Verso Brexit: le notizie degli ultimi giorni per non perdere il filo

La notizia calda di oggi è che il Partito nazionalista scozzese (SNP) ha preso una posizione dura contro il Primo ministro britannico, Theresa May (Partito conservatore). Più precisamente, l’SNP ha annunciato che voterà contro l’accordo sulla Brexit a Westminster se il Governo non riuscità a garantire la permanenza del Regno Unito nel Mercato unico o nell’Unione doganale.

Il Primo ministro scozzese, Nicola Sturgeon (SNP), ha ribadito che appoggerebbe un secondo referendum sulla Brexit. Non è chiaro però, se questo potenziale (ma improbabile) secondo voto verrebbe legato a una nuova consultazione sull’indipendenza della Scozia dal Regno Unito. Intanto, sabato scorso, migliaia di cittadini hanno riempito le strade di Edimburgo per rivendicare un affrancamento da Londra.

Scottish independence supporters rally in Edinburgh - The Guardian

SNP could back second Brexit referendum tied to independence vote - The Guardian

SNP delivers Brexit ultimatum to Theresa May - The Guardian
Brexit, che impresa

L’altra notizia di questo inizio settimana riguarda il livello di preoccupazione delle imprese britanniche rispetto alla Brexit. Secondo uno studio della società di consulenza, Deloitte, sarebbe al livello “più alto” dal voto del 2016.

Brexit anxiety for businesses 'at highest since referendum' - The Guardian

Nonostante i nervi tesi tra “britannici”, negli ultimi dieci giorni, i toni  tra Bruxelles e Downing Street sono stati quasi “conciliatori”. Per esempio, il Presidente della Commissione europea (CE), Jean Claude Juncker, ha detto che è possibile raggiungere un accordo entro qualche settimana.

Ma, alla luce di quanto scritto sopra, rimane centrale la questione: che tipo di accordo arriverà sui banchi del Parlamento di Londra? E chi voterà a favore? Il Parlamento britannico dovrà infatti approvare qualsiasi tipo do accordo sulla Brexit.

EU-Austritt Großbritanniens: Juncker rechnet mit Brexit-Einigung in wenigen Wochen -  Der Spiegel
Nei corridoi di Westminster

Secondo un report del The Guardian, di fronte alle preoccupazioni e possibili defezioni, da un lato, dell’SNP, e, dall’altro, di numerosi conservatori che vorrebbero, invece, un’uscita senza se e senza ma dall’Ue, Theresa May avrebbe avviato una campagna di corteggiamento dei deputati del partito di opposizione laburista.

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Dalla Brexit all’Italexit?

Che ruolo ha giocato la questione migratoria, nella definizione dei risultati del referendum sulla Brexit? Tramite un’analisi fattoriale applicata ai dati ottenuti da un sondaggio longitudinale IPSOS-Mori, condotto tra il 2015 e il 2017, è stato possibile individuare la correlazione fra, da un lato, differenti gruppi di variabili e, dall’altro, l’esito del voto referendario del 23 giugno 2016 nel Regno Unito. La stessa base dati permette di indagare sia le opinioni dei cittadini britannici sul tema dell’immigrazione, sia il rischio di un effetto domino della Brexit su altre realtà nazionali.

Come spiegare la Brexit? Leavers Vs Remainers

I risultati indicano che le variabili che sono state aggregate all’interno di un fattore “anti-immigrazione / pro-nativi” sono quelle che spiegano meglio il risultato (34%) finale del referendum (Figura 1). Seguono fattori quali “sfiducia negli esperti” (23%) e “opposizione alla political correctness” (12%). In altre parole, i numeri rivelano che fattori “culturali” e “valoriali” hanno giocato un ruolo più rilevante nella determinazione del voto, rispetto alle mere “condizioni economiche” dei votanti.

Allo stesso modo, è possibile osservare quali siano state le principali preoccupazioni degli elettori dei due fronti, dei cosìddetti “Leavers” e “Remainers” (Figura 2). L’impatto potenziale della Brexit sugli scenari economici del Regno Unito è il fattore più indicato da chi ha votato per una permanenza nell’Ue (71%), seguito dalla preoccupazione relativa alla possibilità di commerciare con altri Stati (60%) e di potersi spostare liberamente attraverso l’Europa (44%). Nel caso dei Leavers, le percentuali relative a questi fattori si attestano rispettivamente al 30% e sotto al 10% e 5%.
Al contrario, chi ha votato per uscire dall’Ue, ha indicato come prima preoccupazione quella di poter legiferare in autonomia (71%), seguita dall’arrivo degli immigrati e del costo che questi ultimi rappresentano per il sistema di welfare (68%) – viceversa soltanto il 14% dei Remainers hanno menzionato questa preoccupazione.

La questione migratoria nel Regno Unito: opinioni e contraddizioni
È altrettanto interessante notare come, a livello nazionale, le opinioni riguardo alla questione migratoria non siano cambiate molto tra il 2015 e il periodo successivo al voto referendario (Figura 3): la percentuale di persone a favore di una diminuzione dei flussi migratori in entrata è scesa dal 42% (pre-voto) al 37% (post-voto).
D’altra parte, i cittadini britannici continuano ad avere opinioni contrastanti riguardo a quali debbano essere gli obiettivi concreti delle politiche di contenimento degli stessi flussi, in funzione del loro posizionamento lungo lo spettro politico e del comportamento elettorale tenuto durante il referendum (Figura 4).

Ora o mai più: l’Unione europea deve accelerare sulle politiche sociali comuni

“L’acuirsi della crisi migratoria e la Brexit hanno reso impellente la definizione di politiche sociali a livello europeo”. Lo scrivono Sebastiano Sabato, Bart Vanhercke e Denis Bouget dell’Osservatorio sociale europeo (Ose) di Bruxelles, sulle pagine di EuVisions, sintetizzando i risultati del rapporto “Social policy in the European Union: state of play 2017” (“Le politiche sociali nell’Unione europea: stato dell’arte 2017”).

“L’acuirsi della crisi migratoria e la Brexit hanno reso impellente la definizione di politiche sociali a livello europeo”. Lo scrivono Sebastiano Sabato, Bart Vanhercke e Denis Bouget dell’Osservatorio sociale europeo (Ose) di Bruxelles, sulle pagine di EuVisions, sintetizzando i risultati del rapporto “Social policy in the European Union: state of play 2017” (“Le politiche sociali nell’Unione europea: stato dell’arte 2017”).

Più nel dettaglio, secondo gli esperti del settore, la Brexit avrebbe dimostrato l’esigenza di “allontanarsi dalle misure di welfare neo-liberali” per raggiungere l’obiettivo di un’Unione “veramente inclusiva”. Altrimenti? Il rischio di un contagio (e, quindi, di un processo di disintegrazione europeo) potrebbe essere dietro l’angolo. Sabato, Varnhercke e Bouget sostengono infatti che sono stati fattori “sociali e legati al mercato del lavoro” a determinare l’esito del voto britannico del 2016: nel corso degli anni, “una parte sempre più grande della popolazione del Regno Unito si è sentita lasciata indietro e non ha beneficiato dei frutti di una condizione economica generale relativamente buona”.

