Owen Jones: “Serve una sinistra paneuropea”

Nonostante i poteri forti, secondo Jones una rivoluzione democratica nel Regno Unito, come in Europa, “è possibile”, ma serve un movimento che non sia soltanto “di protesta”. Il Labour potrebbe porsi alla guida di questo movimento? Difficile dirlo.

Owen Jones arriva al Candid Café di Angel, un quartiere poco lontano dalla City di Londra, con il fiatone. Di certo non sono le due rampe di scale ad averlo affaticato. Jones è abituato a muoversi: nell’arco dell’ultimo anno si è spostato da una parte all’altra dell’Europa per incontrare i vari movimenti di sinistra dei Paesi. Sebbene oggi sia in ritardo, questa settimana sarà puntuale in Spagna «per un mini-tour elettorale di una settimana con Podemos». Per descrivere Owen Jones, che è cresciuto nel nord dell’Inghilterra, a Stockport, nella periferia di Manchester, si dovrebbe creare un modo di dire tutto nuovo: “avere 31 anni e sentirli”. Alla sua giovane età è già un guru della sinistra inglese. Con 383mila seguaci su twitter e 2 saggi politici bestseller alle spalle, è impossibile non definirlo un opinion leader. Lui ci ride su e dice che «scrivere non gli piace nemmeno». Ma il suo ultimo libro, The Establishment. And how they get away with it (L’establishment. E come farla franca) – un ritratto spietato dell’élite economica, medatica e politica cresciuta nel Regno Unito sotto le amministrazioni Thatcher, Blair e Cameron – è diventato un caso editoriale anche Oltremanica, in Spagna. Sarà perché il concetto sa tanto di “casta” alla Iglesias. Nonostante i poteri forti, secondo Jones una rivoluzione democratica nel Regno Unito, come in Europa, “è possibile”, ma serve un movimento che non sia soltanto “di protesta”. Il Labour potrebbe porsi alla guida di questo movimento? Difficile dirlo. Secondo Jones, Jeremy Corbyn è «partito con il piede sbagliato» e deve già recuperare un partito che rischia di sfuggirgli di mano, a partire dal voto sull’intervento aereo in Siria di inizio dicembre. Intervista.

Owen Jones, il Labour si è spaccato sull’intervento in Siria: 67 parlamentari hanno votato insieme ai conservatori di Cameron a favore dei bombardamenti. Cosa sta succedendo nel partito di Corbyn?

I Laburisti hanno una lunga storia di divisioni sulla politica estera. Nel 2003, 139 parlamentari laburisti votarono contro le indicazioni di Blair sulla guerra in Iraq. Nessuno ne fece un caso e, anzi, si parlò di “ribelli”. Ma questa volta alcuni useranno il caso per destabilizzare la leadership di Corbyn. (La parlamentare Laburista di Birmingham, Jess Phillips ha dichiarato, in un’intervista con Jones, pubblicata il 14 dicembre sul Guardian, l’intenzione di «accoltellare al petto» Corbyn nel caso in cui dovesse danneggiare il partito, ndr). Tutto questo, mentre l’opinione pubblica, invece, si muove contro i bombardamenti, al pari della base del partito.

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“A Madrid l’uguaglianza è di casa” – Intervista con Manuela Carmena

Da maggio 2015 è il nuovo sindaco di Madrid, nonché volto degli Indignados al potere. E a chi la definisce “sindaco di Podemos”, Manuela Carmena risponde: «Non sono legata ad alcun partito».

Da maggio 2015 è il nuovo sindaco di Madrid, nonché volto degli Indignados al potere. E a chi la definisce “sindaco di Podemos”, Manuela Carmena risponde: «Non sono legata ad alcun partito». Occhi azzurri come il ghiaccio e una lunga storia alle spalle che si inscrive perfettamente in quella della Spagna: avvocato specializzato in Diritto del lavoro e membro del Partito comunista (allora fuorilegge) durante la dittatura franchista, giudice e bestia nera della corruzione giudiziaria durante la transizione democratica, sostenitrice della nuova sperimentazione politica nata con gli Indignados dopo il 2010. La incontriamo in una sala elegantemente rifinita in legno, al terzo piano di via Alcalá 50, a due passi da piazza Cibeles. Le sue risposte, a volte spiazzanti, hanno qualcosa di trascendentale. Quando parla di democrazia partecipativa e forme di potere è difficile non rimanere affascinati. Del resto, come spiegare altrimenti che una signora ex giudice di 71 anni sia diventata la figura di riferimento della generazione 18-30, quella degli Indignados appunto? Il giornalista Roberto Bécares ha definito il fenomeno come “effetto Carmena”. Ma qual è il filo rosso che unisce le tappe della sua carriera? «Combattere le disuguaglianze che non hanno ragione di esistere», risponde senza battere ciglio. Per Manuela Carmena, però, non sono solo rose e fiori. Cinque mesi dopo le elezioni, stampa e opposizione la accusano di condurre una politica volta all’«improvvisazione».

