L’estrema destra avanza. Ma c’è ancora Rouvroy

«Siamo militanti. E voi?», chiede Pascal prima ancora di presentarsi. Sguardo fiero, barba bianca incolta, indossa un basco nero, pantaloni mimetici e una giacca verde militare che ricorda quella del Che. In mano non ha la falce e martello, bensì un secchio pieno di colla e un pennello gigante. Édouard, che è con lui, impugna, arrotolati, i manifesti del Partito comunista francese (il Pcf ) e del sindacato Cgt, la Confédération générale du travail. Nascosto da un cielo a tratti plumbeo, il sole delle nove del mattino va e viene, illuminando i manifesti del Front national (Fn) che recitano “Au nom du peuple”, “Nel nome del popolo”. Il sorriso smielato e lo sguardo penetrante di Marine Le Pen sono affissi su una bacheca. Sulla testa della leader del Fn campeggia la scritta: Ville de Rouvroy, Città di Rouvroy.

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Ora Klaver posi la prima pietra

Mentre parlo con Ernestine Comvalius, 63, in una stanza fatta di muri grigi e sedie colorate, non posso fare a meno di pensare al personaggio dell’Oracolo nel film Matrix. Non è soltanto la somiglianza fisica: ogni parola pronunciata sembra un origami che cela sfaccettature, pieghe e cambi di direzione. Ernestine è la direttrice del Bijlmer Parktheater, uno dei massimi punti di riferimento della scena artistica e culturale di Amsterdam. Non solo: quando si parla di lotta alla discriminazione razziale in Olanda, il personale del teatro è in prima linea. Per spiegarmi la sua visione dei Paesi Bassi e delle elezioni, Ernestine mi porta indietro nel tempo, Oltreoceano: mi racconta di Angela Davis, dell’adolescenza passata a New York, delle manifestazioni delle Black Panthers alla Columbia University. Poi, con un sospiro intenso, mi catapulta di nuovo nel presente europeo; e sussurra: «GroenLinks? Mi dispiace, ma io non credo più nella sinistra». Il fatto che non ci sia rancore nelle sue parole, non diminuisce la stonatura. Anzi, lo schiaffo in faccia è ancora più forte.

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Colonia dell’assurdo

Colonia il cielo è limpido, ma c’è un freddo pungente. Il sole delle 13 di sabato 9 gennaio irradia le persone raggruppate sugli scalini tra il duomo e la stazione centrale, l’Hauptbahnhof. Matthieu (il nome è di fantasia), 30 anni, si aggira nervoso. I suo grandi occhi azzurri sono incastonati in un viso pallido, nascosto sotto a un cappuccio grigio – lo sguardo invasato. Dalla bretella destra del suo zaino penzola un rosario di legno. Ogni volta che muove le braccia, la croce sobbalza. Sei un “mollaccione”. Mi fai schifo. Sono venuto dalla Francia per difendere le tue donne. Vuoi aspettare che questi musulmani te le violentino tutte?, esclama in inglese, indicando un signore brizzolato sulla cinquantina. Un ragazzo tedesco-tunisino che passa di lì, lo sente e si ferma. Cominciano a discutere.

(Continua su Left, n°3/2016)