La Brexit avrebbe dimostrato l’esigenza di “allontanarsi dalle misure di welfare neo-liberali” per raggiungere l’obiettivo di un’Unione “veramente inclusiva”. Altrimenti? Il rischio di un contagio (e, quindi, di un processo di disintegrazione europeo) potrebbe essere dietro l’angolo

Sarebbe però scorretto affermare che l’Ue non si sia mossa in questo senso. Sono gli stessi ricercatori a spiegare che, recentemente, l’Ue ha fatto passi avanti in numerose aree di policy, come “il dialogo sociale, le regolamentazioni nel settore della sanità, il bilanciamento vita-lavoro e l’invecchiamento attivo”. Ma uno dei segni più importanti della sensibilità delle istituzioni è dato sicuramente dalla Proclamazione interistituzionale del Pilastro europeo dei diritti sociali (EPSR), avvenuta lo scorso novembre a Goteborg, in Svezia. Al Pilastro hanno fatto seguito la proposta di Direttiva sul bilanciamento vita-lavoro, la proposta per una raccomandazione riguardo all’accesso alla protezione sociale per tutti i tipi di lavoratori, la creazione di una scoreboard per monitorare il progresso in ambito sociale nel quadro del Semestre europeo.

I ricercatori dell’Ose sottolineano come, nel 2017, anche da un punto di vista discorsivo, l’agenda sociale sia tornata a ricoprire le prime pagine del dibattito pubblico. Ne sarebbero testimonianza, il susseguirsi di numerosi dibattiti e incontri istituzionali di alto livello sul tema della dimensione sociale dell’Ue: dalla dichiarazione in occasione del 60esimo anniversario dei Trattati di Roma, al già citato meeting sociale di Goteborg, passando per il dibattito scaturito dal Libro bianco sul futuro dell’Europa della Commissione europea.

Alla luce del rafforzamento dei partiti euroscettici e populisti, è però legittimo chiedersi se l’Ue sia ancora in tempo per una “virata sociale”: i cittadini sono pronti ad appoggiare un progetto ambizioso di integrazione? Credono (ancora) nell’efficacia delle istituzione europee? Uno studio Eurobarometro del 2017 mostra che, nonostante i problemi di lungo periodo, una maggioranza di cittadini europei è ottimista

“Eppure, in vista di una quanto mai desiderata accelerazione del processo di integrazione sociale – scrivono ancora Sabato, Vanhercke e Bouget – è necessario chiedersi quali Stati debbano essere coinvolti in questo rilancio istituzionale e di policy”. In altri termini: si continuerà cercando di mettere assieme 27 Paesi Membri? O si procederà nell’ottica di un’integrazione differenziata? Secondo i ricercatori, la prima opzione è “desiderabile”, ma la seconda gode dell’appoggio (importante) della “leadership franco-tedesca”. A parte le questioni di metodo, l’Ose sottolinea che è importante che la Commissione europea definisca “una tabella di marcia” per l’applicazione concreta dei principi contenuti nel Pilastro europeo dei diritti sociali. A cosa si riferisce concretamente l’osservatorio di Bruxelles? Per esempio, al “rilancio della Direttiva sul salario minimo e del progetto di uno schema di disoccupazione pan-europeo”. Nel breve periodo, “sarebbe poi fondamentale avviare le attività dell’Autorità europea del lavoro”.

Alla luce del rafforzamento dei partiti euroscettici e populisti, è però legittimo chiedersi se l’Ue sia ancora in tempo per una “virata sociale”: i cittadini sono pronti ad appoggiare un progetto ambizioso di integrazione? Credono (ancora) nell’efficacia delle istituzione europee? Uno studio Eurobarometro del 2017 mostra che, nonostante i problemi di lungo periodo, una maggioranza di cittadini europei è ottimista riguardo al futuro dell’Ue e la fiducia nelle istituzioni sembrerebbe in crescita. Concludendo, i ricercatori dell’Ose invitano a non sprecare questa opportunità: “Il popolo europeo aspetta risposte. È ora di passare dalle speranze ai fatti”.

 

(Linkiesta, 10.05.2018)

Nigel Farage vuole un secondo referendum sulla Brexit, e non è un paradosso

Nella riapertura di una questione dicotomica sulla “Brexit” (“sì o no”, “dentro o fuori”), Farage intravede la possibilità di spaccare definitivamente sia il partito conservatore che il Labour, e ambire a Downing Street.

Nella riapertura di una questione dicotomica sulla “Brexit” (“sì o no”, “dentro o fuori”), Farage intravede la possibilità di spaccare definitivamente sia il partito conservatore che il Labour, e ambire a Downing Street.

Circa due settimana fa, Nigel Farage, l’ex leader del Partito per l’indipendenza del Regno Unito (UKIP), ha affermato che un secondo referendum sulla Brexitsarebbe cosa buona e giusta. Secondo Farage, il voto sarebbe utile per “sconfessare definitivamente” i cosiddetti remainers, ovvero coloro che, da due anni a questa parte, si battono per una permanenza nell’Unione europea.

Sebbene l’affermazione di Farage punti nella direzione di una conferma della Brexit, è altrettanto vero che, oggigiorno, a giudicare dai sondaggi, una seconda consultazione popolare non darebbe lo stesso risultato del 23 giugno 2016.

Come motivare allora le parole di Nigel? In fondo, per un anno e mezzo, l’idea di un “secondo referendum” è stato un tabù per il campo del leavers (simmetricamente ai remainers, si tratta di coloro che si spendono, da sempre, per l’abbandono dell’Ue). Ne derivano due ipotesi. La prima: Farage pensa di poter vincere ancora una volta un referendum sulla Brexit. La seconda: Farage si è accorto che, senza “una Brexit per cui lottare,” non ha più un lavoro. Steve Bell delGuardian ha raffigurato egregiamente questa seconda alternativa. Il ragionamento, in un certo senso, è semplice: immaginate una Padania indipendente o, per dire, uno Star Wars senza Sith. Che ragione avrebbero di esistere la Lega Nord e i Jedi?

Surrealismo pop?

Sarebbe legittimo tacciare tutto ciò di surrealismo. Ma è proprio a questo punto che entra in scena l’entourage “comunitario.” In seguito alle parole di Farage, sia il Presidente della Commissione europea che del Consiglio, Jean Claude Juncker e Donald Tusk hanno detto che “un cambio di idea da parte di Londra” sarebbe più che benvenuto. Come dire: un secondo referendum? Perché no?

Ma, a gettare ghiaccio sulla partita, ci hanno pensato sia Theresa May, la Prima ministra e leader dei Conservatori, nonché Jeremy Corbyn, guida del Labour. Entrambi hanno escluso un secondo voto per riportare il Regno Unito nell’Ue. Sembrerebbe un grande paradosso, e invece no. Perché?

In realtà, l’affondo di Farage è meno “egoistico” e più serio di quanto non sembri. Ancora una volta, il deputato britannico più denigrato d’Europa, sembra leggere in anticipo le tendenze e la situazione del sistema politico moderno “più antico” del Vecchio continente.

Le ipotesi “uno” e “due” di cui sopra si fondono così in un unico grande “azzardo,” ovvero:

  • organizzare un secondo referendum;
  • vincerlo;
  • ottenere un lavoro migliore del precedente.

Quella di Nigel è un’ipoteca su Downing Street.

Le fratture del sistema britannico: dai tories …

Non è un segreto che i tories siano in caduta libera da quando si sono imbarcati sul vascello Brexit.