Manuela Carmena, con la sua elezione a sindaco di Madrid è la prima volta che gli interpreti della sperimentazione politica spagnola, iniziata con gli Indignados nel 2011 e continuata sotto il segno di Podemos nel 2014, arrivano a detenere un potere di azione specifico. Sente molta responsabilità?

Non credo che “responsabilità” sia il termine giusto per descrivere ciò che provo. Non essendo il candidato di un partito politico mi sento responsabile soltanto di me stessa.

E cosa prova allora?

Il desiderio di trasformare in realtà quelli che secondo me sono i grandi elementi del cambiamento politico in questo Paese. Voglio dimostrare che è possibile fare politica in una maniera completamente diversa.

Diritto al lavoro, alla casa e alla salute, nonché stop ai tagli alla spesa pubblica. Il programma della sua lista, Ahora Madrid, è così ambizioso che sembra quasi impossibile da realizzare…

Non mi identifico alla lettera con il programma visto che, tra l’altro, è stato definito ancora prima che accettassi l’incarico di guidare il movimento. Attenersi rigidamente ai programmi non è una mossa intelligente…

Però non attenersi può essere una scelta rischiosa…

No, Ahora Madrid è l’incrocio di una moltitudine di istanze. Io mi identifico con le linee strategiche: lotta alla corruzione, alla disuguaglianza, all’inefficienza amministrativa, all’austerità. L’obiettivo è promuovere meccanismi di partecipazione diretta e l’ascolto attivo della voce dei cittadini. Questi sono tutti valori e obiettivi in cui mi riconosco e che perseguiremo.

Come si realizzano concretamente?

Non c’è stato ancora tempo a sufficienza per definire le modalità concrete con cui raggiungere tutti gli obiettivi. Inoltre, parte del cambiamento che promuoviamo risiede proprio nelle modalità di realizzazione: vogliamo allargare la definizione delle strategie al contributo di molte persone. Questo processo è il riflesso di un movimento partecipativo importante e innovativo che però, a volte, può risultare anche inefficiente.

È proprio per questo che i media e i partiti tradizionali la accusano di “improvvisazione politica”.

Un programma elettorale non è mai un programma di governo. E noi avevamo chiara in mente la necessità di realizzare questa trasformazione. Per questo, in funzione degli obiettivi generali, stiamo definendo le linee di azione per i prossimi 4 anni.

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Ttip, «il grande business detta l’agenda» – Intervista a Lora Verheecke (CEO)

L’incognita delle ele­zioni pre­si­den­ziali sta­tu­ni­tensi del 2016, la frat­tura nel Gruppo dei socia­li­sti nel Par­la­mento euro­peo, il peso dell’elettorato tede­sco in Europa: cosa deter­mi­nerà il suc­cesso o il fal­li­mento dei nego­ziati sul Ttip? Il «Trat­tato tran­sa­tlan­tico» sta spac­cando in due il Vec­chio Con­ti­nente tra est e ovest e il 10 otto­bre, da Ber­lino, scatta la set­ti­mana inter­na­zio­nale di mobi­li­ta­zione con­tro l’accordo.

Intervista. Sabato scatta la settimana internazionale di mobilitazione contro il Trattato transatlantico sul libero scambio che sta spaccando l’Europa. Parla Lora Verheecke, esperta del Ceo: «Se il Ttip venisse legato alla quotidianità, le persone capirebbero di cosa si tratta. A Bruxelles lanceremo proposte per superarlo e per costruire un’Europa solidale».

L’incognita delle ele­zioni pre­si­den­ziali sta­tu­ni­tensi del 2016, la frat­tura nel Gruppo dei socia­li­sti nel Par­la­mento euro­peo, il peso dell’elettorato tede­sco in Europa: cosa deter­mi­nerà il suc­cesso o il fal­li­mento dei nego­ziati sul Ttip? Il «Trat­tato tran­sa­tlan­tico» sta spac­cando in due il Vec­chio Con­ti­nente tra est e ovest e il 10 otto­bre, da Ber­lino, scatta la set­ti­mana inter­na­zio­nale di mobi­li­ta­zione con­tro l’accordo.

