Sporcatevi le mani con il populismo: la lezione di Michael Sandel per la sinistra

Per Sandel, l’astensione da qualsiasi discussione aperta riguardo alle questioni morali del nostro tempo e sulle concezioni conflittuali del mondo – a vantaggio di una neutralità del quieto vivere – ha svuoltato il discorso e lo spazio pubblico. Lo stesso che è stato riempito da ciechi e intolleranti autoritarismi. In questo senso, non c’è altra strada se non quella di sporcarsi le mani, di fare i conti con i nostri disaccordi morali, di fondere di nuovo “vinti” e vincitori”.

In un’analisi del voto italiano pubblicata da EuVisions, vengono delineati alcuni dati interessanti che descrivono bene come l’assetto politico del Belpaese stia cambiando in maniera radicale. In particolare, le lenti della teoria sociologica mostrano due parti contrapposte: da un lato, i vincitori della globalizzazione; dall’altra, gli sconfitti. La stessa analisi, poi, dimostra come i primi tendano a votare per il Partito democratico, mentre i secondi siano abbinati più spesso a Movimento 5 stelle e Lega.

Sconfitto della globalizzazione” è chi subisce maggiormente gli effetti avversi della competizione internazionale e le conseguenze di mercati deregolamentati. “Vincitore”, invece, è chi possiede un titolo di studi di livello terziario (universitario o equivalente) e gode di una posizione lavorativa stabile.

Un altro risultato interessante dell’analisi è che gli sconfitti si dicono meno “di sinistra” di quanto non affermino “i vincitori”. Si tratta, per certi versi, del ribaltamento dell’immaginario collettivo legato a tutta quella dinamica politica iniziata a inizio secolo con i movimenti no-global. E dell’ennesima conferma che la sinistra ha perso per strada quel “popolo” che, a chiacchiere, intende rappresentare. Come riconquistarlo?

Commentando la visita di Emmanuel Macron negli Stati Uniti, in un editoriale pubblicato su ProjectSyndicate e ripreso anche da LeMondeKemal Dervis, ex ministro agli Affari economici della Turchia, sostiene che la globalizzazione sopravviverà soltanto se accompagnata da un forte sviluppo di politiche sociali. Quello di Dervis è un invito a Macron, quale rappresentate della socialdemocrazia, a salvare il mondo del cosmopolitismo attraverso una soluzione ingegneristica che possa far sentire di nuovo tutelati gli strati più deboli della società. Altrimenti? «Le sirene del neo-nazionalismo avranno la meglio». Probabilmente è vero. Ma a fronte di studi come quello di EuVisions, resta il fatto che sarebbe proprio il popolo tradizionale della socialdemocrazia a far crollare il castello.

La lezione di Michael Sandel

Si tratta davvero soltanto di una questione di “politiche”? A leggere un articolo pubblicato da Open Democracy e firmato da uno dei filosofi politici contemporanei più noti al grande pubblico, Michael Sandel, si direbbe di no: la sinistra (o forse sarebbe meglio dire “i progressisti”, per togliersi dall’impaccio di cosa si intenda per il primo termine) ha di fronte a sé una sfida ben più ampia. Sandel mette insieme gli sviluppi Oltreoceano e in Europa, la mobilitazione e il successo dell’estrema destra, e cerca di dare poche coordinate fondamentali per mettere in moto quello che dovrebbe assumere le sembianze di una “nuova filosofia politica”.

Innanzituttto, in relazione ai vari Trump, secondo Sandel non è «sufficiente mobilitare una protesta e creare resistenza»; quello che serve è invece una politica «persuasiva». Nei confronti di chi? In estrema sintesi, degli stessi “sconfitti” di cui sopra.

Questa politica persuasiva «deve iniziare dal comprendere lo scontento che sta stravolgendo gli Stati Uniti e le democrazie» in giro per il mondo. Per Sandel, le teorie (e, di conseguenza, i partiti e movimenti) che spiegano il populismo con argomenti economici (perdita di benessere, lavoro, maggiore competizione, ecc) e con fattori culturali (razzismo, xenofobia, ecc) non prendono in considerazione che stiamo assistendo alla reazione a un fallimento politico di dimensioni “storiche” che chiama in causa dal primo all’ultimo: Blair, Clinton, Obama, Schroeder, e l’intero arco di forze progressiste dell’Occidente. Ne consegue che non basta implementare una misura salvifica.

Il filosofo americano scrive, poi, che le istanze populiste non vanno «rigettate», ma prese sul serio. Si tratta di un ripensamento che deve partire da un assunto: abbiamo a che fare con “domande” economiche, ma anche “morali e culturali”. In altri termini, non basta parlare di «lavoro», ma bisogna abbordare il tema della «dignità sociale» in senso lato. Sandel elenca quattro aree tematiche con le quali le forze progressiste devono necessariamente fare i conti, se vogliono «sperare» di far fronte alla rabbia e al risentimento contemporaneo.

  1. In primo luogo, si devono trovare strategie nuove per arginare le disuguaglianze. Per farlo, il filosofo americano sostiene che non basta più aggrapparsi al concetto di «uguaglianza delle opportunità». In altri termini, «il duro lavoro» e il talento individuali non sono più sufficienti per arrivare a una società più equa: le asimmetrie di potere e ricchezza sono diventate i pioli marci di quella scala chiamata «mobilità sociale».
  2. Ne consegue che il concetto stesso di meritocrazia – il secondo tema con cui fare i conti – ha creato un’interpretazione distorta del nostro stesso successo, o fallimento. Quando quest’ultimo viene interpretato come conseguenza di una mancanza individuale e/o di un “giocare sporco” degli altri, ciò che scaturisce è la «rabbia contro le élite». I partiti di sinistra devono comprendere il rischio insito nella retorica della meritocrazia e dell’eccellenza che porta al successo.
  3. In terzo luogo, la dignità del lavoro manuale (e, quindi, della classe operaia) viene attaccato dall’avanzamento tecnologico e dalla transizione verso un’economia in cui si produce meno (economia reale) e si scambia semplicemente valore (finanza). In questo contesto, il dibattito relativo a misure quali il reddito di base universale (e simili) non può esser preso sottogamba perché si tratta di una misura che rivoluziona il tipo di mondo che viviamo (e che vogliamo creare). Siamo quindi chiamati a rispondere a domande cruciali, per esempio: che conseguenze ha, nel lungo periodo, un mondo senza lavoro? E, ancor prima, ha senso un tale mondo per gli esseri umani?
  4. Infine, c’è il grande tema della nazione. Affrontare il discorso del nazionalismo con i principi del «mutuo rispetto e del multiculturalismo» rappresenta una strategia fallimentare: si tratta di tenere una discussione onesta riguardo al ruolo che i confini nazionali hanno giocato nel corso degli ultimi secoli. E non è tanto una questione di governance, bensì «morale», «identitaria». Quando, per esempio, in Italia critichiamo da sinistra il concetto di “prima gli italiani”, non facciamo i conti con il fatto che è quello che abbiamo sempre fatto dal Secondo Dopoguerra ad oggi.

Michael Sandel ci dice che le sfide non sono semplicemente quelle della redistribuzione: «Decenni di globalizzazione hanno portato con sé non soltanto perdita di lavoro, ma anche di autostima» in vasti settori della società. Abbiamo insomma a che fare con un problema più serio che tira in ballo il concetto di «umiliazione».

Nelle conclusioni dell’articolo, Sandel sostiene che è proprio la dimensione morale della politica a esser persa di vista dal «mainstream liberale e socialdemocratico», che ha internalizzato questa filosofia riversandola in un linguaggio tecnocratico e in una retorica che non aiuta a risolvere la questione populista.

Per Sandel, l’astensione da qualsiasi discussione aperta riguardo alle questioni morali del nostro tempo e sulle concezioni conflittuali del mondo – a vantaggio di una neutralità del quieto vivere – ha svuoltato il discorso e lo spazio pubblico. Lo stesso che è stato riempito da ciechi e intolleranti autoritarismi. In questo senso, non c’è altra strada se non quella di sporcarsi le mani, di fare i conti con i nostri disaccordi morali, di fondere di nuovo “vinti” e vincitori”.