Lo hanno dimostrato le elezioni lampo dello scorso giugno, in occasione delle quali, i Conservatori hanno perso la propria maggioranza nella Camera bassa del Parlamento. Theresa May è stata definita da alcuni come il leader più debole di cui la storia politica britannica abbia memoria.

In altri termini, l’attuale Governo non sembra in grado di gestire la transizione post-referendum (è un’opinione alimentata anche dall’incredibile quantità di articoli sul tema pubblicati dalla stampa di Bruxelles nel corso dell’ultimo anno e mezzo).

Fin dal giugno 2016 poi, l’Esecutivo britannico è spaccato tra coloro che vorrebbero una Brexit “dura” — un’uscita dall’Ue senza “se e senza ma,” con tanto di esclusione di un accordo sulla permanenza del Regno Unito nell’Unione doganale europea — e coloro che, invece, preferirebbero addirittura restare all’interno del Mercato unico — una condizione che, però, implicherebbe la libera circolazione di cittadini comunitari nei territori UK e che, quindi, ignorerebbe il “messaggio” e la “volontà” politica scaturita dal referendum stesso.

A ben vedere, la lite in casa Downing Street, in fondo, non è altro che il riflesso di una divisione interna al Partito conservatore.

Secondo Michael Hartmann, un noto sociologo delle élite, le differenti posizioni sulla Brexit in seno ai tories, dipendono, a loro volta, dall’internazionalizzazione della classe dirigente britannica, instauratasi dopo Thatcher, nel corso degli ultimi 30 anni: c’è chi è affezionato al mito della globalizzazione (i conservatori anti-Brexit legati alla City di Londra) e chi a un Regno Unito “classico” (i “vecchi” industriali pro-Brexit della provincia).

… al Labour

Ma la spaccatura sulla Brexit non attraversa soltanto i Conservatori. Vale quindi la pena ricordare le giravolte del Labour sotto Corbyn.

Il leader di Chippenham è dapprima passato da una storica posizione critica nei confronti di Bruxelles all’endorsement della campagna anti-Brexit nel corso del referendum del 2016. E, successivamente al voto, da una campagna a favore di una Brexit morbida (con conseguente permanenza nel Mercato unico) ad una sorta di minimalismo e snobismo nei confronti dell’Ue, che giustificherebbe soltanto la permanenza nell’Unione doganale (e forse neanche quella).

L’atteggiamento di Corbyn è quello di un politico che vuole tenere insieme due componenti della base del Partito. La prima, giovane ed europeista, si batte in primis per diritti civili e cosmopolitismo; la seconda, meno identificabile in termini generazionali e più “britannica,” pone la lotta di classe come obiettivo primario.

Il leader del Labour si è accorto che, per il momento, mettere l’accento sulle “questioni sociali” — tra cui la crisi dello Stato sanitario nazionale, gli effetti devastanti delle privatizzazioni, i costi esorbitanti dell’educazione universitaria, il mercato immobiliare fuori controllo — permette di tenere insieme le due componenti. E, forse, di guadagnare addirittura voti della destra — un recente sondaggio indica che gli elettori dei tories vedono come priorità le questioni sociali.

In questo senso, parlare di Brexit è un rischio totale che potrebbe spaccare di nuovo i laburisti.

Riaprire le ferite

È proprio questa, probabilmente, l’analisi alla base della mossa di Farage, il quale intravede, nella riapertura di una questione dicotomica sulla “Brexit” (“sì o no”, “dentro o fuori”) la possibilità di spaccare definitivamente sia il partito conservatore che il Labour e ambire, quindi, a Downing Street.

In un recente articolo pubblicato su Politico, viene messo l’accento sulle manovre di Farage e Arron Banks, ex-finanziatore dello UKIP, per lanciare un nuovo movimento che sostituisca il Partito indipendentista e che possa mettere le mani sul Governo per implementare una politica isolazionista e di destra radicale nel Regno Unito.

A tal fine è innanzitutto necessario distruggere lo UKIP stesso e darsi una nuova immagine: un risultato in pratica già ottenuto destituendo, uno dopo l’altro, come marionette, gli ultimi tre leader del Partito e tagliando in finanziamenti privati al movimento.

In secondo luogo, è necessario aprire una nuova battaglia campale che riesca a spaccare sia il Labour di Corbyn che i Tories. Il referendum sulla Brexit del 2016ha dimostrato come farlo. Perché non raddoppiare?

(The Submarine, 24.01.2018)

Corbyn can kick off a revolution among Europe’s political elites – an interview with Michael Hartmann

Michael Hartmann is a German sociologist and political scientist. During his academic career he has analysed the transformation of European and global elites. He spoke to Alexander Damiano Ricci about 30 years of changes in the European ruling class: from Thatcher to Corbyn, from Podemos to Syriza, from the Eurosceptics to Maastricht.

Michael Hartmann is a German sociologist and political scientist. During his academic career he has analysed the transformation of European and global elites. He spoke to Alexander Damiano Ricci about 30 years of changes in the European ruling class: from Thatcher to Corbyn, from Podemos to Syriza, from the Eurosceptics to Maastricht.

Professor Hartmann, what is the elite?

The elite is comprised of people who have the ability to significantly influence social developments thanks to their institutional position or economic status. More specifically, elite representatives are members of the Government, leading profiles within the public administration and the judiciary of a country, as well as chief executive officers of large national companies. Specific people working in the media sphere can also be brought into the picture.

How many people make up the elite of a country?

About 2000 people.

How accessible is the elite?

It really depends on which elite-branch and country we are talking about. For instance, in Germany, 75% of the chief economic officers who are part of the economic elite stem from the richest 4% of the population. Among German political elites, on the other hand, the figure drops down to 50%. In France the numbers are slightly different and rise to 90 and 60%, respectively. This implies, on the one hand, that the economic elite is more exclusive than the political one, generally speaking. On the other hand, it tells us that France has more “exclusive” features compared with Germany.

In recent years there has been much talk of the influence of the ‘ordoliberal’ economic theory on European elites. Would you agree with that?

Ordoliberalism is a theoretical paradigm rooted in the German political elite. The neoliberal Anglo-Saxon paradigm, on the other hand, continues to be the reference among economic elites, in general. Anyhow, concerning the fundamental choices of economic policy, such as those relating to taxation and fiscal policies, both doctrines claim that taxes must be lowered.

Can you describe the evolution of European elites over the last decades?

We observed the last significant turn within elites when Thatcher took power in the UK. More specifically, at that time within the British Conservative Party the neoliberal paradigm gained traction. The transition was accompanied by a fully fledged shift in the composition of the Government’s staff. If, before Thatcher, the Labour government featured 30% of people stemming from the upper bourgeoisie, that same number reached the staggering proportion of 80%. From an ideological point of view, all other European countries subsequently followed that paradigm shift.

Today, in the UK, Corbyn is driving a new transformation. Can the latter be understood as another historical structural change of the elites?

Definitely. And, by the way, it is not a coincidence that this new change is occurring in Thatcher’s country. Several generations of British citizens experienced the consequences of neoliberal policies. The increase in university fees with the resulting indebtedness of younger generations, the crisis in the real estate market and the phenomenon of “zero hour” contracts are significant examples. But now the “zeitgeist” has changed. And Corbyn says: “For the many, not the few” …

Credit: Flickr/R Barraez D´Lucca. Some rights reserved

Is there a massive dose of populism in Corbyn’s rhetoric and strategy?

