Tutto il mondo parla di Italia ed Eurozona, tranne noi. Il dibattito tra Stiglitz, Fratzscher e gli altri economisti

In queste settimane ad appannaggio della questione “migranti” e delle diatribe tra Salvini e gli altri leader europei, il tema della stabilità dell’Eurozona alla luce del voto italiano continua ad alimentare un dibattito che, nel nostro Paese, rimane clamorosamente sotto traccia.

Su Project Syndicate, il premio nobel per l’Economia e professore della Columbia University di New York, Joseph Stiglitz, è tornato a parlare del tema. Per il guru della scienza triste il voto euroscettico del Belpaese non dovrebbe sorprendere nessuno: si tratta dell’ennesima «reazione prevedibile a una struttura dell’eurozona mal disegnata, nella quale, la potenza dominante Germania, impedisce le necessarie riforme». Per Stiglitz, il problema non è l’assenza di idee – Macron è visto come portarore di una «chiara visione» per l’Europa -, bensì il freno rappresentato da Angela Merkel.

In un’area valutaria comune, «il principale problema» è quello della gestione dei disallineamenti tra il valore della valuta e le sottostanti performance economiche dei Paesi: è proprio il “caso dell’Italia”. Per il professore, nell’Eurozona, «i cittadini vogliono, da un lato, rimanere nell’Ue, ma, allo stesso tempo, veder terminare le politiche di austerità». Eppure, gli viene detto che non possono avere la moglie ubriaca e la botte piena (sul punto si sofferma anche l’economista Barry Eichengreen che chiede a M5s e Lega di lasciare perdere la flat tax e reddito di cittadinanza per focalizzarsi sul cuneo fiscale). E così, nell’attesa di un cambio di mentalità nel Nord Europa, i governi dei Paesi in difficoltà continuano ad arrancare e la «sofferenza dei cittadini aumenta».

A questo punto, Stiglitz scrive che, se il Portogallo ha rappresentato un’eccezione – con Costa che sarebbe risucito a riportare il Paese a un livello di crescita soddisfacente -, l’Italia potrebbe rappresentare un’alternativa dai tratti radicalmente differenti: «Salvini potrebbe alzare la posta in gioco, in un modo che altri non hanno avuto il coraggio dai fare. L’Italia è un’[economia] abbastanza grande, con economisti bravi e creativi, da poter gestire, di fatto, un’uscita [dall’Eurozona] attraverso un sistema di cambio flessibile che possa ricreare prosperità».

Per Stiglitz non è «necessario arrivare a tanto». I Paesi del Nord possono salvare l’Euro «mostrando più umanità e flessibilità». Ma il premio Nobel non punterebbe su questo scenario e con una metafora teatrale, spara: «Avendo già visto i molti atti di questa crisi, non mi aspetto un cambio di interpretazione da parte degli attori principali».

L’editoriale non è certo rimasto inosservato, soprattutto tra gli altri economisti di alto livello.

Marcel Fratzscher, ex-Consigliere economico di Sigmar Gabriel quando quest’ultimo era ministro dell’Economia (precedente governo Merkel), nonché direttore del DIW e co-autore di un noto paper su come riformare l’Eurozona uscito a gennario (ne abbiamo scritto qui), ha risposto a Stiglitz via Twitter:

Marcel Fratzscher

@MFratzscher

Dear @JosephEStiglitz , you are wrong: neither will Italy benefit from exiting the euro, nor is there EU reform paralysis (esp. vs US), nor is Germany the devil.
Euro reforms require a sensible balance of risk sharing & reduction, solidarity & rules.http://prosyn.org/H9vw0EH 

Can the Euro Be Saved? | by Joseph E. Stiglitz

Across the eurozone, political leaders are entering a state of paralysis: citizens want to remain in the EU, but they also want an end to austerity and the return of prosperity. So long as Germany…

project-syndicate.org

«Caro Joseph, sei nel torto: l’Italia non beneficerà da un’uscita dall’Euro, la riforma dell’Unione non è in uno stato di paralisi e la Germania non è il diavolo. C’è bisogno di un bilanciamento sensato fra condivisione e riduzione dei rischi [sistemici], solidarietà e regole», scrive Fratzscher.

Al di là dello scambio Stiglitz-Fratzscher, sempre su Project SyndicateMichael J. Boskin, professore di Economia a Stanford ed ex-presidente del consiglio degli economisti del governo di H.W. Bush tra l’89 e il ’93, scrive che l’Italia deve affrontare una «crisi quadrupla» che si compone delle «difficoltà del sistema bancario», del «debito fuori controllo», di una reazione ostile all’“immigrazione” e una generalizzata scarsa «condizione economica».

Secondo Boskin, è una combinazione che potrebbe mettere a rischio l’intero proecsso di integrazione europea. Spetta a Roma salvare l’Ue? No, «molto dipenderà anche dal destino del percorso di riforma proposto da Emmanuel Macron» (sulla stessa falsariga, anche Mark Leonard, direttore del European Council on Foreign Relations, ha realizzato un podcast in cui ribadisce che le strade per l’Europa passano da Roma”).

Ma non finisce qui. Sulle pagine di Social EuropeDani Rodrik, una delle voci più influenti dell’accademia economica e professore di Politica economica internazionale a Harvard, parte dall’Italia e, più nel dettaglio dal “caso Savona”, per discutere criticamente quando sia motivata la decisione, nell’Eurozona, di delegare la definizione del target inflazionistico e, corrispondentemente, della politica monetaria, a un’istituzione indipendente come la Banca centrale europea. Soprattutto alla luce del fatto che, l’indipendenza della Bce avrebbe, da un punto di fista puramente teorico, il fine di tutelare la stabilità democratica dei Paesi dell’Eurozona nel lungo periodo, a fronte di potenziali politiche iperinflazionistiche dei politici di turno.

Rodrik scrive che «quando alcuni Paesi nell’Eurozona sono colpiti da shock della domanda, il target inflazionistico [che una Banca centrale persegue], determina in che misura gli stessi Stati debbano seguire un percorso di aggiustamento deflazionistico doloroso in termini di salari». Avrebbe quindi «avuto senso, in seguito alla crisi dell’Euro, aumentare il target inflazionistico (che è del 2%) per facilitare la competitività delle economie del Sud». In ogni caso, secondo l’economista di Harvard la definizione di questi obiettivi è una questione prettamente politica, «perché implica questioni attinenti alla distribuzione della ricchezza prodotta da un’economia». L’indipendenza di agenzie che sono chiamate a raggiungere un determinato obiettivo, non può essere il risultato ultimo in sé. Altrimenti, la democraticità di tali strumenti di policy è quantomeno discutibile.

Il discorso che può sembrare molto tecnico, ma è legato a doppio filo al deficit democratico delle istituzioni europee e al caso Savona, citato sopra. Per Rodrik, quando la delega di politche ad agenzie indipendenti avviene per mezzo – e nel contesto di – trattati internazionali, c’è il rischio che l’obiettivo della stabilità democratica, si rivolti contro lo stesso concetto di democrazia: «Il deficit democratico dell’Ue deriva dal sospetto, diffuso (Rodrik qui usa il termine “popular”), che [l’indipendenza della Bce] non serva tanto a rafforzare nel lungo periodo le democrazia nazionali in Europa, quanto a servire gli interessi finanziari». In questo senso, anche la decisione di Mattarella «rinforza questa interpretazione».

Forse è normale che di tutto ciò in Italia non si scriva, o discuta troppo. Ci sono tabù che resistono a tutto nel nostro Paese. Eppure, il Mondiale di calcio mancato darebbe ampi spazi, Salvini e “migranti” pemettendo. A proposito, vista la nostra assenza in Russia, sul New York Times, Tim Parks si chiede: di cosa possono ancora sentirsi orgogliosi gli italiani?

(ilSalto, 22.06.2018)

Spagna, addio eurobond: Madrid si avvicina a Francia e Germania (e l’Italia rimane più sola)

Un nuovo documento redatto dal Ministero dell’Economia iberico svela il cambio di prospettiva della Spagna: spariti dall’agenda gli Eurobond, la posizione di Madrid è ora a metà tra quella di Parigi e Berlino

Madrid si è allineata alle posizioni moderate di Berlino e Parigi per quel che riguarda le riforme della governance europea. 