(ilSalto, 18.05.2018)

Photo CC Flickr: TED Conference

State of the Union: le strategie di welfare dell’investimento sociale

Nel corso di questo ottavo State of the Union a Firenze, non si è parlato soltanto di Unione economica e monetaria. Un ruolo centrale lo ha giocato anche il welfare, o meglio, le politiche di investimento sociale. Del resto, l’edizione della conferenza annuale organizzata dall’Istituto universitario europeo di Fiesole, è stata dedicata, prima di tutto, al concetto di “solidarietà”.

Nel corso di questo ottavo State of the Union a Firenze, non si è parlato soltanto di Unione economica e monetaria. Un ruolo centrale lo ha giocato anche il welfare, o meglio, le politiche di investimento sociale. Del resto, l’edizione della conferenza annuale organizzata dall’Istituto universitario europeo di Fiesole, è stata dedicata, prima di tutto, al concetto di “solidarietà”.

Nel corso del panel intitolato “Social Investment in the Balance”, il professor Anton Hemerijck (Istituto universitario europeo) ha moderato un dibattito tra studiosi di alto livello – presenti al tavolo, Maurizio Ferrera (Università di Milano), Frank Vanderbroucke (Università di Amsterdam) come anche eurodeputati ed ex-commissari europei, quali Maria Jao Rodrigues (S&D e presidente del FEPS) e Lazslo Andor (ex-commissario europeo all’Occupazione e gli Affari Sociali).

Cosa è il paradigma dell’investimento sociale

Le politiche di investimento sociale, nate alla fine degli anni ‘90 e inizio ‘00, rispondono all’esigenza dei sistemi di welfare di adeguarsi a  nuove forme di rischio a cui vanno incontro individui e famiglie. Nelle attuali economie del sapere (“knowledge economies”) caratterizzate da un generale stato di incertezza, da un invecchiamento demografico progressivo, nonché da una crescente presenza di donne nel mercato del lavoro, le forme tradizionali di assicurazione sociale non riescono a garantire più una rete di tutele adeguate ai cittadini. L’idea è quindi di spostarsi da misure di welfare ex-post ad altre di investimento, focalizzate, soprattutto, sui primi anni di vita (ma non solo) e che possano permettere agli individui di rispondere meglio e in prima persona a difficoltà sociali e ambienti che affronteranno da adulti.

Storicamente e politicamente, questa trasformazione e impostazione delle politiche di welfare è stata sostenuta dagli esponenti della così detta “terza via”; su tutti: Tony Blair e Gerhard Schroder. Eppure, sono sicuramente in Paesi nordici ad aver fatto proprio il nuovo paradigma. I risultati sono meno chiari invece se si guarda a Paesi come Francia e Italia. Inoltre, il concetto di investimento sociale è stato spinto e sponsorizzato soprattutto dalle istituzioni europee, tramite dibattiti e scambi tra esperti del settore. In particolare, è il Trattato di Lisbona ad aver assorbito al meglio il paradigma  – almeno in termini di linguaggio. A livello nazionale invece, è difficile dire se ci sia stata una vera e propria transizione dal welfare classico. A maggior ragione, se si pensa che, le politiche di austerity degli ultimi anni hanno trasformato la spesa pubblica in servizi sociali e in capitale umano in un costo “insostenibile”.

Insomma, la svolta teorica dell’investimento sociale sembra essere stata frenata a livello pratico sia da fattori strutturali (minore reattività delle classi politiche nazionali alla riflessione accademica), sia congiunturali (crisi economica, finanziaria e del debito).

Il dibattito #SoU2018

È Maria Jao Rodrigues a spiegare che quello dell’investimento sociale è un paradigma di politiche che rappresenta l’evoluzione naturale e positiva (in termini progressisti) del modo in cui le politiche sociali tout court sono state concepite a livello europeo dagli anni ‘90 in poi in ambito europeo.

Se “a inizio anni ‘90 – sulla scia di Maastricht – le politiche sociali dovevano fungere da livellatore del piano di gioco naturale del Mercato Unico”, successivamente, si arriva a sviluppare “politiche dell’occupazione coordinate” (fine secolo). È con gli anni 2000 che si sviluppa logicamente l’agenda dell’investimento sociale in quanto politica sociale a tutto tondo. In quest’ottica, Lisbona è uno snodo importante, ma “la crisi” taglia letteralmente le gambe a questo processo, ricorda Rodrigues. È anche per questo motivo che agli occhi dell’eurodeputata, il Pilastro europeo dei diritti sociali (EPSR) rappresenta un importante fattore di “recupero”.

Nonostante ciò, la domanda rimane: l’investimento sociale, a 20 anni dalla sua nascita, può considerarsi un successo?

Secondo Frank Vandenbroucke, uno dei massimi esperti di welfare olandesi (nonché ex-ministro) “il bicchiere è mezzo pieno o mezzo vuoto a seconda della prospettiva che si adotta”. Se si guarda il percorso fatto in 20 anni, si notano elementi di “convergenza” fra Paesi dell’Ue. Allo stesso tempo, considerando esclusivamente il decennio post crisi economica, il bilancio è sicuramente meno positivo.

In parte è colpa della crisi stessa che ha reso difficile raggiungere obiettivi di convergenza sociale e abbattuto le singole economie. A proposito, è lo stesso Vandenbroucke a fare mea culpa: “[In quanto sostenitori dell’agenda dell’investimento sociale] abbiamo sottovalutato l’importanza delle misure classiche di assicurazione sociale e della loro importanza [in un contesto di crisi sistematica]”. Come a dire che, forse , quello che serve è una combinazione tra investimento sociale e welfare classico.

Anche perché,  anni fa, in seguito a Lisbona e in piena crisi economica,in gruppo di intellettuali  (tra cui gli stessi presenti nel panel)aveva spinto per la creazione di un vero e proprio “Patto Sociale” (sulla base dei precetti del paradigma dell’investimento sociale) europeo. Ques’ultimo però si è trasformato  nel così detto “social investment package”, un “pacchetto di misure e azioni” che, in gergo tecnico, può definirsi “soft law”, ovvero con poco mordente sullo stato di fatto delle politiche sociali.

A livello istituzionale, è l’ex-commissario europeo all’Occupazione e agli affari sociali, Laszlo Andor, il volto da abbinare al “pacchetto social investment” appena menzionato. Anche per questo, Andor rivaluta, rispetto a Vandenbroucke, le misure approvate al tempo: “Durante la crisi, i ministri agli affari sociali hanno apprezzato molto quanto fatto dalla Commissione, proprio perché i margini di azione nazionali [nel quadro della governance economica europea] erano estremamente limitati”.

Nel valutare il successo del paradigma, il professor Maurizio Ferrera dell’Università di Milano pone invece l’accento su un altro elemento importante: l’assenza di un elemento simbolico, un dispositivo istituzionale concreto capace di dare sostanza alla strategia di policy in discussione. Tradotto, il vizio dell’agenda social investment sarebbe stato quello di essere un coacervo di tante misure, sì legate da un comune approccio, ma in assenza di un cavallo di battaglia riconoscibile. Concludendo su una nota positiva, Ferrera sostiene che proprio il Pilastro europeo dei diritti sociali potrebbe rappresentare uno strumento chiave: “Elencando una serie di diritti fondamentali legati sia al paradigma dell’investimento sociale che al linguaggio delle politiche di cittadinanza, l’EPSR potrebbe portare a nuove forme di rivendicazione” politica e, quindi, a una politica più di sostanza. Come a dire, se i partiti della socialdemocrazia e i sindacati – nonché la società civile – non prendono in mano la causa, difficile che si raggiunga un risultato.