No. Corbyn grasped “the” thing: there is a feeling that for 35 years politics has operated exclusively in the interests of wealthier classes.

Using your analytical lenses, thanks to Corbyn, the British political elite could change with the next election. But not the economic one …

That’s right. And the latter will lead a fierce opposition to Corbyn. However, the Labour leader can count on the support of social movements, the grassroot and intermediate levels of his Party, the trade unions and, last but not least, significant chunks of the public administration. And, of course, Brexit divided the economic elite.

What do you mean?

Brexit is a symptom of the poor cohesion within the British economic elite. If compared to other economic elites in Europe, the former is the only one that has undergone a massive process of internationalisation. This dynamic created a gap between the economic elite and the conservative political ruling class.

Will Corbynism also affect other countries in Europe?

Yes, there are mechanisms of imitation at play.

Yet, that imitation process did not happen if we look at the establishment of Podemos for example…

Podemos has to be understood as a political phenomenon strictly related to the Spanish real estate crisis of the late ’00s.

Not even Syriza delivered change at a European level …

In that case the German elite wanted to show that there could not be an alternative to the status quo. A strategy that could not be used in Spain at the height of the crisis: European political elites relied upon the ability of Rajoy to deal with social upheavals.

Yet, speaking of smaller countries, Portugal managed to establish an alternative …

… Which, with all due respect, does not affect the European public debate.

The point is, why should the United Kingdom become a model? In the end, it just decided to leave the European Union.

The United Kingdom has historically been a point of reference for anybody interested in politics. Moreover, a disruptive change in one of the main European social democratic parties cannot go unnoticed.

In fact, it also happened with Tony Blair and the ‘Third Way’…

Of course, the years of Schroeder bear witness. Now instead, especially for the young SPD levers, Corbyn is “the” model.

What about Schulz and the rest of the national SPD leadership?

Only some local representatives overtly endorsed Jeremy Corbyn.

So there will be no substantial changes in German social democracy, thanks to changes in the Labor party in the short term?

I don’t think so.

Earlier this year, after the German general elections, rumours spread about an internal struggle within the German left-wing party, Die Linke. What’s going on?

First of all, it makes no sense to talk about a crisis within Die Linke. Secondarily, the point is that the left has to live with a substantial mutation of its electorate. Leftist parties attract young people with high levels of education, not the victims of the economic system. This truth holds for anyone: Die Linke, Sanders in the US, or Corbyn in the UK. And it creates disruptions.

With all due respect for leftist parties, this is not good news …

Subordinate classes want to see a change. But for years the left did not exceed the 10% threshold. That’s a fact. As a result, nowadays voters opt for a “scandalous” choice like the AfD (Alternative for Germany), sending a signal to the system.

In an interview, you said that elites hold the main responsibility for the crisis. Are you a populist?

No. Yet, populism sheds light on real problems. Some people think that ordinary people get duped by populists.

Would you argue against that?

People are able to assess their living conditions better than anyone else. And the variations of the latter represent the benchmark for judging economic and social transformations at large.

Still, why would elites be the main culprits of the crisis?

They are, because, at any level – political, economic, administrative, judicial and in the media – they have made sure that the living conditions of the majority of the population have remained unchanged or worsened.

I insist. You are giving a few thousand people responsibility for the living conditions of millions of citizens. How can you claim that?

Because we are talking about people who, by definition, have the ability to “significantly influence” economic and social changes.

Can you give us some concrete examples?

The best example is still the setup of fiscal policies. Today we are obsessed by the goal of achieving a budget balance. However, there are two options to get there: spend less and cut welfare services, or use the tax lever to recover resources where they are accumulated, that is to say among large companies and wealthy classes.

So what?

The second road is never traveled. Moreover, there are narrow circles of people, the elites precisely, who have the last word about it.

That’s not true: political decisions are the result of a process …

This does not mean that the final decision is not taken by a few people.

That’s why we have intermediate bodies that can tackle these decisions and oppose them.

Too bad that the weakening of trade unions was, in many cases, a goal of the very same elite.

Nowadays, in response to global neoliberalism, political forces across Europe are increasingly discussing the return to a sort of economic patriotism. Do you think that would be the right solution?

No. Some issues need to be managed at a continental level. It is necessary to remain in a European framework somehow. But it is true that the national level remains the relevant playground for assessing the social effects of policies.

For some, however, the problem relies on “Brussels”…

Even today, contrary to what many political parties are ready to admit, the national level holds great autonomy. Again, fiscal policy remains a national instrument. The latter tool can be used to counteract capital flight or, for instance, implement redistributive policies.

Too bad there is the Maastricht Treaty in the way. Or are you saying that the latter does not count for anything?

Significant redistribution policies can be implemented within the 3% deficit rule. Secondly, the Maastricht ceiling can be overcome. Schroeder showed it first in early 00’s.

The ECB at dusk. Flickr/Christian Dembowski. Some rights reserved

Should Italy do the same today?

Of course, Italy is far too important for the EU. Nobody would risk letting the country go away. That’s why, a lot of budgetary flexibility will be granted to Rome. After all, the Commission did the same with France. At the same, time, I do not believe that a majority of Italian citizens would favour an exit from the Union or the Euro.

But don’t you think that an “Ital-exit” would represent a quicker way to solve the crisis?

No, there is no need for that. It would suffice that Italy, France, Germany and Spain implement coordinated progressive policies at the national level.

Too bad that a part of the Italian population thinks that Berlin operates only in the German national interest. In other words, some do not see enough political will for a change in Germany. By virtue of this immobility even people on the left have started talking about leaving the Euro.

The exit from the Common currency area does not solve the problems, let alone the dependence on Germany. When Mitterrand, during his first government, tried to make economic policies in the French interest, there was no Euro around. Nevertheless, there was a point of reference: the German D-Mark, an economically and politically strong and binding currency, as much as the Euro is today.

Yet, national authorities could de-valuate at will restoring competitivity. 

That’s true, but the German central bank still remained the point of reference. It was France that called for the Euro, with the aim to tie the hands of the Bundesbank, not vice versa. We might argue if that worked out, but a come back of national currencies is an illusion, because the latter does not lead to decreasing German economic power.

Could it loosen the political influence of Germany?

The failure of the negotiations between the CDU, the FDP and the Greens in the context of the so called “Jamaica” coalition, shows that German political power is crunching. If Angela Merkel fails to establish herself at home, she will also have a hard time at the European level. It means that there will be opportunities for a change. Furthermore, the German political elite will have to react to the transformations led by Corbyn in the United Kingdom and Macron in France.

How?

That’s hard to say. The most  important point is that Corbyn and Macron are moving in diametrically opposed directions.

(Political Critique, 29.12.2017).

Photo CC Flickr: Andy Miah

Michael Hartmann: “Corbyn come Thatcher: può avviare una rivoluzione nelle élite europee”

Michael Hartmann è un noto sociologo e politologo tedesco. Nel corso della sua carriera accademica si è occupato della trasformazione delle élite europee e globali, un tema trattato anche nel testo “The sociology of elites” (Routledge, 2006). Il suo ultimo libro si intitola “Le élite economiche globali. Una leggenda” (Campus Verlag, Francoforte sul Meno, 2016), monografia che sfata il mito della mobilità assoluta dei fattori produttivi e della delocalizzazione.  Da Thatcher a Corbyn, passando per Podemos, Syriza e gli euroscettici: un dialogo con Il Salto su 30 anni di mutamenti nella classe dirigente europea.

