Da Calcutta alla Finlandia, passando per i The Zen Circus: le identità locali contano

Basta ascoltare i testi o le interviste per rendersi conto di quanto questi artisti siano mossi da ideali ben diversi, se non radicalmente progressisti. Ma ciò non toglie che il malessere, la nostalgia di un mondo più “a misura d’uomo”, o, forse, più correttamente, la “dignificazione della dimensione locale” scandiscano i testi dei cantautori contemporanei.

Edoardo d’Erme, in arte Calcutta, è uno dei personaggi di primo piano della scena musicale indipendente di questo decennio, genericamente apostrofata con il termine “indie”. Settimana scorsa, Calcutta ha fatto il pienone raccogliendo quasi 20mila fan allo stadio Francioni di Latina dove ha portato il suo ultimo disco. In un breve servizio realizzato dal gruppo editoriale GEDI, La Repubblica ha intervistato alcuni fan del cantantautore, presenti allo stadio già dalle prime ore. Al minuto 03:22 del video, incalzati dalle domande del giornalista, due ragazzi definiscono il genere indipendente così: “L’indie? Si tratta dell’esaltazione della Provincia”.

Un’affermazione qualunque, non fosse che, la sera primail gruppo pisano, The Zen Circus, in tour con l’ultimo album Il fuoco in una stanza e ospite del fetival di arte, cultura, sport e spettacolo, “Arde Forte”, aveva toccato lo stesso tema. Dal palco del Forte Ardeatino di Roma, il leader del gruppo, Andrea Appino, e i suoi colleghi hanno scherzato, negli interludi fra un brano e l’altro, sull’importanza dell’identità provinciale.

Vasco Brondi, Le luci della centrale elettrica, CC Flickr: Angela Schlafmütze

Del resto, basta scorrere rapidamente i testi di altri autori della stessa generazione, per veder emergere testimonianze simili un po’ ovunque. Viene in mente, per esempio, La Terra, L’Emilia, La Luna di Vasco Brondi (Le luci della centrale elettrica) e ancora, dello stesso autore, il recente brano, Nel profondo Veneto. Per non parlare del fenomeno Liberato, esaltazione dell’identità partenopea adattata agli anni 2010.

Insomma, se due indizi fanno una prova, la rivendicazione dell’identità locale è uno dei fili rossi che lega le esperienze musicali di questa generazione di artisti indipendenti. E, forse, non è una casualità.

Se è legittimo sostenere che possa esistere un legame tra l’evoluzione della società e delle dinamiche politiche, da un lato, e quelle artistiche, dall’altro, il riferimento costante alla Provincia può essere interpretato come manifestazione di un desiderio recondito, ovvero quello di “comunità” e di “radicamento territoriale”. In termini assoluti, si tratta di un sentimento che si è scontrato (e si scontra tutt’ora) spesso e volentieri (ma non necessariamente) con quello dell’universalismo e del cosmopolitismo.

Cosa c’entra con la politica? In Europa e nel mondo, i vari fenomeni Trump, Le Pen, Wilders, AFD, Salvini sono stati interpretati da molti come espressione di una resistenza degli individui di fronte al “caos della globalizzazione”, un grido di “orgoglio” e “identità”. Calcutta, Brondi, o i The Zen Circus sono quindi espressione della destra conservatrice? Niente affatto. Basta ascoltare i testi o le interviste per rendersi conto di quanto questi artisti siano mossi da ideali ben diversi, se non radicalmente progressisti. Ma ciò non toglie che il malessere, la nostalgia di un mondo più “a misura d’uomo”, o, forse, più correttamente, la “dignificazione della dimensione locale” scandiscano i testi dei cantautori contemporanei.

Tornando sul piano politico, la distanza fra gli immaginari dei cittadini dei centri metropolitani e delle aree rurali è una delle, se non la principale, spaccatura che forgia il conflitto sociale contemporaneo.

Ha influenzato la Brexit (con Londra e il nord del Regno Unito su posizioni opposte), ha portato Trump ad essere Presidente del paese più ricco al mondo e contribuisce, tutt’oggi a plasmare gli elettorati di destra e sinistra in molti paesi dell’Ue.

Al netto di posizionamenti ideologici opposti (destra e sinistra), di trame narrative che vogliono il “popolo” avversario delle “élites” (populismo), gli interessi delle aree rurali e delle grandi città sembrano divergere sempre di più. Si tratta di un conflitto inevitabile?

Sul deficit della Francia, Borghi (Lega Nord) ha ragione

«Negli ultimi dieci anni, la Francia ha sempre presentato conti pubblici in deficit».

In un’intervista rilasciata a Repubblica Claudio Borghi, economista e deputato eletto nelle liste della Lega Nord, ha affermato «negli ultimi dieci anni, la Francia ha sempre presentato conti pubblici in deficit».

L’osservazione è stata fatta nel corso di uno scambio di battute riguardo al peso del debito pubblico italiano sull’economia del Belpaese e all’efficacia del sistema di goverance economica europea.

Verifichiamo, aggiungendo anche un confronto con la performance italiana.

La valutazione di Borghi è corretta?

Tramite la piattaforma Eurostat è possibile estrarre i dati della performance dei Paesi Ue in termini di surplus/deficit di bilancio e crescita del debito pubblico (i riferimenti legislativi rispetto alle definizioni di deficit e surplus valide nel contesto della governance europea sono contenute nel regolamento del Consiglio dell’Ue n° 479 del 2009).

La figura che segue mette a confronto i saldi del bilancio pubblico di Italia e Francia tra il 2006 al 2017 (ultimo anno per cui sono disponibili i dati), e più precisamente il rapporto tra deficit e PIL.

(Continua su Pagella Politica)

Compagno “mainstream”, sono un elettore italiano, populista e di sinistra

Rispetto al “compagno mainstream”, il “populista tipo” di sinistra nostrano ha una maggiore probabilità di aver sperimentato sulla propria pelle un periodo di disoccupazione nel corso dell’ultimo anno. In linea generale poi, è meno interessato alla politica e valuta in maniera più negativa lo stato dell’economia italiana. Infine, sotto ai trent’anni, nel Belpaese, sembrebbe essere in buona compagnia: il 20% degli elettori nella fascia 18-29 è definibile come un populista di sinistra (maggioranza relativa).

Rispetto al “compagno mainstream”, il “populista tipo” di sinistra nostrano ha una maggiore probabilità di aver sperimentato sulla propria pelle un periodo di disoccupazione nel corso dell’ultimo anno. In linea generale poi, è meno interessato alla politica e valuta in maniera più negativa lo stato dell’economia italiana. Infine, sotto ai trent’anni, nel Belpaese, sembrebbe essere in buona compagnia: il 20% degli elettori nella fascia 18-29 è definibile come un populista di sinistra (maggioranza relativa).

Sono alcuni dati che emergono dallo studio “In Western Europe, Populist Parties Tap Anti-Establishment Frustration but Have Little Appeal Across Ideological Divide”, del PEW Research Center e curato da Katie Simmons, Laura Silver, Courtney Johnson, Kyle Taylor and Richard Wike.

Come indica il titolo dell’analisi, gli autori scrivono che, in Europa, le preferenze ideologiche degli elettorati sono ancora più rilevanti dei tratti populisti (o meno) degli stessi, nell’influenzare i risultati elettorali e le posizioni su determinate politiche economiche e sociali.