(EuNews, 11.05.2018)

Altro che Mattarella. A Firenze, il vero discorso sull’Europa lo ha fatto Higgins, il Presidente irlandese

Cita Boccaccio e Michelangelo, parla della necessità di un dibattito onesto sull’Europa, dice che i leader europei – con Macron in testa – sbagliano se pensano che il “business as usual” salverà l’Unione europea. Se c’è un discorso che va ricordato di questa edizione dello State of the Union 2018, organizzato dall’Istituto universitario europoeo (EUI) è quello di Michael D. Higgins, il Presidente della Repubblica d’Irlanda.

Cita Boccaccio e Michelangelo, parla della necessità di un dibattito onesto sull’Europa, dice che i leader europei – con Macron in testa – sbagliano se pensano che il “business as usual” salverà l’Unione europea. Se c’è un discorso che va ricordato di questa edizione dello State of the Union 2018, organizzato dall’Istituto universitario europoeo (EUI) è quello di Michael D. Higgins, il Presidente della Repubblica d’Irlanda.

Per iniziare, Higgins elenca tre concetti fondamentali che, a suo modo di vedere, sono costitutivi del progetto europeo. Citando a sprazzi (il testo in inglese, lo trovate qui):

“La nostra prima obbligazione, in quanto europei, è di capire e affermare la natura del progetto europeo […] le aspirazioni e l’Unione che cerchiamo di realizzare, non ciò che è, ma ciò che potrebbe essere […] Innanzitutto dobbiamo evitare di rimanere intrappolati in un solo paradigma di pensiero […] Dobbiamo capire che le radici del progetto europeo sono eterogenee. Una di quelle più importanti, da un punto di vista morale, è emersa dagli sforzi della resistenza italiana, a Ventotene, per mano di Altiero Spinelli, un membro del Partito comunista italiano”.

Insomma, sarebbe una menzogna affermare che il progetto europeo sia basato semplicemente ed esclusivamente sul “capitale e il mercato”. “Gli obiettivi che l’Unione si dà – continua Higgins – per come vengono affermati nell’articolo 3 dei Trattati, riflette, tra le altre cose, l’eredità di alcune delle tradizioni più equalitarie e umaniste […] le quali, sebbene non nate esclusivamente in Europa, hanno vissuto in queso continente una fioritura importante”.

In secondo luogo, “il processo di negoziazione e decisionale dell’Ue è complesso […] e può essere frustrante. Come ogni construtto umano, è imperfetto […] a volte conduce a grandi errori […]”, ma non dovremmo dare per scontato questo processo che si basa su scambi “calmi, rispettosi e basati sullo stato di diritto”. Se lo dovrebbero ricordare sempre sia i Paesi piccoli che quelli più grandi. Questi ultimi “potrebbero essere tentati dall’idea che in un mondo globalizzato, il commercio e la finanza possano regolare tutto da soli”.

In terzo luogo, “i nostri cittadini e i cittadini del pianeta intero devono essere al primo posto nei nostri pensieri e nelle nostre azioni […] dobbiamo trovare modi per spiegare alle persone l’Unione, ma anche imparare dai cittadini che tipo di Ue vogliono […]”.

A dire il vero, fino a questo punto, è tutto, più o meno, nella norma dei discorsi istitutzionali classici sull’Europa. Ma poi, Higgins accelera e si lancia in una narrazione alquanto progressista ed eterodossa.

“Non deve essere permesso che lo spettacolo costruito per i media rimpiazzi il discorso necessario dal quale dipende il nostro futuro. Il linguaggio è importante. E non deve impedire che una nuova educazione economica possa trovare spazio […] ”. Detto a uno degli eventi mediatici pro-Ue più importanti dell’anno, è pur sempre qualcosa.

A questo punto il Presidente irlandese si sofferma sul tema della “solidarietà”, al centro della conferenza di quest’anno. Per Higgins l’obiettivo primario è ricomporre la coesione interna all’Unione. Per farlo “è necessario affrontare paradigmi fallimentari” – il Presidente irlandese cita Galileo. I paradigmi che ha in mente, corrispondono a “ortodossie fallimentari”. Per Higgins “solo così possiamo rafforzare la visione dell’Unione europea”. “I trattati fondanti l’Unione europea non sono un codice neoliberale […] l’Ue non è stata fatta per consacrare il profitto privato a discapito del bene pubblico”. Cosa è allora? “Un processo e un contesto per dibattiti creative e aperti fra i nostri governi; una struttura per inquadrare e far evolvere politiche attraverso discussioni democratiche all’interno delle istituzioni e i parlamenti”.

“Nel rafforzare la solidarietà interna è importante tenere a mente che le sfide che affrontiamo non sono soltanto economiche […] bensì sociali, policie e culturali. Il mercato necessità una ridefinizioni. Il mercato non può essere accettato in quanto deregolamentato, alla stregua di un punto di arrivo, piuttosto che uno strumento […] i cittadini devono sempre essere al centro dei nostri sforzi […] alla fine siamo esseri sociali, non semplicemente conumatorie, target da trattare come merci all’interno di una visione totalizzante di un mercato insaziabile e dergolamentato”. Il passo è breve e Higgins richiama la “dignità del lavoro”. E “non c’è nulla di più corrosivo per le nostre società […] che la disoccupazione endemica, o l’incertezza della vulnerabilità del lavoratore”.

Per il Presidente della Repubblica irlandese anche la parola “populismo” va tratta con cautela e non va mai confusca con il concetto di “volontà popolare”. Non che si debbano sfruttare le debolezze e le frustrazioni di chi è stato lasciato indietro, ma “niente dà più sostegno al populismo che i nostri fallimenti nel creare società giuste ed eque”.

In questo senso l’approvazione del Pilastro europeo dei diritti sociali è solo “un primo passo” nella “ridefinizione sostanziale del rapporto tra politiche economiche e sociali”. In altri termini, i principi elencati a Goteborg non devono rimanere “aspirazionali”, altrimenti non faranno altro che “alimentare la disillusione”. Certo, ci sono anche altre priorità, come il competamento del Mercato unico, compreso il Mercato digitale e l’Unione bancaria. Ma Higgins sottolinea come “la legittimità di tali operazioni” dipenda da un previo “rafforzamento della coesione sociale”.

Poi, ci sarebbero da raccontare i capitoli relativi alla politica estera, alla crisi migratoria e alle politiche per l’ambiente che riempiono altre tre pagine di discorso. Il finale? Un irlandese non poteva che citare Michelangelo (sic!) per parlare dell’Ue: “Ogni blocco di pietra ha una statua dentro di sé ed è compito dello scultore scoprirla”.

Saranno anche solo parole. Ma a volte fa bene leggerle. Anche perché probabilmente, non ne parlerà nessuno.

(ilSalto, 11.05.2018)

Photo CC Flickr: The Irish Labour Party

Ora o mai più: l’Unione europea deve accelerare sulle politiche sociali comuni

“L’acuirsi della crisi migratoria e la Brexit hanno reso impellente la definizione di politiche sociali a livello europeo”. Lo scrivono Sebastiano Sabato, Bart Vanhercke e Denis Bouget dell’Osservatorio sociale europeo (Ose) di Bruxelles, sulle pagine di EuVisions, sintetizzando i risultati del rapporto “Social policy in the European Union: state of play 2017” (“Le politiche sociali nell’Unione europea: stato dell’arte 2017”).

“L’acuirsi della crisi migratoria e la Brexit hanno reso impellente la definizione di politiche sociali a livello europeo”. Lo scrivono Sebastiano Sabato, Bart Vanhercke e Denis Bouget dell’Osservatorio sociale europeo (Ose) di Bruxelles, sulle pagine di EuVisions, sintetizzando i risultati del rapporto “Social policy in the European Union: state of play 2017” (“Le politiche sociali nell’Unione europea: stato dell’arte 2017”).