Oggi il Ceo conta una decina di impie­gati tra gior­na­li­sti e ricer­ca­tori. Tra que­sti, Lora Verheecke, 31 anni, franco-olandese ex-vice Pre­si­dente di Oxfam Fran­cia. Verheecke ha lasciato il suo posto alla Con­fe­de­ra­zione sin­da­cale inter­na­zio­nale (Csi) per occu­parsi del Trat­tato tran­sa­tlan­tico sul com­mer­cio e gli inve­sti­menti (Ttip) al Ceo.25 anni fa 5 gior­na­li­sti, Belén Bala­nyá, Oli­viér Hoe­de­man, Erik Wes­se­lius, Adam Ma’anit, Ann Doherty pub­bli­cano Europe.Inc, un libro in cui denun­ciano i rap­porti tra le grandi cor­po­ra­tion e le poli­ti­che dell’allora nascente Unione euro­pea. Una man­ciata di fon­da­zioni pri­vate, tra Olanda e Stati uniti, deci­dono di soste­nere il lavoro dei gior­na­li­sti. È così che nasce il Cor­po­rate Europe Obser­va­tory (Ceo), ini­zial­mente un net­work lasco di gior­na­li­sti che indaga il potere del grande busi­ness negli ingra­naggi isti­tu­zio­nali euro­pei. Pre­sto però, la rete si tra­sforma in un vero e pro­prio osser­va­to­rio sul lob­bying a Bruxelles.

«I sin­da­cati non erano abba­stanza cri­tici rispetto al Ttip», è una delle prime cose che mi dice quando la incon­tro. Siamo seduti in un bistrot vicino al canale Bruxelles-Charleroi che costeg­gia il cen­tro della capi­tale belga a nord ovest, esat­ta­mente dalla parte oppo­sta di dove si tro­vano Par­la­mento e Com­mis­sione europea.

Lora Verheecke, quali sono stati i con­te­nuti dell’ultimo turno di nego­zia­zioni del Ttip svol­tosi a luglio 2015?
Stati uniti ed Europa cer­cano un com­pro­messo sulla pro­te­zione delle «indi­ca­zione geo­gra­fi­che»: non vogliono che la con­tro­parte pro­duca alcuni pro­dotti tipici. Poi si è discusso della regu­la­tory cope­ra­tion: ognuno vuole moni­to­rare la pro­du­zione legi­sla­tiva dell’altro. Infine, non è man­cato l’Isds (Investor-State Dispute Set­tle­ment), il mec­ca­ni­smo giu­ri­dico per la riso­lu­zione dei con­ten­ziosi stato-imprese.

A che punto siamo giunti nelle nego­zia­zioni sul Ttip?
Siamo a metà per­corso, le nego­zia­zioni vanno a rilento. Non se ne farà nulla prima del 2017. E in mezzo ci sono le ele­zioni americane…

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Le elezioni europee 2014 nei media tedeschi: un’analisi del dibattito pubblico

Quale deve essere la forma di questa Europa? E quale dovrebbe essere il ruolo della Germania? Durante gli ultimi anni, lo smarrimento intellettuale della classe politica europea è diventato il terreno su cui si sono innestate e sono state coltivate specifiche tensioni politiche tra Stati membri dell’UE. In particolare, le contingenti crisi economiche non hanno fatto altro che evidenziare le tensioni da tempo latenti, ma mai risolte, tra la dimensione economica e quella sociale dell’UE.

Il 22 febbraio 2013, il presidente della Repubblica Federale Tedesca, Joachim Gauck, teneva il suo discorso sulle prospettive dell’idea europea (Rede zur Perspektiven der europäischen Idee) presso il Castello Bellavista di Berlino. La sala ospitava ministri del Governo tedesco, rappresentanti della società civile e studenti universitari. «Non c’è mai stata così tanta Europa» (Gauck 2013, 1): in questo modo Joachim Gauck iniziava la sua relazione, conscio della situazione paradossale in cui il Vecchio Continente si trovava. Con un’Unione Europea stretta tra la crisi economica finanziaria mondiale da una parte e quella del debito pubblico greco dall’altra, il Presidente non faceva altro che riconoscere il punto di non ritorno del percorso di integrazione e, allo stesso tempo, la situazione di stallo del più grande progetto istituzionale del secondo dopoguerra:

Per me questa giornata rappresenta […] l’occasione per tornare a riflettere criticamente su alcune parole che pronunciai il giorno della mia investitura: «Vogliamo rischiare più Europa». Oggi non riformulerei quelle parole altrettanto velocemente. Questo «più Europa» ha almeno bisogno di un significato, necessita di una specificazione. Dove è che l’Europa può e deve portare a una maggiore integrazione? Quale dev’essere la forma di questa Europa? Cosa vogliamo sviluppare e rafforzare, e cosa vogliamo limitare? E non in ultimo: come possiamo trovare più fiducia, di quanta non ne abbiamo oggi, nell’espressione «più Europa»? (ibidem).

