Politica e partiti in Europa: le notizie chiave della settimana

Il fenomeno Vox, all’ombra della crisi catalana e degli accordi tra PSOE e Podemos

In Spagna, Podemos e il Partito socialista (PSOE) hanno siglato un accordo per la finalizzazione della Legge di bilancio 2019. Tante le novità: dall’aumento del salario minimo, agli investimenti nei servizi di welfare per l’infanzia, passando per una modifica della politica fiscale, caratterizzata dall’aumento dell’aliquota sull’imposta patrimoniale.

Gobierno y Unidos Podemos sientan las bases de una alianza a seis meses de autonómicas y municipales - El Diario

Pablo Iglesias: “Los presupuestos son el inicio a nueva etapa en la política económica de España” - El Pais

ERC y PDeCAT condicionan su apoyo a los Presupuestos a un gesto hacia los presos y la autodeterminación - El Pais

El PP y Ciudadanos, sobre el pacto de Presupuestos: “Es un brindis al sol” - El Pais

El PP advierte de que "no salen las cuentas" y que España "pasará hambre como en Venezuela" - El Mundo

Bruselas evita opinar sobre el acuerdo presupuestario del Gobierno y Unidos Podemos hasta su "presentación formal a la Comisión" -  El Diario

Colau dice que regulará "inmediatamente" el precio de los alquileres si se cumple el acuerdo de presupuestos - El Diario

L’opposizione ha espresso preoccupazioni riguardo alla tenuta della manovra e ha chiamato in causa Bruxelles. Qualcuno ha addirittura evocato uno scenario “venezuelano”. Inoltre, i partiti indipendentisti catalani – in piena crisi – hanno già fatto intendere che, per appoggiare l’accordo, richiederanno misure aggiuntive.

In secondo luogo, il PSOE andaluso ha annunciato elezioni anticipate nella regione meridionale della Pensiola iberica. Il partito centrista, Ciudadanos, ha annunciato che non intende appoggiare una nuova legislatura dei socialisti. Sono meno chiare le intenzioni di Podemos, soprattutto alla luce del patto nazionale sulla Legge di bilancio.

Andalusian premier Susana Díaz calls early elections for southern region - El Pais

Las elecciones andaluzas presentan el escenario más abierto en 36 años - El Pais

Susana Díaz adelanta las elecciones andaluzas al 2 de diciembre y agita el tablero político nacional - El Diario

Ciudadanos advierte de que no pactará para que el PSOE repita Gobierno en Andalucía - El Pais

Infine, il partito Vox sembra guadagnare sempre più consensi. Cosa è Vox? Una formazione politica di estrema destra. Vox si aggiunge al già vasto panorama di partiti nazionalisti in Europa (vedi anche video).

Il Primo ministro, Pedro Sanchez, ha accusato il Partito conservatore (PP) per il successo di Vox (che, comunque, arriva appena all’1 percento nelle intenzioni di voto). In Particolare, il leader dei socialdemocratici ha attaccato il Segretario generale dei conservatori, Pablo Casado, per aver radicalizzato la dinamica politica spagnola negli ultimi mesi.

El 'momento Vox' y su extraño populismo - El Mundo

Aznar lamenta que el centro derecha esté fracturado en PP, Ciudadanos y Vox - El Mundo

Pedro Sánchez: “La radicalización de la oposición alimenta a la ultraderecha” - El Pais

Sánchez acusa a Casado de "radicalizar" al PP y le exige que "recupere la moderación" - El Mundo
Continua a leggere l’articolo …

Tutte le notizie sui movimenti di estrema destra in Europa

Negli ultimi giorni, molti media si sono occupati dell’incontro fra Marine Le Pen, leader del partito francese, Rassemblement National, e il ministro dell’Interno italiano, Matteo Salvini, a Roma. Alcune testate hanno anche trattato nuovamente la nascita e crescita dell’internazionale populista di destra in Europa.

Le Pen voyage à Rome pour afficher sa proximité avec Salvini - Le Monde

Salvini e Le Pen all'attacco dell'Ue. E lanciano il "Fronte della libertà" alle prossime elezioni europee - Repubblica

Va-t-on vers une organisation européenne national-populiste? - Iris

Trust in Europe’s illiberal governments grows - Financial Times

Al di là dell’incontro Salvini-Le Pen, ci sono alcune notizie legate agli sviluppi dei movimenti di estrema destra in Europa che sono passate inosservate.