Più nel dettaglio, secondo gli esperti del settore, la Brexit avrebbe dimostrato l’esigenza di “allontanarsi dalle misure di welfare neo-liberali” per raggiungere l’obiettivo di un’Unione “veramente inclusiva”. Altrimenti? Il rischio di un contagio (e, quindi, di un processo di disintegrazione europeo) potrebbe essere dietro l’angolo. Sabato, Varnhercke e Bouget sostengono infatti che sono stati fattori “sociali e legati al mercato del lavoro” a determinare l’esito del voto britannico del 2016: nel corso degli anni, “una parte sempre più grande della popolazione del Regno Unito si è sentita lasciata indietro e non ha beneficiato dei frutti di una condizione economica generale relativamente buona”.

La Brexit avrebbe dimostrato l’esigenza di “allontanarsi dalle misure di welfare neo-liberali” per raggiungere l’obiettivo di un’Unione “veramente inclusiva”. Altrimenti? Il rischio di un contagio (e, quindi, di un processo di disintegrazione europeo) potrebbe essere dietro l’angolo

Sarebbe però scorretto affermare che l’Ue non si sia mossa in questo senso. Sono gli stessi ricercatori a spiegare che, recentemente, l’Ue ha fatto passi avanti in numerose aree di policy, come “il dialogo sociale, le regolamentazioni nel settore della sanità, il bilanciamento vita-lavoro e l’invecchiamento attivo”. Ma uno dei segni più importanti della sensibilità delle istituzioni è dato sicuramente dalla Proclamazione interistituzionale del Pilastro europeo dei diritti sociali (EPSR), avvenuta lo scorso novembre a Goteborg, in Svezia. Al Pilastro hanno fatto seguito la proposta di Direttiva sul bilanciamento vita-lavoro, la proposta per una raccomandazione riguardo all’accesso alla protezione sociale per tutti i tipi di lavoratori, la creazione di una scoreboard per monitorare il progresso in ambito sociale nel quadro del Semestre europeo.

I ricercatori dell’Ose sottolineano come, nel 2017, anche da un punto di vista discorsivo, l’agenda sociale sia tornata a ricoprire le prime pagine del dibattito pubblico. Ne sarebbero testimonianza, il susseguirsi di numerosi dibattiti e incontri istituzionali di alto livello sul tema della dimensione sociale dell’Ue: dalla dichiarazione in occasione del 60esimo anniversario dei Trattati di Roma, al già citato meeting sociale di Goteborg, passando per il dibattito scaturito dal Libro bianco sul futuro dell’Europa della Commissione europea.

Alla luce del rafforzamento dei partiti euroscettici e populisti, è però legittimo chiedersi se l’Ue sia ancora in tempo per una “virata sociale”: i cittadini sono pronti ad appoggiare un progetto ambizioso di integrazione? Credono (ancora) nell’efficacia delle istituzione europee? Uno studio Eurobarometro del 2017 mostra che, nonostante i problemi di lungo periodo, una maggioranza di cittadini europei è ottimista

“Eppure, in vista di una quanto mai desiderata accelerazione del processo di integrazione sociale – scrivono ancora Sabato, Vanhercke e Bouget – è necessario chiedersi quali Stati debbano essere coinvolti in questo rilancio istituzionale e di policy”. In altri termini: si continuerà cercando di mettere assieme 27 Paesi Membri? O si procederà nell’ottica di un’integrazione differenziata? Secondo i ricercatori, la prima opzione è “desiderabile”, ma la seconda gode dell’appoggio (importante) della “leadership franco-tedesca”. A parte le questioni di metodo, l’Ose sottolinea che è importante che la Commissione europea definisca “una tabella di marcia” per l’applicazione concreta dei principi contenuti nel Pilastro europeo dei diritti sociali. A cosa si riferisce concretamente l’osservatorio di Bruxelles? Per esempio, al “rilancio della Direttiva sul salario minimo e del progetto di uno schema di disoccupazione pan-europeo”. Nel breve periodo, “sarebbe poi fondamentale avviare le attività dell’Autorità europea del lavoro”.

Alla luce del rafforzamento dei partiti euroscettici e populisti, è però legittimo chiedersi se l’Ue sia ancora in tempo per una “virata sociale”: i cittadini sono pronti ad appoggiare un progetto ambizioso di integrazione? Credono (ancora) nell’efficacia delle istituzione europee? Uno studio Eurobarometro del 2017 mostra che, nonostante i problemi di lungo periodo, una maggioranza di cittadini europei è ottimista riguardo al futuro dell’Ue e la fiducia nelle istituzioni sembrerebbe in crescita. Concludendo, i ricercatori dell’Ose invitano a non sprecare questa opportunità: “Il popolo europeo aspetta risposte. È ora di passare dalle speranze ai fatti”.

 

(Linkiesta, 10.05.2018)

I meriti di Tajani: alcuni veri, per altri servirebbero i dati

Antonio Tajani, presidente del Parlamento europeo, ha rivendicato alcuni meriti dal suo ingresso in carica. Alcuni sono corretti, come la rinuncia a circa mezzo milione di euro di indennità transitoria che gli sarebbero spettati dopo aver ricoperto la carica di commissario europeo. Altri sono parzialmente corretti, perché l’aumento di otto punti nel gradimento europeo dell’istituzione che presiede è avvenuto in un periodo che non coincide integralmente con il suo primo anno in carica.

Il Presidente del Parlamento europeo Antonio Tajani, durante una partecipazione a Night Tabloid su Rai2, ha rivendicato alcuni meriti del suo mandato – cominciato a gennaio del 2017.

Abbiamo provato a verificare la veridicità della dichiarazione di Tajani, che può essere divisa in diversi argomenti: la crescita del gradimento dell’Europarlamento, per prima cosa, ma anche una serie di risparmi economici e di rinunce a benefici economici.

Il gradimento del Parlamento europeo

Gli indici di gradimento del Parlamento europeo, l’organo legislativo dell’Unione, si trovano nei report Parlemeter, realizzati dall’unità Public opinion monitoring della Direzione generale della Comunicazione dell’Unione europea (DG Com) sulla base dei sondaggi Eurobarometer.

Per verificare i dati citati da Tajani, il rapporto utile è quello relativo al quello relativo al 2017, pubblicato a ottobre dello scorso anno, e da cui abbiamo preso il grafico successivo.

(Continua su Pagella Politica, 02.05.2018)

Photo CC Flickr: Covenant of Mayors

Spagna, addio eurobond: Madrid si avvicina a Francia e Germania (e l’Italia rimane più sola)

Un nuovo documento redatto dal Ministero dell’Economia iberico svela il cambio di prospettiva della Spagna: spariti dall’agenda gli Eurobond, la posizione di Madrid è ora a metà tra quella di Parigi e Berlino

Madrid si è allineata alle posizioni moderate di Berlino e Parigi per quel che riguarda le riforme della governance europea. 

Lo dimostra un documento pubblicato recentemente dal Ministero dell’Economia iberico e che delinea la “posiziona della Spagna rispetto al progetto di rafforzamento dell’Unione economico e monetaria” (Uem).

Si tratta di un segnale politico importante perché, nel corso degli ultimi anni, sebbene guidata da un governo conservatore, la Spagna di Mariano Rajoy è stato il Paese Ue con le posizioni più vicine a quelle italiane sul fronte delle riforme della governance e dell’architettura istituzionale europea. Per intenderci, nel 2015 Madrid invocava apertamente l’introduzione degli eurobond: un tabù per qualsiasi esecutivo di destra del Centro e Nord Europa, a testimonianza di quanto le divisioni nord-sud contino più che quelle tradizionali destra-sinistra in questa Ue degli interessi nazionali.

