In Europa la democrazia è in pericolo. Ecco 6 proposte contro il declino

I principi fondanti l’Unione europea, ovvero la democrazia, lo stato di diritto e il rispetto dei diritti fondamentali dell’uomo subiscono pressioni politiche inedite all’interno degli stati membri dell’Ue.

I principi fondanti l’Unione europea, ovvero la democrazia, lo stato di diritto e il rispetto dei diritti fondamentali dell’uomo subiscono pressioni politiche inedite all’interno degli stati membri dell’Ue.

È questa la constatazione che ha portato il Gruppo di esperti della fondazione socialdemocratica tedesca, Friedrich Ebert Stiftung (FES), ad articolare in un nuovo paper – “The Other Democratic Deficit – A toolbox for the EU to safeguard democracy in Member States” (“L’Altro deficit democratico – una cassetta degli attrezzi per l’Ue per salvaguardare la democrazia negli Stati membri”, tdr.) – una serie di contromisure ai mali che affliggono gli ordinamenti di molti Stati del Vecchio Continente.

Del paper e, più in generale, dello stato di salute delle democrazie liberali europee, si è discusso martedì 26 giugno, a Roma, in occasione di una tavola rotonda organizzata, congiuntamente, proprio dalla FES e dall’Istituto affari internazionali (IAI).

L’incontro è stato presieduto dal Vicepresidente vicario dello IAI, Ettore Greco e dal giornalista tedesco, Michael Braun (FES Roma, ma anche corrispondente della Tageszeitung e della radio pubblica tedesca) e ha beneficiato degli interventi di Miguel Maduro (Direttore della School of Transnational Governance, EUI), Michael Meyer-Resende (Direttore esecutivo del Democracy Reporting International), Lucia Serena Rossi(professoressa di Diritto dell’Unione europea, Università di Bologna) e Nicola Verola (Segretatio del Comitato Interministeriale per gli Affari europei, CIAE).

La diagnosi

Parlare di deficit di “democrazia” in Europa può sembrare fuori luogo, soprattutto se si fa il paragone con epoche passate, o se si accosta il nostro Continente ad altri contesti politico-istituzionali. Eppure, sono diversi i segnali che portano il tema all’ordine del giorno.

Quelli più conclamati fanno sicuramente riferimento alle recenti evoluzioni nell’Europa dell’est e centrale, in Polonia e in Ungheria, dove i rispettivi governi hanno dispensato misure e riforme, come minimo controverse.

Identificate come tentativi di infrazione, da un lato, del pluralismo dei sistemi mediatici, e, dall’altro, dell’indipendenza del potere giudiziario, si tratta di azioni politiche che vanno contro i dettami dell’art. 2 dei Trattati europei, che recita:

“L’Unione si fonda sui valori del rispetto della dignità umana, della libertà, della democrazia, dell’uguaglianza, dello Stato di diritto e del rispetto dei diritti umani, compresi i diritti delle persone appartenenti a minoranze. Questi valori sono comuni agli Stati membri in una società caratterizzata dal pluralismo, dalla non discriminazione, dalla tolleranza, dalla giustizia, dalla solidarietà e dalla parità tra donne e uomini”.

Eppure, la discussione ci riguarda da vicino. Secondo Greco, non da ultimo, sarebbero anche “i recenti sviluppi in Italia” a motivare una discussione sul rispetto dei principi fondamentali delle democrazie in Europa.

Maduro spiega che, “dall’inizio dell’Ue ad oggi”, il rischio di vedere attaccati i diritti fondamentali “non è mai stato così concreto”. Si tratta di una visione mitigata soltanto parzialmente da Verola che specifica come sia soprattutto il principio dello stato di diritto a subire attacchi in alcuni Paesi dell’Ue. La precisazione porta alla distinzione tra “rischi di breve periodo e di lungo periodo”.

In altri termini, se la natura democratica della maggior parte dei Paesi europei è ancora salda, la caduta dello stato di diritto rappresenta il primo tassello di un potenziale domino.