Lo dimostra un documento pubblicato recentemente dal Ministero dell’Economia iberico e che delinea la “posiziona della Spagna rispetto al progetto di rafforzamento dell’Unione economico e monetaria” (Uem).

Si tratta di un segnale politico importante perché, nel corso degli ultimi anni, sebbene guidata da un governo conservatore, la Spagna di Mariano Rajoy è stato il Paese Ue con le posizioni più vicine a quelle italiane sul fronte delle riforme della governance e dell’architettura istituzionale europea. Per intenderci, nel 2015 Madrid invocava apertamente l’introduzione degli eurobond: un tabù per qualsiasi esecutivo di destra del Centro e Nord Europa, a testimonianza di quanto le divisioni nord-sud contino più che quelle tradizionali destra-sinistra in questa Ue degli interessi nazionali.

Madrid si è allineata alle posizioni moderate di Berlino e Parigi per quel che riguarda le riforme della governance europea un segnale politico importante perché, nel corso degli ultimi anni, sebbene guidata da un governo conservatore, la Spagna di Mariano Rajoy è stato il Paese Ue con le posizioni più vicine a quelle italiane sul fronte delle riforme della governance e dell’architettura istituzionale europea

Nel dettaglio, il nuovo documento (qui una trattazione su El Mundo, in spagnolo), redatto sotto la supervisione del nuovo Ministro dell’Economia, Roman Escolano (il suo predecessore, De Guindos, è stato nominato vice-presidente della Banca centrale europea il mese scorso), spiega che esistono tre canali attraverso i quali le economie di un’Unione monetaria possono far fronte a degli shock: il canale finanziario, quello dell’unione economica e il canale fiscale. 

Nella nuova impostazione del Ministero spagnolo il rafforzamento del primo canale diventa l’obiettivo prioritario. In soldoni, si tratta del consolidamento dell’Unione bancaria tramite l’istituzione di uno schema di garanzia dei depositi paneuropeo (EDIS) e il rafforzamento del meccanismo unico di risoluzione. È questo il capitolo che deve essere avviato ad una rapida conclusione in occasione del prossimo Consiglio europeo di giugno. Realisticamente, è anche l’unico che – alla luce delle parole caute di Merkel e Macron a Berlino di venerdì scorso e del posizionamento degli Stati dell’area Nord-Baltico di un mese fa – possa vedere una concreta convergenza.
Per quanto riguarda l’integrazione economica, il documento spagnolo menziona (il solito) approccio coordinato nella realizzazione di riforme strutturali finalizzate alla “riduzione dei divari di competitività” tra Paesi e il “rafforzamento del Mercato unico”. Madrid segnala però che questo tipo di coordinamento – che attualmente avviene nel quadro del processo di governance del Semestre europeo – può “essere insufficiente”. Per questo serve un intervento sul fronte “fiscale”, il terzo canale.

Tolto il linguaggio tecnico: gli eurobond sono spariti dall’agenda spagnola e la nuova posizione di Madrid somiglia a una mezza via tra Berlino e Parigi. Che sia quella buona per avanzare da giugno in poi? In ogni caso, è praticamente impossibile che i frutti finali arriveranno prima del 2019.

Secondo Madrid, le politiche fiscali nell’Ue “sono coordinate tramite il Patto di stabilità e crescita, il quale si appoggia sugli stabilizzatori fiscali nazionali”. Si tratta di un arsenale utile a gestire le “fluttuazioni economiche regolari”, ma limitato “in caso di crisi”. Sebbene, gli strumenti nazionali debbano rappresentare “la prima linea di difesa”, serve aggiungere strumenti a livello Uem.

In particolare, vengono proposti: uno schema assicurativo coperto da un fondo inter-statale che possa aiutare i Paesi a coprire spese di natura welfaristica fuori dal comune per periodi limitati di tempo; un nuovo strumento a tutela degli investimenti e della crescita coordinato dalla Banca europea per gli investimenti (Bei) che possa agire a livello pan-europeo qualora una crisi colpisca l’intera Unione monetaria; il rafforzamento del Meccanismo europeo di stabilità (Mes) in funzione di piani di assistenza finanziaria soggetti a condizionalità (vedi Grecia) senza che, però, quest’ultimo sostituisca la Commissione europea per quel che riguarda il monitoraggio regolare (Semestre europeo, di cui sopra).
Nelle conclusioni del documento Madrid esplicita che “l’ordine sequenziale delle riforme è importante”, sebbene queste ultime vadano intese come un pacchetto unico: Unione bancaria nel breve periodo, rafforzamento dell’integrazione economica nel medio e, infine, attivazione di nuovi strumenti fiscali pan-europei. Durante il Consiglio europeo di giugno, i “leader europei dovrebbero avere una discussione di ampio respiro” per trovare un accordo “sull’obiettivo finale” da raggiungere in ottica rafforzamento dell’Uem.

Tolto il linguaggio tecnico: gli eurobond sono spariti dall’agenda spagnola e la nuova posizione di Madrid somiglia a una mezza via tra Berlino e Parigi. Che sia quella buona per avanzare da giugno in poi? In ogni caso, è praticamente impossibile che i frutti finali arriveranno prima del 2019.

 

(Linkiesta, 26.04.2018)

Photo CC Flickr: La Moncloa – Gobierno de España

L’asse franco-tedesco e il compromesso al ribasso. L’altra Europa? Una chimera

A parte aver indicato il mese di giugno come data chiave per l’avanzamento del processo di integrazione, il Consiglio europeo di Primavera si è concluso anche con la chiara presa d’atto di una sostanziale differenza di vedute tra i Paesi Ue sui contenuti al centro della trasformazione dell’Unione economica e monetaria, da un lato, e della governance dell’Eurozona, dall’altro.

Nelle ultime settimane, sulle pagine de ilSalto, abbiamo cercato di seguire costantemente lo sviluppo delle negoziazione sul futuro dell’Ue e dell’Eurozona, di fatto avviate nel 2017, in seguito all’elezione di Emmanuel Macron a Presidente della Repubblica francese.

In quest’ottica, in questi primi mesi del 2018, gli eventi chiave sono stati:

  • La pubblicazione di un documento accademico sottoscritto da 14 tra i più influenti economisti franco-tedeschi che delinea un progetto di riforme per rafforzare l’Eurozona (qui una discussione dei contenuti sulle pagine del think tank Bruegel);
  • Le elezioni in Austria, Italia e Ungheria che hanno visto l’affermazione di forze conservatrici, se non euroscettiche;
  • Il comunicato dei Paesi dell’area Nord-Baltica in cui si sono criticate le proposte di riforma del Presidente francese, Emmanuel Macron, sia nel metodo che nel merito;
  • Il Consiglio europeo di Primavera (marzo 2018) che ha indicato giugno 2018 come data potenziale per un accordo di massima su quale debba essere la tabella di marcia per la realizzazione consensuale di un piano di riforme.

A parte aver indicato il mese di giugno come data chiave per l’avanzamento del processo di integrazione, il Consiglio europeo di Primavera si è concluso anche con la chiara presa d’atto di una sostanziale differenza di vedute tra i Paesi Ue sui contenuti al centro della trasformazione dell’Unione economica e monetaria, da un lato, e della governance dell’Eurozona, dall’altro.

Anche per questo, qualche settimana fa abbiamo definito “cacofonia” il dibattito sul futuro dell’Ue: sono semplicemente tante – e reciprocamente conflittuali – le posizioni e visioni in campo.

È bene ribadire che lo “scontro” si snoda tutto intorno alle proposte del Presidente francese che sono state, in parte, componenti fondamentali della campagna elettorale francese del 2017. In buona sostanza, le riforme di Macron includerebbero: la trasformazione del Meccanismo europeo di stabilità (Mes) in un Fondo monetario europeo vincolato al diritto comunitario e che agisca da fondo di garanzia in situazioni di crisi; l’istituzione di un ministro delle Finanze dell’Eurozona; la creazione di un budget per gli investimenti e, più in generale, per la stabilizzazione dell’Eurozona che funga da strumento anticiclico; il completamento dell’Unione bancaria.