Madrid si è allineata alle posizioni moderate di Berlino e Parigi per quel che riguarda le riforme della governance europea un segnale politico importante perché, nel corso degli ultimi anni, sebbene guidata da un governo conservatore, la Spagna di Mariano Rajoy è stato il Paese Ue con le posizioni più vicine a quelle italiane sul fronte delle riforme della governance e dell’architettura istituzionale europea

Nel dettaglio, il nuovo documento (qui una trattazione su El Mundo, in spagnolo), redatto sotto la supervisione del nuovo Ministro dell’Economia, Roman Escolano (il suo predecessore, De Guindos, è stato nominato vice-presidente della Banca centrale europea il mese scorso), spiega che esistono tre canali attraverso i quali le economie di un’Unione monetaria possono far fronte a degli shock: il canale finanziario, quello dell’unione economica e il canale fiscale. 

Nella nuova impostazione del Ministero spagnolo il rafforzamento del primo canale diventa l’obiettivo prioritario. In soldoni, si tratta del consolidamento dell’Unione bancaria tramite l’istituzione di uno schema di garanzia dei depositi paneuropeo (EDIS) e il rafforzamento del meccanismo unico di risoluzione. È questo il capitolo che deve essere avviato ad una rapida conclusione in occasione del prossimo Consiglio europeo di giugno. Realisticamente, è anche l’unico che – alla luce delle parole caute di Merkel e Macron a Berlino di venerdì scorso e del posizionamento degli Stati dell’area Nord-Baltico di un mese fa – possa vedere una concreta convergenza.
Per quanto riguarda l’integrazione economica, il documento spagnolo menziona (il solito) approccio coordinato nella realizzazione di riforme strutturali finalizzate alla “riduzione dei divari di competitività” tra Paesi e il “rafforzamento del Mercato unico”. Madrid segnala però che questo tipo di coordinamento – che attualmente avviene nel quadro del processo di governance del Semestre europeo – può “essere insufficiente”. Per questo serve un intervento sul fronte “fiscale”, il terzo canale.

Tolto il linguaggio tecnico: gli eurobond sono spariti dall’agenda spagnola e la nuova posizione di Madrid somiglia a una mezza via tra Berlino e Parigi. Che sia quella buona per avanzare da giugno in poi? In ogni caso, è praticamente impossibile che i frutti finali arriveranno prima del 2019.

Secondo Madrid, le politiche fiscali nell’Ue “sono coordinate tramite il Patto di stabilità e crescita, il quale si appoggia sugli stabilizzatori fiscali nazionali”. Si tratta di un arsenale utile a gestire le “fluttuazioni economiche regolari”, ma limitato “in caso di crisi”. Sebbene, gli strumenti nazionali debbano rappresentare “la prima linea di difesa”, serve aggiungere strumenti a livello Uem.

In particolare, vengono proposti: uno schema assicurativo coperto da un fondo inter-statale che possa aiutare i Paesi a coprire spese di natura welfaristica fuori dal comune per periodi limitati di tempo; un nuovo strumento a tutela degli investimenti e della crescita coordinato dalla Banca europea per gli investimenti (Bei) che possa agire a livello pan-europeo qualora una crisi colpisca l’intera Unione monetaria; il rafforzamento del Meccanismo europeo di stabilità (Mes) in funzione di piani di assistenza finanziaria soggetti a condizionalità (vedi Grecia) senza che, però, quest’ultimo sostituisca la Commissione europea per quel che riguarda il monitoraggio regolare (Semestre europeo, di cui sopra).
Nelle conclusioni del documento Madrid esplicita che “l’ordine sequenziale delle riforme è importante”, sebbene queste ultime vadano intese come un pacchetto unico: Unione bancaria nel breve periodo, rafforzamento dell’integrazione economica nel medio e, infine, attivazione di nuovi strumenti fiscali pan-europei. Durante il Consiglio europeo di giugno, i “leader europei dovrebbero avere una discussione di ampio respiro” per trovare un accordo “sull’obiettivo finale” da raggiungere in ottica rafforzamento dell’Uem.

Tolto il linguaggio tecnico: gli eurobond sono spariti dall’agenda spagnola e la nuova posizione di Madrid somiglia a una mezza via tra Berlino e Parigi. Che sia quella buona per avanzare da giugno in poi? In ogni caso, è praticamente impossibile che i frutti finali arriveranno prima del 2019.

 

(Linkiesta, 26.04.2018)

Photo CC Flickr: La Moncloa – Gobierno de España

L’asse franco-tedesco e il compromesso al ribasso. L’altra Europa? Una chimera

A parte aver indicato il mese di giugno come data chiave per l’avanzamento del processo di integrazione, il Consiglio europeo di Primavera si è concluso anche con la chiara presa d’atto di una sostanziale differenza di vedute tra i Paesi Ue sui contenuti al centro della trasformazione dell’Unione economica e monetaria, da un lato, e della governance dell’Eurozona, dall’altro.

Nelle ultime settimane, sulle pagine de ilSalto, abbiamo cercato di seguire costantemente lo sviluppo delle negoziazione sul futuro dell’Ue e dell’Eurozona, di fatto avviate nel 2017, in seguito all’elezione di Emmanuel Macron a Presidente della Repubblica francese.

In quest’ottica, in questi primi mesi del 2018, gli eventi chiave sono stati:

  • La pubblicazione di un documento accademico sottoscritto da 14 tra i più influenti economisti franco-tedeschi che delinea un progetto di riforme per rafforzare l’Eurozona (qui una discussione dei contenuti sulle pagine del think tank Bruegel);
  • Le elezioni in Austria, Italia e Ungheria che hanno visto l’affermazione di forze conservatrici, se non euroscettiche;
  • Il comunicato dei Paesi dell’area Nord-Baltica in cui si sono criticate le proposte di riforma del Presidente francese, Emmanuel Macron, sia nel metodo che nel merito;
  • Il Consiglio europeo di Primavera (marzo 2018) che ha indicato giugno 2018 come data potenziale per un accordo di massima su quale debba essere la tabella di marcia per la realizzazione consensuale di un piano di riforme.

A parte aver indicato il mese di giugno come data chiave per l’avanzamento del processo di integrazione, il Consiglio europeo di Primavera si è concluso anche con la chiara presa d’atto di una sostanziale differenza di vedute tra i Paesi Ue sui contenuti al centro della trasformazione dell’Unione economica e monetaria, da un lato, e della governance dell’Eurozona, dall’altro.

Anche per questo, qualche settimana fa abbiamo definito “cacofonia” il dibattito sul futuro dell’Ue: sono semplicemente tante – e reciprocamente conflittuali – le posizioni e visioni in campo.

È bene ribadire che lo “scontro” si snoda tutto intorno alle proposte del Presidente francese che sono state, in parte, componenti fondamentali della campagna elettorale francese del 2017. In buona sostanza, le riforme di Macron includerebbero: la trasformazione del Meccanismo europeo di stabilità (Mes) in un Fondo monetario europeo vincolato al diritto comunitario e che agisca da fondo di garanzia in situazioni di crisi; l’istituzione di un ministro delle Finanze dell’Eurozona; la creazione di un budget per gli investimenti e, più in generale, per la stabilizzazione dell’Eurozona che funga da strumento anticiclico; il completamento dell’Unione bancaria.

Tre nuovi tasselli

Dopo il Consiglio europeo di marzo, questa settimana si sono aggiunti tre tasselli importanti che possono aiutare a continuare l’analisi e cercare di capire dove si andrà a parare. In sequenza:

  • il Presidente Emmanuel Macron, ha parlato al Parlamento europeo rilanciando (in maniera parziale) il proprio piano di riforme dell’Ue;
  • in Germania, Merkel ha cercato di determinare un posizionamento del Governo tedesco (e del suo partito, la Cdu) sul tema “Europa”;
  • Macron e Merkel si sono incontrati a Berlino.

Sebbene la stampa abbia dato ampio spazio al primo evento, sono sicuramente il secondo e il terzo a essere fondamentali per capire lo stato dell’arte e il prosieguo del processo di riforme.

