Esiste una sfera pubblica europea? Se sì, è in crisi

Visto il gran parlare, soprattutto in campagna elettorale, delle possibilità di “riformare l’Europa”, lo studio evidenzia un problema non secondario. Se le sfere pubbliche nazionali sono così diverse fra di loro e, di conseguenza, le pressioni a cui devono rispondere le classi dirigenti, si può procedere, credibilmente, con una riforma complessiva dell’Eurozona? 

Esiste una sfera pubblica europea? Se sì, è lontana dall’essere levigata e uniforme.

Lo studio Tales from a crisis: diverging narratives of the euro area, pubblicato dal think tank Bruegel ha analizzato la copertura mezzo stampa di 4 quotidiani nazionali – LaStampa (Italia), Sueddeutsche Zeitung (Germania), LeMonde (Francia), ElPais (Spagna) – rispetto alla crisi economico finanziaria, dal 2007 al 2016.

L’obiettivo della ricerca di Henrik Muller, Giuseppe Porcaro e Gerret von Nordheim è stato quello di verificare le peculiarità delle “narrazioni” della crisi: chi è indicato come colpevole? Quali sono i temi più discussi? Quali conseguenze se ne possono trarre in termini di sviluppo di politiche e riforme europee?

Già nell’introduzione gli autori spiegano come, a livello teorico, “la frammentazione delle sfere pubbliche dei singoli Stati nazionali distingue l’area valutaria comune europea dalle altre” (es. Gli Stati Uniti d’America). “La mancanza di canali di comunicazione europei” costituisce un deficit nel momento in cui è necessario “legare i discorsi nazionali a un quadro di priorità di policy economiche” europee.

La ricerca ha permesso di analizzare quali topic (temi) siano stati trattati nei singoli Paesi (quotidiani) e di verificare similarità e differenze tra “sfere pubbliche” nazionali.

Partiamo dalle similitudini. Cosa accomuna le narrazioni dei diversi Paesi? La catena causale tra “tipi di crisi”. Si passa da quella economica alla corrispettiva politica e, infine, a una messa in discussione “dei valori sociali”. Conseguentemente si arriva sempre alla costituzione di determinati “sentimenti” e “capri espiatori”. Detto ciò, a livello di tono, la copertura dei media italiani e spagnoli – e per certi versi, anche di Le Monde –  si contraddistingue per una generalizzata “sfiducia” derivante dalle prospettive “negative di lungo periodo”. Il linguaggio della Sueddeutsche Zeitung è, invece, piuttosto “tecnocratico”. Per quanto riguarda il discorso “valoriale”, nell’interpretazione di quasi tutti i media, è la nozione di “democrazia” a essere danneggiata.

Ma sono sicuramente le differenze tra i singoli quotidiani ad essere il risultato più rilevante dell’analisi.

In Germania, dopo il 2009, si ritrova la critica serrata alla Banca centrale europea e ovviamente l’attenzione al bailout greco. Inoltre, sulle pagine della Sueddeutsche Zeitung, concetti come “il ritorno alla stabilità” e la “prudenza finanziaria” nella definizione di politiche “europee e nazionali” la fanno da padrona.

Lo stesso non avviene con riferimento a Le Monde. Qui, in Francia, questioni legate alla sicurezza (anche in virtù degli attentati terroristici) prendono il sopravvento dopo il 2009. Mantenendo un focus su temi economici, si nota come la copertura da parte di Parigi si focalizzi soprattutto sul rapporto fra Stati creditori e debitori e sulle posizioni dell’Unione “ispirate dalla Germania”.

E per quanto riguarda l’ItaliaLa Stampa è il quotidiano dal tono “più vittimista”: “La globalizzazione e la crisi” sarebbero stati di particolare danno per il Bel Paese “a causa della mancanza di identità comune nella penisola nostrana dovuta, a sua volta, alle fratture fra Nord e Sud”. Il sistema economico italiano è vittima prima della globalizzazione, poi della crisi finanziaria e, successivamente delle politiche di austerità imposte dall’Ue, alle quali Roma non può fare resistenza, perché “troppo debole”. Dopo il 2009, il focus tematico è tutto incentrato sulla Germania e sull’influenza di quest’ultima sulle politiche europee (c’è quindi una similitudine con il caso francese), ma anche e, soprattutto, sul sistema politico nostrano e le “colpe del Governo”. È importante notare, sottolineano gli autori, come, “nella narrativa italiana, la finanza e le banche non giochino un ruolo chiave”.

Infine, la Spagna, il Paese il cui quotidiano sembrerebbe mettere più enfasi sulla “responsabilità nazionale” rispetto allo scoppio della crisi (il che è sicuramente legato alla peculiarità della bolla immobiliare iberica). Il discorso si ripiega quindi sulle istituzioni nazionali. Termini quali “indignazione” appaiono frequentemente, anche in relazione ai movimenti sociali. Il Governo nazionale e le banche sono i target principali della critica nella prima parte della crisi. Successivamente, la Grecia riceve un trattamento particolare, in quanto monito per Madrid. La Banca centrale europea, le istituzioni di Bruxelles e la Germania ricevono invece un’attenzione secondaria, rispetto al quadro politico nazionale (una differenza importante rispetto agli altri casi).

Cosa ci dice tutto ciò? Nelle conclusioni dello studio, gli autori sottolineano l’importanza del ruolo delle sfere pubbliche per la definizione delle politiche: “Il quadro […] dimostra che le classi dirigenti nazionali si confrontano con pressioni […] del tutto diverse”, da Paese a Paese. Sembrerebbe un problema da poco conto,  per alcuni è la scoperta dell’acqua calda.

Eppure, visto il gran parlare, soprattutto in campagna elettorale, delle possibilità di “riformare l’Europa”, lo studio evidenzia un problema non secondario. Se le sfere pubbliche nazionali sono così diverse fra di loro e, di conseguenza, le pressioni a cui devono rispondere le classi dirigenti, si può procedere, credibilmente, con una riforma complessiva dell’Eurozona?

(ilSalto, 16.02.2018)

 

I conti e il segreto di Angela (per non spaventare il Partito)

I giochi tedeschi sull’Europa sono dunque in pieno svolgimento. Il dialogo fra Parigi e Berlino certamente continuerà e resterà cruciale. Ma i destini della UE sembrano oggi appesi alle dinamiche negoziali e agli equilibri interni che si creeranno una volta instaurata la grande coalizione rosso-nera.

