Sporcatevi le mani con il populismo: la lezione di Michael Sandel per la sinistra

Per Sandel, l’astensione da qualsiasi discussione aperta riguardo alle questioni morali del nostro tempo e sulle concezioni conflittuali del mondo – a vantaggio di una neutralità del quieto vivere – ha svuoltato il discorso e lo spazio pubblico. Lo stesso che è stato riempito da ciechi e intolleranti autoritarismi. In questo senso, non c’è altra strada se non quella di sporcarsi le mani, di fare i conti con i nostri disaccordi morali, di fondere di nuovo “vinti” e vincitori”.

In un’analisi del voto italiano pubblicata da EuVisions, vengono delineati alcuni dati interessanti che descrivono bene come l’assetto politico del Belpaese stia cambiando in maniera radicale. In particolare, le lenti della teoria sociologica mostrano due parti contrapposte: da un lato, i vincitori della globalizzazione; dall’altra, gli sconfitti. La stessa analisi, poi, dimostra come i primi tendano a votare per il Partito democratico, mentre i secondi siano abbinati più spesso a Movimento 5 stelle e Lega.

Sconfitto della globalizzazione” è chi subisce maggiormente gli effetti avversi della competizione internazionale e le conseguenze di mercati deregolamentati. “Vincitore”, invece, è chi possiede un titolo di studi di livello terziario (universitario o equivalente) e gode di una posizione lavorativa stabile.

Un altro risultato interessante dell’analisi è che gli sconfitti si dicono meno “di sinistra” di quanto non affermino “i vincitori”. Si tratta, per certi versi, del ribaltamento dell’immaginario collettivo legato a tutta quella dinamica politica iniziata a inizio secolo con i movimenti no-global. E dell’ennesima conferma che la sinistra ha perso per strada quel “popolo” che, a chiacchiere, intende rappresentare. Come riconquistarlo?

Commentando la visita di Emmanuel Macron negli Stati Uniti, in un editoriale pubblicato su ProjectSyndicate e ripreso anche da LeMondeKemal Dervis, ex ministro agli Affari economici della Turchia, sostiene che la globalizzazione sopravviverà soltanto se accompagnata da un forte sviluppo di politiche sociali. Quello di Dervis è un invito a Macron, quale rappresentate della socialdemocrazia, a salvare il mondo del cosmopolitismo attraverso una soluzione ingegneristica che possa far sentire di nuovo tutelati gli strati più deboli della società. Altrimenti? «Le sirene del neo-nazionalismo avranno la meglio». Probabilmente è vero. Ma a fronte di studi come quello di EuVisions, resta il fatto che sarebbe proprio il popolo tradizionale della socialdemocrazia a far crollare il castello.

La lezione di Michael Sandel

Si tratta davvero soltanto di una questione di “politiche”? A leggere un articolo pubblicato da Open Democracy e firmato da uno dei filosofi politici contemporanei più noti al grande pubblico, Michael Sandel, si direbbe di no: la sinistra (o forse sarebbe meglio dire “i progressisti”, per togliersi dall’impaccio di cosa si intenda per il primo termine) ha di fronte a sé una sfida ben più ampia. Sandel mette insieme gli sviluppi Oltreoceano e in Europa, la mobilitazione e il successo dell’estrema destra, e cerca di dare poche coordinate fondamentali per mettere in moto quello che dovrebbe assumere le sembianze di una “nuova filosofia politica”.

Innanzituttto, in relazione ai vari Trump, secondo Sandel non è «sufficiente mobilitare una protesta e creare resistenza»; quello che serve è invece una politica «persuasiva». Nei confronti di chi? In estrema sintesi, degli stessi “sconfitti” di cui sopra.

Questa politica persuasiva «deve iniziare dal comprendere lo scontento che sta stravolgendo gli Stati Uniti e le democrazie» in giro per il mondo. Per Sandel, le teorie (e, di conseguenza, i partiti e movimenti) che spiegano il populismo con argomenti economici (perdita di benessere, lavoro, maggiore competizione, ecc) e con fattori culturali (razzismo, xenofobia, ecc) non prendono in considerazione che stiamo assistendo alla reazione a un fallimento politico di dimensioni “storiche” che chiama in causa dal primo all’ultimo: Blair, Clinton, Obama, Schroeder, e l’intero arco di forze progressiste dell’Occidente. Ne consegue che non basta implementare una misura salvifica.

Il filosofo americano scrive, poi, che le istanze populiste non vanno «rigettate», ma prese sul serio. Si tratta di un ripensamento che deve partire da un assunto: abbiamo a che fare con “domande” economiche, ma anche “morali e culturali”. In altri termini, non basta parlare di «lavoro», ma bisogna abbordare il tema della «dignità sociale» in senso lato. Sandel elenca quattro aree tematiche con le quali le forze progressiste devono necessariamente fare i conti, se vogliono «sperare» di far fronte alla rabbia e al risentimento contemporaneo.