Tre nuovi tasselli

Dopo il Consiglio europeo di marzo, questa settimana si sono aggiunti tre tasselli importanti che possono aiutare a continuare l’analisi e cercare di capire dove si andrà a parare. In sequenza:

  • il Presidente Emmanuel Macron, ha parlato al Parlamento europeo rilanciando (in maniera parziale) il proprio piano di riforme dell’Ue;
  • in Germania, Merkel ha cercato di determinare un posizionamento del Governo tedesco (e del suo partito, la Cdu) sul tema “Europa”;
  • Macron e Merkel si sono incontrati a Berlino.

Sebbene la stampa abbia dato ampio spazio al primo evento, sono sicuramente il secondo e il terzo a essere fondamentali per capire lo stato dell’arte e il prosieguo del processo di riforme.

L’azione di Merkel al Bundestag

Dopo una serie di critiche ai piani di Macron da parte del governo tedesco (in particolare, da parte del ministro delle Finanze socialdemocratico, Olaf Scholz), della Csu (l’alleato bavarese di Merkel) e della Cdu stessa, martedi – proprio mentre Macron parlava agli eurodeputati a Strasburgo –  Merkel ha diretto un incontro a porte chiuse, tra i deputati della Cdu e della Csu presso il Bundestag. L’obiettivo? Fare chiarezza tra alleati ed evitare di mandare segnali sbagliati a Parigi. Quali sono stati i contenuti della discussione?

Secondo alcune indiscrezioni riportate da HandelsblattMerkel avrebbe proposto di allargare l’Eurogruppo (oggi composto dai ministri delle Finanze dell’Eurozona) ai rispettivi ministri dell’Economia. Nei piani della Cancelliera, si tratterebbe di creare una sorta di Eurogruppo allargato (la stampa tedesca ha già coniato il termine “Jumbo-Rat” per descrivere la nuova conformazione), il quale dovrebbe garantire un migliore coordinamento delle politiche economiche tra Paesi.

Su Die Welt, Robin Alexander ha inoltre spiegato che Merkel avrebbe confermato l’impostazione à la Schaeuble (ex ministro delle Finanze tedesco) per quanto riguarda la riforma del Mes. Il Meccanismo di stabilità dovrebbe, di conseguenza, rimanere uno strumento che segue una logica intergovernamentale e, quindi, non essere legato al diritto comunitario; tantomeno, finire sotto il controllo della Commissione europea – si tratta di una deviazione importante rispetto ai piani di Macron. Un piccolo passo in avanti (da un punto di vista “francese”) si può riscontrare nel fatto che, agli occhi di Merkel, qualsiasi decisione presa dal Mes su eventuali salvataggi finanziari futuri dovrebbe passare “soltanto” per un voto “non vincolante” dei parlamenti nazionali (in questo caso, del Bundestag). Per intenderci, oggigiorno questo voto rappresenta una vera e propria ghigliottina: molte tranche di finanziamento in favore di Atene sarebbero saltate se il Parlamento tedesco (ma non esclusivamente quest’ultimo) non avesse dato il suo assenso.

Infine, proprio la Cancelliera avrebbe ribadito ai suoi colleghi di partito che non sarà possibile portare avanti le riforme senza una modifica dei trattati europei – si tratta di un cambio di linea politica importante, se si considera le precedenti posizioni di Berlino (lo stesso quadro è confermato in un articolo di Der Spiegel).

In soldoni, Merkel ha delineato un compromesso al ribasso (sempre rispetto alle proposte di Macron) con l’intento di tenere insieme: le aspirazioni della Spd, le critiche dei conservatori e il nocciolo delle riforme dello stesso Presidente francese. Allo stesso tempo, la sfida della Cancelliera è quella di creare un progetto di trasformazione che possa ottenere l’appoggio dell’area Nord-Baltico che si era espressa criticamente qualche settimana fa (vedi sopra, il  comunicato menzionato all’inizio dell’articolo).

In realtà, già mercoledì, proprio la Spd avrebbe parzialmente bocciato il piano di Merkel, soprattutto per quel che riguarda il “Jumbo-Rat. Del resto non è difficile capire il perché. Dopo tanti sforzi per piazzare un proprio rappresentante al ministero delle Finanze dopo l’era Schaeuble, la SPD correrebbe il rischio di veder rientrare la politica europea della Cdu dalla finestra, qualora l’Eurogruppo si dovesse trasformare in un organo allargato anche ai ministri dell’economia.

Ma quanto è realistico che questo compromesso al ribasso si trasformi nei contenuti al centro  della “tabella di marcia” a cui ha fatto riferimento Macron martedì a Strasburgo e menzionata durante il Consiglio europeo di marzo? Molto, se si considera quello che si sono detti il Presidente francese e la Cancelliera ieri a Berlino.

L’incontro Merkel – Macron a Berlino

Nella conferenza stampa di giovedì che ha fatto seguito sia alla visita all’Europarlamento di Macron che alla discussione al Bundestag guidata da Merkel, i leader di Francia e Germania hanno affermato di «aver iniziato uno scambio di vedute» in funzione del Consiglio europeo di giugno. Merkel ha anche ribadito che il 19 giugno le due squadre di governo si incontreranno per discussioni più approfondite.

Non si è trattato di una riedizione dello storico “siamo d’accordo di non essere d’accordo” (“We agree to disagree”) che caratterizzò il primo incontro tra Varoufakis e Schaeuble nel 2015, ma poco ci manca.  Merkel ha voluto sottolineare che al centro del dibattito delle prossime settimane non ci saranno soltanto le questioni istituzionali-economiche, ma anche il rinnovamento della politica di accoglienza dei rifugiati (diritto di asilo) e la politica estera dell’Unione.

Incalzati da Reuters sul punto delle riforme istituzionali, Merkel ha detto: «Siamo d’accordo che l’Eurozona non è salda di fronte a nuove crisi […] ma esistono sia proposte francesi che tedesche». In questo contesto, la Cancelliera ha addirittura menzionato Schaeuble parlando dell’evoluzione del rapporto con il Fmi (Fondo monetario internazionale), prima di ribadire, ancora una volta, che “responsabilizzazione e condivisione dei rischi devono andare di pari passo”. I punti su cui si è detta ottimista? La finalizzazione dell’Unione bancaria e dell’Edis. Merkel ha detto che dobbiamo chiederci perché “le riforme in Spagna, Irlanda e Portogallo abbiano funzionato”.

Macron ha parlato della necessità di condividere «un obiettivo politico comune». Si tratta sì di migliorare la combinazione di “responsabilità e solidarietà”. In questo senso, Macron ha detto che nessuna “unione monetaria può funzionare senza strumenti di convergenza” tra Stati membri, prima di specificare che sono gli elementi di solidarietà a «non funzionare bene» nel Continente.

Rimane quindi il fatto che l’incontro di Berlino non ha minimamente sciolto di nodi concettuali sullo sviluppo dell’Uem e dell’Eurozona. In un certo senso, la Cancelliera e il Presidente si sono nascosti dietro ai temi che uniscono: il rapporto con gli Stati Uniti, la politica estera, il ruolo dell’Ue nel mondo, ecc..

L’altra Europa?

Alla luce della pallida apparizione berlinese di Merkel, è probabile che il piano di Macron subirà aggiustamenti verso gli interessi della Germania e dei Paesi del Nord Europa.

A pesare, oltre alle dinamiche interne ai Paesi (soprattutto in Germania, dove la Csu è sempre più in competizione con l’AfD e i liberali dell’Fdp) c’è l’assenza pressoché totale di governi progressisti nel resto dell’Unione: il Portogallo e la Grecia non sono voci influenti in questa discussione a 27. E nei prossimi 12 mesi non cambierà un granché.

È quindi inevitabile che dalle negoziazioni uscirà un’Europa sì modificata – in fondo, sia Macron che la Spd devono portare a casa qualcosa nei prossimi mesi -, ma in maniera poco tangibile rispetto a chi sogna un’Unione politica con capacità fiscali forti. L’altra Europa, nel breve e medio periodo, rimane una chimera.

(ilSalto, 20.04.2018)

Photo CC Flickr: Annika Haas (EU2017EE) – EU2017EE Estonian Presidency

Europa sempre più unita? Tanti annunci, pochi fatti

Soltanto un anno fa, la Commissione europea pubblicava il Libro bianco sul futuro dell’Europa delineando 5 scenari per il destino dell’Unione e chiedendo agli Stati membri di prendere una direzione chiara a favore, o contro, un approfondimento del processo di integrazione. Da allora, si sono susseguite soltanto innumerevoli elezioni (Francia, Germania, Austria, Repubblica Ceca, Ungheria) e molti proclami. Sono state pochissime invece le decisioni di rilievo (un discorso a parte andrebbe fatto per l’Unione di difesa). 