Le parole di Gauck descrivono bene il punto di arrivo a cui era giunta, all’inizio del 2013, la crisi economico-politico-istituzionale iniziata nel 2007: uno smarrimento intellettuale e culturale, prima ancora che economico o politico, degli attori politici europei. Dopo una serie di riflessioni sui principi fondanti dell’UE (democrazia, libertà, uguaglianza, Stato di diritto, solidarietà), Gauck arrivava infine alla parte più delicata del suo discorso, quella riguardante il ruolo della Germania in Europa:

Mi preoccupa che in alcuni paesi il ruolo della Germania scateni scetticismo e sentimenti di sfiducia. Sì, è vero, la Germania ha profittato dell’euro. L’euro ha rafforzato la Germania. E il fatto che la Germania sia diventata la maggiore potenza economica del continente dopo la riunificazione ha fatto paura a molti. Mi spaventa con che velocità si possano distorcere le percezioni, come se la Germania si trovasse nella scia di una tradizionale politica di potenza. Non sono solo i partiti populisti che hanno rappresentato il cancelliere tedesco come rappresentante di uno 20 Alexander D. Ricci Le elezioni europee 2014 nei media tedeschi: un’analisi del dibattito pubblico Stato che vuole costringere e sottomettere gli altri popoli […] Io voglio rassicurare tutti i cittadini e cittadine dei paesi membri: non vedo alcuna manifestazione politica in Germania che sostenga un Diktat tedesco […] Con profonda convinzione posso dire: più Europa non vuol dire un’«Europa tedesca». Per noi, più Europa vuol dire una «Germania europea!» (ivi, 10).

Le parole usate da Gauck non erano casuali. Qualche mese prima, Ulrich Beck, noto sociologo tedesco, aveva pubblicato un saggio dal titolo Europa tedesca, in cui accusava Angela Merkel di perseguire una politica di potenza in Europa. In particolare, Beck (2013) accusava il Governo del proprio paese di aver guadagnato una posizione egemonica nel continente e di essere responsabile dell’equilibrio negativo venutosi a creare nell’UE. Oggi, a più di un anno dal discorso di Gauck, se può dirsi «superata» la fase critica legata al «problema greco», rimangono gli stessi interrogativi posti in quel discorso: quale deve essere la forma di questa Europa? E quale dovrebbe essere il ruolo della Germania? Durante gli ultimi anni, lo smarrimento intellettuale della classe politica europea è diventato il terreno su cui si sono innestate e sono state coltivate specifiche tensioni politiche tra Stati membri dell’UE. In particolare, le contingenti crisi economiche non hanno fatto altro che evidenziare le tensioni da tempo latenti, ma mai risolte, tra la dimensione economica e quella sociale dell’UE.

(Continua su Biblioteca della Libertà)

La sinistra dopo la sinistra – Intervista con Pablo Iglesias Turrion, leader di Podemos

Pablo Iglesias Turrión, leader di Podemos, non vuole sentire parlare né di destra, né di sinistra. Per un professore di Scienza Politica come lui – insegna all’Università Complutense di Madrid – queste parole non sono altro che “metafore”.

Gli Indignados sono scesi in politica e hanno letteralmente tagliato in tre il bipolarismo spagnolo. Non lo dicono gli slogan, ma i numeri. Alle scorse elezioni parlamentari europee del 25 maggio 2014 infatti, Podemos, una lista nata sulla scia del movimento sociale del 15M del 2011, ha raccolto l’8% dei voti. Sommati ai voti di di Izquierda Unida, la sinistra radicale spagnola oggi otterrebbe il 20% delle preferenze. Eppure, Pablo Iglesias Turrión, leader di Podemos, non vuole sentire parlare né di destra, né di sinistra. Per un professore di Scienza Politica come lui – insegna all’Università Complutense di Madrid – queste parole non sono altro che “metafore”.