Il 26 gennaio scorso, annunciando l’inizio ufficiale dei negoziati per la nascita di una nuova Grosse Koalition, Martin Schulz (SPD) ha affermato che l’Ue ha bisogno di una Germania “pro-Europa”. Il ministro degli esteri Sigmar Gabriel (SPD) ha a sua volta ribadito il collegamento fra i progetti “Europa” e “GroKo”. Nei fatti, tuttavia, la trattativa in corso con la CDU-CSU si è incentrata soprattutto su temi nazionali, tanto che alcuni si chiedono se Schulz non agiti la bandiera blu con le stelle gialle soltanto per motivi tattici. Come se il rilancio del processo di integrazione (“Neuer Aufbruch”) sia  (stato) usato dal  Segretario della SPD – in caduta libera negli indici di gradimento – come “carota” per far digerire al partito una scelta controversa: quella di allearsi nuovamente con Merkel.

La bozza di accordo programmatico siglata dai due partiti non si dilunga molto sui dettagli Spesso però in politica il non detto conta più delle parole. La vaghezza degli impegni può celare un disegno condiviso fra i due leader:  tenersi le mani libere per promuovere, a governo formato, una agenda ambiziosa di riforme “europeiste”. Questo è ciò che pensa, ad esempio, una grande esperta di politica europea, Jana Puglierin (capo degli studi UE presso la prestigiosa DGAP, Deutsche Gesellschaft fur Auswärtige Politik). Leggendo fra le righe dell’accordo programmatico GroKo, la studiosa intravede i margini per una vera e propria svolta nella linea tedesca. I segnali sarebbero contenuti nella parte conclusiva del testo, ove si dice che “attraverso un bilancio per gli investimenti dell’Eurozona […] si potrebbero mettere a disposizione risorse per la stabilizzazione macroeconomica e la convergenza sociale , nonché per sostenere le riforme strutturali”. Secondo Puglierin, se Berlino davvero muovesse in questa direzione il processo di integrazione potrebbe fare un salto di qualità.

Sinora il principale ostacolo è sempre stato proprio il governo tedesco. Anticipandone le tradizionali resistenze, anche i tecnici più qualificati hanno smesso di fare proposte ambiziose. Un documento messo a punto da un gruppo internazionale di economisti – molti tedeschi- presso il Center for Economic Policy Research ( Policy Insight 91) ha recentemente affrontato la questione di un possibile budget dell’ Eurozona – opzione cara al governo francese. Il documento riconosce la desiderabilità di questa innovazione. Ma aggiunge subito che , se fosse introdotto, un simile strumento dovrebbe rispondere ad un parlamento adeguatamente rafforzato. Questo passo potrebbe però essere effettuato solo tramite una scelta “politica”, con profonde implicazioni.  Come dire: noi tecnici non ci prendiamo responsabilità che non ci competono e che sono più grandi di  noi. Sono i politici a dover dare luce verde e creare le condizione per l’Unione politica.

E’ possibile, come pensano gli studiosi della DGAP, che il riferimento esplicito ad un fondo di stabilizzazione da parte di Schulz e Merkel  voglia aprire un varco per questo scenario? E che i silenzi successivi siano giustificati dal desiderio di non provocare la reazione degli alleati più conservatori e non complicare la nascita del governo? E’ possibile. La CDU è inquieta. La settimana scorsa (PER CHI LEGGERA’ LUNEDI) il Consiglio economico interno al partito della Cancelliera ha inviato una lettera dai toni accessi ai propri membri che si occupano di UE al tavolo dei negoziati. Il Consiglio si è detto preoccupato della virata: “La [CDU] non può continuare a seguire la SPD nella definizione della politica europea, visto che, sotto al termine ‘pro-Europa’, si nasconde soltanto una maggiore redistribuzione a favore dei Paesi in crisi […] Da chi, se non dalla CDU-CSU, dovrebbe arrivare una urgente e necessaria contro-proposta al piano di riforma suggerito da Macron e Juncker?”.

I giochi tedeschi sull’Europa sono dunque in pieno svolgimento. Il dialogo fra Parigi e Berlino certamente continuerà e resterà cruciale. Ma i destini della UE sembrano oggi appesi alle dinamiche negoziali e agli equilibri interni che si creeranno una volta instaurata la grande coalizione rosso-nera. E’ poco probabile che il programma in via di definizione entri nei dettagli. Sappiamo che Merkel ha interesse a liberarsi dal condizionamento ingombrante di Schäuble e Weidman e che Schulz ha dal canto suo interesse a tener fermo il Neuer Aufbruch non solo per il suo pedegree filo-europeista ma anche per controllare il suo partito e lanciare un segnale “progressista” al proprio elettorato. Seppure indebolito, il fronte conservatore che fa capo a Schauble è ancora vivo e vegeto.

A parte la Francia, nei prossimi mesi gli altri governi UE e i loro elettorati avranno pochi margini di manovra per incidere sull’agenda UE. Possono naturalmente peggiorare la propria posizione decidendo di non usarli, danneggiandosi da soli. Il rischio è  alto soprattutto per l’Italia, che andrà a votare fra un mese e si ritrova con alcuni leader e programmi a dire poco ambigui sui temi europei, quando non apertamente euroscettici.

(Corriere della Sera – L’Economia, 05.02.2018)

Photo CC Flickr: European Parliament

Merkel e Schulz trovano l’accordo sull’Europa: la nuova Groko metterebbe fine al “diktat dell’austerità”

La CDU di Angela Merkel e l’SPD di Martin Schulz avrebbero trovato un’intesa sulla questione “Europa”. Ma emergono le prime preoccupazioni e criticità

L’Unione cristiano democratica (CDU) di Angela Merkel e il Partito socialdemocratico (SPD) di Martin Schulz avrebbero trovato un’intesa sulla questione “Europa”, nel contesto delle negoziazioni per una nuova alleanza di larghe intese (GroKo).

È stato lo stesso Martin Schulz a comunicarlo, lunedì, alla stampa tedesca (Der Spiegel). L’accordo sarebbe in linea con quanto già delineato nella bozza del documento programmatico di metà gennaio. Sul piatto ci sarebbero:

● Un aumento delle risorse per l’Unione da parte della Germania;

● La disponibilità a ragionare su un budget per l’Eurozona per favorire gli investimenti;

● Un impegno per rafforzare le politiche contro la disoccupazione giovanile;

● Uno sforzo di armonizzazione per quanto riguarda le politiche contro l’elusione fiscale da parte dei giganti dell’economia digitale;

● La disponibilità a ragionare sull’ideazione di politiche sociali comuni (Unione sociale).

Secondo Schulz (Sueddeutsche Zeitung), l’intesa metterebbe fine all’era del “diktat dell’austerità”.

Il Segretario generale della SPD avrebbe poi comunicato ai membri del proprio partito che si aprirà una finestra di opportunità, “una vera chance per rendere, insieme alla Francia, l’Europa più democratica, sociale e capace di negoziare”. Tutto ciò sarebbe “nell’interesse dei cittadini tedeschi e dell’Europa intera”. Schulz ha inoltre sottolineato quanto questo “progetto” sia, anche, “un affare di cuore”.