  1. In primo luogo, si devono trovare strategie nuove per arginare le disuguaglianze. Per farlo, il filosofo americano sostiene che non basta più aggrapparsi al concetto di «uguaglianza delle opportunità». In altri termini, «il duro lavoro» e il talento individuali non sono più sufficienti per arrivare a una società più equa: le asimmetrie di potere e ricchezza sono diventate i pioli marci di quella scala chiamata «mobilità sociale».
  2. Ne consegue che il concetto stesso di meritocrazia – il secondo tema con cui fare i conti – ha creato un’interpretazione distorta del nostro stesso successo, o fallimento. Quando quest’ultimo viene interpretato come conseguenza di una mancanza individuale e/o di un “giocare sporco” degli altri, ciò che scaturisce è la «rabbia contro le élite». I partiti di sinistra devono comprendere il rischio insito nella retorica della meritocrazia e dell’eccellenza che porta al successo.
  3. In terzo luogo, la dignità del lavoro manuale (e, quindi, della classe operaia) viene attaccato dall’avanzamento tecnologico e dalla transizione verso un’economia in cui si produce meno (economia reale) e si scambia semplicemente valore (finanza). In questo contesto, il dibattito relativo a misure quali il reddito di base universale (e simili) non può esser preso sottogamba perché si tratta di una misura che rivoluziona il tipo di mondo che viviamo (e che vogliamo creare). Siamo quindi chiamati a rispondere a domande cruciali, per esempio: che conseguenze ha, nel lungo periodo, un mondo senza lavoro? E, ancor prima, ha senso un tale mondo per gli esseri umani?
  4. Infine, c’è il grande tema della nazione. Affrontare il discorso del nazionalismo con i principi del «mutuo rispetto e del multiculturalismo» rappresenta una strategia fallimentare: si tratta di tenere una discussione onesta riguardo al ruolo che i confini nazionali hanno giocato nel corso degli ultimi secoli. E non è tanto una questione di governance, bensì «morale», «identitaria». Quando, per esempio, in Italia critichiamo da sinistra il concetto di “prima gli italiani”, non facciamo i conti con il fatto che è quello che abbiamo sempre fatto dal Secondo Dopoguerra ad oggi.

Michael Sandel ci dice che le sfide non sono semplicemente quelle della redistribuzione: «Decenni di globalizzazione hanno portato con sé non soltanto perdita di lavoro, ma anche di autostima» in vasti settori della società. Abbiamo insomma a che fare con un problema più serio che tira in ballo il concetto di «umiliazione».

Nelle conclusioni dell’articolo, Sandel sostiene che è proprio la dimensione morale della politica a esser persa di vista dal «mainstream liberale e socialdemocratico», che ha internalizzato questa filosofia riversandola in un linguaggio tecnocratico e in una retorica che non aiuta a risolvere la questione populista.

Per Sandel, l’astensione da qualsiasi discussione aperta riguardo alle questioni morali del nostro tempo e sulle concezioni conflittuali del mondo – a vantaggio di una neutralità del quieto vivere – ha svuoltato il discorso e lo spazio pubblico. Lo stesso che è stato riempito da ciechi e intolleranti autoritarismi. In questo senso, non c’è altra strada se non quella di sporcarsi le mani, di fare i conti con i nostri disaccordi morali, di fondere di nuovo “vinti” e vincitori”.

(ilSalto, 18.05.2018)

Photo CC Flickr: TED Conference

Jeffrey D. Sachs: “Dall’Italia dipende il destino dell’Unione europea”

In un’analisi pubblicata su Politico.eu, Matteo Garavoglia (Ricercatore associato Università di Oxford) scrive che l’Italia ha bisogno di nuovi volti politici che possano rilanciare una politica progressista pragmatica, in linea con i valori europei. La vittoria delle forze populiste, in Italia come altrove, apre scenari imprevedibili. Ma in un simile contesto, l’affermazione di figure “à la Macron” potrebbe rivoluzionare l’intero scacchiere politico. Insomma, non è detto che i successi dei vari Wilders, Le Pen, ecc. arrivino per nuocere, nel medio periodo. Come dire, qualcuno dovrebbe accettare la sfida lanciata da questi ultimi e cogliere l’occasione di un elettorato liberale in cerca di una nuova “offerta politica”.

Su Project Syndicate, Jeffrey D. Sachs, noto economista ex-FMI e Direttore del Center for Sustainable Development della Columbia University usa toni meno enfatici con riferimento allo stato del Belpaese e suggerisce prospettive diverse. Per Sachs, dagli sviluppi politici italiani, dipenderà niente meno che il destino dell’Unione europea. L’Italia ricopre un ruolo “chiave” in quanto si colloca, sia geograficamente che politicamente, all’intersezione delle divisioni inerenti, da un lato, la distribuzione della ricchezza fra il nord-Europa e il sud-Europa, e, dall’altro, la battaglia fra un’Unione “aperta” e il ritorno al “nazionalismo”. In questo senso, Sachs appoggia apertamente un’alleanza tra il Movimento5Stelle e il Partito Democratico (con quest’ultimo a capo del Ministero delle finanze) affinché Roma possa unirsi agli sforzi franco-tedeschi di riformare l’Ue.

In un articolo a metà fra analisi e reportage pubblicato su Handelsblatt, Regina Krieger scrive di una mai del tutto sopita passione di una fetta della popolazione italiana per la Lira. Ripercorrendo alcune tappe della scorsa campagna elettorale, Krieger sostiene che il tema della sovranità-monetaria non sia più all’ordine del giorno del dibattito politico italiano, ma che alberghi ancora in determinati nostalgici. Intanto il Financial Times si focalizza sui dati “deludenti” dell’industria del Belpaese e della Francia. Giada Zampano e Joshua Posaner su Politico.eu scrivono di Alitalia. In particolare, l’articolo sottolinea come i problemi politici legati alla formazione di un nuovo esecutivo si riverberino sul processo di vendita della compagnia tricolore.

Die Welt ha rilanciato i contenuti di un’intervista rilasciata dal magistrato Nicola Gratteri a una testata regionale del Paese. Gratteri punta il dito contro la debolezza dei sistemi normativi europei in funzione anti-mafia e getta luce sulla dimensione internazionale della criminalità organizzata di origini italiane. “La politica tedesca non vede alcun problema nella presenza della mafia” nel Paese ha specificato Gratteri che ha quindi spiegato come siano a rischio le dinamiche democratiche-elettorali non solo italiane. Sulla stessa testata poi, è stato pubblicato un’intervista-ritratto con Davide Casaleggio, l’“eminenza grigia del partito più forte d’Italia”. Nel dialogo con Constanze Reuscher, Casaleggio si descrive come un “attivista” e rifiuta i paragoni con Berlusconi. Inoltre dice che chi ha paura degli ideali legati alla democrazia diretta digitale non “è ben informato”.