Piattaforme online per prendere le decisioni politiche “dal basso” e bandiera viola: a un primo sguardo il popolo di Podemos sembra quello dei Vaffa-day di Beppe Grillo, versione iberica. Peccato però, che a Iglesias, Beppe “non stia troppo simpatico” e che, a differenza dei deputati del M5S, nel Parlamento europeo, quelli di Podemos siedano nelle file del GUE con AexisTsipras e Barbara Spinelli: non certo con lo Ukip di Nigel Farage.

Dalla Spagna di Mariano Rajoy, passando per la Francia di Marine Le Pen, fino all’Italia di Beppe GrilloPablo Iglesias Turrión ci spiega la politica secondo Podemos, con Gramsci in tasca.

Pablo Iglesias Turrión, la bandiera di Podemos è viola come quella del Vaffa-day di Grillo, ma i vostri contenuti sono quelli di Alexis Tsipras… cosa vuol dire?

Vuol dire semplicemente che in politica, a volte, si aprono degli spazi, delle possibilità che sono terreno di competizione per differenti attori politici. Secondo i conservatori invece bisogna sempre e soltanto tracciare una linea che divide la destra dalla sinistra.

Vuole dire che “destra” e “sinistra” sono concetti fuori moda?

“Destra” e “sinistra” sono soltanto metafore per identificare delle scelte politiche. Quelli che chiamo conservatori, credono invece che rappresentino una divisione immutabile. In realtà, nessuno si sveglia affermando di essere di centro-destra, o di centro-sinistra. Oggi ci troviamo in una situazione di emergenza sociale nella quale si è aperto uno spazio politico. E noi lo abbiamo occupato.

Si spieghi meglio …

In Spagna, sempre più settori sociali sono indignati, ma, allo stesso tempo, interpretano in maniera nuova ciò che succede: collegano la loro situazione con una casta politica corrotta che rimane sempre al governo. Bene, tutte queste persone sono suscettibili al discorso di una pluralità di attori politici. Per questo motivo sarebbe riduttivo dire che competiamo con la destra o con la sinistra. Sfidiamo chiunque. In ottica internazionale, per esempio, siamo l’opposizione al Front National di Marine Le Pen.

Cosa è successo ai vostri vicini francesi?

Sono sicuro che molte persone in Francia hanno votato per i fascisti perché il discorso della sinistra francese non è stato funzionale. Se il Front de Gauche avesse capito che la frattura odierna corre fra cittadini e il settore bancario – e non tra francesi e immigrati – probabilmente avrebbero avuto dei risultati migliori.

Come valuta il M5S?

Grillo va letto nella stessa maniera con cui si è analizzata l’apparizione di Berlusconi nel 1994. Seppur non mi stia particolarmente simpatico, è stato abile politicamente a capire ciò che un altro italiano, tanti anni prima di lui, aveva definito come il “sentire comune d’epoca”: un sentimento comune generale che è un permanente terreno di disputa tra attori e movimenti politici. Quell’italiano si chiamava Antonio Gramsci.

Perché Grillo non le sta simpatico?

Non mi convincono alcune sue affermazioni sui lavoratori migranti. Inoltre, ho visto una certa mancanza di volontà politica nel disciplinare democraticamente l’economia. Per questo lo vedo con un po’ di distacco.

Come valuta invece gli ultimi anni della sinistra italiana?

Analizzare la sinistra italiana è sempre complicato, direi quasi impossibile. E’ triste e strano allo stesso tempo, vedere che il Paese con il partito comunista più forte della storia dell’Europa occidentale si ritrovi in questa situazione. Ma ciò dimostra che lo scenario politico è cambiato e che le vecchie categorie analitiche non servono più per contendersi quel senso comune generale di cui parlava Gramsci. Per realizzare qualsiasi progetto politico serve un’egemonia culturale. In questo senso, la sinistra italiana ha sicuramente perso tante occasioni.

Cosa vuol dire?

Voglio dire che per capire l’Italia non basta l’analisi delle classi sociali. Si deve afferrare il significato del cattolicesimo, delle tradizioni rurali, della relazione tra sud e nord. In altre parole il senso comune è sempre qualcosa di conteso. Per questo si compete per l’utilizzo di parole come “giustizia”, “democrazia”o “popolo”.

Sì, ma con le parole non si cambia la realtà…

Non è vero. Guardi cosa sta accadendo in America Latina. Alcuni conservatori europei, sono convinti che in quel continente la sinistra stia vincendo le elezioni. In realtà, dalla Bolivia, al Venezuela fino ad arrivare all’Argentina, si tratta di progetti di trasformazione nazional-popolari che, con un determinato linguaggio, sono riusciti a creare una maggioranza sociale in un contesto molto difficile. Ma l’obiettivo di fondo rimante sempre lo stesso: effettuare politiche economiche e pubbliche redistributive. Ciò va al di là della parola sinistra.