Gli eventi geopolitici delle ultime settimane sembrerebbero aver relegato in secondo piano la politica dell’integrazione europea. Probabilmente è anche per questo motivo che, martedì, il Presidente francese, Emmanuel Macron, ha preso la parola di fronte al Parlamento europeo di Strasburgo per rilanciare la sfida di una trasformazione dell’Ue. Il presidente francese ha affermato che in un “contesto illiberale” e di fronte alle “crisi geopolitiche, l’Europa” deve assumersi grandi “responsabilità”. Conseguentemente, con riferimento al futuro dell’Unione, Macron ha detto che la discussione non può svolgersi come se fosse “ordinaria”.

In linea generale, la parola chiave del discorso di Macron è sicuramente stata quella di “sovranità” che, secondo il Presidente, va “reinventata” a livello europeo “per dimostrare ai cittadini” una capacità di “protezione” da parte delle istituzioni comunitarie. Allo stesso tempo, “la democrazia rimane la migliore chance” dell’Europa. In altri termini, “sarebbe un errore abbandonare un’identità comune”, quella incarnata dalla “democrazia liberale”. Il nazionalismo? Un’ “illusione”. Ma la “rabbia dei popoli europei” va ascoltata e “non ha bisogno di pedagogia, bensì di azioni efficaci nel quotidiano”. Concretamente, “entro la Primavera 2019”, c’è bisogno di “risultati tangibili”. Gli obiettivi fondamentali? Un programma europeo che sostenga le municipalità che accolgono rifugiati; la tassazione dei giganti del web; la riforma dell’Unione economica e monetaria (Uem) e, prima della fine della legislatura, una roadmap per l’Unione bancaria e la definizione di un budget finalizzato a stabilizzare l’Eurozona”.

Il discorso di Macron è stato un intervento “politico”, non tecnico. E la discussione con i deputati europei che ha fatto seguito è stata incentrata sui temi dell’immigrazione, della politica internazionale ed energetica (intervento in Siria, dipendenza dalla Russia), della Brexit, della partecipazione dei cittadini alla vita istituzionale dell’Ue e, genericamente, del dumping sociale. È facile notare invece che si sia parlato pochissimo delle riforme istituzionali dell’Eurozona e dell’Unione economica e monetaria (a parte, i pochissimi cenni di Macron riportati sopra). Peccato però che sia proprio questo capitolo a determinare la capacità dell’Ue di influenzare la vita quotidiana dei cittadini nei singoli Paesi e a interessare, tra i tanti interlocutori, la classe dirigente italiana.

La verità è che, al netto dell’intervento di oggi e alla luce del voto italiano, l’iniziativa “macroniana” ha perso slancio

Cosa si può dire a tal proposito allora? Come procede il piano di Macron? È utile ricordare, in sintesi, gli elementi fondamentali del piano francese: completamento dell’Unione bancaria, creazione di un budget fiscale per l’Eurozona, istituzione di un ministro dell’Economia europeo e trasformazione del Meccanismo di stabilità europeo (Mes) in un fondo monetario europeo ancorato al diritto comunitario. Il partner fondamentale per realizzare questa trasformazione dovrebbe essere, agli occhi di Parigi, la Germania di Angela Merkel.

La verità è che, al netto dell’intervento di oggi e alla luce del voto italiano, l’iniziativa “macroniana” ha perso slancio. A confermarlo ci sono numerosi articoli della stampa tedesca e internazionale pubblicati negli ultimi giorni. Su Euractiv, Andrew Rettman scrive che la Germania si sta mostrando sempre più recalcitrante all’idea di “condividere la propria ricchezza” con gli altri Stati europei. Inoltre, vengono riportate le parole del Presidente della Bundesbank, Jens Weidmann e del vice-Capogruppo al Bundestag della CDU/CSU di Angela Merkel, Ralph Brinkhaus. Se il primo avrebbe ribadito la (nota) opposizione a qualsivoglia “destinazione eurobond”, il secondo avrebbe addirittura frenato sia sul fronte della creazione dell’EDIS (si tratta dello “Schema europeo di assicurazione dei depositi bancari” – un elemento fondamentale per completare il progetto dell’Unione bancaria), che della trasformazione del Mes in un fondo monetario europeo.

Ma oltre il fronte conservatore, anche il ministro delle Finanze, Olaf Scholz (SPD), ha recentemente commentato lo scenario ai microfoni della Frankfurter Allgemeine Zeitung: “Non tutti i piani del Presidente francese sono realizzabili” (qui, alcuni estratti in inglese). Allo stesso tempo, va detto che, proprio dalle file della SPD, è arrivato l’invito a Merkel di prendere posizione (Der Spiegel) sul tema. Un intervento della Cancelliera sarebbe sicuramente necessario al fine di, da un lato, abbassare il volume delle voci scettiche interne al suo partito, e, dall’altro, ribadire la posizione della coalizione (appoggio in linea di massima alle riforme di Macron). Sulla stessa lunghezza d’onda si colloca il partito ecologista tedesco. Ci sono poi le associazioni di categoria degli industriali che hanno chiesto al Governo di “plasmare” in maniera rilevante il processo di riforme.

Nel suo discorso, Macron ha affermato che “il prossimo budget europeo deve incarnare una scelta politica” sul futuro dell’Unione. È sicuramente più facile a dirsi, che a farsi

Ma dipende veramente tutto da Berlino? No. E, a tal proposito, va aggiunto che le posizioni tedesche non sono, ormai, le più intransigenti nel contesto europeo. In un comunicatocongiunto di qualche settimana fa, il blocco di Paesi membri del nord Europa e dell’area Baltica hanno ribadito la loro contrarietà, sia nel merito che nel metodo, al processo di riforme abbozzato da Macron e condiviso – per ora soltanto a parole e a fasi alterne – da Angela Merkel. Capitolo a parte merita poi il blocco Austria-Viségrad, sempre più lontano dal cuore dell’Ue da un punto di vista dei “valori” e delle pratiche di governo (e, forse, anche economicamente, come dimostra il ruolo sempre più rilevante della Cina nell’area – si veda Politico).

Durante l’ultimo Consiglio europeo di marzo, era stato affermato che il mese di giugno 2018 sarebbe stato il momento più adatto per trovare una quadra tra le varie posizioni in campo: Europa del Nord – Germania – Francia – Europa dell’Est e Paesi del Sud. Ma alla luce di quanto esposto e considerando anche le parole di Macron – il quale ha affermato che l’orizzonte utile per la roadmap è la fine dell’attuale “legislatura parlamentare europea” – si tratta di uno scenario irrealistico. Ci vorrebbe, in alternativa, un colpo di genio diplomatico, o, più semplicemente, un accordo di “minimo comun denominatore”, il quale però, a sua volta, annienterebbe lo spirito delle riforme (e dell’elezione) di Macron. 

Nel frattempo, oltre al capitolo “riforme” c’è poi da portare avanti la negoziazione sul Quadro di finanziamento pluriennale (Qfp) che determinerà l’allocazione e le coperture del budget dell’Ue dal 2020 al 2027. In questo contesto, i Paesi membri sembrerebbero – ancora una volta – divergere: chi si assumerà la responsabilità di coprire il buco lasciato dal Regno Unito? Quali saranno le politiche poste al centro dei prossimi 7 anni di governo comunitario? Nel suo discorso, Macron ha affermato che “il prossimo budget europeo deve incarnare una scelta politica” sul futuro dell’Unione. È sicuramente più facile a dirsi, che a farsi. 

Soltanto un anno fa, la Commissione europea pubblicava il Libro bianco sul futuro dell’Europa delineando 5 scenari per il destino dell’Unione e chiedendo agli Stati membri di prendere una direzione chiara a favore, o contro, un approfondimento del processo di integrazione. Da allora, si sono susseguite soltanto innumerevoli elezioni (Francia, Germania, Austria, Repubblica Ceca, Ungheria) e molti proclami. Sono state pochissime invece le decisioni di rilievo (un discorso a parte andrebbe fatto per l’Unione di difesa). Tra un anno si voterà per rinnovare il Parlamento europeo, ma il senso di questa Unione (a parte favorire il consolidamento del Mercato Unico) sembra sempre più avvolto dalla nebbia. Nonostante gli sforzi di Macron.