Nonostante ciò, la ricerca permette di dettagliare come, un giovane populista italiano qualsiasi – chiamiamolo Antonio per facilitare la descrizione – si distingua, o meno, dal compagno tradizionale, in merito a una serie di questioni.

L’identikit del populista di sinistra

Per esempio, Antonio è più o meno allineato con i compagni di partito per quanto riguarda il supporto a un’affermazione tipo, quale: “è reponsabilità del governo di garantire uno standard di vita decente per tutti i cittadini”. In realtà, a spaccare il capello in quattro, la probabilità che Antonio sia d’accordo è del 77%, rispetto al 74% dei suoi alter-ego.

“Differenze” dello stesso ordine di grandezza si riscontrano sia in merito all’affermazione “a gay e lesbiche dovrebbero essere riconosciuto il diritto di adottare bambini”, sia con riferimento alle tematiche migratorie. Riguardo a quest’ultimo punto, insieme ai militanti “pù istituzionali”, Antonio si contraddistingue per posizioni piuttosto solidali: solo nel 22% dei casi afferma che “gli immigrati sono un peso per la nostra economia perché ci riubano il lavoro” (mainstream=18%); allo stesso tempo, un populista di sinistra su tre, ritiene che la presenza degli stranieri aumenti il rischio di attentati terroristici (mainstream=30%); infine, nel 63% dei casi Antonio pensa che, per il bene della società, sia necessario che i nuovi arrivati debbano adattarsi agli usi e costumi tradizionali (mainstream=61%).

Dove sono le differenze allora? In primo luogo, Antonio tende a difendere meno l’autonomia della donna nella vita di coppia. Se il 60% dei compagni tradizionali è d’accordo sul fatto che, per la vita di famiglia, è meglio che le donne abbiano un impiego a tempo pieno, Antonio concorederebbe nel 51% dei casi. Inoltre, Antonio, è, in media, meno disposto a regolamentare le aziende private nell’economia: la proporzione, in questo caso, è di 61% a 76%.

Le divergenze diventano piuttosto importanti quando si parla di “fiducia nel sistema istituzionale”. Sebbene, in generale, nel Belpaese, il livello sia piuttosto basso, solo l’8% delle volte, Antonio, nutre fiducia nel Parlamento nazionale (i compagni tradizionali si collocano al 20%).

E l’Europa? Solo metà dei populisti di sinistra del Belpaese ritengono che la partecipazione all’Ue sia stata benefica per l’economia italiana, a differenza del 67% dei colleghi mainstream. In maniera complementare, una maggioranza assoluta dei primi vorrebbe ritrasferire alcuni poteri comunitari al livello nazionale (a fronte di un 46% dei secondi).

Per chi vota Antonio? Di sicuro apprezza poco il Partito democratico: solo nel 39% dei casi lo vede di buon occhio. E, piuttosto, voterebbe Grillo (44%). Esattamente il contrario farebbero i colleghi più tradizionali: solo il 24% voterebbe il M5S, ben il 53% il PD.

Uno studio da prendere con le pinze

Ovviamente lo studio va preso con le pinze, ma, almeno in parte, fornisce dati interessanti sulla composizione degli elettorati nei diversi Paesi, nonché delle spaccature fra fronti populisti e non. Inoltre, uno dei meriti dell’analisi è di non relegare il populismo a una parte politica precisa, bensì di incorporare questa dimensione all’interno di preferenze politiche di sinistra, centro e destra.

Più nel dettaglio, la ricerca del PEW ha visto somministrare un sondaggio a 16.114 cittadini di sei Paesi dell’Europa occidentale, tra il 30 ottobre 2017 e il 30 dicembre 2017. L’obiettivo è stato quello di capire come l’incrocio tra posizionamento ideologico e tendenze populiste individuali modifichino e caratterizzino le preferenze in merito a politiche, istituzioni, partiti politici e valori in otto Paesi Ue (Danimarca, Svezia, Paesi Bassi, Francia, Germania, Spagna, Italia e Regno Unito)

Per determinare il collocamento politico degli intervistati, a ogni persona è stato chiesto di collocarsi autonomamente lungo lo spettro sinistra-centro-destra. Il carattere “populista” è stato invece intercettato attraverso due domande specifiche legate alle preferenze “anti-classe dirigente”:

  • Q26. Le persone comuni farebbero un lavoro migliore nel risolvere i problemi del Paese, rispetto agli eletti ufficiali / non farebbero …
  • Q27. La maggior parte degli eletti ufficiali si interessa a quello che pensano i cittadini / non si interessa …

La seguente tabella illustra la composizione precentuale degli elettorati secondo la metodologia appena descritta. Una trattazione giornalistica dello studio in inglese si puà leggere su Euractiv.

Sinistra populista Sinistra mainstream Centro populista Centro mainstream Destra populista Destra mainstream Non allineati
Danimarca

6

20 8 19 9 31 7

Francia

11 13 1 21 12 19

13

Germania

5 17 14 37 6 14 7

Italia

8 14 12 17 18 16

17

Paesi Bassi

5 19 7 23 12 30

5

Spagna

13 11 17 21 11 18

9

Svezia

2 20 4 25 4 37

8

Regno Unito 9 16 13 19 10 24

9

 

Spesa per armi: Fratoianni dà numeri imprecisi

Dopo l’incontro dei capi di Stato dei Paesi NATO a Bruxelles, il segretario nazionale di Sinistra Italiana (SI), Nicola Fratoianni, ha commentato in modo critico un accordo sull’aumento delle spese per armamenti dei Paesi dell’Alleanza Atlantica, e ha sottolineato che già oggi la spesa militare italiana equivale a parecchie decine di milioni di euro al giorno.

Vediamo se è vero.

Dopo l’incontro dei capi di Stato dei Paesi NATO a Bruxelles, il segretario nazionale di Sinistra Italiana (SI), Nicola Fratoianni, ha commentato in modo critico un accordo sull’aumento delle spese per armamenti dei Paesi dell’Alleanza Atlantica, e ha sottolineato che già oggi la spesa militare italiana equivale a parecchie decine di milioni di euro al giorno.

Vediamo se è vero.

Da dove spunta la cifra menzionata da Fratoianni?

A fine novembre del 2016 vennero pubblicati articoli di diverse testate italiane che, fin dal titolo, parlavano del fatto che nell’anno successivo – il 2017 – l’Italia avrebbe speso appunto 64 milioni di euro al giorno per le spese militari.

L’origine della notizia era nel primo rapporto annuale di Mil€x, l’Osservatorio sulle spese militari italiane: un progetto fondato nel 2016 nell’ambito della Rete Italiana per il Disarmo. Mil€x analizza il budget del ministero della Difesa (e non solo) per cercare di ottenere un quadro completo delle spese militari sostenute ogni anno dall’Italia, divise tra diverse voci del bilancio pubblico (la metodologia è spiegata nel dettaglio qui).

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4 editoriali per capire lo stato della sinistra in Europa

Tsipras è un eroe, o un poster boy dell’establishment? I socialdemocratici degli anni 80 e 90 sono da considerare degli innovatori, o alla stregua dei neolibersti di Thatcher? E oggi, si deve ricostruire una politica progressista populista, o aprire al tema dell’identità, cara alla destra? 