Quindi anche voi ambite alla maggioranza sociale, al famoso 50 + 1% ? Non è un’utopia?

In politica non esistono scenari prestabiliti. In Spagna, il 15M ha dimostrato che lo scenario politico è cambiato. Noi abbiamo interpretato le dicotomie “oligarchia-democrazia”, “dal basso – dall’alto”, “casta – cittadinanza”. Così si può vincere, diventare maggioranza e, attraverso gli strumenti amministrativi pubblici, effettuare politiche redistributive.

E il voto utile?

I conservatori che insistono nel dire che esistono soltanto due opzioni di voto, rispettivamente per i liberal-democratici e per i social-democratici, non ammettono che, in entrambi casi, l’elettore è destinato a perdere politicamente. Da qui la nostra vocazione che ribadiamo dal principio: non vogliamo essere una forza politica subalterna. Siamo nati per vincere e diventare maggioranza. Possiamo riuscirci e cercheremo di farlo.

Ora siete entrati nel Parlamento europeo. In Italia però, si dice che i movimenti sociali non si rappresentano …

E’ vero. Sebbene Podemos non sarebbe nato senza il 15M, è impossibile rappresentare un movimento sociale. E noi non siamo i rappresentanti del 15M. Piuttosto sono i movimenti che ci rappresentano.

Perché siete entrati nel GUE?

Perché per noi è fondamentale chiedere che i Paesi siano sovrani dei loro destini e garantire la priorità dei diritti sociali. Crediamo che soltanto attraverso questo gruppo parlamentare si possa spiegare e dimostrare come l’Europa possa essere governata in maniera diversa.

Per Alexis Tsipras l’euro non è in discussione, per voi?

Se l’euro diventerà una moneta controllata da e per i cittadini europei, a noi sta bene. Se invece continuerà a essere lo strumento dei poteri finanziari europei, di un Banca Centrale senza controllo democratico, allora non serve più. Ma non siamo dogmatici rispetto alla questione. Le parole d’ordine rimangono “sovranità” e “interessi dei cittadini”. Partendo da qui si può anche riorganizzare la politica monetaria europea.

(Left, 28.06.2014)

Intervista con Giovanni di Lorenzo, direttore Die Zeit

Le critiche alla Cancelliera, “immeritate”. La stima per Monti e Draghi. L’“inverosimile” vittoria di Berlusconi. E ancora l’austerity, la Grosse koalition, il giornalismo in crisi. Giovanni di Lorenzo, nato in Italia, è il direttore del più importante settimanale tedesco, Die Zeit. Ecco come legge le elezioni di Roma e Berlino. Con una sola certezza: la Cdu rivincerà.

Le critiche alla Cancelliera, “immeritate”. La stima per Monti e Draghi. L’“inverosimile” vittoria di Berlusconi. E ancora l’austerity, la Grosse koalition, il giornalismo in crisi. Giovanni di Lorenzo, nato in Italia, è il direttore del più importante settimanale tedesco, Die Zeit. Ecco come legge le elezioni di Roma e Berlino. Con una sola certezza: la Cdu rivincerà.

Anni 70, Hannover, Repubblica federale tedesca, una scuola superiore qualsiasi. «L’Italiano di Lorenzo bisognerebbe impiccarlo », urla un professore di fronte alla classe. Giovanni si fa piccolo piccolo, in un angolo della classe. Nessuno compagno alza un dito. È un ragazzino emigrato dal Belpaese, arrivato in Germania con la madre e il fratello. Un tirocinio dopo la scuola lancia il giovane italiano nella carta stampata. Un primo articolo su Angelo Branduardi e poi, di redazione in redazione, una carriera che si snoda tra quotidiani e settimanali nazionali. Oggi, a 53 anni, Giovanni di Lorenzo è il direttore di Die Zeit: il più importante settimanale tedesco, uno dei più noti d’Europa. Mai una parola di troppo, eppure sempre incisivo; moderato, ma non conservatore; liberale e progressista allo stesso tempo: è lo stile che di Lorenzo ha impresso al suo giornale. Quando ci racconta al telefono l’episodio in cui il professore, più di trent’anni fa, lo insultò davanti ai suoi compagni di scuola, lo fa senza rancore. La Germania da allora è cambiata molto e in meglio. Oggi però è anche il Paese che guida l’Europa e, forse proprio per questo, si ritrova al centro delle critiche di parte della classe politica italiana.