Le azioni “dorate” di Orban

In Ungheria, il Primo ministro, Viktor Orban, ha negato l’organizzazione di manifestazioni contro il Presidente turco, Ergodan, in visita a Budapest.

Viktor Orban, Primo ministro ungherese
Viktor Orban, Primo ministro dell’Ungheria

Inoltre, lo stesso Orban ha recentemente inviato una lettera al partito neo-nazista greco, Alba Dorata. Nella corrispondenza, il leader ungherese  ha ringraziato il Partito greco per averlo sostenuto nelle votazioni sull’attivazione dell’art. 7 dei Trattati europei contro l’Ungheria.

Vor Staatsbesuch: Ungarns Regierung verbietet Proteste gegen Erdogan - Der Spiegel

Hungary’s Orbán thanks Greek far-right Golden Dawn for its support - Euractiv
Guarda il video di sintesi

I movimenti e il panorama dell’estrema destra in Germania

In Germania, desta ancora preoccupazione la realtà di Chemnitz. Si tratta della cittadina dove, qualche settimana fa, si sono susseguite manifestazioni infiltrate da movimenti di estrema destra. Più nel dettaglio, la polizia ha da poco smantellato un’organizzazione terroristica, ideologicamente di destra, dal nome “Revolution Chemnitz“.

Neonazi-Treffen in Apolda: Rechte werfen Steine auf Polizisten, acht Beamte verletzt - Sueddeutsche Zeitung

Terrorgruppe "Revolution Chemnitz" : Rechtsradikaler Umsturz geplant - Sueddeutsche Zeitung

Rechtsextremismus: "Teile der rechtsradikalen Minderheit sind zu allem fähig" - Sueddeutsche Zeitung 

Rechtsextremismus: Wegen „Revolution Chemnitz“ – SPD fühlt sich im Fall Maaßen bestätigt - Handelsblatt
La cittadina tedesca di Chemnitz vista dall'alto. Chemnitz è detta anche "Karl Marz Stadt"
La cittadina tedesca di Chemnitz vista dall’alto

Nella regione Sachsen-Anhalt, invece, un gruppo di estremisti ha accoltellato un giornalista. Secondo i media, durante il fatto, gli assalitori si sarebbero esibiti anche nel saluto romano.

Germany's Extremism Problem: Officials Zero In on Neo-Nazi Terror Cell - Der Spiegel

Rechtsextreme Attacke: Journalist in Sachsen-Anhalt niedergestochen - Frankfurter Allgemeine Zeitung
Continua a leggere il report …

Catalogna: ecco cosa è successo dopo l’anniversario 1-O del referendum

Settimana scorsa, a un anno di distanza dal referendum catalano del 2017, gli indipendentisti della Catalogna sono nuovamente scesi in piazza nella città di Barcellona sotto l’acronimo 1-O (“1 ottobre”). Inoltre, gli ultimi dieci giorni di politica spagnola hanno visto susseguirsi scambi di battute, a tratti duri, tra Madrid e le autorità catalane. Fino a un colpo di scena finale.

Spanish PM to Catalan premier: “Violence is not the way” - El Pais

Spanish PM: Catalan politics belong ‘in parliament’ - Politico

Catalan leader issues ultimatum to Madrid for independence vote - Financial Times

Spanish government to Catalan leader: “We don’t accept ultimatums” - El Pais

El referéndum del 1-O también fue 'fake news' - El Mundo
Scaramucce tra Catalogna e Madrid

Nel giorno dell’anniversario del referendum – e in quelli immediatamente successivi – il Primo ministro socialista, Pedro Sánchez (PSOE), ha cercato di tenere sotto controllo la situazione. Alcune proteste, coordinate in molte occasioni dai CDS, i Comitati di difesa della Repubblica catalana, sono sfociate in scontri violenti.

La posizione moderata del Primo ministro è significativa se si pensa che, oltre agli atti di violenza, anche il Presidente catalano, Quim Torra, è tornato a usare parole forti in occasione delle celebrazioni dell’anniversario. Più nel dettaglio, Torra ha parlato dell’organizzazione di un nuovo “referendum” e di “ultimatum” per Madrid.