Tsipras è un eroe, o un poster boy dell’establishment? I socialdemocratici degli anni 80 e 90 sono da considerare degli innovatori, o alla stregua dei neolibersti di Thatcher? E oggi, si deve ricostruire una politica progressista populista, o aprire al tema dell’identità, cara alla destra? Sono le domande chiave che contraddistinguono le riflessioni degli “intellettuali” progressisti di mezza Europa e, più nel dettaglio, quattro editoriali pubblicati, nel corso delle ultime due settimane, su New StatesmanProject Syndicate e sul blog della London School of Economics.

Per iniziare, James F. Downes and Edward Chan descrivono in termini numerici l’entità del crollo dei partiti socialdemocratici, un fenomeno, quest’ultimo, che viene visto come parallelo alla diminuzione di legittimità degli ordini liberal-democratici stessi. Downes e Chan sostengono che i partiti in questione avrebbero «perso il controllo della situazione economica e sociale» dei relativi Paesi. Ne consegue che “gli ultimi” non si sentono più rappresentati dalla sinistra. Conseguenza? Le basi elettorali si spostano in maniera radicale.

Sulla scia dell’analisi di Downes e Chan – piuttosto comune, ormai – è Dani Rodrik a trattare con una prospettiva di lungo corso le cause della perdita di consenso del centrosinistra. In un editoriale al veleno, il professore di economia accusa le forze di in questione di aver “abdicato” alla loro missione storica. Non ci sarebbero dubbi: intellettuali quali Jacques Delors e Henri Chavranski e, con essi, tutta la classe dirigente europea (ma anche americana) degli anni 80 e 90 avrebbe fatto spazio al mito della globalizzazione finanziaria e dei benefici della mobilità dei capitali.

Il missile di Rodrik giunge fino agli anni 2000 e post-2010: Syriza in Grecia e Lula in Brasile non sono stati capaci di elaborare alternative concrete e attraenti, capaci di andare oltre al mantra della “redistribuzione”. Tutto nero? No. Recentemente, intellettuali come Admati e Johnson, Piketty e Atkinson, Mazzucato e Chang, Stiglitz e Ocampo, De Long, Sachs e Summers avrebbero proposto riforme credibili, rispettivamente per risolvere i nodi della finanza, delle inuguaglianze, dell’intervento pubblico nell’economia, della governance globale e della mancanza di investimenti.

Eppure, c’è chi non ci sta. Holland Stuart, professore all’Unviersità di Coimbra, esperto di storia e politica dell’integrazione europea, risponde a tono alle spallate di Rodrik. Tecnocrati come Delors avrebbero giocato un ruolo fondamentale nell’opposizione agli interessi ordoliberali che andavano a costituirsi in Europa negli anni 80 (Delors parlava, già allora, di eurobond, per esempio); allo stesso modo, i partiti di sinistra del Sud America sarebbero stati bastioni contro il neolibearlismo di Reagan e propulsori dei movimenti internazionali socialisti. E poi c’è la difesa di Syriza. In particolare, non ci si potrebbe scordare di documenti come il “Modest proposal” elaborato dallo stesso Stuart insieme a Varoufakis e Galbraith durante la crisi del 2015: una proposta di riforma e politiche per salvaguardare in termini progressisti la tenuta dell’Unione e dell’Eurozona (anche qui, sulla base dell’idea di mutualizzare parte del debito e dei rischi finanziari).

Come giustifica allora Stuart il crollo del centro-sinistra? Se ci sono colpevoli, sarebbero da ricercare nella generazione di fine anni 90, ovvero tra i vari Schroeder in Germania, il duo Blair-Brown nel Regno Unito e Gonzales in Spagna: tutti rei non solo di aver ignorato le alternative al modello neoliberale, ma, soprattutto, di aver distrutto la democrazia interna ai partiti stessi e aver emarginato le voci più radicali.

A ben guardare, le divergenze tra Stuart e Rodrik sono legate soprattutto a quali siano i «bambini che non vanno buttati con l’acqua sporca». Ma sulla sostanza delle proposte necessarie, si troverebbero più o meno d’accordo: servono politiche progressiste moderne, che partano dal malessere popolare, accolgano istanze di populismo economico e siano capaci di imbrigliare i mercati, in modo da garantire welfare e prosperità per la maggioranza dei cittadini. Tutti d’accordo? Non proprio.

In uno dei contirbuti giornalistici più controversi degli ultimi mesi, Jonathan Rutherford, analizza criticamente il corbynismo e sostiene che il populismo economico non basta. Inutile girarci intorno: o la sinistra trova una risposta alle questioni identitarie, oppure la partita con la destra dei vari Salvini europei sarà persa.

L’analisi di Rutherford si concentra sul caso del Labour, ma può essere tranquillamente allargata anche alle altre forze politiche europee: «Il populismo di sinistra del Labour, è orfano di risorse intellettuali che possano affrontare le sfide della destra. È troppo esclusivo in termini di classe e cultura. E non è contraddistinto da pratiche democratiche che riescano a unire diverse classi e gruppi di interesse. Il liberalismo cosmopolita e il relativismo morale [che ne sono alla base] lascia la nazionale e il tema dell’identità culturale in mano alla destra. Né il suo focus sull’ingiustizia economica, né il supporto a forme di democrazia partecipativa sono sufficienti per costruire una coalizione popolare nazionale».

Cosa propone Rutherford? Una sorta di Labour (e, quindi, allargando la prospettiva al Continente, di sinistra) “blu” (“Blue Labour”): una forza progressista che non abbia paura di giocare sul terreno dell’identità e del comunitarismo, anche nazionale. Ancora nelle parole di Rutherford: «Il populismo ha rottamato le regole del gioco. La risposta non sta nel tentare di re-imporne di ‘vecchie’, ma nel forgiare, a partire dal populismo e dalla rottura emotiva che ha comportato, un linguaggio nuovo che sia in grado di toccare il cuore e l’anima della nazione e modificare la struttura della politica del Paese».

Insomma, la posizione di Rutherford va addirittura oltre il corbynismo, instaurando una sorta di modello “peronista” per i Paesi europei. È la via del futuro? Difficile dirlo. Quel che appare chiaro è che a sinistra c’è bisogno di almeno due cose: convergere su un’interpretazione comune della storia ed essere disposti a sfatare qualche tabù in più.

 (ilSalto, 13.07.2018)

L’Ue è in pieno stallo. Più che alle riforme istituzionali, si pensa alle poltrone

In questo periodo di stallo a livello diplomatico, in cui si susseguono incontri su incontri senza risultati, varrebbe la pena riflettere su come, nonostante tutto, gli interessi nazionali si articolino in funzione delle poltrone istituzionali e plasmano il futuro dell’Europa.

Nel corso della due giorni di summit europeo della settimana scorsa, Paolo Gentiloni ha rilasciato la sua prima intervista televisiva da ex primo ministro, ai microfoni di Otto e Mezzo (La7). Incalzato sulla questione migratoria, e sull’operato del primo ministro Giuseppe Conte a Bruxelles, Gentiloni ha insistito, a più riprese, che, oggigiorno, nell’Ue, la questione centrale rimane quella del governo “economico”.

L’osservazione di Gentiloni è condivisibile. Peccato, però, che dal meeting sia uscito un nulla di fatto. Gli analisti hanno ribadito che, rispetto ai temi sollevati da alcuni governi dell’Ue nel corso degli ultimi anni – budget per investimenti, assicurazione di disoccupazione europea, riforma del Meccanismo europeo di stabilità (Mes) e Unione bancaria – si sono fatti pochi passi in avanti.