Michael Hartmann è un noto sociologo e politologo tedesco. Nel corso della sua carriera accademica si è occupato della trasformazione delle élite europee e globali, un tema trattato anche nel testo “The sociology of elites” (Routledge, 2006). Il suo ultimo libro si intitola “Le élite economiche globali. Una leggenda” (Campus Verlag, Francoforte sul Meno, 2016), monografia che sfata il mito della mobilità assoluta dei fattori produttivi e della delocalizzazione.  Da Thatcher a Corbyn, passando per Podemos, Syriza e gli euroscettici: un dialogo con Il Salto su 30 anni di mutamenti nella classe dirigente europea.

Professor Hartmann, cosa è l’élite?

Sono persone in grado di influenzare significativamente le evoluzioni sociali grazie alla loro posizione istituzionale o di status economico. Ne fanno parte i membri del Governo, le punte dell’amministrazione pubblica e della giustizia, i dirigenti delle grandi aziende nazionali, ma anche determinate figure del mondo dei media. In questo senso si può parlare rispettivamente di élite economica, dei media, politica o amministrativa.

Quante persone costituiscono l’élite di un Paese?

Circa 2.000 persone.

Quanto è accessibile l’élite?

Dipende di quale settore e Paese parliamo. Per esempio, in Germania, il 75% degli amministratori delegati che fanno parte dell’élite economica, provengono dal 4% più ricco della popolazione. Nella politica invece, la percentuale è del 50%. In Francia queste percentuali salgono al 90 e 60% rispettivamente. Ciò vuol dire, da un lato, che l’élite economica è più esclusiva di quella politica. Dall’altro, che la Francia ha tratti più “esclusivi” della Germania.

Negli ultimi anni si è parlato molto dell’influsso della teoria economica ordoliberale sulle élite europee. Quanto c’è di vero?

L’ordoliberalismo è un paradigma radicato nell’élite politica tedesca. Il modello neoliberale anglosassone rimane invece quello di riferimento per le élite economiche in generale. In ogni caso, con riferimento alle scelte fondamentali di politica economica, come, per esempio quelle attinenti alla fiscalità, le dottrine concordano: le tasse vanno abbassate.

Qual è stata l’evoluzione delle élite europee negli ultimi decenni?

Con Thatcher si avviò l’ultimo mutamento sostanziale nelle élite politiche. Più nel dettaglio, nel Partito conservatore britannico si affermò appunto il paradigma neoliberista. La transizione fu accompagnata da un ricambio nello staff governativo. Se nel precedente governo un terzo del personale proveniva dall’alta borghesia, con Thatcher si passò all’80%. Successivamente, tutti gli altri Paesi si sono aggiunti al cambio di paradigma.

Proprio nel Regno Unito, oggi, Corbyn sta guidando una nuova trasformazione. Può essere paragonata a un altro storico mutamento strutturale delle élite?

Sì. E non è un caso che avvenga nel Paese di Thatcher. Nel Regno Unito ci sono diverse generazioni che hanno vissuto le conseguenze delle politiche neoliberiste. Sono esempi rilevanti l’aumento delle tasse universitarie con il conseguente indebitamento dei giovani, la crisi del mercato immobiliare e il fenomeno dei contratti “a zero ore”. Ma il zeitgeist è cambiato. Contestualmente Corbyn proclama “For the many, not the few”…

Populismo all’ennesima potenza?

No, Corbyn ha colto il punto: c’è la sensazione che per 35 anni la politica abbia operato nell’interesse delle classi abbienti.

Usando il suo approccio, con le prossima elezioni potrebbe cambiare l’élite politica britannica. Ma non quella economica.

Esatto. E quest’ultima condurrà una strenua opposizione a Corbyn. Ma il leader del Labour può far valere l’appoggio dei movimenti, dei livelli grassroot e intermedi del Partito, dei sindacati e della pubblica amministrazione. E poi la Brexit ha diviso l’élite economica.

Cioè?

La Brexit è un sintomo della scarsa coesione dell’élite economica britannica. Quest’ultima, tra quelle dei grandi Paesi, è l’unica ad essersi internazionalizzata. Ciò ha causato un de-ancoraggio tra élite economica e classe dirigente conservatrice.

Il corbynismo influenzerà anche gli altri Paesi?

Sì, esistono meccanismi di imitazione.

Perché non ha funzionato con Podemos?

Podemos è un fenomeno prettamente legato alla crisi immobiliare di fine anni Duemila.

 

CC Flickr: Barcelona En Comú

Nemmeno Syriza è stata una miccia per un cambiamento …

In quel caso l’élite tedesca ha voluto dimostrare che non poteva esserci un’alternativa allo status quo. Una strategia che non poteva essere utilizzata in Spagna, dove si è fatto affidamento alla capacità di Rajoy.

Eppure il Portogallo è riuscito a creare un’alternativa…

… che non incide sul dibattito pubblico europeo.

E allora perché il Regno Unito dovrebbe diventare un modello? In fondo ha deciso di uscire dall’Ue.

Il Regno Unito ha storicamente rappresentato un punto di riferimento nella politica. Un cambiamento in uno dei principali partiti socialdemocratici europei non passa inosservato.

In effetti, accadde anche con Tony Blair e la “Terza via”.

Sì, ne sono testimonianza gli anni di Schroeder. Ora invece, soprattutto per le giovani leve della Spd, è Corbyn il punto di riferimento.

E per Schulz e il resto della dirigenza nazionale?

No, a eccezione di qualche rappresentante locale.

Quindi non ci saranno cambiamenti sostanziali nella socialdemocrazia tedesca, grazie ai mutamenti nel Labour?

No.

Dopo le elezioni di settembre, si parla di una crisi interna alla Die Linke. Quanto c’è di vero?

Poco. Quel che sta avvenendo è una mutazione dell’elettorato della sinistra: attira giovani con alti livelli di educazione, non le vittime del sistema economico. Vale sia per Die Linke che per Sanders o Corbyn. Ciò crea scombussolamento.

Gramsci si rivolterebbe nella tomba…

Le classi subalterne vogliono vedere un cambiamento. Ma da anni la sinistra non supera la soglia del 10%. Di conseguenza quell’elettorato opta per un voto “scandaloso” come quello dell’Afd (Alternativa per la Germania, tdr.): almeno si lancia un segnale al sistema.

 

CC Flickr: Fraktion DIE LINKE. im Bundestag

In un’intervista, lei ha affermato che le élite sono le principali colpevoli della crisi. Lei è un populista?

No. Ma il populismo illumina problemi reali. C’è chi pensa che le persone comuni si facciano abbindolare dai populisti.

E non è così?

Le persone riescono a valutare le proprie condizioni di vita meglio di chiunque altro. E le variazioni di queste ultime rappresentano il parametro di riferimento per giudicare le trasformazioni economiche e sociali.

Perché le élite sarebbero i principali responsabili della crisi?

Lo sono perché, a qualsiasi livello – politico, economico, amministrativo, giudiziario e mediatico – hanno fatto in modo che le condizioni di vita della maggioranza della popolazione siano rimaste invariate o peggiorate.