Le reazioni in Germania, all’Europa tratteggiata dalla Groko

Eppure, il comitato degli esperti del ministero dell’Economia ha espresso preoccupazione per i piani di Merkel e Schulz: il nuovo Governo sarebbe troppo vicino alle richieste di Macron e Juncker.

Questo il verdetto contenuto in una lettera indirizzata all’Esecutivo, in mano alla testata Die Welt. Il comitato degli esperti del Ministero ricopre un ruolo consultivo ed è composto da circa 30 economisti.

In realtà, già a dicembre, Brigitte Zypries, il capo negoziatore per l’area economica della Groko, aveva ricevuto un documento di 8 pagine relativo al punto “Europa” che invitava alla cautela.

Nella nuova comunicazione, inviata dopo l’uscita pubblica di Schulz, si mettono in discussione, in buona sostanza, tutti i punti al centro del “processo di riforme” abbozzato nel corso degli ultimi mesi da Francia, Germania e Bruxelles: dalla nomina di un ministro dell’Economia per l’Eurozona, allo sviluppo del Mes (Meccanismo europeo di stabilità), passando per lo sviluppo di un budget per gli investimenti.

Ieri, il portavoce del consiglio, Hans Gersbach (professore di Economia all’ETH di Zurigo), ha criticato soprattutto la formulazione in termini “generici” dell’accordo. Le parole usate dai partner di coalizione offrirebbero “ampi margini di interpretazione”. Sarebbe invece necessario definire innanzitutto quali siano gli obiettivi “comuni europei” che si vogliono raggiungere tramite le nuove risorse messe in campo. Altrimenti, l’accordo potrebbe dare adito allo sviluppo di nuovi strumenti finanziari – simili ai fondi strutturali o regionali, già in essere – che porterebbero alla luce nuovi nodi di “governance”.

Gersbach lega poi il piano della GroKo ai rischi politici interni all’Unione: “Non si può combattere la crescita delle forze populiste con iniziative di investimenti diffusi”. Piuttosto, sarebbe necessario “definire chiaramente quali siano gli ambiti da affrontare”, suggerendo che potrebbe essere sensato focalizzarsi, in primo luogo, sul “controllo delle frontiere esterne”.

A livello più generale – e in termini teorici -, il comitato mette addirittura in dubbio il concetto economico di “shock asimmetrici” che sta alla base delle giustificazioni per un intervento “fiscale” da parte delle istituzioni comunitarie. La causa delle crisi che hanno afflitto l’area valutaria comune, sostiene il Comitato, sarebbe da attribuire alle decisioni di spesa incaute di alcuni Paesi dell’Ue.

Il voto della base della SPD

Il nodo “Europa” rappresenta soltanto uno dei 18 punti di negoziazione della coalizione CDU-SPD. Nonostante ciò, potrebbe essere quello fondamentale per la concretizzazione dell’alleanza. Perché?

Dopo che i due partiti avranno trovato un compromesso complessivo, l’accordo dovrà passare al vaglio della base del Partito socialdemocratico. A dicembre 2017, dopo il fallimento delle negoziazioni per un Governo CDU-liberali-verdi (opzione Giamaica), la segreteria nazionale della SPD aveva infatti deciso che qualsiasi accordo con la CDU sarebbe passato al vaglio della base del Partito: un modo per tutelarsi da un potenziale effetto boomerang in termini di credibilità, dopo che Schulz stesso, in seguito al voto di settembre, aveva escluso una nuova GroKo.

È importante sottolineare che la Corte costituzionale tedesca sta attualmente valutando la legittimità di questa proposta.

In ogni caso, dall’inizio del 2018, la componente giovanile della SPD, la Jusos, ha avviato una campagna nazionale contro la GroKo. Kevin Kühnert, il Segretario dei giovani socialdemocratici, è la guida di questo movimento che, sulla scorta di un scetticismo generale nei confronti dell’ennesima alleanza con Merkel, potrebbe portare a una clamoroso rifiuto della GroKo.

Ma è qui che torna in ballo la questione Europa. Proprio per le giovani generazioni, una svolta sull’austerità nel Vecchio Continente potrebbe infatti essere una condizione sufficiente per approvare il nuovo corso. Resta da capire se le critiche all’accordo – provenienti da alcune aree interne alla CDU e dal Comitato -, siano un segno di scarsa credibilità del progetto di riforma o, piuttosto, una conferma del fatto che si stia aprendo una “finestra di opportunità” per l’Europa.

(Linkiesta, 09.02.2018)

Photo CC Flickr: European Parliament

“Il sindacato? Più europeo”. Intervista con George Dassis, Presidente del Comitato economico e sociale europeo (CESE)

Georges Dassis: “Il Sindacato? Più europeo” (Corriere della Sera – L’Economia, 20.11.2017)

Perché Martin Schulz sta perdendo le elezioni in Germania

Nel mondo del calcio italiano esiste un detto: “vincere non è importante, è l’unica cosa che conta”. Ecco, a differenza di Corbyn, la Spd e Schulz, dopo tre legislature all’opposizione, non si possono permettere nient’altro che il primato. Peccato che, per il momento, sembra un obiettivo impossibile.

In Germania sono tutti d’accordo: a due mesi di distanza dalle elezioni politiche, le chance di vittoria di Martin Schulz e del Partito socialdemocratico tedesco (Spd) sono ridotte all’osso. Angela Merkel vede all’orizzonte il suo quarto incarico da Cancelliere federale. Un record condiviso soltanto con l’ex-leader dell’Unione cristiano democratica (Cdu), Helmuth Kohl, l’uomo della riunificazione tedesca.

Secondo gli ultimi sondaggi, la Cdu e l’Unione cristiano sociale (Csu, declinazione della Cdu in Baviera) viaggiano intorno al 38 per cento, mentre la Spd raggiunge un magro 25 per cento. A seguire, in ordine discendente, ci sono il partito della sinistra radicale, Die Linke (10,5 per cento), la destra dell’ Alternativa per la Germania (Afd), il Partito liberale (Fdp) e i Verdi (6,5).

Eppure, 7 mesi fa, a inizio 2017, tutti parlavano del così detto “effetto Schulz”. Nominato Segretario generale del Partito con il 100 per cento delle deleghe nazionali, l’ex Presidente del Parlamento europeo era stato dipinto come il “redentore” della Socialdemocrazia tedesca.

Al tempo, anche i sondaggi avevano restituito un quadro ben diverso da quello odierno: quello tra Schulz e Merkel sarebbe dovuto essere un testa a testa all’ultimo respiro. Per non parlare dell’entusiasmo della base della Spd. Oppure, delle proiezioni che erano state fatte in termini di ricaduta sullo scacchiere europeo. Sui social, il leader originario di Aquisgrana veniva ritratto con lo stesso stile “fumetto” di Obama nel 2008; il tutto abbinato allo slogan provocatorio e canzonatorio: “Make Europe Great Again” (#MEGA).

Poi, (più di) qualcosa è andato storto.