Un Consiglio deludente

Le conclusioni del Consiglio auspicano che, entro la fine del 2018, le istituzioni con funzione co-legislativa, adottino il pacchetto sulla riforma del settore bancario, in linea con la roadmap decisa nel 2016.

Si invita inoltre a iniziare il “lavoro politico” in merito a questo capitolo dell’integrazione, sottolineando, in particolare, la necessità di raggiungere un accordo sull’Edis (lo schema di assicurazione comune per i depositi bancari).

La portata del documento è nell’ordine dei “vorrei” e, quindi, lontana dalle attese alimentate a più riprese da alcuni leader europei, in primisMacron, e in occasione degli incontri precedenti (summit di Primavera).

Lo sfasamento fra l’asse franco-tedesco e l’Ue a 27

Le conclusioni, poi, non sono in linea con la bozza di accordo firmata dalla cancelliera tedesca e dal presidente francese a Meseberg, il 19 giugno scorso. In occasione di quest’ultimo incontro bilaterale, Merkel e Macron avevano trovato un’intesa volta a rilanciare alcuni progetti di integrazione come quello di un “budget comune per gli investimenti” (nonostante ciò, una maggioranza di analisti ha criticato l’accordo di Meseberg perché non all’altezza delle sfide a cui va incontro l’Europa).

Tolto il tema migratorio, lo sfasamento fra gli “accordi franco-tedeschi” e ciò che, regolarmente, esce dai “tavoli europei a 27” in materia istituzionale ed economica è il segno più evidente di un’Unione sempre meno coesa. E così la definizione dell’assetto dell’Unione del futuro sta slittando di semestre in semestre.

In questo intreccio di meeting e posticipazioni di decisioni e roadmap strategiche, esiste però una data ultima che era stata fissata, in tempi non sospetti, dalla Commissione europea. Si tratta del 9 maggio del 2019, giornata in cui, a Sibiu, in Romania i leader dei Paesi Ue sarebbero (teoricamente) chiamati a mettere un punto finale alle riflessioni sull’assetto istituzionale e di governo economico dell’Europa.

La variabile rinnovo del Parlamento europeo

Ad oggi, visti i precedenti, non si può che guardare con scetticismo alla capacità dei governi di arrivare a un compromesso solido in merito ai molti cantieri aperti. Ma c’è di più.

La data del 9 maggio cade nel mezzo della campagna elettorale per il rinnovo del Parlamento europeo. C’è da scommettere che il periodo sarà politicamente “caldo”. Per certi versi, si rischia quindi di creare un cortocircuito istituzionale rilevante: i leader nazionali dovranno trovare un accordo istituzionale sul futuro dell’Europa due settimane prima che i cittadini europei stessi votino per il rinnovo del Parlamento, sulla base di visioni sull’Europa, a rigor di logica, in competizione fra di loro.

Allo stesso tempo, è vero che, alla luce dei Trattati europei, sono i governi nazionali a dare l’indirizzo strategico all’Unione. Questi ultimi rappresentano allo stesso modo diverse sovranità popolari. Ma arrivare a ridosso della competizione rischia di esasperare il nodo democratico interno alle dinamiche Ue: sul futuro dell’Ue decidono i capi di governo o i cittadini stessi?

L’integrazione a poltrone

Al netto di tutto ciò, è importante sottolineare come, all’ombra dei meeting e delle elezioni esista poi un binario parallelo di evoluzione delle istituzioni e, conseguentemente, del processo di integrazione. Ed è quello legato alle nomine dei funzionari di alto rango in seno alle autorità indipendenti dell’Ue.

Il caso più emblematico è rappresentato dalla scelta del prossimo presidente della Banca centrale europea, visto che l’Unione si basa ancora e fondamentalmente sulla tenuta dell’Euro. Per molti esperti, di fatto, è la Bce a fare il bello e brutto tempo in Europa (basti pensare al famoso “whatever it takes” che “salvò” la moneta unica nel 2012).

Ma esistono anche altre posizioni impostanti che dovranno essere delineate nei prossimi mesi. Una di queste è quella legata alla posizione di guida della Vigilanza della Banca centrale europea, attualmente occupata da Daniele Nouy – si tratta della figura istituzionale che coordina il monitoraggio di 120 banche europee.

Secondo Handelsblatt, l’Italia starebbe cercando in tutti i modi di occupare la posizione per assicurarsi che le riforme in materia bancaria (le uniche che procedono in qualche modo) non vadano contro i propri interessi nazionali. Del resto, anche Berlino e Parigi non stanno a guardare: Merkel punterebbe a un alleato solido alla testa della Commissione (nel caso dovesse saltare Weidmann alla Bce), mentre Macron vorrebbe un francese proprio a Francoforte.

In questo periodo di stallo a livello diplomatico, in cui si susseguono incontri su incontri senza risultati, varrebbe la pena riflettere su come, nonostante tutto, gli interessi nazionali si articolino in funzione delle poltrone istituzionali e plasmano il futuro dell’Europa.

(ilSalto, 06.07.2018)

In Europa la democrazia è in pericolo. Ecco 6 proposte contro il declino

I principi fondanti l’Unione europea, ovvero la democrazia, lo stato di diritto e il rispetto dei diritti fondamentali dell’uomo subiscono pressioni politiche inedite all’interno degli stati membri dell’Ue.

I principi fondanti l’Unione europea, ovvero la democrazia, lo stato di diritto e il rispetto dei diritti fondamentali dell’uomo subiscono pressioni politiche inedite all’interno degli stati membri dell’Ue.

È questa la constatazione che ha portato il Gruppo di esperti della fondazione socialdemocratica tedesca, Friedrich Ebert Stiftung (FES), ad articolare in un nuovo paper – “The Other Democratic Deficit – A toolbox for the EU to safeguard democracy in Member States” (“L’Altro deficit democratico – una cassetta degli attrezzi per l’Ue per salvaguardare la democrazia negli Stati membri”, tdr.) – una serie di contromisure ai mali che affliggono gli ordinamenti di molti Stati del Vecchio Continente.

Del paper e, più in generale, dello stato di salute delle democrazie liberali europee, si è discusso martedì 26 giugno, a Roma, in occasione di una tavola rotonda organizzata, congiuntamente, proprio dalla FES e dall’Istituto affari internazionali (IAI).

L’incontro è stato presieduto dal Vicepresidente vicario dello IAI, Ettore Greco e dal giornalista tedesco, Michael Braun (FES Roma, ma anche corrispondente della Tageszeitung e della radio pubblica tedesca) e ha beneficiato degli interventi di Miguel Maduro (Direttore della School of Transnational Governance, EUI), Michael Meyer-Resende (Direttore esecutivo del Democracy Reporting International), Lucia Serena Rossi(professoressa di Diritto dell’Unione europea, Università di Bologna) e Nicola Verola (Segretatio del Comitato Interministeriale per gli Affari europei, CIAE).

La diagnosi

Parlare di deficit di “democrazia” in Europa può sembrare fuori luogo, soprattutto se si fa il paragone con epoche passate, o se si accosta il nostro Continente ad altri contesti politico-istituzionali. Eppure, sono diversi i segnali che portano il tema all’ordine del giorno.

