Il fenomeno migratorio in Europa: analisi dell’opinione pubblica

A tre anni di distanza dall’inizio di quella che è stata definita “crisi migratoria”, il tema dell’immigrazione continua a essere al centro del dibattito pubblico non solo italiano, ma anche di molti altri Paesi dell’Unione Europea. Nel settembre 2018, i Primi ministri e Capi di Stato dei 28 Paesi dell’Ue si sono riuniti per un incontro informale nella città austriaca di Salisburgo per discutere, ancora una volta, la definizione di un piano comunitario condiviso. Nonostante ciò, è difficile intravedere i contorni di un’azione congiunta. Con ogni probabilità, la discussione e i conflitti fra interessi delle diverse aree e Stati dell’Ue si prolungheranno almeno fino alle prossime elezioni del Parlamento Europeo del maggio 2019, se non oltre.
In questo articolo, elaborando i dati Eurobarometro e Project28, viene delineato il quadro dell’opinione pubblica europea in merito al tema dell’immigrazione.

Migrazioni intra-Ue VS immigrazione extra-Ue

Innanzitutto, è naturale chiedersi se, al di là della politica, l’immigrazione sia effettivamente sentita come un problema dai cittadini Ue. A tal proposito, è bene fare una prima distinzione fra “migrazione intra-Ue” (ovvero, tra Paesi europei) e “migrazione extra-Ue” (ovvero, i flussi di entrata provenienti da Paesi terzi, non aderenti all’Unione).
La Figura 1 riporta dati Eurobarometro registrati tra il 2014 e il 2017. Si nota chiaramente come le migrazioni fra Paesi Ue siano viste con favore da più di due terzi dei cittadini europei (nel grafico, si cumulino le voci “positive” e “very positive”). Non solo: la dinamica degli ultimi 4 anni, indicherebbe addirittura un crescente supporto a tale fenomeno, chiamato anche “mobilità di studenti e lavoratori”.
Del resto, quello della “libera circolazione all’interno dei confini Ue” rimane di gran lunga il nocciolo dell’integrazione europea agli occhi di molti cittadini dell’Unione. A tal proposito, la Figura 2 illustra le risposte date dagli intervistati alla domanda “che significato ha per te l’Unione europea?”.
Detto ciò, il quadro cambia radicalmente quando, al centro del focus di analisi, si pone la questione delle migrazioni in senso più generale e, soprattutto, il fenomeno dell’immigrazione extra-Ue. Un report del think tank Bruegel ha ben evidenziato questa differenza.
Nella Figura 3 riportiamo un grafico che mostra appunto quanto l’interpretazione positiva del fenomeno migratorio valga soprattutto quando si parla di libera circolazione all’interno dei confini dell’Unione dei cittadini comunitari. Più nel dettaglio, nel grafico, la retta a 45° rappresenta i punti per cui il supporto all’immigrazione intra-Ue (libera circolazione) ed extra-Ue sarebbe egualmente gradita. Il collocamento di tutti i Paesi Ue alla destra di tale retta dimostra uno sbilanciamento. In termini numerici, il livello medio di supporto per l’immigrazione intra-Ue si attesta al 64%, rispetto a un 39% a favore dell’immigrazione extra-Ue.

Perché i migranti cercano di raggiungere l’Europa?

I dati Eurobarometro non sono gli unici a documentare la preoccupazione degli europei rispetto all’arrivo di persone da paesi terzi. Dal 2016, la fondazione Századvég, un think tank indipendente ungherese conduce, nell’ambito del progetto Project28, sondaggi per comprendere le opinioni dei cittadini di tutti i Paesi UE rispetto ad alcune tematiche sociali chiave.

Dalla Brexit all’Italexit?

Che ruolo ha giocato la questione migratoria, nella definizione dei risultati del referendum sulla Brexit? Tramite un’analisi fattoriale applicata ai dati ottenuti da un sondaggio longitudinale IPSOS-Mori, condotto tra il 2015 e il 2017, è stato possibile individuare la correlazione fra, da un lato, differenti gruppi di variabili e, dall’altro, l’esito del voto referendario del 23 giugno 2016 nel Regno Unito. La stessa base dati permette di indagare sia le opinioni dei cittadini britannici sul tema dell’immigrazione, sia il rischio di un effetto domino della Brexit su altre realtà nazionali.

Come spiegare la Brexit? Leavers Vs Remainers

I risultati indicano che le variabili che sono state aggregate all’interno di un fattore “anti-immigrazione / pro-nativi” sono quelle che spiegano meglio il risultato (34%) finale del referendum (Figura 1). Seguono fattori quali “sfiducia negli esperti” (23%) e “opposizione alla political correctness” (12%). In altre parole, i numeri rivelano che fattori “culturali” e “valoriali” hanno giocato un ruolo più rilevante nella determinazione del voto, rispetto alle mere “condizioni economiche” dei votanti.

Allo stesso modo, è possibile osservare quali siano state le principali preoccupazioni degli elettori dei due fronti, dei cosìddetti “Leavers” e “Remainers” (Figura 2). L’impatto potenziale della Brexit sugli scenari economici del Regno Unito è il fattore più indicato da chi ha votato per una permanenza nell’Ue (71%), seguito dalla preoccupazione relativa alla possibilità di commerciare con altri Stati (60%) e di potersi spostare liberamente attraverso l’Europa (44%). Nel caso dei Leavers, le percentuali relative a questi fattori si attestano rispettivamente al 30% e sotto al 10% e 5%.
Al contrario, chi ha votato per uscire dall’Ue, ha indicato come prima preoccupazione quella di poter legiferare in autonomia (71%), seguita dall’arrivo degli immigrati e del costo che questi ultimi rappresentano per il sistema di welfare (68%) – viceversa soltanto il 14% dei Remainers hanno menzionato questa preoccupazione.

La questione migratoria nel Regno Unito: opinioni e contraddizioni
È altrettanto interessante notare come, a livello nazionale, le opinioni riguardo alla questione migratoria non siano cambiate molto tra il 2015 e il periodo successivo al voto referendario (Figura 3): la percentuale di persone a favore di una diminuzione dei flussi migratori in entrata è scesa dal 42% (pre-voto) al 37% (post-voto).
D’altra parte, i cittadini britannici continuano ad avere opinioni contrastanti riguardo a quali debbano essere gli obiettivi concreti delle politiche di contenimento degli stessi flussi, in funzione del loro posizionamento lungo lo spettro politico e del comportamento elettorale tenuto durante il referendum (Figura 4).

Colonia dell’assurdo

Colonia il cielo è limpido, ma c’è un freddo pungente. Il sole delle 13 di sabato 9 gennaio irradia le persone raggruppate sugli scalini tra il duomo e la stazione centrale, l’Hauptbahnhof. Matthieu (il nome è di fantasia), 30 anni, si aggira nervoso. I suo grandi occhi azzurri sono incastonati in un viso pallido, nascosto sotto a un cappuccio grigio – lo sguardo invasato. Dalla bretella destra del suo zaino penzola un rosario di legno. Ogni volta che muove le braccia, la croce sobbalza. Sei un “mollaccione”. Mi fai schifo. Sono venuto dalla Francia per difendere le tue donne. Vuoi aspettare che questi musulmani te le violentino tutte?, esclama in inglese, indicando un signore brizzolato sulla cinquantina. Un ragazzo tedesco-tunisino che passa di lì, lo sente e si ferma. Cominciano a discutere.

(Continua su Left, n°3/2016)