo assetto istituzionale, nel quale i Paesi possano decidere se partecipare con convizione al progetto, o meno […] Non credo a un’Unione a tutti i costi […] E pernso anche che le esternazioni di Merkel, in risposta alle proposte di riforma di Macron, siano poco adatte alla costruzione di una campagna elettorale [vincente] per le europee 2019 […] serve ben altro”.

(ilSalto, 15.06.2018)

Non basta difendere lo status quo, occorre mettere in discussione ciò che è stato fatto male. L’editoriale di Cas Mudde su come si fa opposizione contro i populisti

Nel suo ultimo editoriale per il The Guardian, Cas Mudde, uno scienziato politico olandese, considerato uno dei massimi esperti del fenomeno populista, prende posizione in merito al dibattito contemporaneo sul tema. Ed è rilevante anche per il caso italiano.

Mudde analizza la tesi per cui l’affermazione contemporanea di forme di governo (ma, più in generale, di forme del fare politica) populiste – descritte dai media internazionali anche come “illiberal democracies” (“democrazie illiberali”, tdr.) – sarebbe la conseguenza di sistemi “troppo democratici”.

Una condensazione di questa riflessione dominante piuttosto vaga, trova spesso manifestazione concrete in discorsi per cui staremmo vivendo tempi in cui assistiamo a un utilizzo improprio dello strumento referendario (vedi crisi greca del 2015, o Brexit nel 2016). Oppure, ancora, che saremmo di fronte a scelte politiche “troppo complesse” per essere lasciate in mano ai cittadini.

(ilSalto, 08.06.2018)