(ilSalto, 13.04.2018)

Photo CC Flickr: APEC 2013

Capire il voto ungherese e la vittoria di Orban: l’Occidente è vittima dei suoi stessi pregiudizi

Il rafforzamento dell’asse Visegrad e l’internazioanlismo dei partiti nazionalisti, che vogliono rimanere nell’Ue perché gli conviene. Una rassegna di editoriali dai principali siti e quotidiani europei per capire gli effetti del voto in Ungheria

Su Taz.de, Eric Bonse spiega che la vittoria di Viktor Orban implica un rafforzamento dell’asse Visegrad (Ungheria-Polonia- Slovacchia-Repubblica Ceca) in seno all’Unione europea e, conseguentemente, una difficile realizzazione di politiche solidali sul fronte asilo e rifugiati.

Allo stesso modo, Hannelore Crolly, Christoph B. Schiltz du Die Welt scrive che il risultato “spacca l’Europa” e mette a repentaglio i piani di riforma di Macron e Merkel. Sulla stessa testata, Dirk Schümer scrive che “chi non vuole i populisti al potere, deve risolvere i problemi”. Schümer sottolinea soprattutto che sarebbe ormai sbagliato analizzare il successo dei singoli partiti di destra come fenomeni puramente nazionali: “Così come, nel 1860, il socialismo transnazionale si affermò ovunque in opposizione alle conseguenze dell’industrializzazione, anche il populismo odierno va interpretato alla stegua di un movimento internazionale”. L’esperto di politica europea tedesco sottolinea che “questi partiti nostalgici neo-nazionalisti decidono l’agenda politica da tempo”, anche perché “affrontano dei tabù, al di là della dimensione destra-sinistra”.

Su Taz.de, Eric Bonse spiega che la vittoria di Viktor Orban implica un rafforzamento dell’asse Visegrad (Ungheria-Polonia- Slovacchia-Repubblica Ceca) in seno all’Unione europea e, conseguentemente, una difficile realizzazione di politiche solidali sul fronte asilo e rifugiati

Un editoriale di Indy Voices per The Independentdescrive Orban come un “mini-Putin”. Allo stesso tempo, nel pezzo, si sottolinea come il Primo ministro magiaro, sebbene non amato nei circoli internazionali, goda di grandi livelli di popolarità tra i cittadini. Nello stesso pezzo, il voto ungherese viene messo in continuità con i risultati delle altre tornate elettorali, non da ultimo quella italiana che avrebbe visto il trionfo di forze “xenofobe”. Orban rappresenta un problema per l’Ue? Non al pari di quanto è avvenuto nel Regno Unito con lo UKIP: alla fine della fiera, in Europa, tutti i “populisti” dell’Est (e del Sud) vogliono rimanere nell’Ue. Perché? Conviene da un punto di vista economico.

La redazione del The Guardian chiama “alle armi” gli attivisti di tutta Europa. Per sconfiggere il “populismo xenofobo” c’è bisogno di una riattivazione dei militanti di partiti movimenti e, più in generale, della società civile. Per il quotidiano liberale britannico, “l’Unione europea, in quanto idea e insieme di regole”, sarebbe “una condizione necessaria, ma non sufficiente”, per fermare i nazionalismi.

A proposito di Ue, il giorno dopo il voto, da Varsavia, il Vice-Presidente della Commissione europea, Frans Timmermans, avrebbe affermato che l’Unione ha il “dovere” di impedire un ritorno a dittature nel Vecchio Continente. La dichiarazione sarebbe stata rilasciata come commento agli sviluppi delle politiche in Polonia e delle elezioni in Ungheria, scrive Andrew Rettman per EUobserver.

Una rassegna delle principali reazioni del mondo della politica, come anche della società civile europea, alla rielezione di Orban può essere letta sulle pagine di Euractiv.

La redazione del The Guardian chiama “alle armi” gli attivisti di tutta Europa. Per sconfiggere il “populismo xenofobo” c’è bisogno di una riattivazione dei militanti di partiti movimenti e, più in generale, della società civile. Per il quotidiano liberale britannico, “l’Unione europea, in quanto idea e insieme di regole”, sarebbe “una condizione necessaria, ma non sufficiente”, per fermare i nazionalismi

Intanto, un’altra testata di riferimento di Bruxelles, Politico.eu ha pubblicato un editoriale in cui David Dorosz delinea cinque lezioni da trarre dall’elezione di Orban: le campagne anti- immigrazioni sono estremamente efficaci; il controllo dei mass-media rimane un elemento fondamentale per indirizzare l’agenda elettorale; esiste, di fatto, una rottura radicale tra interessi delle comunità rurali e le élite metropolitane; le connessioni con il potere di Mosca contano ancora; sarebbe un’illusione credere che, dopo una vittoria elettorale, i leader della destra abbiano un incentivo ad ammorbidire le loro posizioni radicali per essere rieletti.

Anche Eamonn Butler (Università di Glasgow), su The Conversation, si focalizza sulla radicalizzazione di Orban oltre che sulla dimensione (mastodontica) della vittoria, o, specularmente, della sconfitta delle altre forze in campo, a partire da Jobbik.

Sulle pagine della versione inglese di Der Spiegel, Keno Verseck spiega che il risultato è anche figlio di un sistema elettorale, first past the post (seggi uninominali con vittoria a maggioranza relativa, simile al Regno Unito): su 199 deputati di Fidesz, ben 106 sono stati eletti sebbene, nei rispettivi seggi, i partiti di opposizione abbiano ottenuto, cumulativamente, una percentuale maggiore del partito di Orban. Nello stesso articolo viene citato Ágoston Mráz, uno scienziato politico vicino al Governo di Budapest: “Quando si tratta di giudicare Orban, l’Occidente è prigioniero dei suoi stessi pregiudizi […] e non vede quanto sia forte la legittimità democratica del Primo ministro in Ungheria”.

 

(Linkiesta, 12.04.2018)

Photo CC Flickr: European Council

Oltre l’8 marzo. Le disuguaglianze nel dibattito internazionale

In Francia, in occasione della 41esima Giornata internazionale della donna, il Governo francese ha rivelato i contorni delle misure legislative che svilupperà per arginare la disuguaglianza salariale di genere (FranceInfo). Dal 2022, le aziende con più di 50 dipendenti che discrimineranno “ingiustificatamente” saranno penalizzate economicamente.