E se, in funzione della definizione di una potenziale antidoto a firma Ue, la diagnosi dei mali potrebbe limitarsi all’individuazione dei “cattivi” – i vari Orban, Kaczynski e Salvini di turno – e delle loro pratiche, va tenuto presente anche il contesto storico generale. In che senso?

Per Meyer-Resende, il calo degli indici di democraticità dei sistemi nazionali europei sta avvenendo in un momento particolare (il riferimento è al post-crisi greca e alla questione migratoria), contraddistinto dalla messa in discussione della democraticità dell’Unione europea stessa.

Di fronte a questa duplice dimensione del problema (democraticità “nell’Ue” e “dell’Ue”) il paper della FES, curato da Juliane Schulte (FES), si sofferma esplicitamente sul primo.

La riflessione ha l’obiettivo di proporre misure positive che l’Ue potrebbe avanzare per salvaguardare la democrazia nei Paesi membri, al netto della riflessione sui meccanismi interni delle istituzioni di Bruxelles.

Le proposte della FES

Gli esperti del FES suggeriscono sei misure fondamentali:

● un sistema di monitoraggio che faccia emergere, in ogni Paese, i nodi democratici e i cui risultati vengano discussi dal organi nazionali ed europei;
● la condizionalità dell’elargizione dei fondi del prossimo Quadro di finanziamento pluriennale (QFP) in funzione del rispetto dei principi fondanti l’Ue;
● una procedura giudiziaria europea che operi in contrasto alle infrazioni negli Stati membri;
● l’istituzione di un fondo (European Values Instrument) a supporto delle ong;
● l’armonizzazione delle regole per la salvaguardia del pluralismo mediatico;
● un sistema di incentivi che disciplini i partiti nazionali nel contesto del loro rapporto con i partiti di riferimento europei e i Gruppi politici al Parlamento europeo.

Il sistema di monitoraggio

Si tratterebbe di uno strumento flessibile con l’intento, da un lato di unificare una serie di studi che vengono già condotti da altri organi internazionali ed europei, e, dall’altro, di far emergere per ogni Paese le principali questioni di assenza di democrazia. In che modo? A partire da un dialogo con i vari corpi intermedi (società civile), ma anche con i governi stessi. Inoltre, il monitoraggio dovrebbe fornire materiale per operare una sorta di comparazione tra Paesi e analizzare anche i deficit democratici a livello sovranazionale.

Il materiale prodotto, dovrebbe poi essere discusso sia dai parlamenti nazionali che dal Parlamento europeo. Infine, il Consiglio dovrebbe confrontarsi con i vari report nel corso del Dialogo sullo stato di diritto, istuito nel 2015. In tutto ciò, la FES pone particolare enfasi sul fatto che il processo non deve rappresentare un ulteriore appesantimento burocratico per gli Stati membri.

La condizionalità dei fondi

Legato a doppio filo al processo di monitoraggio, la FES propone di instituire un principio di condizionalità di larga scala nel quadro dell’esecuzione del QFP. In parole povere: chi contravviene ai principi esposti dall’art. 2, sulla base di quanto emerso dal monitoraggio, va incontro a penalità finanziarie.

A dire il vero, di un tale meccanismo si parla già in relazione a una specifica componente del budget, ovvero i fondi strutturali. Ma secondo gli esperti, autori del paper, la condizionalità e, quindi, le potenziali penalità andrebbero applicate con riferimento all’intero parco-risorse, comprendendo quindi anche i vari Horizon2020 (fondi per l’innovazione e la ricerca), LIFE Programme (ambiente) e il Meccanismo per collegare l’Europa (CEF).

Inoltre, secondo la FES le penalità dovrebbero seguire un principio di “gradualità” ed essere impugnabili dagli stati colpiti. Ad ogni modo, per procedere in questa direzione, servono modifiche sostanziali alle leggi che istituiscono il QFP.

Azioni legali

Oggigiorno, le infrazioni dell’art. 2, dovrebbero essere sanzionate attraverso l’art. 7 dei Trattati Ue. Si tratta di uno strumento di deterrenza che, qualora portato allo stadio di applicazione definitivo, mette sul piatto della bilancia l’esclusione di un Stato membro dalle procedure di voto in seno alle istituzioni.