Perdere aiuta a perdere

Innanzitutto, tra febbraio e maggio 2017, sono arrivate le sconfitte nei länder Saar, Schleswig-Holstein e Nord Reno-Westfalia.

Un domino scientifico-elettorale senza precedenti. Se le prime due battute d’arresto potevano passare “inosservate”, quella del Nord Reno Vestfalia – la regione della Ruhr e la più popolosa del Paese – no. Per intenderci, qui, una sconfitta della Spd equivale a quella di una sinistra nostrana in Emilia-Romagna, Umbria e Toscana.

Schulz, da ex-aspirante calciatore, sa bene che “vincere aiuta a vincere”. E che, senza gioco di squadra, non si va lontano.

Schulz senza amici?

In secondo luogo, c’è stata la non-evoluzione del contesto europeo. Le elezioni in Olanda e Francia verranno ricordate come la vittoria dell’ordine istituzionale sul populismo di destra. Ma il dato che conta per le chance di vittoria della Spd in Germania è un altro. Nei Paesi vicini, governano (o governeranno, visto che in Olanda dopo 135 giorni non c’è ancora un esecutivo) forze che considerano Angela Merkel un punto di riferimento.

Dopo la vittoria alle Presidenziali francesi a maggio, è mancato poco che Macron non volasse a Berlino ancor prima di instaurarsi all’Eliseo. Il 13 luglio i Gabinetti di Governo di Francia e Germania si sono incontrati a Parigi per trovare un’intesa sull’Unione di difesa europea.

Insomma, il sostegno interno da parte dei francesi (soprattutto, in termini di opinione pubblica) alle riforme di Macron (soprattutto, la riforma del mercato del lavoro) dipende dalle aperture di Merkel a livello europeo. E se è vero che Macron, in teoria, sarebbe in linea con Schulz su molti aspetti (in una recente visita a Parigi, Schulz ha detto che “la Germania non può dettare i compiti ai propri partner europei” e che “Berlino è responsabile della mancata soluzione della crisi europea”), è probabile che il Presidente francese preferisca fare la corte a Merkel. Alla luce dei sondaggi tedeschi, sarebbe rischioso appoggiare apertamente il candidato socialdemocratico. Come dire: al di là delle vicinanze ideali e ideologiche, c’è il calcolo razionale delle aspettative e degli interessi.

Ma Martin ci ha messo anche del suo. Più nel dettaglio, da gennaio ad oggi, da un punto di vista comunicativo e comportamentale, la caduta di Schulz si è articolata in tre fasi distinte.

Un uomo di Bruxelles a Berlino

La prima è quella della “moderatezza dei toni e radicalità dei contenuti”.

Per certi versi, Schulz è entrato nella politica nazionale come se fosse ancora Presidente del Parlamento europeo – mai una parola di troppo nelle interviste, ritmo lento e battute sobrie. Ma il messaggio era chiaro: “in Germania serve più politica sociale“.

Tanto che, per un breve periodo, sembrava possibile un dialogo con la Die Linke e i Verdi. Il tutto, in funzione di una futura alleanza di governo (descritta dai media e nelle discussioni social come #R2G).

Dalla sobrietà all’agitazione 

La seconda fase, il cui inizio è coinciso con le sconfitte regionali, può essere invece definita come la fase del “blocco” e dell'”agitazione”. A fronte dei primi risultati elettorali e agli occhi dei media, la sobrietà iniziale è infatti diventata, per alcuni, sintomo di “incapacità”.

Le sconfitte hanno poi portato agitazione e dubbi fra i membri della Spd: dipingere la Germania come un Paese malato ha veramente senso? Ed ecco che, lentamente, i temi sociali sono scivolati in secondo piano, mentre sono aumentati gli attacchi diretti ad Angela Merkel. Ma il Cancelliere ha fatto letteralmente correre a vuoto Schulz.  Fino al punto in cui, il leader della Spd ha rinfacciato a Merkel di non discutere del merito delle questioni e di minare il processo democratico.

Tenere la barra dritta

Infine, la terza fase: quella della “disperazione”. Molti media tedeschi sostengono che il programma elettorale della Spd non si differenzi abbastanza da quello della Cdu. Non è così. Leggendo i testi dei documenti, si può verificare che, i Socialdemocratici spingono di più per politiche sociali interne e per riforme progressiste a livello europeo.

Ma il punto è un altro: Schulz non sta seguendo una linea precisa nella sua campagna elettorale. Dopo essere stato a Parigi per parlare di economia europea una settimana fa, oggi è in Italia per puntare tutto sulla “crisi dei rifugiati”.

Secondo il leader della Spd, la Germania sarebbe di fronte a una nuova emergenza arrivi, simile a quella del 2015. Al di là della correttezza della diagnosi, l’immagine che arriva al pubblico è quella di un politico alla ricerca di appigli, un po’ ovunque. E mentre Schulz continua ad affannarsi sul ring, Merkel, in silenzio, schiva i colpi. E punta a una vittoria ai punti a settembre (nel libro Europa tedesca, Ulrich Beck, noto sociologo tedesco scomparso recentemente, ha definito il Cancelliere tedesco come “Merkiavelli“, proprio alla luce del suo atteggiamento attendista).

Tutte le differenze con Jeremy Corbyn

Eppure, anche Jeremy Corbyn, Oltremanica, era dato per spacciato a due mesi dalle elezioni politiche del maggio scorso. Molte persone si chiedono di conseguenza, se non sia possibile un recupero lampo da parte di Schulz, dopo le vacanze estive.

Sono due le considerazioni da fare. Una è legata alla dimensione politico-organizzativa, l’altra a quella delle aspettative.

Da un punto di vista organizzativo, Corbyn ha condotto la sua prima campagna elettorale dopo due anni da Segretario di partito, sulla base di un rapporto consolidato con la base, l’appoggio del sindacato e di un movimento largo che ha trovato il suo ariete nel movimento interno al Labour, Momentum.

Da un punto di vista politico invece, Corbyn ha individuato una frattura precisa da cavalcare: quella sociale e di classe, abbinata a un posizionamento netto sul tema chiave della Brexit (anche se tutt’oggi, il Labour è diviso sulla questione, da un punto di vista comunicativo, Corbyn ha mantenuto una posizione chiara). Su entrambi i fronti, Schulz è deficitario: non può contare sullo stesso afflato democratico interno (l’aumento delle sottoscrizioni alla Spd non è paragonabile, in termini numerici, a ciò che è avvenuto nel Labour), tanto meno ha una linea precisa, radicale o moderata che sia.

La seconda considerazione, riguarda le aspettative e necessità l’esplicitazione di un dato di fatto e di una verità politica allo stesso tempo: Corbyn ha vinto le elezioni politiche, perdendole. Un po’ come il Movimento5Stelle in Italia, nel 2013. In prospettiva infatti, se al recupero elettorale del Labour si aggiungono le divisioni tra i Conservatori sulla Brexit, la maggioranza risicata nel Parlamento e le proiezioni recenti dei sondaggi (Corbyn è in testa), il risultato del Labour equivale a una vittoria.