Quelli più conclamati fanno sicuramente riferimento alle recenti evoluzioni nell’Europa dell’est e centrale, in Polonia e in Ungheria, dove i rispettivi governi hanno dispensato misure e riforme, come minimo controverse.

Identificate come tentativi di infrazione, da un lato, del pluralismo dei sistemi mediatici, e, dall’altro, dell’indipendenza del potere giudiziario, si tratta di azioni politiche che vanno contro i dettami dell’art. 2 dei Trattati europei, che recita:

“L’Unione si fonda sui valori del rispetto della dignità umana, della libertà, della democrazia, dell’uguaglianza, dello Stato di diritto e del rispetto dei diritti umani, compresi i diritti delle persone appartenenti a minoranze. Questi valori sono comuni agli Stati membri in una società caratterizzata dal pluralismo, dalla non discriminazione, dalla tolleranza, dalla giustizia, dalla solidarietà e dalla parità tra donne e uomini”.

Eppure, la discussione ci riguarda da vicino. Secondo Greco, non da ultimo, sarebbero anche “i recenti sviluppi in Italia” a motivare una discussione sul rispetto dei principi fondamentali delle democrazie in Europa.

Maduro spiega che, “dall’inizio dell’Ue ad oggi”, il rischio di vedere attaccati i diritti fondamentali “non è mai stato così concreto”. Si tratta di una visione mitigata soltanto parzialmente da Verola che specifica come sia soprattutto il principio dello stato di diritto a subire attacchi in alcuni Paesi dell’Ue. La precisazione porta alla distinzione tra “rischi di breve periodo e di lungo periodo”.

In altri termini, se la natura democratica della maggior parte dei Paesi europei è ancora salda, la caduta dello stato di diritto rappresenta il primo tassello di un potenziale domino.

E se, in funzione della definizione di una potenziale antidoto a firma Ue, la diagnosi dei mali potrebbe limitarsi all’individuazione dei “cattivi” – i vari Orban, Kaczynski e Salvini di turno – e delle loro pratiche, va tenuto presente anche il contesto storico generale. In che senso?

Per Meyer-Resende, il calo degli indici di democraticità dei sistemi nazionali europei sta avvenendo in un momento particolare (il riferimento è al post-crisi greca e alla questione migratoria), contraddistinto dalla messa in discussione della democraticità dell’Unione europea stessa.

Di fronte a questa duplice dimensione del problema (democraticità “nell’Ue” e “dell’Ue”) il paper della FES, curato da Juliane Schulte (FES), si sofferma esplicitamente sul primo.

La riflessione ha l’obiettivo di proporre misure positive che l’Ue potrebbe avanzare per salvaguardare la democrazia nei Paesi membri, al netto della riflessione sui meccanismi interni delle istituzioni di Bruxelles.

Le proposte della FES

Gli esperti del FES suggeriscono sei misure fondamentali:

● un sistema di monitoraggio che faccia emergere, in ogni Paese, i nodi democratici e i cui risultati vengano discussi dal organi nazionali ed europei;
● la condizionalità dell’elargizione dei fondi del prossimo Quadro di finanziamento pluriennale (QFP) in funzione del rispetto dei principi fondanti l’Ue;
● una procedura giudiziaria europea che operi in contrasto alle infrazioni negli Stati membri;
● l’istituzione di un fondo (European Values Instrument) a supporto delle ong;
● l’armonizzazione delle regole per la salvaguardia del pluralismo mediatico;
● un sistema di incentivi che disciplini i partiti nazionali nel contesto del loro rapporto con i partiti di riferimento europei e i Gruppi politici al Parlamento europeo.

Il sistema di monitoraggio

Si tratterebbe di uno strumento flessibile con l’intento, da un lato di unificare una serie di studi che vengono già condotti da altri organi internazionali ed europei, e, dall’altro, di far emergere per ogni Paese le principali questioni di assenza di democrazia. In che modo? A partire da un dialogo con i vari corpi intermedi (società civile), ma anche con i governi stessi. Inoltre, il monitoraggio dovrebbe fornire materiale per operare una sorta di comparazione tra Paesi e analizzare anche i deficit democratici a livello sovranazionale.

Il materiale prodotto, dovrebbe poi essere discusso sia dai parlamenti nazionali che dal Parlamento europeo. Infine, il Consiglio dovrebbe confrontarsi con i vari report nel corso del Dialogo sullo stato di diritto, istuito nel 2015. In tutto ciò, la FES pone particolare enfasi sul fatto che il processo non deve rappresentare un ulteriore appesantimento burocratico per gli Stati membri.

La condizionalità dei fondi

Legato a doppio filo al processo di monitoraggio, la FES propone di instituire un principio di condizionalità di larga scala nel quadro dell’esecuzione del QFP. In parole povere: chi contravviene ai principi esposti dall’art. 2, sulla base di quanto emerso dal monitoraggio, va incontro a penalità finanziarie.

A dire il vero, di un tale meccanismo si parla già in relazione a una specifica componente del budget, ovvero i fondi strutturali. Ma secondo gli esperti, autori del paper, la condizionalità e, quindi, le potenziali penalità andrebbero applicate con riferimento all’intero parco-risorse, comprendendo quindi anche i vari Horizon2020 (fondi per l’innovazione e la ricerca), LIFE Programme (ambiente) e il Meccanismo per collegare l’Europa (CEF).

Inoltre, secondo la FES le penalità dovrebbero seguire un principio di “gradualità” ed essere impugnabili dagli stati colpiti. Ad ogni modo, per procedere in questa direzione, servono modifiche sostanziali alle leggi che istituiscono il QFP.

Azioni legali

Oggigiorno, le infrazioni dell’art. 2, dovrebbero essere sanzionate attraverso l’art. 7 dei Trattati Ue. Si tratta di uno strumento di deterrenza che, qualora portato allo stadio di applicazione definitivo, mette sul piatto della bilancia l’esclusione di un Stato membro dalle procedure di voto in seno alle istituzioni.

Gli esperti indicano però che lo strumento è di natura prettamente politica, in quanto l’esplicazione finale degli effetti dell’art. 7 dipende da un voto unanime del Consiglio. Piuttosto, sarebbe desiderabile che la Corte di giustizia europea imponesse una nuova linea interpretativa (più estesa) definendo cosa costituisce un atto di infrazione sistemico nei confronti dell’ordinamento dell’Unione.

Sulla base di questa nuovo approccio, la Commissione potrebbe impugnare procedure di infrazione che potrebbero beneficiare di un percorso accelerato in seno alla Corte europea. Un tale processo “depolicitizzerebbe” il dibattito sul rispetto dell’art. 2 da parte degli Stati membri e, seppur imperfetto, potrebbe aumentare la credibilità e l’efficacia delle azioni comunitarie.

Un fondo speciale per le ong

A partire dalla constatazione che le risorse messe a disposizione per la società civile sono insufficienti, viene proposto un fondo aggiuntivo di 2 miliardi di euro da spalmare su sette anni di QFP.

Le risorse andrebbero dislocate tramite organismi indipendenti a livello nazionale (in modo da superare lo scoglio della burocrazia europea) e dovrebbero alimentare esclusicamente organizzazioni non governative. Quali sarebbero le attività da stimolare? Educazione civica, lobbying in difesa dei diritti fondamentali e giornalismo investigativo.