Insisto. Lei sta dando a qualche migliaio di persone la responsabilità per le le condizioni di vita di milioni di cittadini. Come può affermare una cosa del genere?

Perché stiamo parlando di persone che, per definizione, hanno la capacità di “influire in maniera significativa” sui mutamenti economici e sociali.

Faccia degli esempi concreti.

L’esempio per eccellenza rimane la politica fiscale. Oggi si parla continuamente di pareggio di bilancio. Ma esistono due opzioni per arrivarci: spendere meno e tagliare servizi di welfare, oppure usare la leva fiscale per recuperare risorse dove sono accumulate, ovvero tra le grandi aziende e i ceti benestanti.

E quindi?

La seconda strada non viene mai percorsa. E sono circoli ristretti, le élite appunto, che hanno l’ultima parola a riguardo.

Non è vero, le decisioni politiche sono il risultato di un processo.

Ciò non toglie che la decisione finale venga presa da poche persone.

Esistono sempre i corpi intermedi che possono opporsi.

Peccato che l’indebolimento dei sindacati sia stato, in molti casi, un obiettivo della stessa élite.

Oggigiorno, in risposta al neoliberismo globale, in Europa si discute sempre di più del ritorno a una sorta di patriottismo economico. Crede che sia la soluzione giusta?

No. Alcune questioni devono essere gestite a livello continentale. È necessario rimanere in un quadro istituzionale europeo. Ma è vero che il livello nazionale rimane il livello politico rilevante per valutare gli effetti sociali delle politiche.

Per alcuni però il problema è Bruxelles.

Ancora oggi, rispetto a quanto non si ammetta pubblicamente, il livello nazionale detiene una grande autonomia. Di nuovo, la politica fiscale rimane uno strumento nazionale. Con questa si può contrastare la fuga di capitali o, per esempio, mettere in atto politiche redistributive.

Sta dicendo che Maastricht non conta nulla?

Si possono fare politiche redistributive significative all’interno del 3%. In secondo luogo, il tetto di Maastricht si può sforare. Lo ha dimostrato proprio Schroeder.

L’Italia dovrebbe fare lo stesso?

Sì, Roma è importante per l’Ue. Nessuno rischierebbe di farla uscire. All’Italia verrà concesso molto. Del resto con i francesi è stato fatto lo stesso. Inoltre non credo che la maggioranza degli italiani sia a favore dell’uscita dall’Unione o dall’Euro.

Ma non crede che un “Ital-exit” rappresenterebbe una via più rapida per risolvere la crisi?

No, non ce n’è bisogno. I primi quattro Paesi dell’Ue – Italia, Francia, Germania e Spagna – implementino politiche progressiste a livello nazionale, coordinandosi.

Peccato che una parte della popolazione italiana pensi che Berlino operi soltanto nell’interesse nazionale tedesco. In altri termini, non ci sarebbe sufficiente volontà politica per un cambiamento. In virtù di questo immobilismo, anche a sinistra, si comincia a parlare di uscita dall’Euro.

L’uscita dall’area valutaria non risolve i problemi, tanto meno la dipendenza dalla Germania. Quando Mitterrand, durante il suo primo governo, cercò di fare delle politiche economiche nell’interesse francese non c’era l’Euro, ma, di fatto, esisteva un punto di riferimento: il Marco tedesco, una valuta economicamente e politicamente forte e vincolante quanto l’Euro.

Però si poteva svalutare a piacimento.

Sì, ma la Banca centrale tedesca rimaneva comunque il punto di riferimento. L’Euro è stato introdotto su impulso francese per “legare le mani” alla Bundesbank, non viceversa. Si può discutere quanto abbia funzionato, ma il ritorno alle valute nazionali è un’illusione, perché non determina una riduzione del potere economico tedesco.

E di quello politico?

Il fallimento delle negoziazioni tra Cdu, Fdp e Verdi in Germania dimostra che il potere politico tedesco scricchiola. Se Angela Merkel non riesce a imporsi in casa, avrà difficoltà anche a livello europeo. Vuol dire che ci saranno delle opportunità. Inoltre, l’élite politica tedesca reagirà ai mutamenti guidati da Corbyn nel Regno Unito e Macron in Francia.

In che modo?

Difficile da dire. Il problema è che Corbyn e Macron vanno in direzioni diametralmente opposte.

(ilSalto, 29.12.2017).

Photo CC Flickr: Andy Miah

Brexit: a story of two tales

Over the past few months, the British EU Referendum has been the most prominent issue in the European political debate. The most recent opinion polls show that the gap between Remain and Leave has been narrowing, in a crescendo of heated discussions that are taking place both offline and online.

In this study, we look at how the referendum has been publicly discussed in the UK on Twitter. The latter may well be considered a political arena, where supporters and opponents of Brexit express their views and back the respective campaigns. More precisely, we are interested in understanding the development of the thematic focus of the general Brexit debate as well as the behaviour of particular groups of users.

Data overview

Between 04 April and 09 June 2016, we collected 3,139,049 UK-based tweets by means of a keyword match criterion and through a Twitter “stream” application programming interface. In order to obtain an unbiased starting dataset, we performed a preliminary manual review of Brexit-related conversations prior to collection, and opted for the three campaign-neutral keywords “brexit”, “euref” and “eureferendum”.

For the purposes of this analysis, we divided the tweets into two groups using the six hashtags most often associated with the Remain and Leave campaign respectively. Taken together, these hashtags can be seen as the “battlegrounds” in which Twitter users’ conversations about Brexit take place. Results are shown in Table 1.

Table 1: Numbers of users, hashtags and tweets for Remain and Leave battlefields
Table 1: Numbers of users, hashtags and tweets for Remain and Leave battlefields
Left and right in the referendum debate

To fully grasp the dynamics behind the Twitter Brexit debate, we then examined the nature and content of tweets over time and the profile of the users contributing to the discussion. As a first step, by analyzing tweets’ metadata, we were able to infer the political preferences of users. More precisely, through natural language processing techniques we separated users who clearly identify themselves as engaged or interested in politics from those who do not.

The Leave campaign battlefield is heavily patrolled by right-wing users. It should be noted, however, that this is mostly due to the massive activity rate of Ukipatriots within the right-wing field.

We further differentiated, in the former group, between “left-wing”, “right-wing” and “others” (the latter being a residual category for anybody who could not be placed in either of the two sides of the traditional political spectrum). We then fine-tuned the analysis by breaking up the left- and right-wing groups into more specific areas: “Labour” and “Non-Labour left” (green party, trade unions, socialists) on the one hand; “Lib-Cons” (Tories and liberals) and “Ukipatriots” (UKIPpers and nationalists) on the other. Table 2 shows the size of these groups as well as data on their Twitter activity.

Table 2: Number of users, tweets and tweets/users for Left-wing and Right-wing political groups
Table 2: Number of users, tweets and tweets/users for Left-wing and Right-wing political groups

Table 3 shows user activity divided by camp. Interestingly, for all political subgroups, with the exception of Labour, activity rates are higher on the Leave side than on the Remain side. The table also shows that the Remain side is composed of a majority of left-wing profiles, whereas for the Leave field the opposite is true. If we look at the number of tweets instead, the picture is much less balanced: the Leave campaign battlefield is heavily patrolled by right-wing users. It should be noted, however, that this is mostly due to the massive activity rate of Ukipatriots within the right-wing field. Indeed, inside the Leave campaign, each Ukipatriot tweeted on average 48 times, largely outperforming Liberals and Tories (18 tweets), the non-Labour left (9.3 tweets), and Labour profiles (8.6 tweets).