Cosa c’entra con la campagna elettorale tedesca e con Schulz? Nel mondo del calcio italiano esiste un detto: “vincere non è importante, è l’unica cosa che conta”. Ecco, a differenza di Corbyn, la Spd e Schulz, dopo tre legislature all’opposizione, non si possono permettere nient’altro che il primato. Peccato che, per il momento, sembra un obiettivo impossibile.

(ilSalto, 26.07.2017)

La questione tedesca

I vantaggi competitivi, il surplus commerciale, il “drenaggio” di capitale umano dal Sud: la “questione tedesca” rimane uno dei dibatti centrali in Europa. Ma ci sono anche le discussioni sulla Brexit e sull’occupazione. Il filo rosso de ilSalto attraverso i post, gli editoriali e gli articoli di opinione delle testate europee e dei think tank.

I vantaggi competitivi, il surplus commerciale, il “drenaggio” di capitale umano dal Sud: la “questione tedesca” rimane uno dei dibatti centrali in Europa. Ma ci sono anche le discussioni sulla Brexit e sull’occupazione. Il filo rosso de ilSalto attraverso i post, gli editoriali e gli articoli di opinione delle testate europee e dei think tank.

La “questione tedesca” in Europa

In un’intervista per Iris, l’economista del Centre for European Reform (Cer), Christian Odenahl, spiega la logica delle così dette riforme tedesche “Hartz” di inizio secolo che confluirono nel piano del governo Schröder, Agenda 2010.

Secondo Odenahl, il contenimento dell’inflazione e dei costi unitari del lavoro seguiti alla riforma, spiegano il vantaggio competitivo sviluppato da Berlino in Europa. Odenahl definisce le riforme di Schröder di allora “una variante del mercantilismo in un contesto di unione monetaria”.

La domanda che molti si pongono ora è: Emmanuel Macron, in Francia, seguirà la strada tracciata dal governo tedesco quindici anni fa?

Secondo Odenahl, Macron sa di non poter utilizzare le stesse ricette, perché “richiederebbero una riduzione del costo del lavoro del 10%”: sarebbe troppo anche per il rampante Presidente francese. Piuttosto, è probabile che Macron tenti  di “instaurare un braccio di ferro con Merkel” mettendo sul piatto della bilancia le riforme fatte in casa. Cosa pretenderà in cambio? Un impegno tedesco in materia di investimenti a livello europeo (per alcuni analisti, il rilancio europeo passerà invece per le spese militari. Ne abbiamo scritto qui)

Il surplus commerciale: a torto …

Sulle pagine di Social Europe, Simon Wren Lewis afferma, senza mezzi termini, che la Germania deve aumentare il livello interno dei salari per ridurre il proprio surplus commerciale. Quest’ultimo si attesta ormai su quote record: 8% in rapporto al pil. Lewis cita anche il Fondo monetario internazionale (Fmi): “Un rapporto surplus/Pil tra il 2.5 e il 5% rappresenta un obiettivo equilibrato nel medio periodo”.

Esiste un’alternativa a una crescita salariale tedesca? Sì e sarebbe tutta basata su un ulteriore contenimento dei costi del lavoro nel resto dell’Europa. Ma un’inflazione ai minimi storici “non permetterebbe una manovra del genere”. Tanto meno, le indubbie resistenze del mondo del lavoro dopo anni di politiche del risparmio. Secondo Lewis, Berlino dovrebbe quindi stimolare la propria domanda interna e “fare il possibile per correggere un problema che la Germania stessa ha causato”.

… o a ragione

Una visione radicalmente diversa è quella esposta dal Direttore dell’Istituto per la ricerca economica di Monaco (Ifo), Clemens Fuest, e dal suo predecessore, Hans Werner Sinn, sulle pagine di Project Syndicate (#2).

Secondo Fuest, una parte dell’avanzo della bilancia commerciale tedesca si spiega con la tendenza al risparmio dei cittadini tedeschi. Questi ultimi sono semplicemente “prudenti” e adottano una prospettiva di lungo periodo. Secondo Fuest, “la Germania ha di fronte a sé lo scenario di una crisi fiscale, in quanto la popolazione sta invecchiando. [Allo stesso tempo] diminuisce la forza lavoro. [Il Paese] si deve preparare a un calo nei contributi pensionistici, a fronte di un aumento dei costi legati alla previdenza […]. Al momento ha quindi senso investire i propri risparmi all’estero perché l’invecchiamento della popolazione tedesca riduce il ritorno economico degli investimenti in patria”.

Nonostante ciò, secondo Fuest, Merkel potrebbe decidere di mettere mano alle politiche economiche nazionali. Perché? Le ragioni sono “politiche, piuttosto che economiche”. Innanzitutto, potrebbero pesare “gli interessi di cooperazione internazionale in materia di immigrazione e sicurezza energetica”. Soprattutto, nel momento di un confronto con altre potenze. In secondo luogo, l’esasperazione “del rapporto debitori-creditori potrebbe portare a situazioni di conflitto” (vedi caso Grecia nel 2015). Infine, la Procedura di disequilibrio macroeconomico (“Macroeconomic Imbalance Procedure”), prevista all’interno del sistema di governance europea del Semestre europeo, “costringe” i Paesi membri con un surplus della bilancia commerciale superiore al 6% ad aggiustare il tiro. Se Berlino dovesse continuare a far finta di niente, “sarebbe difficile pretendere dagli altri Paesi Ue di rispettare le regole [sul deficit]”.

Libera circolazione o esercito di riserva?

Se le scelte dei cittadini tedeschi in materia di risparmio sono un segno di lungimiranza, allora è possibile leggere in maniera diversa anche la così detta “fuga dei cervelli” e il dibattito sulla crisi migratoria in corso in Europa.

In una breve analisi a cura di Edith Pichler, pubblicata dall’istituto Neodemos di Firenze, vengono rivelate le caratteristiche dell’impiego della forza lavoro italiana migrata all’estero. Secondo Pichler “la manodopera italiana è spesso occupata in settori dove non è richiesta alcuna qualifica e dove, non di rado, è impiegata sotto la qualifica” (per esempio, nei call center o nel settore della ristorazione). Vale quindi la pena chiedersi, scrive Pichler, se “questi giovani lavoratori europei mobili non svolgano, in realtà, la funzione di un esercito di riserva” per l’economia tedesca.

In parte, l’analisi di Pichler fa il paio con quella di John Hurley su Social Europe. Hurley illustra come, in Europa, il recupero di posti lavoro a dieci anni dallo scoppio della crisi finanziaria, sia caratterizzato da tre elementi: in primo luogo, si tratta soprattutto di occupazione a basso o medio reddito; in secondo luogo, la crescita dei posti lavoro, quando riguarda il settore manifatturiero, si manifesta in Europa centrale e orientale; infine, sono soprattutto le donne a guadagnare dalla ripresa: gli uomini sono associati di più a forme di lavoro part-time e precarie.