Parallelamente, gli esperti suggeriscono di instuitre un referente europeo per la società civile che possa vigilare su episodi puntuali di limitazione delle libertà fondamentali e fungere da raccordo tra livello locale ed europeo.

L’armonizzazione del settore mediatico

Inevitabilmente, uno dei sei pilastri della strategia riguarda il settore mediatico, per il quale si raccomanda un’azione efficace da parte della Commissione, al fine di definire regole comuni per i settori del Mercato unico che influenzano il pluralismo e la libertà dei media. Servono regole chiare e uniformi sulla trasparenza dei finanziamenti statali e nel settore pubblicitario, nonché provvedimenti che definiscano i limiti della concetrazione delle proprietà.

Inoltre, il già esistente Media Pluralism Monitor dovrebbe confluire nel monitoraggio di cui sopra, mentre il mandato dell’Agenzia dell’Unione europea per i diritti fondamentali (FRA) dovrebbe esteso in modo che questa ultima possa fornire assistenza a Stati membri e istituzioni europee nel settore dei media.

Gli esperti fanno anche un richiamo al fenomeno della disinformazione online: le piattaforme social media (ma non solo) dovrebbero essere chiamate a rendere conto regolarmente al Parlamento europeo in merito alla battaglia contro le fake news.

Infine, viene ribadito che la Commissione europea dovrebbe mettere a disposizione risorse per progetti di formazione giornalistica per non addetti ai lavori, così come promuovere la ricerca sull’alfabetizzazione mediatica e digitale.

Condizionare i partiti nazionali

L’ultimo tassello della proposta della FES riguarda il condizionamento dei partiti politici nazionali. Come riuscire ad allineare i partiti nazionali al rispetto dei valori fondanti dell’Ue? Gli autori del paper sostengono che la soluzione possa essere identificata nei partiti politici europei (che, di solito, comprendono una serie di partiti nazionali).

Più nel dettaglio, i partiti europei dovrebbero essere in grado di competere con i partiti nazionali attraverso liste transnazionali ed essere in grado di decidere sulla partecipazione di questi ultimi ai Gruppi politici del Parlamento europeo. In questo modo, i partiti nazionali potrebbero essere disciplinati attraverso il rischio di penalizzazioni finanziarie (derivanti dalla mancata partecipazione a un Gruppo politico).

Allo stesso tempo, l’Autorità per i partiti politici europei e le fondazioni politiche europee dovrebbero essere in grado di monitorare il comportamento dei partiti nazionali ed essere in grado di raccogliere evidenze, nel caso di una violazione dell’art. 2.

(Linkiesta, 05.07.2018)

Massimo D’Alema – Cittadini stranieri: percezione e realtà

In alcune dichiarazioni alla stampa rese a margine della presentazione di un libro a Roma, l’ex presidente del Consiglio ed esponente di Liberi e Uguali Massimo D’Alema, ha sostenuto che l’Italia sia, tra i grandi Paesi europei, quello con la minor presenza di cittadini stranieri, ma con una percezione del fenomeno molto superiore al dato reale.

In alcune dichiarazioni alla stampa rese a margine della presentazione di un libro a Roma, l’ex presidente del Consiglio ed esponente di Liberi e Uguali Massimo D’Alema, ha sostenuto che l’Italia sia, tra i grandi Paesi europei, quello con la minor presenza di cittadini stranieri, ma con una percezione del fenomeno molto superiore al dato reale.

Abbiamo verificato le sue parole.

La presenza di stranieri in Italia

In base ai dati demografici Eurostat possiamo individuare i “grandi stati europei” menzionati da D’Alema come quelli col maggior numero di abitanti. I primi sei sono, in ordine e al primo gennaio 2017, Germania (82.521.653), Francia (66.989.083), Regno Unito (65.808.573), Italia (60.589.445), Spagna (46.528.024) e Polonia (37.972.964).

Ancora grazie a Eurostat, per ogni Paese UE, si può anche verificare il numero assoluto di persone con una cittadinanza diversa da quella dello Stato in osservazione.

(Continua su PagellaPolitica, 03.07.2018)

Tutto il mondo parla di Italia ed Eurozona, tranne noi. Il dibattito tra Stiglitz, Fratzscher e gli altri economisti

In queste settimane ad appannaggio della questione “migranti” e delle diatribe tra Salvini e gli altri leader europei, il tema della stabilità dell’Eurozona alla luce del voto italiano continua ad alimentare un dibattito che, nel nostro Paese, rimane clamorosamente sotto traccia.

Su Project Syndicate, il premio nobel per l’Economia e professore della Columbia University di New York, Joseph Stiglitz, è tornato a parlare del tema. Per il guru della scienza triste il voto euroscettico del Belpaese non dovrebbe sorprendere nessuno: si tratta dell’ennesima «reazione prevedibile a una struttura dell’eurozona mal disegnata, nella quale, la potenza dominante Germania, impedisce le necessarie riforme». Per Stiglitz, il problema non è l’assenza di idee – Macron è visto come portarore di una «chiara visione» per l’Europa -, bensì il freno rappresentato da Angela Merkel.

In un’area valutaria comune, «il principale problema» è quello della gestione dei disallineamenti tra il valore della valuta e le sottostanti performance economiche dei Paesi: è proprio il “caso dell’Italia”. Per il professore, nell’Eurozona, «i cittadini vogliono, da un lato, rimanere nell’Ue, ma, allo stesso tempo, veder terminare le politiche di austerità». Eppure, gli viene detto che non possono avere la moglie ubriaca e la botte piena (sul punto si sofferma anche l’economista Barry Eichengreen che chiede a M5s e Lega di lasciare perdere la flat tax e reddito di cittadinanza per focalizzarsi sul cuneo fiscale). E così, nell’attesa di un cambio di mentalità nel Nord Europa, i governi dei Paesi in difficoltà continuano ad arrancare e la «sofferenza dei cittadini aumenta».

A questo punto, Stiglitz scrive che, se il Portogallo ha rappresentato un’eccezione – con Costa che sarebbe risucito a riportare il Paese a un livello di crescita soddisfacente -, l’Italia potrebbe rappresentare un’alternativa dai tratti radicalmente differenti: «Salvini potrebbe alzare la posta in gioco, in un modo che altri non hanno avuto il coraggio dai fare. L’Italia è un’[economia] abbastanza grande, con economisti bravi e creativi, da poter gestire, di fatto, un’uscita [dall’Eurozona] attraverso un sistema di cambio flessibile che possa ricreare prosperità».

Per Stiglitz non è «necessario arrivare a tanto». I Paesi del Nord possono salvare l’Euro «mostrando più umanità e flessibilità». Ma il premio Nobel non punterebbe su questo scenario e con una metafora teatrale, spara: «Avendo già visto i molti atti di questa crisi, non mi aspetto un cambio di interpretazione da parte degli attori principali».

L’editoriale non è certo rimasto inosservato, soprattutto tra gli altri economisti di alto livello.