L’azione di Merkel al Bundestag

Dopo una serie di critiche ai piani di Macron da parte del governo tedesco (in particolare, da parte del ministro delle Finanze socialdemocratico, Olaf Scholz), della Csu (l’alleato bavarese di Merkel) e della Cdu stessa, martedi – proprio mentre Macron parlava agli eurodeputati a Strasburgo –  Merkel ha diretto un incontro a porte chiuse, tra i deputati della Cdu e della Csu presso il Bundestag. L’obiettivo? Fare chiarezza tra alleati ed evitare di mandare segnali sbagliati a Parigi. Quali sono stati i contenuti della discussione?

Secondo alcune indiscrezioni riportate da HandelsblattMerkel avrebbe proposto di allargare l’Eurogruppo (oggi composto dai ministri delle Finanze dell’Eurozona) ai rispettivi ministri dell’Economia. Nei piani della Cancelliera, si tratterebbe di creare una sorta di Eurogruppo allargato (la stampa tedesca ha già coniato il termine “Jumbo-Rat” per descrivere la nuova conformazione), il quale dovrebbe garantire un migliore coordinamento delle politiche economiche tra Paesi.

Su Die Welt, Robin Alexander ha inoltre spiegato che Merkel avrebbe confermato l’impostazione à la Schaeuble (ex ministro delle Finanze tedesco) per quanto riguarda la riforma del Mes. Il Meccanismo di stabilità dovrebbe, di conseguenza, rimanere uno strumento che segue una logica intergovernamentale e, quindi, non essere legato al diritto comunitario; tantomeno, finire sotto il controllo della Commissione europea – si tratta di una deviazione importante rispetto ai piani di Macron. Un piccolo passo in avanti (da un punto di vista “francese”) si può riscontrare nel fatto che, agli occhi di Merkel, qualsiasi decisione presa dal Mes su eventuali salvataggi finanziari futuri dovrebbe passare “soltanto” per un voto “non vincolante” dei parlamenti nazionali (in questo caso, del Bundestag). Per intenderci, oggigiorno questo voto rappresenta una vera e propria ghigliottina: molte tranche di finanziamento in favore di Atene sarebbero saltate se il Parlamento tedesco (ma non esclusivamente quest’ultimo) non avesse dato il suo assenso.

Infine, proprio la Cancelliera avrebbe ribadito ai suoi colleghi di partito che non sarà possibile portare avanti le riforme senza una modifica dei trattati europei – si tratta di un cambio di linea politica importante, se si considera le precedenti posizioni di Berlino (lo stesso quadro è confermato in un articolo di Der Spiegel).

In soldoni, Merkel ha delineato un compromesso al ribasso (sempre rispetto alle proposte di Macron) con l’intento di tenere insieme: le aspirazioni della Spd, le critiche dei conservatori e il nocciolo delle riforme dello stesso Presidente francese. Allo stesso tempo, la sfida della Cancelliera è quella di creare un progetto di trasformazione che possa ottenere l’appoggio dell’area Nord-Baltico che si era espressa criticamente qualche settimana fa (vedi sopra, il  comunicato menzionato all’inizio dell’articolo).

In realtà, già mercoledì, proprio la Spd avrebbe parzialmente bocciato il piano di Merkel, soprattutto per quel che riguarda il “Jumbo-Rat. Del resto non è difficile capire il perché. Dopo tanti sforzi per piazzare un proprio rappresentante al ministero delle Finanze dopo l’era Schaeuble, la SPD correrebbe il rischio di veder rientrare la politica europea della Cdu dalla finestra, qualora l’Eurogruppo si dovesse trasformare in un organo allargato anche ai ministri dell’economia.

Ma quanto è realistico che questo compromesso al ribasso si trasformi nei contenuti al centro  della “tabella di marcia” a cui ha fatto riferimento Macron martedì a Strasburgo e menzionata durante il Consiglio europeo di marzo? Molto, se si considera quello che si sono detti il Presidente francese e la Cancelliera ieri a Berlino.

L’incontro Merkel – Macron a Berlino

Nella conferenza stampa di giovedì che ha fatto seguito sia alla visita all’Europarlamento di Macron che alla discussione al Bundestag guidata da Merkel, i leader di Francia e Germania hanno affermato di «aver iniziato uno scambio di vedute» in funzione del Consiglio europeo di giugno. Merkel ha anche ribadito che il 19 giugno le due squadre di governo si incontreranno per discussioni più approfondite.

Non si è trattato di una riedizione dello storico “siamo d’accordo di non essere d’accordo” (“We agree to disagree”) che caratterizzò il primo incontro tra Varoufakis e Schaeuble nel 2015, ma poco ci manca.  Merkel ha voluto sottolineare che al centro del dibattito delle prossime settimane non ci saranno soltanto le questioni istituzionali-economiche, ma anche il rinnovamento della politica di accoglienza dei rifugiati (diritto di asilo) e la politica estera dell’Unione.

Incalzati da Reuters sul punto delle riforme istituzionali, Merkel ha detto: «Siamo d’accordo che l’Eurozona non è salda di fronte a nuove crisi […] ma esistono sia proposte francesi che tedesche». In questo contesto, la Cancelliera ha addirittura menzionato Schaeuble parlando dell’evoluzione del rapporto con il Fmi (Fondo monetario internazionale), prima di ribadire, ancora una volta, che “responsabilizzazione e condivisione dei rischi devono andare di pari passo”. I punti su cui si è detta ottimista? La finalizzazione dell’Unione bancaria e dell’Edis. Merkel ha detto che dobbiamo chiederci perché “le riforme in Spagna, Irlanda e Portogallo abbiano funzionato”.

Macron ha parlato della necessità di condividere «un obiettivo politico comune». Si tratta sì di migliorare la combinazione di “responsabilità e solidarietà”. In questo senso, Macron ha detto che nessuna “unione monetaria può funzionare senza strumenti di convergenza” tra Stati membri, prima di specificare che sono gli elementi di solidarietà a «non funzionare bene» nel Continente.

Rimane quindi il fatto che l’incontro di Berlino non ha minimamente sciolto di nodi concettuali sullo sviluppo dell’Uem e dell’Eurozona. In un certo senso, la Cancelliera e il Presidente si sono nascosti dietro ai temi che uniscono: il rapporto con gli Stati Uniti, la politica estera, il ruolo dell’Ue nel mondo, ecc..

L’altra Europa?

Alla luce della pallida apparizione berlinese di Merkel, è probabile che il piano di Macron subirà aggiustamenti verso gli interessi della Germania e dei Paesi del Nord Europa.

A pesare, oltre alle dinamiche interne ai Paesi (soprattutto in Germania, dove la Csu è sempre più in competizione con l’AfD e i liberali dell’Fdp) c’è l’assenza pressoché totale di governi progressisti nel resto dell’Unione: il Portogallo e la Grecia non sono voci influenti in questa discussione a 27. E nei prossimi 12 mesi non cambierà un granché.

È quindi inevitabile che dalle negoziazioni uscirà un’Europa sì modificata – in fondo, sia Macron che la Spd devono portare a casa qualcosa nei prossimi mesi -, ma in maniera poco tangibile rispetto a chi sogna un’Unione politica con capacità fiscali forti. L’altra Europa, nel breve e medio periodo, rimane una chimera.

(ilSalto, 20.04.2018)

Photo CC Flickr: Annika Haas (EU2017EE) – EU2017EE Estonian Presidency

Un’altra Europa è ancora possibile? L’ipotesi socialista di Corbyn

Qualsiasi piano per cambiare l’Europa che si dice di sinistra, non può limitarsi a dipingere i tratti di un’Unione europea “socialista” del futuro, ma deve anche spiegare come arrivare all’obiettivo.

Settimana scorsa, il comitato britannico “Another Europe is Possible” ha pubblicato un pamphlet dal titolo “The ‘Corbyn moment’ and European socialism”.

Gli autori del manifesto, Luke Cooper (Anglia Ruskin University), Mary Kaldor (London School of Economics), Niccolò Milanese (Direttore di European Alternatives) e John Palmer (Direttore dello European Policy Centre) sostengono che esista un’opportunità storica per rilanciare il progetto dell’Unione europea “da dentro” e con tratti marcatamente “socialisti”.