Direttore, cosa sta succedendo tra Italia e Germania? Nel nostro Paese per alcuni la Merkel è l’austerity fatta persona e l’avversario da combattere.

Innanzitutto è bene dire che nessun cittadino tedesco vuole agire per colpire appositamente l’Italia, tanto meno la Merkel. E non c’è nessuna ostilità verso il popolo italiano da parte di quello tedesco. È un’ipotesi che non sta né in cielo né in terra. Altrettanto l’equiparazione tra austerity, Germania e Merkel. Questa situazione di contrasto che si è creata rappresenta un disastro nella storia dei rapporti tra Italia e Germania dal dopoguerra a oggi.

Quindi la Germania non ha colpe per la situazione italiana?

Certo che no. Sebbene ci sia una certa visione politica in Italia che tenti di individuare nella Germania il motivo di tutti i disagi del Paese, questi in realtà sono dovuti al malgoverno degli ultimi decenni. Quella che si sta attuando in Italia è la classica logica del capro espiatorio.

E Berlino non ha preferenze per qualche candidato italiano?

Diciamo che c’è un certo credito morale e politico nei confronti del governo Monti, ma la domanda che viene rivolta a me, e a chiunque porti un cognome italiano, in tutti gli ambienti politici, è sempre la stessa: «Può davvero Berlusconi tornare al governo?».

Perché?

È un’eventualità che per la mentalità tedesca, a prescindere da destra e sinistra, ha semplicemente dell’inverosimile. Da rimanere esterrefatti.

Però i giornali tedeschi danno molto spazio al confronto tra Monti e Berlusconi mentre il centrosinistra rimane in ombra…

È colpa del fatto che c’è poca chiarezza sugli assetti politici e le alleanze. I programmi diventano difficilmente spiegabili persino agli italiani, si figuri ai tedeschi. 4

E di chi è la colpa?

Non vorrei fare battute, ma dipende anche molto dal lavoro dei media. Io sono un membro della carta stampata e le dico sinceramente che vedo con preoccupazione il modo in cui i quotidiani italiani trattano la politica. Del resto basta guardare il calo delle vendite. Se una qualsiasi persona si perde un solo numero di un quotidiano italiano, dal giorno dopo non riesce più a capire in che direzione stia andando il dibattito politico. Se io stesso non riesco a capire di che cosa parlino i giornali italiani, mi chiedo come dovrebbe fare il lettore medio.

Troppi slogan?

Un racconto a puntate senza una visione d’insieme. Mi duole dirlo, ma leggere dall’estero la politica italiana sui giornali italiani è impossibile.

In Germania invece?

Si cercano di spiegare i fatti, gli avvenimenti e le personalità. Proviamo a spiegare cosa c’è dietro alle parole, per svelare i significati della politica al lettore.

Quindi i giornali italiani sono da buttare?

No, assolutamente. Devo riconoscere che in Italia emerge più nettamente il contraddittorio tra le varie testate: questo è un aspetto positivo. I giornali tedeschi tendono a un conformismo sconcertante. Scrivono tutti le stesse cose nello stesso momento: che si tratti di elogi o di condanne, vanno sempre in coro.

L’economia ha colonizzato il linguaggio politico in Italia. Per intenderci, quanto si parla dello spread in Germania?

Pochissimo. Anzi, in Germania non se ne parla proprio, anche perché al momento non rappresenta un costo per l’economia.

E della disoccupazione?

Vede, la Germania è un Paese fortunato in questo momento. La disoccupazione giovanile in alcuni Länder è inesistente. In Italia, al contrario si attesta intorno al 36 per cento, un dato sconcertante.

A settembre si vota anche in Germania. Chi vincerà le elezioni?

La Cdu perde terreno nei Länder, ma rimane stabile a livello nazionale. Il punto è che in questo momento non c’è nessuna volontà di cambiare il Cancelliere. Se è vero che i tedeschi non sono soddisfatti della squadra di governo nel suo complesso, la Merkel gode comunque di un grande consenso.

Come mai?

Angela Merkel ha uno stile poco vanitoso, dà importanza ai fatti e mira a trovare le soluzioni ai problemi. Qualità che sono apprezzate al di là degli schieramenti politici, anche da chi non vota democristiano. È una persona sobria e schiva che, tanto per fare un esempio, la sera va al supermercato a fare la spesa. Ai tedeschi piace. Non è un caso che nonostante la frammentazione partitica la Cdu sia rimasta stabile al 40 per cento. Numeri che devono essere considerati un grande successo politico.