In Francia, in occasione della 41esima Giornata internazionale della donna, il Governo francese ha rivelato i contorni delle misure legislative che svilupperà per arginare la disuguaglianza salariale di genere (FranceInfo). Dal 2022, le aziende con più di 50 dipendenti che discrimineranno “ingiustificatamente” saranno penalizzate economicamente.

Su Le MondeThomas Breda (CNRS-Ecole d’économie de Paris), Elyès Jouini (Université Paris-Dauphine) et Clotilde Napp (CNRS, Université Paris-Dauphine) spiegano che esiste una correlazione tra i livelli di disuguaglianza economica di una società e il differenziale nei risultati ottenuti da studenti e studentesse nelle materie scientifiche.

Il Segretario generale dell’OCSE, Angel Gurría, discute il nesso tra disuguaglianze di genere e produttività economica (OCSE)

La Commissione europea ha pubblicato un rapporto che evidenzia le disuguaglianze di genere presenti nel settore IT. Mentre, a livello internazionale, ha ottenuto una grande copertura mediatica lo “sciopero di genere” spagnolo che ha coinvolto circa 5 milioni di donne (Reuters).

Una sezione dello studio del Parlamento europeo sull’impatto delle nuove tecnologie sul mondo del lavoro e l’economia sociale spiega che le prime rischiano di ampliare le disuguaglianze fra lavoratori qualificati e non. D’altra parte, c’è chi sostiene che il progresso tecnologico potrebbe ridurre il cosiddetto “gender time gap”, ovvero le disuguaglianze di genere nell’accesso all’occupazione, dovute alla mancata conciliazione lavoro-famiglia. Anche Stephen Hawking, nel suo ultimo post sul social media Reddit e datato 2016, ha trattato il tema della disuguaglianza, in relazione ai fenomeni dell’automazione e dello sviluppo tecnologico.

In Germania, il Partito socialdemocratico tedesco (SPD) ha promosso la nascita del “Forum sociale progressista”, una piattaforma politica che vuole dare voce alle minoranze, oltre a “combattere le disuguaglianze e l’economicizzazione della vita umana” (Sueddeutsche Zeitung). La Fondazione Friedrich-Ebert ha conferito il premio Hans-Matthöfer all’economista Branko Milanovic per il volume “Ingiustizia globale. Migrazioni, disuguaglianze e il futuro della classe media”.

Intanto, il tema della disuguaglianza sociale sarà anche al centro di una serie di inchieste-reportage che andranno in onda sul canale televisivo pubblico, ARD con l’obiettivo di stimolare un dibattito pubblico sui grandi temi che hanno causato nuove spaccature politiche nella società tedesca. Ma secondo il DIW (Deutsches Institut für Wirtschaftsforschung), la disuguaglianza di reddito sarebbe calata, anche grazie al nuovo salario minimo federale (altre analisi confermano che la Germania è uno dei Paesi più egualitari, una volta considerati gli interventi di redistribuzione).

Il giornalista britannico-elvetico, Johann Hari, analizza il nesso tra depressione, ansia e disuguaglianze sociali (Big Think)

Oltremanica, in un articolo pubblicato dal The Guardian, Anna Leach accende un faro su una dimensione spesso trascurata della disuguaglianza, ovvero quella ambientale, legata, nel caso specifico, alle capacità dei minori di accedere a spazi verdi. Sarebbero soprattutto i bambini BAME (black, asian and minority ethnic, “neri, asiatici e minoranze etniche”) e provenienti dalle fasce più povere della popolazione a soffrirne.

Sulla stessa testata, Catherine Love rivela che il mondo del teatro britannico è ancora afflitto dalle disuguaglianze derivanti dall’appartenenza a classi sociali differenti. In questo senso, anche il mondo del cinema è finito al centro di uno scandalo legato alle disuguaglianze di compenso: la società di produzione della nota serie Netflix, The Crown, si è scusata pubblicamente per pratiche salariali discriminatorie di genere. La BBC ha invece trattato le disuguaglianze razziali sul mercato del lavoro brasiliano attraverso un portrait-reportage.

Un articolo comparso sulla testata The Economist smentisce un’affermazione del Primo ministro britannico, Theresa May, secondo il quale la disuguaglianza nel Regno Unito sarebbe al livello più basso da 30 anni a questa parte: il coefficiente di Gini utilizzato dall’Ons (Office for National Statistics, “Ufficio statistico nazionale”), sarebbe strutturalmente difettoso. Il Governo scozzese ha reso noto che gli indici di povertà e di disuguaglianza relativi alla propria popolazione sono aumentati nel corso degli ultimi anni.

Negli Stati Uniti, uno studio del Pew Research Center analizza le differenze di opinioni tra le generazioni silent generation, baby boomers, millennials genX con riferimento a una gamma di problematiche sociali. Secondo il sondaggio, la generazioni più anziana (silent generation) è quella meno preoccupata delle disuguaglianze economiche nel Paese.

Intanto, un progetto di giornalismo-data interattivo realizzato da Esri evidenzia i livelli di disuguaglianza nelle città americane. Ma uno esperimento condotto presso la Washington University – St. Louis dimostrerebbe che gli americani non sono interessati a politiche redistributive “à la Robin Hood”.

Uno studio ripreso da Salon The New York Times evidenzia invece i legami tra disuguaglianze e razzismo. Intanto, Bernie Sanders ha moderato un dibattito su povertà e disuguaglianze di reddito negli Stati Uniti: a detta degli organizzatori, ben 1.7 milioni di utenti avrebbero seguito la conversazione online.

Paul Krugman, parlando della performance economica dell’India ha affermato che i livelli di disuguaglianza rimangono un problema serio per il Paese asiatico.