La prima condizione necessaria affinché ciò avvenga è che Corbyn riesca a insediarsi, quanto prima, a Downing Street con un’agenda di riforme socialiste. ‘Il momento Corbyn’ causerebbe un effetto domino sulle costellazioni politiche degli altri Paesi membri dell’Ue.

Citando direttamente gli autori:

Considerando che il Regno Unito può essere considerato, in larga parte, il propulsore del fallimentare modello economico neoliberale in Europa, un cambio di direzione radicale nello UK, rappresenterebbe un colpo duro per i pochi Paesi che ancora supportano politiche di austerità in Europa

Che aspetto dovrebbe avere questa nuova Unione? Il documento elenca una serie di aree di intervento e di politiche che, attuate nel loro complesso, darebbero vita a un’ ‘Altra Europa’: si passa dalla tassazione delle multinazionali alla regolamentazione dei flussi finanziari, passando per la protezione dei diritti dei lavoratori migranti, dei diritti civili nell’era digitale, la lotta coordinata al cambiamento climatico, fino alla gestione dei conflitti globali e, soprattutto, alla riforma dell’Eurozona (in alternativa al manifesto, si veda questo articolo riassuntivo di Mary Kaldor su OpenDemocracy).

Ovviamente, esiste una seconda condizione necessaria affinché tutto ciò avvenga: il Regno Unito dovrebbe rimanere nell’Unione europea. Peccato però che, per ora, il Labour si sia espresso chiaramente soltanto a favore di una permanenza nell’Unione doganale. Questo scenario escluderebbe Londra dalla definizione delle politiche economiche e sociali dell’Ue.

Diventa chiaro quindi come l’obiettivo del pamphlet sia duplice: spostare sia l’orientamento della classe dirigente del Labour, che dell’Unione. In soldoni: per ribaltare l’Ue bisogna ribaltare la Brexit.

Come valutare l’azione di Another Europe? Considerando che si tratta di un pamphlet è ovvio che ci sono forti assunti normativi: il documento parla di un futuro desiderato.

Ma non si può certo nascondere che, dopo dieci anni di crisi economica e sociale, la domanda che assilla il campo della sinistra europea sia la seguente: un’altra Europa è (effettivamente) possibile

Al di là del taglio normativo del manifesto, la domanda dovrebbe essere rilevante anche per gli autori del documento in questione. Soprattutto nel momento in cui, proprio per convincere la classe dirigente del Labour, viene, a più riprese, citato uno scenario in cui le forze politiche nazionali di sinistra in Europa potrebbero coltivare un’azione coordinata e strategica. Poi, di domande, ce ne sono altre. Per esepio: chi compone questo campo di alleanze strategiche? Se ancora non esiste, come si struttrano le alleanze? Quali sono gli strumenti di dialogo tra classi dirigenti di sinistra dei singoli Paesi? E forse, ancor prima, quali sono le classi dirigenti di riferimento? Sono politicamente e storicamente credibili? E, soprattutto, come si ribaltano i rapporti di forza interni alle istituzioni europee di stampo intergovernativo?

Qualsiasi piano per cambiare l’Europa che si dice di sinistra, non può limitarsi a dipingere i tratti di un’Unione europea “socialista” del futuro, ma deve anche spiegare come arrivare all’obiettivo. E lo deve fare nel dettaglio. Non è solo una questione di logica. I risultati delle elezioni parlamentari europee del 2014, nonché quelle delle liste progressiste ed europeiste in Francia, Germania e Italia ottenuti nel 2017 e 2018, dimostrano chiaramente che la retorica dell’ “alternativa” non funziona più. Mentre, se Corbyn andrà al potere, sarà parzialmente anche perché incarna una sorta di ritorno alla via nazionale per il socialismo.

(ilSalto, 16.03.2018)

Photo CC Flickr: PRO duncan c

Il futuro dell’Ue? Una cacofonia

Lunedì 6 marzo, tramite un comunicato stampa congiunto, Danimarca, Estonia, Finlandia, Irlanda, Lettonia, Lituania, Olanda e Sveziahanno scritto che qualsivoglia modifica dell’attuale assetto dovrebbe concentrarsi sul “completamento dell’Unione bancaria e sulle riforme strutturali e le politiche fiscali nei singoli Paesi”, in linea “con le regole comunitarie”

I ministri delle finanze di otto nazioni del Nord Europa e dell’area Baltica hanno smorzato l’entusiasmo franco-tedesco per un eventuale processo di riforma europeo volto a modificare i connotati dell’Unione economica e monetaria (Uem).

Lunedì 6 marzo, tramite un comunicato stampa congiunto, Danimarca, Estonia, Finlandia, Irlanda, Lettonia, Lituania, Olanda e Sveziahanno scritto che qualsivoglia modifica dell’attuale assetto dovrebbe concentrarsi sul “completamento dell’Unione bancaria e sulle riforme strutturali e le politiche fiscali nei singoli Paesi”, in linea “con le regole comunitarie”. Tradotto: lasciamo perdere, almeno per il momento, progetti quali l’istituzione di un ministro delle Finanze europeo e lo sviluppo di un budget dell’Eurozona per gli investimenti, entrambi abbozzati dal Presidente francese, Emmanuel Macron, e condivisi parzialmente dalla neonata coalizione GroKo in Germania.

I Paesi di questo gruppo misto Nord-Baltico elencano numerosi punti fermi per il futuro del processo di integrazione.

Più a destra di Merkel

Iniziando dalle questioni di metodo, nel comunicato viene ribadito che qualsiasi piano di riforme relativo all’Uem deve essere “inclusivo”. Anche i Paesi che non fanno parte dell’Eurozona dovrebbero poter partecipare, su base volontaria, alle discussioni sul futuro del processo di integrazione. A prescindere dai temi specifici. Tra le righe, qui si legge, da un lato, una critica a Francia e Germania – i due Paesi hanno a più riprese ribadito che un rilancio del processo di integrazione dipende e passa dall’asse Berlino-Parigi -, dall’altro, una scarsa sintonia con il discorso dell’“integrazione a due velocità”.

Passando al merito delle potenziali riforme, gli 8 Paesi sottolineano che il Patto di stabilità e crescita (Psc) non si discute e che un’ Uem rinforzata passa dagli interventi strutturali a livello nazionale. In secondo luogo, qualsiasi processo di riforma dovrebbe incentrarsi su opzioni che godono di un supporto a livello di opinioni pubbliche nazionali. Letteralmente, la discussione dovrebbe incentrarsi sui “bisogni” (“need to have”, tdr.) e non sui “desideri” (“nice to have”, tdr.). Ovvero: “il completamento dell’Unione bancaria, la trasformazione del Meccanismo europeo di stabilità (Mes) in un Fondo monetario europeo” e il rafforzamento di un’ “agenda di libero scambio”.

Entrando nel dettaglio delle tre aree di riforma, per quanto riguarda l’Unione bancaria, gli elementi chiave (e prioritari) sarebbero quelli già delineati nella Roadmap to Complete the Banking Union del 2016: la definizione di margini di liquidità adeguati per garantire le procedure di bail-in, il completamento di politiche virtuose per gestire i cosiddetti non-performing loans e la minimizzazione degli aiuti di Stato. Che fine ha fatto lo schema di assicurazione europeo per i depositi (Edis)? I ragionamenti tecnici “dovrebbero essere portati avanti”, mentre le “discussioni politiche” possono partire soltanto a fronte di un progresso sul fronte della “riduzione del rischio”. Il tutto dovrebbe poi procedere di pari passo con il rafforzamento dell’Unione dei capitali. Punto numero due: Meccanismo europeo di stabilità. Il Mes dovrebbe godere di maggiore responsabilità per lo sviluppo e il monitoraggio dei programmi di assistenza finanziaria-fiscale di cui beneficiano Paesi in stato di crisi. Il processo decisionale interno all’istituto dovrebbe inoltre rimanere “intergovernativo” e basato sulle attuali regole di voto. Appare netta quindi l’opposizione all’idea di ancorare il Mes a un procedimento di supervisione (oltre che di democratizzazione e politicizzazione) parlamentare. In generale, tra le righe (e con un po’ di malizia), si può leggere la predilezione, da parte dei Paesi firmatari, per un ruolo sempre meno incisivo della Commissione europea a favore del Mes.