 

(Linkiesta, 19.04.2018)

Photo CC Flickr: Jeso Carneiro

Jeffrey D. Sachs: “Dall’Italia dipende il destino dell’Unione europea”

In un’analisi pubblicata su Politico.eu, Matteo Garavoglia (Ricercatore associato Università di Oxford) scrive che l’Italia ha bisogno di nuovi volti politici che possano rilanciare una politica progressista pragmatica, in linea con i valori europei. La vittoria delle forze populiste, in Italia come altrove, apre scenari imprevedibili. Ma in un simile contesto, l’affermazione di figure “à la Macron” potrebbe rivoluzionare l’intero scacchiere politico. Insomma, non è detto che i successi dei vari Wilders, Le Pen, ecc. arrivino per nuocere, nel medio periodo. Come dire, qualcuno dovrebbe accettare la sfida lanciata da questi ultimi e cogliere l’occasione di un elettorato liberale in cerca di una nuova “offerta politica”.

Su Project Syndicate, Jeffrey D. Sachs, noto economista ex-FMI e Direttore del Center for Sustainable Development della Columbia University usa toni meno enfatici con riferimento allo stato del Belpaese e suggerisce prospettive diverse. Per Sachs, dagli sviluppi politici italiani, dipenderà niente meno che il destino dell’Unione europea. L’Italia ricopre un ruolo “chiave” in quanto si colloca, sia geograficamente che politicamente, all’intersezione delle divisioni inerenti, da un lato, la distribuzione della ricchezza fra il nord-Europa e il sud-Europa, e, dall’altro, la battaglia fra un’Unione “aperta” e il ritorno al “nazionalismo”. In questo senso, Sachs appoggia apertamente un’alleanza tra il Movimento5Stelle e il Partito Democratico (con quest’ultimo a capo del Ministero delle finanze) affinché Roma possa unirsi agli sforzi franco-tedeschi di riformare l’Ue.

In un articolo a metà fra analisi e reportage pubblicato su Handelsblatt, Regina Krieger scrive di una mai del tutto sopita passione di una fetta della popolazione italiana per la Lira. Ripercorrendo alcune tappe della scorsa campagna elettorale, Krieger sostiene che il tema della sovranità-monetaria non sia più all’ordine del giorno del dibattito politico italiano, ma che alberghi ancora in determinati nostalgici. Intanto il Financial Times si focalizza sui dati “deludenti” dell’industria del Belpaese e della Francia. Giada Zampano e Joshua Posaner su Politico.eu scrivono di Alitalia. In particolare, l’articolo sottolinea come i problemi politici legati alla formazione di un nuovo esecutivo si riverberino sul processo di vendita della compagnia tricolore.

Die Welt ha rilanciato i contenuti di un’intervista rilasciata dal magistrato Nicola Gratteri a una testata regionale del Paese. Gratteri punta il dito contro la debolezza dei sistemi normativi europei in funzione anti-mafia e getta luce sulla dimensione internazionale della criminalità organizzata di origini italiane. “La politica tedesca non vede alcun problema nella presenza della mafia” nel Paese ha specificato Gratteri che ha quindi spiegato come siano a rischio le dinamiche democratiche-elettorali non solo italiane. Sulla stessa testata poi, è stato pubblicato un’intervista-ritratto con Davide Casaleggio, l’“eminenza grigia del partito più forte d’Italia”. Nel dialogo con Constanze Reuscher, Casaleggio si descrive come un “attivista” e rifiuta i paragoni con Berlusconi. Inoltre dice che chi ha paura degli ideali legati alla democrazia diretta digitale non “è ben informato”.

(ilSalto, 13.04.2018)

Photo CC Flickr: APEC 2013

La partita (tutta in salita) di Macron in Europa

Bruno Le Maire, ha detto che Francia e Germania condividono fondamentalmente una visione simile per il futuro dell’Uem. E lo ha affermato in seguito a un incontro con Olaf Scholz – il ministro delle finanze tedesco, succeduto a Schaeuble – avvenuto nei giorni scorsi. Quello che resta da capire è se questa visione “comune” non si tradurrà, fondamentalmente, in un appiattimento della Francia sulle posizioni tedesche.

Oggi, a Bruxelles, nel quadro del cosiddetto Consiglio europeo di Primavera (“Spring European Council”), i primi ministri dell’Eurozona discuteranno nuovamente le prospettive di un approfondimento dell’Unione economica e monetaria (Uem).

Nel documento introduttivo al dibattito pubblicato dalle istituzioni comunitarie, si specifica che l’incontro potrebbe servire a scambiare opinioni riguardo a due macro-tematiche:

  • Sviluppo di una capacità fiscale europea. L’Eurozona dovrebbe dotarsi di una capacità di azione fiscale comune, come, per esempio, strumenti di stabilizzazione macroeconomica, di supporto agli investimenti e all’occupazione, alla promozione di riforme strutturali? Tale capacità dovrebbe essere parte integrante del budget attuale dell’Ue, o dovrebbe essere coperta da un bilancio apposito?
  • Promozione di politiche virtuose. A livello europeo, dovrebbe essere fatto di più per realizzare riforme strutturali indirizzate allo sviluppo di una maggiore competitività, della crescita, della convergenza e alla riduzione dei disequilibri commerciali? Dovrebbe essere fatto di più per garantire una maggiore responsabilità fiscale da parte degli Stati nazionali? E quali strumenti dovrebbero essere utilizzati eventualmente?

Come si evince da questa formulazione, non esiste ancora un consenso riguardo al processo di riforma dell’Uem. Anzi, è lo stesso testo a mettere nero su bianco lo stallo: “Molte delle tematiche all’ordine del giorno sono state trattate innumerevoli volte dai ministri dei Paesi coinvolti”, ma, per ora, “è stato trovato soltanto un livello minimo di consenso”. È per questo che – recita ancora il documento – serve una discussione tra i massimi rappresentanti di governo. Allo stesso tempo, si specifica però che la giornata si concluderà senza un documento ufficiale.

Del resto, già venerdì scorso, Macron e Merkel si erano accordati soprattutto su una metodologia di lavoro. Una road-map che delineerà concretamente le tappe del processo di riforme non sarà presentata prima del Consiglio europeo di giugno.

Cosa aspettarsi quindi dal meeting in corso? Probabilmente dichiarazioni incentrate sullo stato di avanzamento dell’Unione bancaria, unico punto non (troppo) controverso, e considerazioni generali sulla necessità di implementare riforme strutturali a favore della crescita. Gli altri cantieri (riforma del Meccanismo di stabilità europeo, sviluppo di un budget per gli investimenti e istituzione di un ministro europeo dell’Economia) resteranno avvolti dalla nebbia.

Grazie a un paio di analisi pubblicate questa settimana da media europei, nonché a partire da alcune dichiarazioni politiche rilevanti, si può tuttavia cercare di capire quali siano gli scenari di riforma più realistici per l’Uem.

Secondo l’esperta di politica francese, Claire Demesmay (Gesellschaft fur Auswertige Politik), citata da Die Zeit, l’incertezza del posizionamento tedesco (causato dall’assenza di un governo durante gli ultimi 6 mesi, ma, più in generale, da una politica tedesca tipicamente “merkelliana” caratterizzata dallo scarso decisionismo) ha incentivato altri Paesi a farsi avanti in relazione agli scenari di riforma dell’Uem. Così, in risposta alle velleità del Presidente francese, molti esecutivi avrebbero preso una posizione decisamente conservatrice (si veda a proposito l’articolo pubblicato su ilSalto settimana scorsa).

Quali sarebbero le conseguenze? La Germania potrebbe tranquillamente “nascondersi dietro allo scetticismo di altri Membri dell’Unione” – sottolinea ancora Demesmay – e far cadere nel vuoto le proposte di Macron senza, allo stesso tempo, compromettere l’asse Berlino-Parigi. La principale “vittima” di questo processo – è evidente – sarebbe proprio il Presidente francese. In questo senso, Ulrike Guérot (Donau Universitat Krems) parla di una “negligenza” tedesca in materia di “riforme dell’Eurozona”.