Gli esperti indicano però che lo strumento è di natura prettamente politica, in quanto l’esplicazione finale degli effetti dell’art. 7 dipende da un voto unanime del Consiglio. Piuttosto, sarebbe desiderabile che la Corte di giustizia europea imponesse una nuova linea interpretativa (più estesa) definendo cosa costituisce un atto di infrazione sistemico nei confronti dell’ordinamento dell’Unione.

Sulla base di questa nuovo approccio, la Commissione potrebbe impugnare procedure di infrazione che potrebbero beneficiare di un percorso accelerato in seno alla Corte europea. Un tale processo “depolicitizzerebbe” il dibattito sul rispetto dell’art. 2 da parte degli Stati membri e, seppur imperfetto, potrebbe aumentare la credibilità e l’efficacia delle azioni comunitarie.

Un fondo speciale per le ong

A partire dalla constatazione che le risorse messe a disposizione per la società civile sono insufficienti, viene proposto un fondo aggiuntivo di 2 miliardi di euro da spalmare su sette anni di QFP.

Le risorse andrebbero dislocate tramite organismi indipendenti a livello nazionale (in modo da superare lo scoglio della burocrazia europea) e dovrebbero alimentare esclusicamente organizzazioni non governative. Quali sarebbero le attività da stimolare? Educazione civica, lobbying in difesa dei diritti fondamentali e giornalismo investigativo.

Parallelamente, gli esperti suggeriscono di instuitre un referente europeo per la società civile che possa vigilare su episodi puntuali di limitazione delle libertà fondamentali e fungere da raccordo tra livello locale ed europeo.

L’armonizzazione del settore mediatico

Inevitabilmente, uno dei sei pilastri della strategia riguarda il settore mediatico, per il quale si raccomanda un’azione efficace da parte della Commissione, al fine di definire regole comuni per i settori del Mercato unico che influenzano il pluralismo e la libertà dei media. Servono regole chiare e uniformi sulla trasparenza dei finanziamenti statali e nel settore pubblicitario, nonché provvedimenti che definiscano i limiti della concetrazione delle proprietà.

Inoltre, il già esistente Media Pluralism Monitor dovrebbe confluire nel monitoraggio di cui sopra, mentre il mandato dell’Agenzia dell’Unione europea per i diritti fondamentali (FRA) dovrebbe esteso in modo che questa ultima possa fornire assistenza a Stati membri e istituzioni europee nel settore dei media.

Gli esperti fanno anche un richiamo al fenomeno della disinformazione online: le piattaforme social media (ma non solo) dovrebbero essere chiamate a rendere conto regolarmente al Parlamento europeo in merito alla battaglia contro le fake news.

Infine, viene ribadito che la Commissione europea dovrebbe mettere a disposizione risorse per progetti di formazione giornalistica per non addetti ai lavori, così come promuovere la ricerca sull’alfabetizzazione mediatica e digitale.

Condizionare i partiti nazionali

L’ultimo tassello della proposta della FES riguarda il condizionamento dei partiti politici nazionali. Come riuscire ad allineare i partiti nazionali al rispetto dei valori fondanti dell’Ue? Gli autori del paper sostengono che la soluzione possa essere identificata nei partiti politici europei (che, di solito, comprendono una serie di partiti nazionali).

Più nel dettaglio, i partiti europei dovrebbero essere in grado di competere con i partiti nazionali attraverso liste transnazionali ed essere in grado di decidere sulla partecipazione di questi ultimi ai Gruppi politici del Parlamento europeo. In questo modo, i partiti nazionali potrebbero essere disciplinati attraverso il rischio di penalizzazioni finanziarie (derivanti dalla mancata partecipazione a un Gruppo politico).

Allo stesso tempo, l’Autorità per i partiti politici europei e le fondazioni politiche europee dovrebbero essere in grado di monitorare il comportamento dei partiti nazionali ed essere in grado di raccogliere evidenze, nel caso di una violazione dell’art. 2.

(Linkiesta, 05.07.2018)