Del Brexit e del romanticismo in Europa

In merito all’argomento “migratorio” sollevato da Pichler, emerge quindi una domanda cruciale: gli interessi nazionali sono neutrali rispetto ai movimenti di lavoratori attraverso l’Europa, e viceversa? E ancora: esistono altri parametri da considerare quando viene affermata l’idea romantica della libera circolazione nell’Unione europea?

Proprio riguardo al “romanticismo dell’idea di Europa”, scrive Sean O’Grady sulle pagine del The Independent, in relazione al Brexit: “I britannici amano i propri vicini europei – e viceversa. [L’Europa] è dove ci piace passare le vacanze e siamo abituati [ad avere] colleghi e vicini europei […]. Allo stesso tempo i danesi, i ciechi o i tedeschi, non guardano a Bruxelles per prendere decisioni [prettamente] politiche. Lo stato nazione rimane un osso duro ed è un peccato che l’attrattiva dell’alternativa (leggi Unione europea, ndr.) non sia mai stata chiarita del tutto. Ma, dato il contesto, il Regno Unito deve mettere i propri interessi davanti a tutto, senza troppi sentimentalismi”.

(ilSalto, 24.07.2017)

Owen Jones: “Serve una sinistra paneuropea”

Nonostante i poteri forti, secondo Jones una rivoluzione democratica nel Regno Unito, come in Europa, “è possibile”, ma serve un movimento che non sia soltanto “di protesta”. Il Labour potrebbe porsi alla guida di questo movimento? Difficile dirlo.

Owen Jones arriva al Candid Café di Angel, un quartiere poco lontano dalla City di Londra, con il fiatone. Di certo non sono le due rampe di scale ad averlo affaticato. Jones è abituato a muoversi: nell’arco dell’ultimo anno si è spostato da una parte all’altra dell’Europa per incontrare i vari movimenti di sinistra dei Paesi. Sebbene oggi sia in ritardo, questa settimana sarà puntuale in Spagna «per un mini-tour elettorale di una settimana con Podemos». Per descrivere Owen Jones, che è cresciuto nel nord dell’Inghilterra, a Stockport, nella periferia di Manchester, si dovrebbe creare un modo di dire tutto nuovo: “avere 31 anni e sentirli”. Alla sua giovane età è già un guru della sinistra inglese. Con 383mila seguaci su twitter e 2 saggi politici bestseller alle spalle, è impossibile non definirlo un opinion leader. Lui ci ride su e dice che «scrivere non gli piace nemmeno». Ma il suo ultimo libro, The Establishment. And how they get away with it (L’establishment. E come farla franca) – un ritratto spietato dell’élite economica, medatica e politica cresciuta nel Regno Unito sotto le amministrazioni Thatcher, Blair e Cameron – è diventato un caso editoriale anche Oltremanica, in Spagna. Sarà perché il concetto sa tanto di “casta” alla Iglesias. Nonostante i poteri forti, secondo Jones una rivoluzione democratica nel Regno Unito, come in Europa, “è possibile”, ma serve un movimento che non sia soltanto “di protesta”. Il Labour potrebbe porsi alla guida di questo movimento? Difficile dirlo. Secondo Jones, Jeremy Corbyn è «partito con il piede sbagliato» e deve già recuperare un partito che rischia di sfuggirgli di mano, a partire dal voto sull’intervento aereo in Siria di inizio dicembre. Intervista.

Owen Jones, il Labour si è spaccato sull’intervento in Siria: 67 parlamentari hanno votato insieme ai conservatori di Cameron a favore dei bombardamenti. Cosa sta succedendo nel partito di Corbyn?

I Laburisti hanno una lunga storia di divisioni sulla politica estera. Nel 2003, 139 parlamentari laburisti votarono contro le indicazioni di Blair sulla guerra in Iraq. Nessuno ne fece un caso e, anzi, si parlò di “ribelli”. Ma questa volta alcuni useranno il caso per destabilizzare la leadership di Corbyn. (La parlamentare Laburista di Birmingham, Jess Phillips ha dichiarato, in un’intervista con Jones, pubblicata il 14 dicembre sul Guardian, l’intenzione di «accoltellare al petto» Corbyn nel caso in cui dovesse danneggiare il partito, ndr). Tutto questo, mentre l’opinione pubblica, invece, si muove contro i bombardamenti, al pari della base del partito.

(Continua su Left)

Le elezioni europee 2014 nei media tedeschi: un’analisi del dibattito pubblico

Quale deve essere la forma di questa Europa? E quale dovrebbe essere il ruolo della Germania? Durante gli ultimi anni, lo smarrimento intellettuale della classe politica europea è diventato il terreno su cui si sono innestate e sono state coltivate specifiche tensioni politiche tra Stati membri dell’UE. In particolare, le contingenti crisi economiche non hanno fatto altro che evidenziare le tensioni da tempo latenti, ma mai risolte, tra la dimensione economica e quella sociale dell’UE.

Il 22 febbraio 2013, il presidente della Repubblica Federale Tedesca, Joachim Gauck, teneva il suo discorso sulle prospettive dell’idea europea (Rede zur Perspektiven der europäischen Idee) presso il Castello Bellavista di Berlino. La sala ospitava ministri del Governo tedesco, rappresentanti della società civile e studenti universitari. «Non c’è mai stata così tanta Europa» (Gauck 2013, 1): in questo modo Joachim Gauck iniziava la sua relazione, conscio della situazione paradossale in cui il Vecchio Continente si trovava. Con un’Unione Europea stretta tra la crisi economica finanziaria mondiale da una parte e quella del debito pubblico greco dall’altra, il Presidente non faceva altro che riconoscere il punto di non ritorno del percorso di integrazione e, allo stesso tempo, la situazione di stallo del più grande progetto istituzionale del secondo dopoguerra:

Per me questa giornata rappresenta […] l’occasione per tornare a riflettere criticamente su alcune parole che pronunciai il giorno della mia investitura: «Vogliamo rischiare più Europa». Oggi non riformulerei quelle parole altrettanto velocemente. Questo «più Europa» ha almeno bisogno di un significato, necessita di una specificazione. Dove è che l’Europa può e deve portare a una maggiore integrazione? Quale dev’essere la forma di questa Europa? Cosa vogliamo sviluppare e rafforzare, e cosa vogliamo limitare? E non in ultimo: come possiamo trovare più fiducia, di quanta non ne abbiamo oggi, nell’espressione «più Europa»? (ibidem).