È da notare che nelle ore precedenti al Consiglio europeo, Macron si è incontrato con il primo ministro olandese conservatore, Mark Rutte, uno dei principali governi a ostacolare un cambiamento in senso progressista dell’Uem. Sebbene entrambi siano dei liberisti, il primo è in cerca di un’Europa più federale, il secondo no. L’incontro si è concluso con una dichiarazione di intesa su tutti i fronti, tranne che su quello economico-fiscale, appunto. Lo scambio Macron-Rutte dimostra quanto quella che sembrava essere soltanto una partita franco-tedesca sia in realtà una trattativa multi-polare. E, soprattutto, sempre più in salita per la Francia. A maggior ragione, in assenza di alleati stabili come poteva esserlo un governo italiano a guida Pd.

A queste riflessioni di massima, va aggiunto che sono poi comparse le prime voci francesi dai “tratti teutonici”. A detta di Politicola Vice-Presidente della Banca centrale francese, Sylvie Goulard, ha reso noto che bisogna essere “modesti” e che l’istituzione di un ministro dell’Economia europeo e di un budget per gli investimenti nell’Eurozona non contano. Meglio procedere con riforme realistiche. Le parole di Goulard, già eurodeputata, nonché (per brevissimo tempo) ministra della Difesa, non vanno sottovalutate. Si tratta, a tutti gli effetti, della prima uscita pubblica proveniente dal campo-Macron che infrange l’immagine di Parigi quale propulsore di un cambiamento radicale del funzionamento dell’Eurozona.

D’altra parte, il ministro dell’Economia francese, Bruno Le Maire, ha detto che Francia e Germania condividono fondamentalmente una visione simile per il futuro dell’Uem. E lo ha affermato in seguito a un incontro con Olaf Scholz – il ministro delle finanze tedesco, succeduto a Schaeuble – avvenuto nei giorni scorsi. Quello che resta da capire è se questa visione “comune” non si tradurrà, fondamentalmente, in un appiattimento della Francia sulle posizioni tedesche.

(ilSalto, 23.03.2018)

Il futuro dell’Ue? Una cacofonia

Lunedì 6 marzo, tramite un comunicato stampa congiunto, Danimarca, Estonia, Finlandia, Irlanda, Lettonia, Lituania, Olanda e Sveziahanno scritto che qualsivoglia modifica dell’attuale assetto dovrebbe concentrarsi sul “completamento dell’Unione bancaria e sulle riforme strutturali e le politiche fiscali nei singoli Paesi”, in linea “con le regole comunitarie”

I ministri delle finanze di otto nazioni del Nord Europa e dell’area Baltica hanno smorzato l’entusiasmo franco-tedesco per un eventuale processo di riforma europeo volto a modificare i connotati dell’Unione economica e monetaria (Uem).

Lunedì 6 marzo, tramite un comunicato stampa congiunto, Danimarca, Estonia, Finlandia, Irlanda, Lettonia, Lituania, Olanda e Sveziahanno scritto che qualsivoglia modifica dell’attuale assetto dovrebbe concentrarsi sul “completamento dell’Unione bancaria e sulle riforme strutturali e le politiche fiscali nei singoli Paesi”, in linea “con le regole comunitarie”. Tradotto: lasciamo perdere, almeno per il momento, progetti quali l’istituzione di un ministro delle Finanze europeo e lo sviluppo di un budget dell’Eurozona per gli investimenti, entrambi abbozzati dal Presidente francese, Emmanuel Macron, e condivisi parzialmente dalla neonata coalizione GroKo in Germania.

I Paesi di questo gruppo misto Nord-Baltico elencano numerosi punti fermi per il futuro del processo di integrazione.

Più a destra di Merkel

Iniziando dalle questioni di metodo, nel comunicato viene ribadito che qualsiasi piano di riforme relativo all’Uem deve essere “inclusivo”. Anche i Paesi che non fanno parte dell’Eurozona dovrebbero poter partecipare, su base volontaria, alle discussioni sul futuro del processo di integrazione. A prescindere dai temi specifici. Tra le righe, qui si legge, da un lato, una critica a Francia e Germania – i due Paesi hanno a più riprese ribadito che un rilancio del processo di integrazione dipende e passa dall’asse Berlino-Parigi -, dall’altro, una scarsa sintonia con il discorso dell’“integrazione a due velocità”.

Passando al merito delle potenziali riforme, gli 8 Paesi sottolineano che il Patto di stabilità e crescita (Psc) non si discute e che un’ Uem rinforzata passa dagli interventi strutturali a livello nazionale. In secondo luogo, qualsiasi processo di riforma dovrebbe incentrarsi su opzioni che godono di un supporto a livello di opinioni pubbliche nazionali. Letteralmente, la discussione dovrebbe incentrarsi sui “bisogni” (“need to have”, tdr.) e non sui “desideri” (“nice to have”, tdr.). Ovvero: “il completamento dell’Unione bancaria, la trasformazione del Meccanismo europeo di stabilità (Mes) in un Fondo monetario europeo” e il rafforzamento di un’ “agenda di libero scambio”.

Entrando nel dettaglio delle tre aree di riforma, per quanto riguarda l’Unione bancaria, gli elementi chiave (e prioritari) sarebbero quelli già delineati nella Roadmap to Complete the Banking Union del 2016: la definizione di margini di liquidità adeguati per garantire le procedure di bail-in, il completamento di politiche virtuose per gestire i cosiddetti non-performing loans e la minimizzazione degli aiuti di Stato. Che fine ha fatto lo schema di assicurazione europeo per i depositi (Edis)? I ragionamenti tecnici “dovrebbero essere portati avanti”, mentre le “discussioni politiche” possono partire soltanto a fronte di un progresso sul fronte della “riduzione del rischio”. Il tutto dovrebbe poi procedere di pari passo con il rafforzamento dell’Unione dei capitali. Punto numero due: Meccanismo europeo di stabilità. Il Mes dovrebbe godere di maggiore responsabilità per lo sviluppo e il monitoraggio dei programmi di assistenza finanziaria-fiscale di cui beneficiano Paesi in stato di crisi. Il processo decisionale interno all’istituto dovrebbe inoltre rimanere “intergovernativo” e basato sulle attuali regole di voto. Appare netta quindi l’opposizione all’idea di ancorare il Mes a un procedimento di supervisione (oltre che di democratizzazione e politicizzazione) parlamentare. In generale, tra le righe (e con un po’ di malizia), si può leggere la predilezione, da parte dei Paesi firmatari, per un ruolo sempre meno incisivo della Commissione europea a favore del Mes.

Infine, i ministri delle finanze sottolineano la necessità di sviluppare il prossimo Piano di finanziamento pluriennale europeo (Qfp), combinando meglio l’allocazione delle risorse all’implementazione di riforme strutturali. Queste ultime avrebbero dimostrato – nel corso e dopo la crisi –  la loro “efficacia”.

Cosa ci dice tutto ciò?

Il comunicato aggiunge nuovi elementi al dibattito sul processo di di riforme europeo che ha preso piede dopo le elezioni francesi dell’anno scorso. Peccato però che, a questo punto e metaforicamente parlando, la discussione somigli molto più a una “cacofonia” (per farsi un’idea della molteplicità e diversità delle posizioni in campo, ecco una carrellata di contenuti pubblicati negli ultimi giorni da varie testate internazionali: #1, #2, #3, #4, #5).

A livello di principio, Danimarca & co. sembrerebbero in linea con la visione della CDU tedesca. Ma quest’ultima ha aperto a un processo di riforma più ampio per andare incontro a Macron, nel contesto della neonata GroKo. Ne consegue, che la posizione qui delineata è lontana da quella di Parigi e, naturalmente, da quella del Sud Europa (soprattutto, Portogallo e Grecia). Inoltre, è da notare la presa di distanza olandese nei confronti della Germania.