Il co-fondatore di Facebook, Chris Hughes, parla di disuguaglianze salariali negli Stati Uniti presentando il suo libro sul tema (Bloomberg)

Su QuartzTim Rogan dedica un tributo all’economista internazionale Amartya Sen: “È a lui che dobbiamo tutte le analisi critiche moderne sulla disuguaglianza” (Aeon).

Su Der TagesspiegelAndrea Dernbach scrive del nesso tra disuguaglianza e democrazia ripercorrendo le pubblicazioni recenti di Thomas Piketty. Secondo Dernbach, la mancata riduzione dei livelli di disuguaglianza indica che i nostri sistemi democratici non stanno funzionando a dovere. Teoricamente e nel medio-lungo periodo, il potere decisionale dell’elettore dovrebbe garantire una riduzione delle disuguaglianze.

Joan Rosés e Nikolaus Wolf analizzano l’evoluzione della disuguaglianza fra Stati europei e, all’interno di questi, fra regioni, dall’inizio del secolo XX a oggi (Vox). In un podcast, Walter Scheidel (University of Stanford) parla del legame tra diminuzione della disuguaglianza e violenza politico-sociale.

László Andor e Huguenot-Noël, in un post pubblicato dal think tank European Policy Centre (EPC), sostengono che il prossimo Quadro di finanziamento pluriennale dell’Unione dovrebbe servire a ridurre le disuguaglianze causate dalla globalizzazione. Uno studio del think tank Bruegel firmato da Zsolt Darvas, evidenzia che l’Ue ha usato erroneamente indicatori relativi alle disuguaglianze tra redditi per misurare i tassi di povertà nel Continente, compromettendo il raggiungimento degli obiettivi prefissati dalla strategia di Lisbona.

Il professore di Harvard, Steven Pinker, sostiene che il mondo stia su una traiettoria di miglioramento in termini di povertà

Barra Roantree e Jonathan Shaw (Institute for Fiscal Studies) analizzano l’effetto delle politiche di welfare e redistributive nel Regno Unito nel breve e lungo periodo. La ricerca dimostra che gli effetti redistributivi  – e, quindi, di alleviamento delle disuguaglianze – possono variare in maniera sostanziale a seconda della prospettiva temporale che si prende in considerazione (lo studio è stato pubblicato dal Journal of Market Inequalities).

Su SmithsonianMatthew Shaer va sulle tracce di quella che potrebbe essere definita un’“archeologia della disuguaglianza”, descrivendo una ricerca condotta da Smith Timothy Kohler della Washington State University.

Un’analisi condotta da Valentin Lang (Università di Zurigo) e Marina Mendes Tavares (Imf) analizza gli effetti redistributivi del processo della globalizzazione. Gli autori confermano che, a fronte di un aumento assoluto del benessere globale, le disuguaglianze interne ai Paesi aumentano (Wiwo).

(ilSalto, 30.03.2018)

Photo CC Flickr: Antony Theobald

L’Europa ci guarda: tutti gli editoriali che contano sul voto italiano

Dall’Indipendent al Guardian, da Le Monde a Die Welt, tutti le grandi testate giornalistiche puntano i riflettori la situazione politica italiana

Su The ConversationBruno Pellegrino analizza il problema della produttività stagnante nel Belpaese e si chiede se il prossimo governo sarà in grado di affrontare le criticità dell’economia italiana. Intanto Daniel Gros, economista e direttore del think tank CEPS, afferma che è sempre stato scettico nei confronti degli sforzi di riforma intrapresi da Roma. Cosa ne consegue? Che si aspetta poco anche dal futuro. Altri commenti critici di economisti di fama internazionale nei confronti dell’Italia sono stati raccolti da David Böcking per Der Spiegel.

Su The IndependentOrlando Radice scrive che il risultato del voto italiano era prevedibile considerando il trascorso berlusconiano del Paese. Anche David Broder, su Jacobin, sostiene che, con il M5S è nato qualcosa “non del tutto nuovo”: “Il risultato è sorprendente, ma non scioccante”. E mentre Francesco Zaffarano, per The NewStatesman, ripercorre la breve storia di quello che è nato come un “non-partito di un comico”, su Mediapart, in Francia, Fabrizio Li Vigni sostiene che il M5S rappresenta una forza anti-neoliberista.

Riguardo alle elezioni, Ambros Waibel su Taz scrive: “La sinistra è delusa”. Del resto, la crisi della socialdemocrazia è percepibile in tutta Europa. Ne sarebbero testimonianza i risultati elettorali “catastrofici” arrivati nel corso degli ultimi anni. A proposito, un’analisi comparativa delle percentuali ottenute dai partiti socialdemocratici in giro per il Vecchio Continente è stata realizzata da Flora Wisdorff per Die Welt. Giusto chiedersi, a questo punto, se esista ancora una panacea per i mali della sinistra. La redazione del The Guardian sostiene che i progressisti dovrebbero smetterla di imitare la destra e focalizzarsi sulla produzione di policy a favore di un’occupazione “stabile e di qualità”.

 

Per Rafael Behr “La vittoria dei populisti in Italia mostra l’ampiezza dell’epidemia di rabbia in Europa”, Mentre John Weeks, su Social Europe, si chiede quanti messaggi debba ancora ricevere Bruxelles prima di rendersi conto degli errori che ha commesso in questi anni

 

Sulle pagine di Project SyndicateJan-Werner Mueller chiede: se i cittadini sono tanto irrazionali e mal informati da votare per Trump, Brexit (e per i populisti italiani), non sarebbe logico ridurre il loro potere decisionale? Bettina Gabel, corrispondente per Die Welt da Roma, spiega al pubblico tedesco (incredulo di fronte al ritorno di Berlusconi) che l’Italia è un “Paese profondamente diviso che cerca l’uomo forte” come soluzione ai propri problemi. Lucie Soullier, sulle pagine di Le Monde, sottolinea come Marine Le Pen abbia salutato il risultato di Salvini, ma persegua una strategia differente da quella leghista incentrata su una “coalizione delle destre”.