Le parole di Gauck descrivono bene il punto di arrivo a cui era giunta, all’inizio del 2013, la crisi economico-politico-istituzionale iniziata nel 2007: uno smarrimento intellettuale e culturale, prima ancora che economico o politico, degli attori politici europei. Dopo una serie di riflessioni sui principi fondanti dell’UE (democrazia, libertà, uguaglianza, Stato di diritto, solidarietà), Gauck arrivava infine alla parte più delicata del suo discorso, quella riguardante il ruolo della Germania in Europa:

Mi preoccupa che in alcuni paesi il ruolo della Germania scateni scetticismo e sentimenti di sfiducia. Sì, è vero, la Germania ha profittato dell’euro. L’euro ha rafforzato la Germania. E il fatto che la Germania sia diventata la maggiore potenza economica del continente dopo la riunificazione ha fatto paura a molti. Mi spaventa con che velocità si possano distorcere le percezioni, come se la Germania si trovasse nella scia di una tradizionale politica di potenza. Non sono solo i partiti populisti che hanno rappresentato il cancelliere tedesco come rappresentante di uno 20 Alexander D. Ricci Le elezioni europee 2014 nei media tedeschi: un’analisi del dibattito pubblico Stato che vuole costringere e sottomettere gli altri popoli […] Io voglio rassicurare tutti i cittadini e cittadine dei paesi membri: non vedo alcuna manifestazione politica in Germania che sostenga un Diktat tedesco […] Con profonda convinzione posso dire: più Europa non vuol dire un’«Europa tedesca». Per noi, più Europa vuol dire una «Germania europea!» (ivi, 10).

Le parole usate da Gauck non erano casuali. Qualche mese prima, Ulrich Beck, noto sociologo tedesco, aveva pubblicato un saggio dal titolo Europa tedesca, in cui accusava Angela Merkel di perseguire una politica di potenza in Europa. In particolare, Beck (2013) accusava il Governo del proprio paese di aver guadagnato una posizione egemonica nel continente e di essere responsabile dell’equilibrio negativo venutosi a creare nell’UE. Oggi, a più di un anno dal discorso di Gauck, se può dirsi «superata» la fase critica legata al «problema greco», rimangono gli stessi interrogativi posti in quel discorso: quale deve essere la forma di questa Europa? E quale dovrebbe essere il ruolo della Germania? Durante gli ultimi anni, lo smarrimento intellettuale della classe politica europea è diventato il terreno su cui si sono innestate e sono state coltivate specifiche tensioni politiche tra Stati membri dell’UE. In particolare, le contingenti crisi economiche non hanno fatto altro che evidenziare le tensioni da tempo latenti, ma mai risolte, tra la dimensione economica e quella sociale dell’UE.

(Continua su Biblioteca della Libertà)

Intervista con Giovanni di Lorenzo, direttore Die Zeit

Le critiche alla Cancelliera, “immeritate”. La stima per Monti e Draghi. L’“inverosimile” vittoria di Berlusconi. E ancora l’austerity, la Grosse koalition, il giornalismo in crisi. Giovanni di Lorenzo, nato in Italia, è il direttore del più importante settimanale tedesco, Die Zeit. Ecco come legge le elezioni di Roma e Berlino. Con una sola certezza: la Cdu rivincerà.

Le critiche alla Cancelliera, “immeritate”. La stima per Monti e Draghi. L’“inverosimile” vittoria di Berlusconi. E ancora l’austerity, la Grosse koalition, il giornalismo in crisi. Giovanni di Lorenzo, nato in Italia, è il direttore del più importante settimanale tedesco, Die Zeit. Ecco come legge le elezioni di Roma e Berlino. Con una sola certezza: la Cdu rivincerà.

Anni 70, Hannover, Repubblica federale tedesca, una scuola superiore qualsiasi. «L’Italiano di Lorenzo bisognerebbe impiccarlo », urla un professore di fronte alla classe. Giovanni si fa piccolo piccolo, in un angolo della classe. Nessuno compagno alza un dito. È un ragazzino emigrato dal Belpaese, arrivato in Germania con la madre e il fratello. Un tirocinio dopo la scuola lancia il giovane italiano nella carta stampata. Un primo articolo su Angelo Branduardi e poi, di redazione in redazione, una carriera che si snoda tra quotidiani e settimanali nazionali. Oggi, a 53 anni, Giovanni di Lorenzo è il direttore di Die Zeit: il più importante settimanale tedesco, uno dei più noti d’Europa. Mai una parola di troppo, eppure sempre incisivo; moderato, ma non conservatore; liberale e progressista allo stesso tempo: è lo stile che di Lorenzo ha impresso al suo giornale. Quando ci racconta al telefono l’episodio in cui il professore, più di trent’anni fa, lo insultò davanti ai suoi compagni di scuola, lo fa senza rancore. La Germania da allora è cambiata molto e in meglio. Oggi però è anche il Paese che guida l’Europa e, forse proprio per questo, si ritrova al centro delle critiche di parte della classe politica italiana.

Direttore, cosa sta succedendo tra Italia e Germania? Nel nostro Paese per alcuni la Merkel è l’austerity fatta persona e l’avversario da combattere.

Innanzitutto è bene dire che nessun cittadino tedesco vuole agire per colpire appositamente l’Italia, tanto meno la Merkel. E non c’è nessuna ostilità verso il popolo italiano da parte di quello tedesco. È un’ipotesi che non sta né in cielo né in terra. Altrettanto l’equiparazione tra austerity, Germania e Merkel. Questa situazione di contrasto che si è creata rappresenta un disastro nella storia dei rapporti tra Italia e Germania dal dopoguerra a oggi.

Quindi la Germania non ha colpe per la situazione italiana?

Certo che no. Sebbene ci sia una certa visione politica in Italia che tenti di individuare nella Germania il motivo di tutti i disagi del Paese, questi in realtà sono dovuti al malgoverno degli ultimi decenni. Quella che si sta attuando in Italia è la classica logica del capro espiatorio.

E Berlino non ha preferenze per qualche candidato italiano?

Diciamo che c’è un certo credito morale e politico nei confronti del governo Monti, ma la domanda che viene rivolta a me, e a chiunque porti un cognome italiano, in tutti gli ambienti politici, è sempre la stessa: «Può davvero Berlusconi tornare al governo?».

Perché?

È un’eventualità che per la mentalità tedesca, a prescindere da destra e sinistra, ha semplicemente dell’inverosimile. Da rimanere esterrefatti.

Però i giornali tedeschi danno molto spazio al confronto tra Monti e Berlusconi mentre il centrosinistra rimane in ombra…

È colpa del fatto che c’è poca chiarezza sugli assetti politici e le alleanze. I programmi diventano difficilmente spiegabili persino agli italiani, si figuri ai tedeschi. 4

E di chi è la colpa?