Semplificando (di molto) il quadro politico continentale, si intravede, in funzione dei piani futuri di riforma, la costituzione di alcuni blocchi distinti di Paesi caratterizzati da interessi diversi:

  • Il blocco Nord-Baltico;
  • L’asse Berlino-Parigi che comprende anche Lussemburgo e Belgio;
  • Il gruppo del Sud: Portogallo, Grecia e Spagna;
  • Il blocco Visegrad: Polonia, Ungheria, Repubblica Ceca e Slovacchia;
  • Gli “aspiranti Schengen”, Bulgaria e Romania;

E tutti gli altri? Per il momento fluttuano tra questi gruppi in attesa di collocarsi. Considerando il voto di domenica, dall’Italia ci si potrebbe aspettare un riposizionamento da qualche parte, tra Visegrad e il gruppo del Sud. L’Austria, al contrario, si trova tra Visegrad e il blocco Nord-Baltico.

Ma a questo punto, la domanda cruciale diventa: per il futuro dell’Unione e dell’Eurozona, che tipo di compromesso potrà nascere da una tale frammentazione politica?

(ilSalto, 09.03.2018)

Euro sì o no? Il dilemma della sinistra europea

Le differenze sono sottili, eppure sostanziali. Varoufakis e Hamon credono che una modifica dei trattati comunitari sia necessaria, ma nel medio periodo. Nel frattempo – e attraverso le già menzionate infusioni di trasparenza e democratizzazione – sarebbe possibile dare un tratto più sociale a questa Unione. Per i vari Mélènchon-Fassina invece no: la modifica dei trattati serve subito. Altrimenti? Ci deve essere un “piano B”, quello dell’uscita dall’Euro, dell’istituzione di un sistema coordinato di valute nazionali e un’unità di conto comune.

“Per il Partie de Gauche (PG) e, indubbiamente, per altri partiti della Sinistra europea, è diventato impossibile venire associati allo stesso movimento di Syriza […] .” È questo il verdetto che il Partie de Gauche di Jean Luc Mélènchon ha emesso, attraverso un comunicato, sul proprio sito web.

Il PG ha di fatto chiesto l’espulsione del Partito greco dalla federazione comunitaria dei partiti della sinistra. Perché?

Nel comunicato si legge che il PG esprime il proprio “dispiacere” in relazione alla promozione, da parte di Tsipras, della logica dell’austerità al punto da restringere il diritto di sciopero, “sottomettendosi agli ordini della Commissione europea” (CE). La risposta di Syriza si è fatta tweet: la richiesta di Mélènchon sarebbe “anti-democratica, provocatoria e divisiva.”

La querelle tra PG e Syriza è il sintomo di un interrogativo più ampio che assilla silenziosamente le anime della sinistra del Vecchio Continente: Unione europea sì, o Unione europea no?

Questo è il problema

Per una parte sempre più significativa della classe dirigente della sinistra, il processo di integrazione si sta trasformando da “causa comune” in argomento controverso, se non divisorio.

Non importa dove si vada all’interno dei Paesi cosiddetti centrali dell’Ue e dell’Eurozona: ovunque, si ha la sensazione che i partiti della sinistra “radicale” stiano quantomeno “affrontando” un dibattito interno, sull’opportunità di rimanere nell’Eurozona — se non, nell’Unione europea tout court.

In Germania, Sahra Wagenknecht della Die Linke si è espressa in modo ambiguo sull’Ue nel recente passato. Nel 2013, con riferimento alla compressione dei salari nel Paese, Wagenknecht ha detto: “Su i salari, o fuori dall’Euro” (Lohne rauf, oder aus dem Euro rausSaarbrucker Zeitung). L’anno scorso, parlando del Belpaese, ha usato parole simili: “O si riforma l’Eurozona, oppure l’Italia sarà costretta a uscire dall’area valutaria comune” (Die Zeit).

In Francia, i dirigenti del movimento La France Insoumise hanno lanciato messaggi altrettanto forti. Nel 2016, Mélènchon ha fatto capire che, qualora fosse costretto a scegliere tra sovranità ed Euro, opterebbe per la prima. Senza contare poi che, nel 2017, ai microfoni di Radio 1, il leader di PG ha proposto un “referendum sull’Euro” (video), nel caso in cui non si modifichi la missione della Banca centrale europea.

Ma la lista degli episodi/dichiarazioni va al di là dell’asse Berlino-Parigi. In Italia per esempio, all’interno di Sinistra Italiana — partito confluito nel progetto di coalizione di Liberi e Uguali — Stefano Fassina, economista ex-Pd, ha sferrato attacchi robusti contro l’Eurozona, scrivendo apertamente della necessità di “superare l’Euro.” E anche nelle file di Potere al Popolo, esistono posizioni radicali come quella di Eurostop (si veda l’intervista con Giorgio Cremaschi su ilSalto). Infine, c’è Senso Comune (SC), un movimento associativo-politico che si sta radicando sul territorio italiano, e che rivendica un’uscita dall’Euro, se non, addirittura dall’Ue ( si legga l’editoriale di Thomas Fazi — co-fondatore di SC — su Social Europe). Capitolo a parte per la Spagna, dove Podemos ha sempre taciuto, in maniera ambigua, la propria posizione sull’Europa e sulla moneta unica: l’ordine è la patria sovrana. O, per dirla ancora con Errejon, “un partito di sinistra che non rivendica l’identità nazionale” sarebbe “inutile.”

Una tragedia europea

D’accordo, ma cosa c’entra tutto questo con Tsipras e la Grecia? Molto.

La gestione della crisi ellenica del 2015 da parte delle istituzioni europee, nonché la la condotta di Syriza in seguito, hanno rappresentato, agli occhi della sinistra del Vecchio Continente, uno spartiacque, un trauma ben più importante rispetto alla crisi finanziaria del 2007-2008.

Quest’ultima è originata negli Stati Uniti ed è stata causata dai mercati. La prima invece, è nata in Europa ed è stata “rafforzata” — questa l’interpretazione della sinistra radicale — da un consesso di “attori” istituzionali (chiamatela Troika, se volete) e partitici. Molti di quest’ultimi sono i partiti della socialdemocrazia europea e, per l’appunto, Syriza: Alexis Tsipras è il prescelto che non compie la sua missione storica e che tradisce la volontà popolare.

Da un punto di vista più generale, gli eventi di Atene avrebbero illuminato uno “stato di fatto:” quello di un’Unione piegata agli interessi di un’area politica ed economica precisa — quella liberale — e, punto importante, difficilmente modificabile. Per dirla con Fassina, oggigiorno non vi sarebbero “le condizioni politiche per orientare l’euro in senso pro-labour.” Anche perché “il mercantilismo tedesco ha radici profonde”— Sostiene l’ex-PD.

La versione di Varoufakis

Tra la socialdemocrazia dello status quo e la sinistra radicale affascinata da un’uscita dall’Unione, esiste poi la “versione di Varoufakis”. Proprio dalla debacle ateniese, il ministro delle Finanze greco è risorto con il suo movimento paneuropeo Diem25, (Democracy in Europe Movement 2025), una rete internazionale di attivisti che credono nel rilancio del progetto Ue e che si candiderà alle elezioni del Parlamento europeo del 2019.

Secondo Varoufakis, l’Unione si può e deve cambiare “da dentro”, tramite vincoli di “trasparenza e democraticità” da applicare alle procedure decisionali di organi quali il Consiglio europeo e l’Eurogruppo. Chi altro rientra in questa area? Benoit Hamon, l’ex-candidato del Partito socialista (PS) francese alle elezioni presidenziali del 2017 (e ora guida di un nuovo movimento progressista indipendente dal PS, Génération-s), nonché la star dell’economia alternativa, Thomas Piketty. Una critica alla strategia politica di Varoufakis è arrivata però per mano di Jonathan Shafi, sulle pagine del The Independent. Secondo Shafi, non potrebbe esistere un’opzione marxista nel quadro dell’Ue. Varoufakis sarebbe, quantomeno, naive quando dice che “è necessario salvare l’Ue da se stessa” (qui lo scambio di tweet tra Varoufakis e Shafi).

Jonathon Shafi@Jonathon_Shafi

Thanks to @yanisvaroufakis for sharing my comments – written in spirit of debate – on EU strategy for @IndyVoices yesterday. These are difficult and complex issues that we should be able to debate as progressives. https://twitter.com/yanisvaroufakis/status/959320413984575490?ref_src=twcamp%5Eshare%7Ctwsrc%5Em5%7Ctwgr%5Eemail%7Ctwcon%5E7046%7Ctwterm%5E0 

Yanis Varoufakis

@yanisvaroufakis

Your article was apt: The progressives’ approach to institutions created to pursue the interests of oligarchies (at national our European level) needs to be nuanced and can never be a sublime matter.