Bastien Bonnefous scrive che il voto italiano “perturba” i piani di riforma dell’Unione europea di Emmanuel Macron. È dello stesso avviso anche Stephen Bush del The NewStatesmanJon Henley, sul The Guardian, evidenzia invece la sovrapposizione tra la nascita dell’esecutivo tedesco e l’ingovernabilità italiana. In questo senso, anche Judy Dempsey, su Carnegie Europe, tratta i tanti “mal di testa” dell’Ue. Per Rafael Behr, “la vittoria dei populisti in Italia mostra l’ampiezza dell’epidemia di rabbia in Europa”. Mentre John Weeks, su Social Europe, si chiede quanti messaggi debba ancora ricevere Bruxelles prima di rendersi conto degli errori che ha commesso in questi anni. Eppure, proprio nella capitale europea, non tutti sono preoccupati di quanto accaduto: il report di Luis Grases per Contexte. Forse perché, come evidenziato da Michael Cottakis su EuObserver, questi “populisti” non “vogliono mica uscire dall’Euro”.

Steve Bannon (ex-Breitbart, un portale di informazione internazionale posizionato a destra) afferma che quello dello scorso fine settimana rappresenta un revival in salsa italiana del voto-pro Trump del 2016. Proprio in questo senso, negli Stati Uniti, sulle pagine del New York TimesDavid Brooks parla del “caos dopo Trump” in Europa. Dal canto suo, Beppe Severgnini narra una “dolce vita diventata amara” (qui invece, l’editoriale sulle elezioni italiane, firmato dalla redazione del NYT).

Secondo Mario Pianta (Università degli Studi di Roma Tre), Social Europe, il voto può essere spiegato tramite i fattori “paura” e “povertà. Il primo avrebbe spinto la Lega, il secondo il M5S. Una bella analisi del voto italiano corredata da infografiche interattive è stata realizzata anche da Anna-Lena Ripperger per Frankfurter Allgemeine Zeitung. Su BloombergAlberto Alemanno, candidato alla Camera per +Europa, nonostante la vittoria dei populisti e la sconfitta della propria lista, da una lettura positiva del fenomeno M5S: ha il merito inequivocabile di aver aumentato il tasso di partecipazione dei cittadini alla vita democratica del Paese e, su alcune battaglie fondamentali – soprattutto trasparenza e corruzione – si trova dal “lato giusto della storia”. D’altronde, il diritto a governare lo reclamano gli stessi candidati del Movimento, come Federico Manfredi Firmian sulle pagine del The Guardian.

 

L’Italia è un caso unico rispetto ai voti in Austria, Olanda e Germania: da un lato (rispetto ai casi tedesco e olandese) i partiti mainstream non saranno in grado di creare una larga intesa, dall’altra (rispetto a quanto accaduto a Vienna) il centrodestra non ha la capacità di tenere a bada le forze radicali.

 

Su PoliticoPaul Taylor sostiene che l’establishment italiano dovrebbe dare un’opportunità ai populisti e fargli prendere in mano una parte di responsabilità di governoJacopo Barigazzi delinea 5 scenari per la costituzione del prossimo governo italiano. Anche Enea Desideri sulle pagine del think tank britannico, Open Europe, si cimenta in un’impresa simile. Giuliano Ferrara parla di un sistema politico afflitto dal nichilismo.

Nel frattempo, Stefano Stefanini parla dell’Italia come un caso unico rispetto ai voti in Austria, Olanda e Germania: da un lato (rispetto ai casi tedesco e olandese) i partiti mainstream non saranno in grado di creare una larga intesa, dall’altra (rispetto a quanto accaduto a Vienna) il centrodestra non ha la capacità di tenere a bada le forze radicali.

Dalla Spagna, Iñigo Sáenz de Ugarte, vice-direttore di El Diario, sostiene che il voto rappresenta una patata bollente nelle mani di Bruxelles. Sáenz de Ugarte discute inoltre l’importanza del voto nel contesto internazionale. Anche per Stephanie Kirchgaessner, l’elettorato italiano ha lanciato un vero e proprio monito all’Europa. Lorenzo Marsili interpreta il risultato di domenica come il segno di un panorama politico in “transizione”. Verso quale stato? C’è da aspettarsi un colpo di coda dell’estrema destra, o una genuina trasformazione progressista. Tertium non datur.

 

(Linkiesta, 08.03.2018)

Photo CC Flickr: Camera dei deputati

Capire il populismo dell’Europa dell’Est

Negli ultimi anni, quando si parla di Europa dell’Est si storce spesso il naso. A leggere la stampa internazionale e di Bruxelles, dai governi dei Paesi orientali dell’Unione europea arriverebbe, metaforicamente, un vento gelido, indirizzato a Bruxelles e, in particolare alla Commissione europea di Jean Claude Juncker.

Più nel dettaglio, il gruppo dei Paesi cosiddetti Visegrad-4, Polonia, Repubblica Ceca, Ungheria e Slovacchia sono considerati i nuovi “bastian contrari” del processo di integrazione: opposti alle quote di rifugiati, poco curanti dello Stato di diritto e, generalmente, fortemente conservatori (anche se in alcuni di questi, al governo, ci sono partiti formalmente di centro-sinistra).

A ben vedere, è sicuramente corretto fare un distinguo e specificare che la maggior parte di polemiche verso il gruppo Visegrad, riguarda soprattutto Budapest e Varsavia. Bratislava e Praga sarebbero più moderate, all’ascolto del nucleo forte dell’Ue, e in costante dialogo con l’Austria del neo-eletto Sebastian Kurz, nonché con Macron.

Non da ultimo, proprio il governo italiano è stato attivamente coinvolto in una lunga polemica con l’Esecutivo ungherese. In quel caso le accuse reciproche erano ruotate intorno ai concetti di “solidarietà tra Paesi membri” e la capacità di garantire l’integrità dei confini esterni dell’Unione, nel contesto della crisi migratoria.