Non vorrei fare battute, ma dipende anche molto dal lavoro dei media. Io sono un membro della carta stampata e le dico sinceramente che vedo con preoccupazione il modo in cui i quotidiani italiani trattano la politica. Del resto basta guardare il calo delle vendite. Se una qualsiasi persona si perde un solo numero di un quotidiano italiano, dal giorno dopo non riesce più a capire in che direzione stia andando il dibattito politico. Se io stesso non riesco a capire di che cosa parlino i giornali italiani, mi chiedo come dovrebbe fare il lettore medio.

Troppi slogan?

Un racconto a puntate senza una visione d’insieme. Mi duole dirlo, ma leggere dall’estero la politica italiana sui giornali italiani è impossibile.

In Germania invece?

Si cercano di spiegare i fatti, gli avvenimenti e le personalità. Proviamo a spiegare cosa c’è dietro alle parole, per svelare i significati della politica al lettore.

Quindi i giornali italiani sono da buttare?

No, assolutamente. Devo riconoscere che in Italia emerge più nettamente il contraddittorio tra le varie testate: questo è un aspetto positivo. I giornali tedeschi tendono a un conformismo sconcertante. Scrivono tutti le stesse cose nello stesso momento: che si tratti di elogi o di condanne, vanno sempre in coro.

L’economia ha colonizzato il linguaggio politico in Italia. Per intenderci, quanto si parla dello spread in Germania?

Pochissimo. Anzi, in Germania non se ne parla proprio, anche perché al momento non rappresenta un costo per l’economia.

E della disoccupazione?

Vede, la Germania è un Paese fortunato in questo momento. La disoccupazione giovanile in alcuni Länder è inesistente. In Italia, al contrario si attesta intorno al 36 per cento, un dato sconcertante.

A settembre si vota anche in Germania. Chi vincerà le elezioni?

La Cdu perde terreno nei Länder, ma rimane stabile a livello nazionale. Il punto è che in questo momento non c’è nessuna volontà di cambiare il Cancelliere. Se è vero che i tedeschi non sono soddisfatti della squadra di governo nel suo complesso, la Merkel gode comunque di un grande consenso.

Come mai?

Angela Merkel ha uno stile poco vanitoso, dà importanza ai fatti e mira a trovare le soluzioni ai problemi. Qualità che sono apprezzate al di là degli schieramenti politici, anche da chi non vota democristiano. È una persona sobria e schiva che, tanto per fare un esempio, la sera va al supermercato a fare la spesa. Ai tedeschi piace. Non è un caso che nonostante la frammentazione partitica la Cdu sia rimasta stabile al 40 per cento. Numeri che devono essere considerati un grande successo politico.

Quindi vincerà la Merkel?

Se la Merkel dovesse avere un tracollo si potrebbe trovare all’opposizione con il 40 per cento e la Spd al governo insieme ai Verdi e ai Liberali.

Addirittura?

Sì, ma una mossa politica del genere costituirebbe un tradimento politico da parte del Partito liberale nei confronti della Cdu. E comunque ripeto: la Merkel è stabile. Più verosimilmente, in caso la Cdu non dovesse raggiungere la maggioranza dei seggi con i liberali, si potrebbe profilare un’alleanza con i socialdemocratici.

Un governo di larghe intese: lo scenario che Joschka Fischer invocava per un’Europa più equilibrata tra crescita e rigore…

Quella della Grosse koalition è una situazione che la Germania ha già vissuto otto anni fa. Non so cosa comporterebbe a livello europeo, ma, a mio parere, quello di larghe intese del 2005 fu un governo migliore di quello di oggi. Per la Germania rappresenterebbe sicuramente un vantaggio.

E per chi no?

Per noi giornalisti, sarebbe una noia mortale.

E se invece vincesse il socialdemocratico Steinbrück, la Germania cambierebbe la sua politica verso l’Europa?

No. E questo è il vero grande problema per i socialdemocratici: come si può pensare di combattere la Merkel se in fondo la propria politica europea non è diversa da quella dei democristiani?

Ma è difficile da immaginare. Steinbrück come Cancelliere è un candidato debole. Ancora un po’ frastornato dalle gaffe che ha fatto nei mesi passati, quando minacciò di invadere la Svizzera con la cavalleria, dopo che la Spd lo aveva scelto come candidato per le Politiche del 2013.

Quindi niente eurobond? In Italia sono considerati come la via d’uscita dalla crisi, servirebbe un consenso ampio però…

È un consenso che in Germania non c’è. Però, a mio avviso, bisogna riconoscere che la Merkel ha già condiviso le misure adottate dalla Bce di Mario Draghi, che nella prassi sono molto vicine alla logica degli eurobond. Vanno verso una responsabilizzazione collettiva dell’economia europea.

Una Germania in linea con Draghi quindi?

Sì, anche se rimane un certo contrasto con la Bundesbank. La stabilità dei prezzi rimane la priorità per i tedeschi. La gente comune ha paura di dover un giorno pagare per le fideiussioni date. Il che vorrebbe dire colpire la gente con gli introiti più bassi: una prospettiva che spaventa.

Lei, Draghi, Monti. C’è una certa Italia che ha successo in Germania… che Paese trovò quando si trasferì, trent’anni fa?

Era una realtà che non aveva nulla a che fare con quella odierna. Oggi la Germania è un Paese multietnico. Al tempo invece c’era un certo senso dichiusura: io e mio fratello eravamo addirittura gli unici stranieri a scuola. Quando fui eletto portavoce degli studenti, un professore davanti alla classe disse: «L’italiano di Lorenzo bisogna impiccarlo». Devo dire che nessuno quella volta si scandalizzò. Era la Germania degli anni 70.

Le difficoltà di tanti degli emigrati italiani di allora…

Le difficoltà che incontrai io furono minori rispetto a quelle di molti altri italiani emigrati che non poterono frequentare la scuola superiore e non avevano una madre tedesca.

Quanto è ancora legato all’Italia?

Ho fatto le elementari in Italia, mio padre vive a Roma, ho una piccola casa al mare in Toscana e, alla mia tenera età, ho ancora una nonna che vive a Rimini. Sono legami inscindibili.

Un ricordo dell’infanzia passata in Italia?

Mi viene in mente che per la gente eravamo i “tedeschini”, ma era veramente un modo affettuoso di riferirsi a me e mio fratello.

Die Zeit, letteralmente “Il Tempo”, ma voi non ne risentite…

Quello del nostro giornale è un miracolo che stiamo vivendo con umiltà. In questo panorama di crisi mondiale per il cartaceo, Die Zeit è riuscito ad aumentare sia gli incassi che la tiratura. Nell’ultimo trimestre i dati dicono che abbiamo venduto 514mila copie in media. Dopo il giornale scandalistico Bild siamo la rivista più venduta in Germania.

Quando torna in Italia?

Non torno. Anzi, solo in vacanza, da buon tedesco. Scherzi a parte, a maggio sarò a Rimini a trovare i parenti.

Grazie direttore.

Grazie a voi, a presto.

(Left, 16.02.2013)