Marcel Fratzscher, ex-Consigliere economico di Sigmar Gabriel quando quest’ultimo era ministro dell’Economia (precedente governo Merkel), nonché direttore del DIW e co-autore di un noto paper su come riformare l’Eurozona uscito a gennario (ne abbiamo scritto qui), ha risposto a Stiglitz via Twitter:

Marcel Fratzscher

@MFratzscher

Dear @JosephEStiglitz , you are wrong: neither will Italy benefit from exiting the euro, nor is there EU reform paralysis (esp. vs US), nor is Germany the devil.
Euro reforms require a sensible balance of risk sharing & reduction, solidarity & rules.http://prosyn.org/H9vw0EH 

Can the Euro Be Saved? | by Joseph E. Stiglitz

Across the eurozone, political leaders are entering a state of paralysis: citizens want to remain in the EU, but they also want an end to austerity and the return of prosperity. So long as Germany…

project-syndicate.org

«Caro Joseph, sei nel torto: l’Italia non beneficerà da un’uscita dall’Euro, la riforma dell’Unione non è in uno stato di paralisi e la Germania non è il diavolo. C’è bisogno di un bilanciamento sensato fra condivisione e riduzione dei rischi [sistemici], solidarietà e regole», scrive Fratzscher.

Al di là dello scambio Stiglitz-Fratzscher, sempre su Project SyndicateMichael J. Boskin, professore di Economia a Stanford ed ex-presidente del consiglio degli economisti del governo di H.W. Bush tra l’89 e il ’93, scrive che l’Italia deve affrontare una «crisi quadrupla» che si compone delle «difficoltà del sistema bancario», del «debito fuori controllo», di una reazione ostile all’“immigrazione” e una generalizzata scarsa «condizione economica».

Secondo Boskin, è una combinazione che potrebbe mettere a rischio l’intero proecsso di integrazione europea. Spetta a Roma salvare l’Ue? No, «molto dipenderà anche dal destino del percorso di riforma proposto da Emmanuel Macron» (sulla stessa falsariga, anche Mark Leonard, direttore del European Council on Foreign Relations, ha realizzato un podcast in cui ribadisce che le strade per l’Europa passano da Roma”).

Ma non finisce qui. Sulle pagine di Social EuropeDani Rodrik, una delle voci più influenti dell’accademia economica e professore di Politica economica internazionale a Harvard, parte dall’Italia e, più nel dettaglio dal “caso Savona”, per discutere criticamente quando sia motivata la decisione, nell’Eurozona, di delegare la definizione del target inflazionistico e, corrispondentemente, della politica monetaria, a un’istituzione indipendente come la Banca centrale europea. Soprattutto alla luce del fatto che, l’indipendenza della Bce avrebbe, da un punto di fista puramente teorico, il fine di tutelare la stabilità democratica dei Paesi dell’Eurozona nel lungo periodo, a fronte di potenziali politiche iperinflazionistiche dei politici di turno.

Rodrik scrive che «quando alcuni Paesi nell’Eurozona sono colpiti da shock della domanda, il target inflazionistico [che una Banca centrale persegue], determina in che misura gli stessi Stati debbano seguire un percorso di aggiustamento deflazionistico doloroso in termini di salari». Avrebbe quindi «avuto senso, in seguito alla crisi dell’Euro, aumentare il target inflazionistico (che è del 2%) per facilitare la competitività delle economie del Sud». In ogni caso, secondo l’economista di Harvard la definizione di questi obiettivi è una questione prettamente politica, «perché implica questioni attinenti alla distribuzione della ricchezza prodotta da un’economia». L’indipendenza di agenzie che sono chiamate a raggiungere un determinato obiettivo, non può essere il risultato ultimo in sé. Altrimenti, la democraticità di tali strumenti di policy è quantomeno discutibile.

Il discorso che può sembrare molto tecnico, ma è legato a doppio filo al deficit democratico delle istituzioni europee e al caso Savona, citato sopra. Per Rodrik, quando la delega di politche ad agenzie indipendenti avviene per mezzo – e nel contesto di – trattati internazionali, c’è il rischio che l’obiettivo della stabilità democratica, si rivolti contro lo stesso concetto di democrazia: «Il deficit democratico dell’Ue deriva dal sospetto, diffuso (Rodrik qui usa il termine “popular”), che [l’indipendenza della Bce] non serva tanto a rafforzare nel lungo periodo le democrazia nazionali in Europa, quanto a servire gli interessi finanziari». In questo senso, anche la decisione di Mattarella «rinforza questa interpretazione».

Forse è normale che di tutto ciò in Italia non si scriva, o discuta troppo. Ci sono tabù che resistono a tutto nel nostro Paese. Eppure, il Mondiale di calcio mancato darebbe ampi spazi, Salvini e “migranti” pemettendo. A proposito, vista la nostra assenza in Russia, sul New York Times, Tim Parks si chiede: di cosa possono ancora sentirsi orgogliosi gli italiani?

(ilSalto, 22.06.2018)

L’Ue sta portando avanti un piano sull’intelligenza artificiale, ma in Italia nessuno ne parla

Quando si parla di “intelligenza artificiale” viene in mente il futuro o, in alternativa, un mondo ritratto da libri di fantascienza e pellicole cinematografiche. Nulla di più sbagliato: l’intelligenza artificiale, abbreviata comunemente con il binomio “A.I.” (“Artificial intelligence”), è già tra noi. E ha conseguenze dirette sui nostri stili di vita.

Il 18 giugno, a Bruxelles, presso il Comitato economico e sociale europeo (CESE), si è svolto lo A.I. Europe Stakeholder Summit (#AIEurope), un incontro che ha radunato Commissari europei, ma anche – e soprattutto – i diretti interessati provenienti dalla società civile, dai sindacati, dalle imprese e dall’accademia. L’obiettivo? Avanzare nella riflessione riguardo ai tre pilastri-tematiche intorno alle quali si snoda la strategia europea sull’intelligenza artificiale: le sfide legali ed etiche; gli impatti socio-economici e la competitivtà industriale.

Una strategia europea per l’intelligenza artificiale

Strategia europea? Già. Qualcuno potrebbe cadere dal pero, ma, in relazione all’A.I., l’Europa si sta muovendo a suon di Dichiarazioni, Comunicazioni, nonché progetti concreti. Ma facciamo un passo alla volta.

In primo luogo, ad aprile, su spinta della Commissione, si è concluso il processo di definizione di un Gruppo di 52 esperti di alto livello sull’Intelligenza artificiale che avrà il compito di assistere e fornire consulenza a Palazzo Berlaymont. Si tratta di una mossa usuale delle istituzioni europee quando si confrontano con tematiche nuove e che richiedono la partecipazione allargata di vari stakeholder. La spinta alla creazione di un Gruppo di esperti ha fatto seguito al Consiglio europeo dello scorso ottobre.

In secondo luogo, i 27 Paesi membri dell’UE hanno siglato una Dichiarazione di cooperazione relativa alla materia, data 10 aprile 2018. I contenuti? L’impegno a dare luogo a una strategia comune e transfrontaliera che possa incasellare le opportunità, ma anche le sfide legate all’A.I. Infine, alla Dichiarazione ha fatto seguito una Comunicazione della Commissione europea(Artificial Intelligence for Europe), la quale ha delineato, in un documento di 20 pagine, le componenti essenziali del piano europeo, richiamato anche dall’evento del CESE.