Quindi vincerà la Merkel?

Se la Merkel dovesse avere un tracollo si potrebbe trovare all’opposizione con il 40 per cento e la Spd al governo insieme ai Verdi e ai Liberali.

Addirittura?

Sì, ma una mossa politica del genere costituirebbe un tradimento politico da parte del Partito liberale nei confronti della Cdu. E comunque ripeto: la Merkel è stabile. Più verosimilmente, in caso la Cdu non dovesse raggiungere la maggioranza dei seggi con i liberali, si potrebbe profilare un’alleanza con i socialdemocratici.

Un governo di larghe intese: lo scenario che Joschka Fischer invocava per un’Europa più equilibrata tra crescita e rigore…

Quella della Grosse koalition è una situazione che la Germania ha già vissuto otto anni fa. Non so cosa comporterebbe a livello europeo, ma, a mio parere, quello di larghe intese del 2005 fu un governo migliore di quello di oggi. Per la Germania rappresenterebbe sicuramente un vantaggio.

E per chi no?

Per noi giornalisti, sarebbe una noia mortale.

E se invece vincesse il socialdemocratico Steinbrück, la Germania cambierebbe la sua politica verso l’Europa?

No. E questo è il vero grande problema per i socialdemocratici: come si può pensare di combattere la Merkel se in fondo la propria politica europea non è diversa da quella dei democristiani?

Ma è difficile da immaginare. Steinbrück come Cancelliere è un candidato debole. Ancora un po’ frastornato dalle gaffe che ha fatto nei mesi passati, quando minacciò di invadere la Svizzera con la cavalleria, dopo che la Spd lo aveva scelto come candidato per le Politiche del 2013.

Quindi niente eurobond? In Italia sono considerati come la via d’uscita dalla crisi, servirebbe un consenso ampio però…

È un consenso che in Germania non c’è. Però, a mio avviso, bisogna riconoscere che la Merkel ha già condiviso le misure adottate dalla Bce di Mario Draghi, che nella prassi sono molto vicine alla logica degli eurobond. Vanno verso una responsabilizzazione collettiva dell’economia europea.

Una Germania in linea con Draghi quindi?

Sì, anche se rimane un certo contrasto con la Bundesbank. La stabilità dei prezzi rimane la priorità per i tedeschi. La gente comune ha paura di dover un giorno pagare per le fideiussioni date. Il che vorrebbe dire colpire la gente con gli introiti più bassi: una prospettiva che spaventa.

Lei, Draghi, Monti. C’è una certa Italia che ha successo in Germania… che Paese trovò quando si trasferì, trent’anni fa?

Era una realtà che non aveva nulla a che fare con quella odierna. Oggi la Germania è un Paese multietnico. Al tempo invece c’era un certo senso dichiusura: io e mio fratello eravamo addirittura gli unici stranieri a scuola. Quando fui eletto portavoce degli studenti, un professore davanti alla classe disse: «L’italiano di Lorenzo bisogna impiccarlo». Devo dire che nessuno quella volta si scandalizzò. Era la Germania degli anni 70.

Le difficoltà di tanti degli emigrati italiani di allora…

Le difficoltà che incontrai io furono minori rispetto a quelle di molti altri italiani emigrati che non poterono frequentare la scuola superiore e non avevano una madre tedesca.

Quanto è ancora legato all’Italia?

Ho fatto le elementari in Italia, mio padre vive a Roma, ho una piccola casa al mare in Toscana e, alla mia tenera età, ho ancora una nonna che vive a Rimini. Sono legami inscindibili.

Un ricordo dell’infanzia passata in Italia?

Mi viene in mente che per la gente eravamo i “tedeschini”, ma era veramente un modo affettuoso di riferirsi a me e mio fratello.

Die Zeit, letteralmente “Il Tempo”, ma voi non ne risentite…

Quello del nostro giornale è un miracolo che stiamo vivendo con umiltà. In questo panorama di crisi mondiale per il cartaceo, Die Zeit è riuscito ad aumentare sia gli incassi che la tiratura. Nell’ultimo trimestre i dati dicono che abbiamo venduto 514mila copie in media. Dopo il giornale scandalistico Bild siamo la rivista più venduta in Germania.

Quando torna in Italia?

Non torno. Anzi, solo in vacanza, da buon tedesco. Scherzi a parte, a maggio sarò a Rimini a trovare i parenti.

Grazie direttore.

Grazie a voi, a presto.

(Left, 16.02.2013)