Las movilizaciones por el 1-O, en imágenes - El Pais

Quim Torra se reunió con los CDR para fijar una estrategia común - El Mundo

La universidad catalana reclama "libertad ideológica" en los campus - El Mundo

División en el soberanismo: Gabriel Rufián advierte a Quim Torra que "los ultimátums los carga el diablo" - El Mundo

Di fronte alle manifestazioni e alle parole del leader catalano, è intervenuto anche il Segretario generale del partito Ciudadanos, Albert Rivera. Quest’ultimo ha chiesto al Primo ministro di attivare nuovamente il noto articolo 155.

L’applicazione di questa norma prevederebbe una forte riduzione dell’autonomia operativa delle istituzioni  regionali catalane. Anno scorso, il 155 era stato attivata dall’ex-Primo ministro conservatore, Mariano Rajoy (PP), in seguito al referendum illegale per organizzare nuove elezioni in Catalogna. Dopo l’insediamento del nuovo governo regionale, la norma ha però perso effetto.

Rivera ha anche proposto di modificare la legge elettorale. Questa azione servirebbe a diminuire l’influenza dei partiti nazionalisti nel Parlamento nazionale. Si tratta di un dettaglio imporante. Attualmente, i deputati indipendentisti presenti nella Camera, stanno infatti utilizzando il voto sul bilancio annuale nazionale per fare leva su Madrid.

Ma per il momento, il Primo ministro spagnolo sembra convinto nel proseguire con la nuova politica “di distensione”.

Rivera quiere que el Congreso inste al Gobierno a aplicar el 155 en Cataluña - El Pais

La crisis secesionista evidencia la falta de rumbo de Torra - El Pais

Rivera emplaza a Casado a modificar la ley electoral contra los nacionalistas para evitar que "condicionen gobiernos" - El Diario

Continua a leggere l’articolo …

Verso Brexit: le notizie degli ultimi giorni per non perdere il filo

La notizia calda di oggi è che il Partito nazionalista scozzese (SNP) ha preso una posizione dura contro il Primo ministro britannico, Theresa May (Partito conservatore). Più precisamente, l’SNP ha annunciato che voterà contro l’accordo sulla Brexit a Westminster se il Governo non riuscità a garantire la permanenza del Regno Unito nel Mercato unico o nell’Unione doganale.

Il Primo ministro scozzese, Nicola Sturgeon (SNP), ha ribadito che appoggerebbe un secondo referendum sulla Brexit. Non è chiaro però, se questo potenziale (ma improbabile) secondo voto verrebbe legato a una nuova consultazione sull’indipendenza della Scozia dal Regno Unito. Intanto, sabato scorso, migliaia di cittadini hanno riempito le strade di Edimburgo per rivendicare un affrancamento da Londra.

Scottish independence supporters rally in Edinburgh - The Guardian

SNP could back second Brexit referendum tied to independence vote - The Guardian

SNP delivers Brexit ultimatum to Theresa May - The Guardian
Brexit, che impresa

L’altra notizia di questo inizio settimana riguarda il livello di preoccupazione delle imprese britanniche rispetto alla Brexit. Secondo uno studio della società di consulenza, Deloitte, sarebbe al livello “più alto” dal voto del 2016.

Brexit anxiety for businesses 'at highest since referendum' - The Guardian

Nonostante i nervi tesi tra “britannici”, negli ultimi dieci giorni, i toni  tra Bruxelles e Downing Street sono stati quasi “conciliatori”. Per esempio, il Presidente della Commissione europea (CE), Jean Claude Juncker, ha detto che è possibile raggiungere un accordo entro qualche settimana.

Ma, alla luce di quanto scritto sopra, rimane centrale la questione: che tipo di accordo arriverà sui banchi del Parlamento di Londra? E chi voterà a favore? Il Parlamento britannico dovrà infatti approvare qualsiasi tipo do accordo sulla Brexit.

EU-Austritt Großbritanniens: Juncker rechnet mit Brexit-Einigung in wenigen Wochen -  Der Spiegel
Nei corridoi di Westminster

Secondo un report del The Guardian, di fronte alle preoccupazioni e possibili defezioni, da un lato, dell’SNP, e, dall’altro, di numerosi conservatori che vorrebbero, invece, un’uscita senza se e senza ma dall’Ue, Theresa May avrebbe avviato una campagna di corteggiamento dei deputati del partito di opposizione laburista.