Table 3: Number of users, tweets and tweet/users of Left- and Right-wing groups divided by Remain and Leave camps
Table 3: Number of users, tweets and tweet/users of Left- and Right-wing groups divided by Remain and Leave camps
Talking Brexit

We then analysed the language of tweets to detect the themes at the centre of the Brexit debate. We first sorted tweets featuring “informative” content (that is, one or more reasons for either Remain or Leave) from “propaganda” (namely tweets expressing support for one side without mentioning a clear reason). The distribution of “informative” and “propaganda” tweets turned out to be constant (35% and 60% respectively), across both political subgroups and campaign fields.

Second, we classified the “informative” tweets into three categories: “Economy & welfare”, “Sovereignty & migration” and “Other”. The first group includes discussions on jobs, the welfare state, international trade. The second includes talk about the limitations of sovereignty imposed by the EU, the Union’s democratic deficit, the EU’s bureaucracy and corruption, and the issue of migration and border control. Table 4 shows the distribution of tweets across thematic categories, cross-tabulated by user’s political position.

Table 4: Number of tweets of Left- and Right-wing political groups divided by theme
Table 4: Number of tweets of Left- and Right-wing political groups divided by theme

Generally speaking, we found the “Economy & welfare” topics scoring highest across all political groups and subgroups, establishing itself as the main thematic battleground.
Yet, if we look at the distribution of tweets between political fields, we see that in relative terms over the total, “Sovereignty & migration” discussions weigh more on the right-wing side than on the left-wing one.

Even small groups can become “agenda setters”, when acting online in a coordinated and organised fashion, especially in highly polarised debates.

We found as well differences within the two main political fields. Within both political families, Labour and Tories were relatively less prone to tweeting about “Sovereignty & migration” than the non-Labour left and Ukipatriots. Strikingly, within the left-wing field more than 70% of the tweets dealing with this topic come from “left-activists”’ profiles–a distribution even more unbalanced than on the right-wing side, where UKIPpers are responsible for “only” 58% of the tweets on these topics. At the same time, while within the right-wing area both subgroups tweeted approximately in equal numbers about “Economy & welfare”, labour users were slightly more active on this front than left-activists.

Approaching the big day

Our results show that the Leave battlefield is generally more populated in the Twitter debate on the referendum. Contents, slogans and hashtags pertaining to this side have been more actively propagated and more widely discussed. This, of course, does not necessarily translate into a higher success rate, in terms of penetration, on the part of the Leave campaign messages. Yet it indicates that even small groups can become “agenda setters”, when acting online in a coordinated and organised fashion, especially in highly polarised debates.

This is confirmed, first, by the heavy presence and activity of UKIP users (who can unambiguously be considered as Brexit supporters) in the Leave as well as the Remain battlefield, and second by the fact that, in general, all political groups of activists (with the exception of Labour) are more active in the Leave battlefield. Soon after the closing of the polls tomorrow, we will find out whether, or in any case to what extent, the social media activism of the Leave side translates into real political results.

(EuVisions, 22.06.2016)

CC Photo Credits: seth m

 

 

Corbyn’s EU-turn speech as seen from Twitter

The Labour party (and the Remain field?) might therefore have lost some support from those leftist voters who are more prone to anti-austerity rhetoric and more sensitive to the argument that the European construction has lost its solidaristic flavour.

 

On April 14, Labour leader Jeremy Corbyn held a long awaited speech outlining the party’s position with respect to the EU referendum to be held on June 23.

In committing to campaigning for the Remain side, Corbyn amended his longstanding sceptical stance towards the European Union. He warned that a victory of the Leave campaign would pave the way to an aggressive Tory government, which would endanger those worker rights that are currently safeguarded by EU legislation.

The Telegraph wrote that by focusing on “worker rights” and scaremongering about a new Tory government, Corbyn tried to make an appealing case for the Labour base to back a stay-in vote.

The British press covered extensively Corbyn’s U-turn on the integration project, which attracted a lot of criticism from the Brexiteers’ front. Although negative feedback came mostly from the right, even from inside Labour it has been argued that Corbyn’s recent support of the EU project is not genuine but hides instead a move to consolidate his leadership of the party.

From inside Labour it has been argued that Corbyn’s recent support of the EU project hides a move to consolidate his leadership of the party.

Labour backbencher and former Welfare Minister Frank Field argued that Corbyn was unable to connect with the Labour base and warned that his repositioning could lead to a massive loss of support in favour of UKIP. Given Corbyn’s longstanding Eurosceptic views it seems that it might be exactly his own constituency to be at risk here. In a recent article on The Telegraph, Ben Riley-Smith and Kate McCann even suggested that Jeremy Corbyn might decide to reconsider his support to the Remain campaign in order to re-establish a connection with the Labour rank and file.

Is Corbyn really losing support because of its new pro-EU stance? How did people react to his speech? On April 14 and 15, 25,581 unique Twitter users produced 55,357 tweets containing the word (or hashtag) “Corbyn”. By looking at these tweets, we tried to answer the above questions.

How did people react?

We used natural language processing techniques to sort tweets into different categories. After discarding irrelevant tweets, we separated attitudinal tweets – i.e. tweets containing some kind of reaction to the speech or the speaker – from news recast or merely descriptive tweets. We then separated tweets expressing a negative sentiment or disagreement with Corbyn from the rest. Table 1 shows the results of this procedure.

Table 1
Table 1

Recent poll results show that Corbyn’s announcement did not have a significant impact on the Brexit issue, and that Britons are still evenly distributed between Remain and Leave. In the Twittersphere however, the prevailing reaction was negative. As shown in Table 1, out of 28,056 attitudinal tweets, 10,095 (38%) are positive (or neutral) tweets, whereas 17,151 (62%) are negative. This confirms the view that the microblogging platform is a medium where voices of protest are more visible.

Corbyn losing Corbynistas?

By analyzing the tweets’ metadata, we were able to separate those coming from leftist tweeters from the rest. We identified 1,528 users as “leftists” and 1,761 as “other” (a residual category including all remaining politically-oriented profiles, ranging from Liberals to Tories and Ukippers).

Table 2
Table 2

We cross-referenced these data with the classification based on the text of the tweet: Table 2 shows the distribution of tweets between “leftists” and “other” users. Our results indicate that only relevant tweets are almost evenly distributed between the two groups. Indeed this distribution becomes unbalanced when we look at those classified as attitudinal and negative: in other terms non-leftist users become “louder”.

The Labour party might therefore have lost some support from those leftist voters who are more sensitive to the argument that the European construction has lost its solidaristic flavour.

However, and most importantly, almost one out of three negative tweets (that is 1,399 tweets) comes from the leftist area. Even more surprisingly, we found that almost 40% of the users who reacted negatively belong to the same area. In other words, per-user negative tweets were fewer on the left side of the political spectrum than for remaining users. This, in turn, implies that non-leftist users were more active in expressing their disagreement.