Rimane il dato di fatto che, proprio in Ungheria e Polonia, i partiti al Governo, il Fidesz di Viktor Orban e il Partito Giustizia e Libertà (Pis) di Kaczyńskia, godono di un ampio appoggio nella popolazione. Perché? Raramente si cerca di analizzare il successo di queste formazioni, focalizzando invece l’attenzione sugli attriti con Bruxelles.

Questa settimana, il neo-nominato Primo ministro polacco, Mateusz Morawiecki – il quale ha preso il posto di Beata Szydlo un paio di mesi fa – ha rilasciato una lunga intervista alla testata Der Spiegel.

Il pezzo è interessante perché apre spiragli utili alla comprensione della filosofia politica di quello che viene anche chiamato il nuovo populismo dell’Est. A leggere lo scambio con il giornalista tedesco si rimane colpiti soprattutto da una certa vicinanza del Primo ministro conservatore a un’interpretazione critica, a tratti progressista, dei rapporti economici in seno all’Unione, del sistema economico contemporaneo, nonché della transizione storica recente del Vecchio Continente.

Tanto per iniziare, Morawiecki non “vuole gli Stati Uniti d’Europa, ma un’Europa delle nazioni”, un concetto condiviso “da una maggioranza di società europee”. Il Primo ministro si sente fortemente “europeista” e spinge per lo sviluppo di un “programma di difesa comunitario” e di un sistema fiscale che possa arginare il problema dell’elusione. Queste le priorità e, fin qui, ad essere onesti, siamo più o meno in linea con le priorità della GroKo tedesca, tanto per dire.

Ma andiamo avanti. Morawiecki afferma che Varsavia ha problemi con Bruxelles, soltanto quando si comporta come una “maestra” (se vi ricorda la retorica del Governo Renzi-Gentiloni, è normale). E per spiegare le conseguenze di un tale comportamento, mette nello stesso fascio d’erba l’AfD, Le Pen e Mélénchon, nonché il Movimento 5 stelle e Podemos: tutti movimenti che indicherebbero quanto Palays Berlaymont “non debba avanzare politiche che ignorano lo stato d’animo delle società nazionali”.

A questo punto, Jan Puhl, il giornalista tedesco, chiede se il Pis non si senta parte di questa cerchia di partiti. Il Primo ministro risponde che la sua formazione è fra quelle che “vogliono correggere le conseguenze economiche ingiuste della trasformazione originatasi nell’89”. Morawiecki aggiunge che il Pis “sta dando la possibilità a milioni di cittadini polacchi che sono stati esclusi dal boom economico di rifarsi”, prima di sentenziare: “L’Europa dovrebbe comprenderlo”.

Agli occhi del leader polacco, l’Europa ha però “finito la benzina” in termini di ideali. Se nel Secondo Dopoguerra la linfa dell’Unione era la prospettiva della crescita economica, successivamente lo è stato l’integrazione dei Paesi ex-URSS. Ma oggi “l’economia di mercato e la pace” non bastano più: “le società europee reclamano giustizia sociale e meno disuguaglianze”.

A questo punto, Morawiecki, dice di essere un “idealista” e che si “sente vicino a Thomas Piketty”. Di conseguenza, le domande che lui porrebbe al centro della discussione politica contemporanea, sono le seguenti: “Come verremo a patti con lo sviluppo della robotica? Con questo capitalismo accelerato? Con la trasformazione del mondo del lavoro, l’avvento della automatizzazione e dell’intelligenza artificiale? E con le disuguaglianze che sono cresciute in maniera esponenziale?”.

Per farla breve, il vento gelido dell’Est, a tratti, somiglia davvero più a uno scirocco.

Ovviamente, a parte tutto questo ci sono le posizioni anti-Stato di diritto, la totale assenza di solidarietà nei confronti dei rifugiati, le affermazioni problematiche in relazione all’Islam e l’Olocausto. Insomma, non è tutto oro ciò che luccica.

Ma c’è anche dell’altro, appunto. Qualcosa che si dovrebbe tenere a mente, quando si cerca di capire il successo del populismo dell’Est. Ammesso che non si voglia fare, sempre e comunque, i bastian contrari.

Per chi fosse interessato, l’intervista completa in inglese di Der Spiegel potete leggerla qui.

(ilSalto, 23.02.2018)

Photo CC Flickr: European Parliament

 

La questione tedesca

I vantaggi competitivi, il surplus commerciale, il “drenaggio” di capitale umano dal Sud: la “questione tedesca” rimane uno dei dibatti centrali in Europa. Ma ci sono anche le discussioni sulla Brexit e sull’occupazione. Il filo rosso de ilSalto attraverso i post, gli editoriali e gli articoli di opinione delle testate europee e dei think tank.

I vantaggi competitivi, il surplus commerciale, il “drenaggio” di capitale umano dal Sud: la “questione tedesca” rimane uno dei dibatti centrali in Europa. Ma ci sono anche le discussioni sulla Brexit e sull’occupazione. Il filo rosso de ilSalto attraverso i post, gli editoriali e gli articoli di opinione delle testate europee e dei think tank.

La “questione tedesca” in Europa

In un’intervista per Iris, l’economista del Centre for European Reform (Cer), Christian Odenahl, spiega la logica delle così dette riforme tedesche “Hartz” di inizio secolo che confluirono nel piano del governo Schröder, Agenda 2010.

Secondo Odenahl, il contenimento dell’inflazione e dei costi unitari del lavoro seguiti alla riforma, spiegano il vantaggio competitivo sviluppato da Berlino in Europa. Odenahl definisce le riforme di Schröder di allora “una variante del mercantilismo in un contesto di unione monetaria”.

La domanda che molti si pongono ora è: Emmanuel Macron, in Francia, seguirà la strada tracciata dal governo tedesco quindici anni fa?