In realtà, parlando di risorse dedicate all’area A.I., l’impegno dell’Europa è di lunga data: tra il 2014 e il 2020, 2.6 miliardi di euro sono stati allocati nel quadro del programma Horizon2020 a robotica, big-data, tecnologie emergenti, e applicazioni varie nei settori salute e trasporto. Senza contare che l’industria robotica ha anche beneficiato di 2.1 miliardi di euro di investimenti privati. 27 i miliardi mobilitati invece per le competenze, tramite fondi strutturali, di cui 2.3 per il digitale. Più in generale, secondo la Commissione, entro il 2025, il valore economico generato dall’automatizzazione e dalla robotica raggiungerà una cifra tra i i 6.5 e i 12 mila miliardi annui.

“Human in command” e la posizione della Commissione

In occasione dell’ A.I. Stakeholder Summit di Bruxelles, la Commissaria all’economia e alla società digitale, Mariya Gabriel, ha richiamato innanzittutto l’importanza del tema. La gestione e la governance dell’“intelligenza artificiale rappresenta un priorità politica”, dalla quale possono derivare enormi benfici. In quali aree? Su tutte, in quelle del “settore medico e del cambiamento climatico”. “Ma l’Europa deve guidare questa trasformazione”, ha specificato Gabriel, sottolineando: “L’industria e il nostro sistema di educazione sono assett fondamentali in questo senso”.

Va specificato che, proprio la Commissione europea, ha già definito, nel quadro del piano di investimenti Digitale Europe (2021-2027) – un pacchetto di investimenti dedicati al digitale – 2.5 miliardi di spesa solo per l’AI. E per chi pensa che l’AI sia soltanto una questione di calcoli e strumenti ingengeristici, la stessa Commissaria ha dichiarato: “Dobbiamo investire nelle persone […] abbiamo bisogno di analisti e ingegneri, certo, ma anche di filosofi” che sappiano gestire i processi.

Un concetto, quello della centralità delle persone nel processo di sviluppo dell’AI che si ritrova anche nello slogan del Comitato economico e sociale, “Human in command” (“L’Uomo in controllo”, tdr.) coniato da Catelijne Muller che, già nel 2017, è stata referente della prima Opinione del CESE sull’intelligenza artificiale. Oggi, in quanto Membro del gruppo di esperti sopra menzionato, nonché presidente del Gruppo di studio tematico sull’AI del CESE, Muller ha specificato: “‘Human in comand’ significa che dobbiamo esercitare controllo sull’AI e non farci travolgere da questa onda”.

Il dibattito: etica, industria e lavoro

Nei prossimi mesi e anni sono tre le macro-aree relative alle quali istituzioni europee, governi nazionali e società civile dovranno trovare strumenti di governo e standard adeguati: le questioni etiche e legali, le conseguenze in ambito sociale, nonché il rafforzamento della competitività del settore industriale. In funzione di questi campi di applicazione (e tutela), durante l’incontro al CESE, sono stati sviluppati altrettanti gruppi di lavoro. In merito alle questioni legali ed etiche, Aimee van Wynsberghe (Università tecnologica di Delft) ha spiegato che gli interrogativi sono innumerevoli. “Possiamo discernere l’AI dagli sviluppi tecnologici in altri campi? Come possiamo difendere i consumatori dai rischi derivanti dall’intelligenza artificiale, per esempio dall’invasività della cosiddetta ‘internet delle cose’ (Internet of things, ndr.)?”. E ancora: “Al di là dell’intesa unanime riguardo alla centralità della questione etica, quando usiamo quest’ultimo termine, a chi facciamo, o meglio, ‘dovremmo’ fare riferimento? Per esempio, se pensiamo alle implicazioni in termini di produzione di nuove tecnologie, è sicuramente necessario risolvere i nodi etici con riferimento agli interessi del terzo mondo. D’altra parte, una riflessione diversa va sviluppata in merito alle azioni e responsabilità di politici, noncheé iagli aspetti tangenti il mondo della religione”.

Sono domande che, se non altro, dimostrano quanto sia complicato il tema in questione. Anche per questo, Indre Vareikyte (CESE), relatore del gruppo di lavoro relativo alla competitività industriale, ha commentato che è fondamentale fare uno sforzo di “story telling”, in modo da fare “chiarezza”, anche a livello di linguaggio giornalistico, di cosa parliamo quando afrontiamo il tema AI. Oggi, l’intelligenza artificiale rimane, spesso e erroneamente, una questione “da esperti”.

Infine, Laure Batut (CESE), relatrice del gruppo di lavoro dedicato alle conseguenze dell’AI in ambito economico e sociale, ha delineato un’ampia gamma di domini che meritano ulteriori approfondimenti. “Non ci sono soltanto conseguenze potenziali sul mercato del lavoro, in termini di perdita di impiego, ma anche aspetti qualitativi, psicologici e di benessere delle persone: come verrà ri-bilanciato l’equilibrio vita-lavoro? L’AI influenzerà anche in nostri sistemi e logiche di welfare”. Ciò non implica che la riflessione sui livelli di occupazione sia secondaria, anzi.

AI, quando il mercato non basta

Batut ha ribadito la centralità dei fattori “educazione e formazione sul posto di lavoro” per far fronte alla transizione AI. Ben inteso, si tratta di un investimento che “non può essere lasciato in mano ai privati e ai mercati”, ma che “implica un’azione coordinata, tra Paesi Membri, ma anche tra livello nazionale e comunitario”. Altrimenti? L’AI potrebbe riprodurre o rafforzare le disuguaglianze di produttività che si sono sviluppate in Europa a livello intra-nazionale (per esempio, Europa del Nord vs Sud ed Est), ma anche regionale, all’interno dei singoli Paesi (per esempio, Nord Italia vs Meridione).

Il rischio “disuguaglianze crescenti” insito nella transizione verso l’AI è stato sottolineato anche da Robert Went (WRRConsiglio scientifico per le politiche di Governo olandese). Went ha spiegato come quella “geografica-territoriale” sia un tipo di disugualgianza che si aggiunge a quelle più tradizionale “tra cittadini appartenti a differenti fasce di reddito e di richezza”, all’interno della stessa comunità nazionale di riferimento. Nonostante ciò, Went ha anche ribadito che l’intelligenza artificiale porterà a crescita di produttività soltanto laddove le imprese risuciranno a forgiare un nuova complementarità lavoro-capitale. In altri termini, lo scenario per cui staremmo avanzando verso una sostituzione di umani con robot rappresenterebbe “uno scenario improbabile”, perché non remunerativo per i privati stessi.

Scenari che, di per sé, non possono certo rassicurare i sindacati. Thiebaut Weber, Segretario confederale della Confederazione europea dei sindacati (ETUC), ha parlato dell’esigenza di sviluppare un “Fondo di transizione europeo”, sulla falsariga del Fondo di aggiustamento per la globalizzazione, che possa non soltanto diventare un argine a eventuali perdite di posti di lavoro, ma anche inentivare, a livello europeo, la ristrutturazione, in anticipo, di determinati impieghi.

A fargli eco, Mario Mariniello (EPSC) che ha ribadito quanto l’intelligenza artificiale, al netto dei benefici e delle incerte implicazioni sul mercato del lavoro, potrebbe radicalmente “ristrutturare i rapporti interni alle aziende fra datori e prestatori di lavoro”. Mariniello ha anche sottolineato che “i mercati non possono gestire una transizione del genere, semplicemente perché non lavorano sempre in maniera ottimale […] la sfida dell’AI chiama in causa un ripensamento delle stesse politiche sulla concorrenza”, finora un perno del sistema comunitario.

(Linkiesta, 21.06.2018)