In ogni caso, l’ipotesi dell’ex ministro delle Finanze greco rappresenta, all’interno della bolla della sinistra europea, il contrappeso alle frange dell’exit. Eppure, a ben vedere però, entrambe le aree chiedono una modifica dei trattati comunitari. Quindi?

Le differenze sono sottili, eppure sostanziali. Varoufakis e Hamon credono che una modifica dei trattati comunitari sia necessaria, ma nel medio periodo. Nel frattempo – e attraverso le già menzionate infusioni di trasparenza e democratizzazione – sarebbe possibile dare un tratto più sociale a questa Unione. Per i vari Mélènchon-Fassina invece no: la modifica dei trattati serve subito. Altrimenti? Ci deve essere un “piano B”, quello dell’uscita dall’Euro, dell’istituzione di un sistema coordinato di valute nazionali e un’unità di conto comune. Sono già esistite in passato e si chiamavano rispettivamente “serpente monetario” ed “Ecu” (European currency unit). La storia si ripeterà? Difficile dirlo. Ma è probabile che, da qui alle elezioni del Parlamento europeo del 2019, nella sinistra europea, la spaccatura sull’Unione si allargherà e metterà un’intera classe dirigente di fronte a una scelta scomoda: Unione sì, o Unione no?

(TheSubmarine, 22.02.2018)

L’Eurogruppo cambia faccia con il Presidente portoghese Centeno

Mário Centeno, il Ministro delle finanze portoghese succede a Jeroen Dijsselbloem, più volte accostato alle posizioni di Wolfgang Schaeuble. Questa nomina porterà a un cambio di direzione in termini economico-politici dell’Eurogruppo?

Questa settimana, Mário Centeno, il Ministro delle finanze portoghese ha presieduto la sua prima riunione dell’Eurogruppo da Presidente dell’organo di coordinamento politico-informale dell’Eurozona.

Centeno succede a Jeroen Dijsselbloem, volto noto dell’entourage comunitario, nonché ex-Ministro delle finanze olandese. Quest’ultimo ha ricoperto un ruolo di primo piano nel corso delle negoziazioni sul terzo bailout greco, nella prima metà del 2015. Più volte accostato alle posizioni di Wolfgang Schaeuble, l’olandese è stato uno dei principali avvocati del rigore fiscale a Bruxelles.

Centeno proviene da un Paese, il Portogallo, governato da un Esecutivo composto da un’alleanza di centro-sinistra – sinistra radicale in cui siede anche un partito di affiliazione comunista. Grazie agli ottimi risultati di consolidamento delle finanze pubbliche e in materia di politiche di investimento, Lisbona è diventata, nel corso dell’ultimo anno, un esempio alternativo di gestione delle politiche economiche nazionali nell’alveo comunitario.

È quindi legittimo chiedersi se la nomina di Centeno implichi un cambio di direzione in termini economico-politici dell’Eurogruppo. Non necessariamente.

Tra politica e questioni tecniche

La figura del Presidente è infatti una figura “politica” e di mediazione tra le varie posizioni presenti all’interno dell’organo istituzionale. Le questioni e soluzioni di politica economica dell’Eurozona vengono discusse ed elaborate soprattutto in seno a un gruppo di lavoro tecnico (EWG, Eurogroup Working Group) che è all’opera su base continuativa e, soprattutto, in anticipo rispetto alle riunioni “ufficiali” dell’Eurogruppo.

A questo proposito, va notato che, insieme a Dijsselbloem, anche il Presidente dell’EWG, Thomas Wiesner (statunitense-austriaco) ha lasciato il posto al suo successore, Hans Vijlbrief, in arrivo da Amsterdam.

In un certo senso quindi l’Eurogruppo ha mantenuto una continuità tra le due gestioni. È importante sottolineare che Thomas Wiesner era stato ritratto da molti giornali e riviste europee come la vera mente dietro allo sviluppo dell’Unione bancaria, nonché del bailout greco.

Che tutto cambi affinché nulla cambi?

È però innegabile che i cambiamenti a Bruxelles siano accompagnati da grandi modifiche nell’assetto delle Capitali europee.

In primo luogo, il passaggio di Wolfgang Schaeuble dal ministero delle Finanze alla Presidenza del Bundestag in Germania, nonché l’arrivo di Bruno Le Maire – nuovo ministro delle Finanze francese – a Parigi, indicano una sorta di cambio di stagione.

Ma non è affatto facile – complice le negoziazioni laboriose per una nuova Grosse Koalition (GroKo) in Germania – capire quale potrebbe essere il risultato finale di un percorso di riforma dell’Eurozona, finora soltanto invocato o ipotizzato da Berlino e Parigi.

Quel che è sicuro è che Centeno dovrà gestire gran parte della mediazione tra Stati membri all’interno dell’Eurogruppo. Un compito non facile, se, al di là delle intese sull’asse Macron-Merkel, si prendono in considerazione gli “arroccamenti” di Vienna (si è appena insediato un Governo destra-destra radicale) e L’Aia.

Il lavoro da fare

In una lettera pubblicata dalla testata Politico (dal titolo poco elegante a dire il vero: “La descrizione del tuo lavoro”), Guntram Wolff, il direttore del think tank Bruegel, ha fatto gli auguri a Centeno, elencando anche alcune personalissime considerazioni sulle priorità dei prossimi mesi.

Oltre alla “questione greca” che sembrerebbe scivolare lentamente fuori dai radar dell’Eurogruppo (questa settimana, i 19 ministri delle finanze si sono accordati sull’ultima tranche di assistenza a favore di Atene), il punto fondamentale rimane appunto quello della “riforma dell’Eurozona”.

Secondo Wolff – il quale scrive apertamente di non condividere l’“ottimismo della Commissione” rispetto a un potenziale “rilancio del percorso di integrazione”, per altro evocato da Jean Claude Juncker nel corso dell’ultimo discorso sullo Stato dell’Unione – c’è da chiudere il capitolo “Unione bancaria”. Tradotto: convincere la Germania a fare gli ultimi passi necessari verso l’istituzione di uno schema di assicurazione europeo dei depositi bancari (European Deposit Insurance Scheme, EDIS).

In secondo luogo, ci sarebbe da riformare le regole in materia di supervisione fiscale della Commissione, a volte “opache” e “mal indirizzate”. Servirebbero nuove regole che assicurino “la sostenibilità del debito” e “buone politiche di stabilizzazione” a livello nazionale. Queste ultime dovrebbero “agire contro” le recessioni che colpiscono l’intera Eurozona.

In terzo luogo, c’è il capitolo MES (Meccanismo europeo di stabilità) del quale andrebbero modificate – sempre secondo Wolff – le regole di voto interne. Inoltre, il MES dovrebbe essere obbligato a render conto delle proprie decisioni e operazioni al Parlamento europeo. Un po’ come succede per Draghi e la Banca centrale europea, ogni anno (per un’analisi estesa del dibattito sulla riforma del MES, ecco un approfondimento a cura di EuVisions).

La tabella di marcia

Al di là delle raccomandazioni di turno, quanto di tutto questo avverrà? E qual è la tabella di marcia?

Centeno ha già visitato un paio di Capitali europee. Su tutte, Berlino, nella quale si è incontrato con Peter Altmaier, ministro delle Finanze tedesco ad-interim.

Nel corso di un’intervista rilasciata a Handelsblatt (e ripresa da Euractiv), il neo-nominato Presidente ha incalzato i partiti tradizionali tedeschi a creare un governo per poter portare avanti le riforme a Bruxelles. Esisterebbe già “un primo pacchetto di riforme da completare entro giugno” del 2018. Quest’ultimo comprenderebbe appunto la finalizzazione dell’EDIS.

Centeno si è inoltre detto felice dell’apertura da parte di una potenziale GroKo rispetto alla creazione di una sorta di “budget per gli investimenti” all’interno dell’Eurozona, specificando anche però che, “quest’ultimo, verrebbe attivato soltanto in cambio di riforme strutturali nei Paesi beneficiari”.

(Linkiesta, 25.01.2018)

Photo CC Flickr: European Council President