Secondo Odenahl, Macron sa di non poter utilizzare le stesse ricette, perché “richiederebbero una riduzione del costo del lavoro del 10%”: sarebbe troppo anche per il rampante Presidente francese. Piuttosto, è probabile che Macron tenti  di “instaurare un braccio di ferro con Merkel” mettendo sul piatto della bilancia le riforme fatte in casa. Cosa pretenderà in cambio? Un impegno tedesco in materia di investimenti a livello europeo (per alcuni analisti, il rilancio europeo passerà invece per le spese militari. Ne abbiamo scritto qui)

Il surplus commerciale: a torto …

Sulle pagine di Social Europe, Simon Wren Lewis afferma, senza mezzi termini, che la Germania deve aumentare il livello interno dei salari per ridurre il proprio surplus commerciale. Quest’ultimo si attesta ormai su quote record: 8% in rapporto al pil. Lewis cita anche il Fondo monetario internazionale (Fmi): “Un rapporto surplus/Pil tra il 2.5 e il 5% rappresenta un obiettivo equilibrato nel medio periodo”.

Esiste un’alternativa a una crescita salariale tedesca? Sì e sarebbe tutta basata su un ulteriore contenimento dei costi del lavoro nel resto dell’Europa. Ma un’inflazione ai minimi storici “non permetterebbe una manovra del genere”. Tanto meno, le indubbie resistenze del mondo del lavoro dopo anni di politiche del risparmio. Secondo Lewis, Berlino dovrebbe quindi stimolare la propria domanda interna e “fare il possibile per correggere un problema che la Germania stessa ha causato”.

… o a ragione

Una visione radicalmente diversa è quella esposta dal Direttore dell’Istituto per la ricerca economica di Monaco (Ifo), Clemens Fuest, e dal suo predecessore, Hans Werner Sinn, sulle pagine di Project Syndicate (#2).

Secondo Fuest, una parte dell’avanzo della bilancia commerciale tedesca si spiega con la tendenza al risparmio dei cittadini tedeschi. Questi ultimi sono semplicemente “prudenti” e adottano una prospettiva di lungo periodo. Secondo Fuest, “la Germania ha di fronte a sé lo scenario di una crisi fiscale, in quanto la popolazione sta invecchiando. [Allo stesso tempo] diminuisce la forza lavoro. [Il Paese] si deve preparare a un calo nei contributi pensionistici, a fronte di un aumento dei costi legati alla previdenza […]. Al momento ha quindi senso investire i propri risparmi all’estero perché l’invecchiamento della popolazione tedesca riduce il ritorno economico degli investimenti in patria”.

Nonostante ciò, secondo Fuest, Merkel potrebbe decidere di mettere mano alle politiche economiche nazionali. Perché? Le ragioni sono “politiche, piuttosto che economiche”. Innanzitutto, potrebbero pesare “gli interessi di cooperazione internazionale in materia di immigrazione e sicurezza energetica”. Soprattutto, nel momento di un confronto con altre potenze. In secondo luogo, l’esasperazione “del rapporto debitori-creditori potrebbe portare a situazioni di conflitto” (vedi caso Grecia nel 2015). Infine, la Procedura di disequilibrio macroeconomico (“Macroeconomic Imbalance Procedure”), prevista all’interno del sistema di governance europea del Semestre europeo, “costringe” i Paesi membri con un surplus della bilancia commerciale superiore al 6% ad aggiustare il tiro. Se Berlino dovesse continuare a far finta di niente, “sarebbe difficile pretendere dagli altri Paesi Ue di rispettare le regole [sul deficit]”.

Libera circolazione o esercito di riserva?

Se le scelte dei cittadini tedeschi in materia di risparmio sono un segno di lungimiranza, allora è possibile leggere in maniera diversa anche la così detta “fuga dei cervelli” e il dibattito sulla crisi migratoria in corso in Europa.

In una breve analisi a cura di Edith Pichler, pubblicata dall’istituto Neodemos di Firenze, vengono rivelate le caratteristiche dell’impiego della forza lavoro italiana migrata all’estero. Secondo Pichler “la manodopera italiana è spesso occupata in settori dove non è richiesta alcuna qualifica e dove, non di rado, è impiegata sotto la qualifica” (per esempio, nei call center o nel settore della ristorazione). Vale quindi la pena chiedersi, scrive Pichler, se “questi giovani lavoratori europei mobili non svolgano, in realtà, la funzione di un esercito di riserva” per l’economia tedesca.

In parte, l’analisi di Pichler fa il paio con quella di John Hurley su Social Europe. Hurley illustra come, in Europa, il recupero di posti lavoro a dieci anni dallo scoppio della crisi finanziaria, sia caratterizzato da tre elementi: in primo luogo, si tratta soprattutto di occupazione a basso o medio reddito; in secondo luogo, la crescita dei posti lavoro, quando riguarda il settore manifatturiero, si manifesta in Europa centrale e orientale; infine, sono soprattutto le donne a guadagnare dalla ripresa: gli uomini sono associati di più a forme di lavoro part-time e precarie.

Del Brexit e del romanticismo in Europa

In merito all’argomento “migratorio” sollevato da Pichler, emerge quindi una domanda cruciale: gli interessi nazionali sono neutrali rispetto ai movimenti di lavoratori attraverso l’Europa, e viceversa? E ancora: esistono altri parametri da considerare quando viene affermata l’idea romantica della libera circolazione nell’Unione europea?

Proprio riguardo al “romanticismo dell’idea di Europa”, scrive Sean O’Grady sulle pagine del The Independent, in relazione al Brexit: “I britannici amano i propri vicini europei – e viceversa. [L’Europa] è dove ci piace passare le vacanze e siamo abituati [ad avere] colleghi e vicini europei […]. Allo stesso tempo i danesi, i ciechi o i tedeschi, non guardano a Bruxelles per prendere decisioni [prettamente] politiche. Lo stato nazione rimane un osso duro ed è un peccato che l’attrattiva dell’alternativa (leggi Unione europea, ndr.) non sia mai stata chiarita del tutto. Ma, dato il contesto, il Regno Unito deve mettere i propri interessi davanti a tutto, senza troppi sentimentalismi”.

(ilSalto, 24.07.2017)