Infine, i ministri delle finanze sottolineano la necessità di sviluppare il prossimo Piano di finanziamento pluriennale europeo (Qfp), combinando meglio l’allocazione delle risorse all’implementazione di riforme strutturali. Queste ultime avrebbero dimostrato – nel corso e dopo la crisi –  la loro “efficacia”.

Cosa ci dice tutto ciò?

Il comunicato aggiunge nuovi elementi al dibattito sul processo di di riforme europeo che ha preso piede dopo le elezioni francesi dell’anno scorso. Peccato però che, a questo punto e metaforicamente parlando, la discussione somigli molto più a una “cacofonia” (per farsi un’idea della molteplicità e diversità delle posizioni in campo, ecco una carrellata di contenuti pubblicati negli ultimi giorni da varie testate internazionali: #1, #2, #3, #4, #5).

A livello di principio, Danimarca & co. sembrerebbero in linea con la visione della CDU tedesca. Ma quest’ultima ha aperto a un processo di riforma più ampio per andare incontro a Macron, nel contesto della neonata GroKo. Ne consegue, che la posizione qui delineata è lontana da quella di Parigi e, naturalmente, da quella del Sud Europa (soprattutto, Portogallo e Grecia). Inoltre, è da notare la presa di distanza olandese nei confronti della Germania.

Semplificando (di molto) il quadro politico continentale, si intravede, in funzione dei piani futuri di riforma, la costituzione di alcuni blocchi distinti di Paesi caratterizzati da interessi diversi:

  • Il blocco Nord-Baltico;
  • L’asse Berlino-Parigi che comprende anche Lussemburgo e Belgio;
  • Il gruppo del Sud: Portogallo, Grecia e Spagna;
  • Il blocco Visegrad: Polonia, Ungheria, Repubblica Ceca e Slovacchia;
  • Gli “aspiranti Schengen”, Bulgaria e Romania;

E tutti gli altri? Per il momento fluttuano tra questi gruppi in attesa di collocarsi. Considerando il voto di domenica, dall’Italia ci si potrebbe aspettare un riposizionamento da qualche parte, tra Visegrad e il gruppo del Sud. L’Austria, al contrario, si trova tra Visegrad e il blocco Nord-Baltico.

Ma a questo punto, la domanda cruciale diventa: per il futuro dell’Unione e dell’Eurozona, che tipo di compromesso potrà nascere da una tale frammentazione politica?

(ilSalto, 09.03.2018)

La sinistra europea punta sul tema ‘sicurezza’ per tornare a conquistare voti

Macron annuncia di raggiungere il 2% di spesa sul pil per la Difesa, in Germania l’SPD cerca di recuperare terreno sul tema della sicurezza. Intanto Corbyn accusa Theresa May per i tagli alle forze dell’ordine e in Polonia vengono annunciati 4mila nuovi ingressi nelle forze di polizia

La “sicurezza” è il tema politico principe nei dibattiti pubblici del Vecchio Continente. E chi crede che sia soltanto a causa di della retorica della destra radicale, si sbaglia.

Nelle ultime settimane, il rafforzamento della difesa interna ai singoli Stati nazionali ed estera a livello europeo, è sulla bocca di tutti.

Settimana scorsa, la Francia ha annunciato che verranno investiti 300 miliardi di euro nel settore nel corso dei prossimi 6 anni. 37 soltanto nel nucleare. Il tutto per raggiungere il 2% di spesa sul pil.

Il ministro alla Difesa, Florence Parly ha affermato che gli sforzi necessari non soltanto per rispettare le promesse fatte nel quadro degli accordi NATO, ma anche per “compensare le mancanze degli anni passati e costruire un esercito moderno, sostenibile e protettivo”.

In Francia, gli investimenti in sicurezza e militare sono sempre stati una cifra discorsiva del Front National. La mossa potrebbe quindi essere anche letta come un tentativo di tagliare le gambe al partito di Le Pen che sta attraversando un periodo di riassestamento dopo le scorse presidenziali (si parla addirittura di un potenziale cambio di nome della formazione).

Più in generale, Macron non ha mai smentito né a parole, né nei gesti, l’idea di una certa nostalgica grandeur francese. A maggior ragione nell’epoca di Trump e di una Brexit che lascerebbe Parigi come unica potenza nucleare nell’Unione europea.

Ma quella della sicurezza non è soltanto una questione francese.

Al di là del Reno, in Germania, una SPD ancora traumatizzata dai recenti scossoni post-elettorali (accordo di larghe intese con Merkel e dimissioni di Schulz) ha fatto intendere che avrà un occhio di riguardo rispetto al tema.

Nelle ultime settimane, il rafforzamento della difesa interna ai singoli Stati nazionali ed estera a livello europeo, è sulla bocca di tutti. Settimana scorsa, la Francia ha annunciato che verranno investiti 300 miliardi di euro nel settore nel corso dei prossimi 6 anni. 37 soltanto nel nucleare. Il tutto per raggiungere il 2% di spesa sul pil

Andrea Nahles, ex-ministro al Lavoro e principale candidata alla successione di Schulz alla guida del Partito ha affermato, proprio ieri, che sulla sicurezza interna i socialdemocratici devono recuperare terreno. Il settimanale Die Zeit ha titolato addirittura “Nahles non vuole spostarsi più a sinistra”.

Già, perché l’accento sulla sicurezza diventa una mezza risposta a quella parte della base della SPD che vorrebbe un focus totale sulle politiche sociali. Nel dettaglio, Nahles ha detto che capisce la voglia “di purezza” della base, ma che l’agenda politica “non si può più declinare a piacimento”.

Del resto, gli ultimi sondaggi danno i socialdemocratici sotto al 17% a due lunghezze dalla radicale e xenofoba AFD, neo-promossa in Parlamento alle scorse elezioni. Inoltre, proprio riguardo alla questione immigrazione, qualche mese fa, ai microfoni di Der Spiegel, sempre Nahles aveva affermato quanto segue: “Non dobbiamo essere naive. Se arrivano un milione di persone, non possiamo aspettarci che siano tutti gentili. Ma chi non si tiene alle regole deve subire dure conseguenze”.

La retorica “securitaria” si ferma alla socialdemocrazia? Non proprio. Per dire, lo stesso Jeremy Corbyn, Oltremanica, ha cercato di incrementare il suo punteggio parlando di law and order.

Nel dettaglio, il leader dei laburisti ha accusato Theresa May per i tagli alle forze dell’ordine implementati proprio quando quest’ultima era agli Interni. Corbyn ha legato i tagli all’aumento degli indici di criminalità del Paese.

Infine, a forza di spostarsi a sinistra lungo lo spettro politico si torna a destra, magari a quella di governo polacca. È notizia di ieri che il ministro dell’Interno Joachim Brudzinski ha annunciato 4mila nuovi ingressi nelle forze di polizia. Brudzinski ha detto che a breve verranno allocati 36 milioni di euro per aumentare i salari degli agenti con le paghe più basse. Sarebbe soltanto il primo passo di un piano di modernizzazione per cui la polizia polacca dovrebbe ricevere più di 1 miliardo di euro entro il 2020.

Del resto, il Primo ministro polacco Morawiecki, atteso venerdì a Berlino, ha dichiarato che la Germania dovrebbe investire rapidamente nella propria difesa per essere in linea con le promesse NATO. Con riferimento alla politica estera e di sicurezza comunitaria Morawiecki ha poi dichiarato quanto segue: “Il modo migliore per garantire la pace, è attrezzarsi per la guerra”.

 

(Linkiesta, 15.02.2018)