Left and right Brexiteers: sharing a common ground

As expected, Corbyn’s pro-EU speech provoked a lot of criticism from the right-wing Brexiteers, conservatives and UKIP supporters. However, a considerable negative reaction also came from leftist Twitter users. We tried to shed some more light on these results by processing the negative tweets through text clustering applications. In terms of content, the “leftist-negative” and the “other-negative” fields share a common ground, namely the criticism of Corbyn’s previously highlighted U-turn on Brexit. In particular, it is the political “coherence” of Corbyn — often labeled as a former “man of principles”– to be at the centre of concerns. Austerity-related groups of terms, on the other hand, appear more often among leftist users.

The Labour party (and the Remain field?) might therefore have lost some support from those leftist voters who are more prone to anti-austerity rhetoric and more sensitive to the argument that the European construction has lost its solidaristic flavour.

However and most importantly, the proximity of leftists and right-wing Brexiteers highlights the need to transcend the traditional left-right distinction when it comes to the politics of European integration. As recently stated by Raphael Behr, “we are in a strange world now where two distinct sets of politics–the old one that follows left-right lines, and a new one that operates around an EU in/out axis–are running concurrently and on top of each other”.

(EuVisions, 06.05.2016)

CC Photo Credits: Bob Peters

Cameron’s renegotiation speech and intra-EU migration: how the web reacted

The reaction we observed was mainly directed to Cameron’s reform proposals. In particular, we noted an overwhelming presence of negative attitude with respect to what was presented by the PM: this result seems consistent with evidence from opinion polls indicating little confidence in Cameron’s ability to strike a good deal out of the renegotiation process.

On November 10, 2015 Britain’s Prime Minister David Cameron held a keynote speech at the Chatham House, launching his proposals for the reform of the European Union – a preliminary step and condition to the referendum on Britain’s stay in the Union, which will be held by 2017.

Cameron’s renegotiation proposal revolves around four political issues – corresponding to the main points of his Chatham House speech: granting equal power to Eurozone and non-Eurozone member states in EU decision-making processes; reversing the objective of an ‘ever closer Union’, written in the treaties; making the European single market more competitive; finally, easing off intra-EU migration flows.

Using natural language processing (NLP) techniques, we have analysed reactions to Cameron’s speech on the micro-blogging platform Twitter. We have focused, in particular, on the issue of intra-EU migration – Cameron’s fourth point – which is arguably the most politically sensitive and prominent in the current Brexit debate. Our objective was to see, first, if Cameron’s stance on the migration issue triggered a reaction and discussion on Twitter, and second whether such discussion was structured along clear lines of conflict.

Detecting attitudinal digital voices

Through Twitter’s ‘search’ and ‘stream’ APIs we downloaded tweets matching a set of keywords at different levels of precision,[i] starting on November 10 and for the two days following Cameron’s speech. We then analysed this corpus of tweets by means of a semi-automated approach relying on NLP, and based on the construction of classifiers to detect, at each successive stage of the research, language and meaning patterns in the examined tweets.

Figure 1 shows our classification pipeline. Broadly, we built and trained classifiers to sort tweets on the basis of: 1) their relevance vis-à-vis Cameron’s speech, 2) the presence of an attitude towards the immigration issue, and 3) the sentiment being expressed. The performance of our classifiers is detailed in table 1 (click pictures to enlarge).

Open vs. closed borders

The classification procedure left us with 8,568 tweets expressing an opinion on the intra-EU migration issue. Overall, such tweets show a negative reaction to Cameron’s stance on the matter. Looking more closely, we were able to separate groups expressing different types of criticism: 3,982 (46.5%) tweets attack Cameron while defending the principle of open borders in the EU, whereas 4,077 (47.5%) oppose the PM by arguing for a closed borders scenario. This balanced picture chimes with results of a recent study by ICM, showing that Britons are evenly split on the topic of the EU referendum.

Figure 2 shows the hourly distribution of tweets containing a given attitude. The closed borders discourse (blue line) displays three hikes (where it surpasses the open borders one—orange line): the first in the morning hours of the November 10—exactly when Cameron was presenting his demands at the Chatham House—and two more on the next day. The two November 11 hikes were mostly due to an intense retweet activity around two specific tweets by Nigel Farage (the UKIP leader accused Camreon of ‘fiddl[ing] with migrant benefits’, whilst ‘EU migration surges to record high’, and suggested to ‘leave the EU to control borders’) and the sharing of a Telegraph article by William Hague, in which the former foreign secretary defined the migration crisis as a ‘gust of the hurricane that will soon engulf Europe’.

On November 12, conversely, the open borders supporters were louder. This increase in activity was mostly due to the Official statistics watchdog’s confuting of the figures used by the PM during his speech. The Independent, in particular, covered the news in two separate stories. This case, together with that of Hague’s article, exemplifies the important role played by news releases in animating Twitter discussions. Table 2 shows the most shared media contents for both groups over the three days of collection. The most shared tweet in the open border group reminded people that ‘EU migrants pay more than they take out in benefits’, whereas the second most shared news story by the closed-borders group focuses on the absolute numbers of newcomers to the UK from Romania and Bulgaria.

Figures 3 and 4 highlight the two discourses’ semantic core, which we obtained by selecting the 50 most shared tweets of, respectively, the closed and open borders groups, and removing from each corpus a set of common words, such as ‘david’, ‘Cameron’, ‘EU’, ‘migration’, and so on.

Both word clouds show the centrality of the welfare benefit theme in the broader discussion on intra-EU migration flows. They also show, however, some distinctive traits. The importance of news sharing appears quite clearly in the closed borders group, which tweeted words such as ‘hurricane’, ‘gust’ ‘mere’ and ‘engulf’, directly derived from the Telegraph story. On the open borders side, it was words such as ‘statistics’, ‘stats’, ‘watchdog’ and ‘figures’ – echoing the clash between statistic authorities and Cameron – that appeared more frequently.

Twitter as a battleground

Our analysis provides interesting information about the nature of Twitter and its reaction to Cameron’s proposals. In the first place, it is clear that Cameron’s speech triggered an attitudinal discussion on Twitter. Approximately 40 thousand tweets (roughly half of the tweets relevant to Cameron’s speech) can be interpreted as containing an attitude of some sort. Of these, more than a fifth, as shown, focused on the intra-EU migration issue.

The reaction we observed was mainly directed to Cameron’s reform proposals. In particular, we noted an overwhelming presence of negative attitude with respect to what was presented by the PM: this result seems consistent with evidence from opinion polls indicating little confidence in Cameron’s ability to strike a good deal out of the renegotiation process.

It is also interesting to see how the ‘offline’ event – Cameron’s Chatham House speech – functioned as a trigger for a much wider discussion on the general principle of free movement inside the European Union, in particular with reference to the welfare benefit debate. In this sense, Twitter appears as a ‘battleground’ for users holding different political views. In such a battleground, active and engaged profiles tend to operate as amplifiers of political leaders’ messages and news items.


[i] Extracting Twitter data on a specific topic means facing a trade-off between ‘precision’ and ‘recall’ (i.e. comprehensiveness): a very precise collection strategy will likely result in tweets that are mostly on topic, but will also miss important conversations. The opposite is the case for more inclusive collection strategies. We opted for a balanced set of keywords and hashtags, containing very specific terms (e.g. #euref, #cameronletter) as well as generic ones, like ‘Cameron’.

(OpenDemocracy, 04.01.2018)