Continua a leggere l’articolo …

Europa politica: l’essenziale della settimana

In Polonia, il PIS, il partito conservatore attualmente al governo, continua a fare il pieno di consensi. E ciò, nonostante la cattiva reputazione in Europa dovuta alle infrazioni contro i principi dello stato di diritto. Sollecitata dalla Commissione europea (CE), la Corte di giustizia europea di Strasburgo ha avviato una pratica per valutare se la recente riforma della giustizia approvata da Varsavia, è conforme ai principi contenuti nei Trattati europei

Poland’s ruling conservatives far ahead in new poll - Radio Poland 

EU-Kommission: Im Streit mit Polen reicht Brüssel Klage beim EuGH ein - Handelsblatt
Dubbio Merkel, i Verdi volano e l’AFD fa paura

In Germania, si attendono le elezioni in Baviera. Il partito social-conservatore bavarese, CSU, alleato storico della CDU di Angela Merkel, rischia di ottenere il peggior risultato della sua storia.

Im Fall einer Wahlschlappe: CSU will Parteichef Seehofer ausbooten - Der Spiegel

Politik der CSU ist nicht mehr bürgerlich und konservativ - Die Welt 

Umfrage zur Landtagswahl: CSU auf Rekordtief in Bayern - nur noch 33 Prozent - Der Spiegel

Ma è l’intero panorama politico nazionale tedesco ad essere in trasformazione. In particolare,  cambia il peso relativo dei partiti. I Verdi sembrano guadagnare sempre di più in termini di consensi e iscritti, di fronte alla parallela ascesa dell’Alternativa per la Germania (AFD).

SPON-Umfrage: Union fällt auf 27 Prozent, SPD und AfD gleichauf - Der Spiegel

Grüne überholen SPD und sind jetzt zweitstärkste Partei - Die Welt

Mitgliederwachstum: Grüne haben erstmals mehr als 70.000 Mitglieder - Die Zeit

Roba di poco conto, se si considera che si discute addirittura del futuro di  Merkel. Più nel dettaglio, di chi potrebbe prendere il suo posto alla guida della CDU. E pensare che, una nuova ricerca PEW documenta che Merkel è, insieme al Presidente francese, Emmanuel Macron, il leader più popolare al mondo.

In realtà, la leadership della Cancelliera nel partito sembra ancora salda, ma, a dicembre, il mandato dovrà essere rinnovato ufficialmente. L’appuntamento è per il Congresso della CDU che si terrà ad Amburgo.

Merkel and Macron world's most popular leaders - EuObserver 

Viele in der CSU halten Merkel noch für eine gute Kanzlerin - Die Welt 

Dieser Völkerrechtler will den CDU-Vorsitz von Merkel übernehmen - Die Welt

Businessman to challenge Angela Merkel for party leadership - Politico 

CDU: Röttgen greift Merkel an - Sueddeutsche Zeitung
In Europa, il populismo bussa alla porta

Lunedì mattina, la fondazione Bertelsmann ha pubblicato un rapporto sulle crescenti tendenze populiste dell’elettorato tedesco. Il Presidente della Repubblica Federale tedesca, Walter Steinmeier, ha affermato che riscontra un odio diffuso nella società tedesca. Del resto, tra le fila della CDU/CSU, qualcuno prova il flirt con il partito di estrema destra, AFD.

Ma la maggioranza del partito, a partire da due figure di primo piano, come Wolfgang Schäuble (CDU) e Horst Seehofer (CSU), esclude un’ipotesi del genere. Nonostante ciò, il Partito socialdemocratico (SPD), attuale partner nella coalizione di Governo della CDU/CSU, ha chiesto ai conservatori di prendere ufficialmente le distanze dall’AFD.

Bundespräsident Steinmeier beklagt „diffusen Hass“ in der Gesellschaft - Franfurter Allgemeine Zeitung

Union: Lars Klingbeil fordert von CDU Abgrenzungsbeschluss zur AfD - Die Zeit

4 editoriali per capire lo stato della sinistra in Europa

Tsipras è un eroe, o un poster boy dell’establishment? I socialdemocratici degli anni 80 e 90 sono da considerare degli innovatori, o alla stregua dei neolibersti di Thatcher? E oggi, si deve ricostruire una politica progressista populista, o aprire al tema dell’identità, cara alla destra? 

Tsipras è un eroe, o un poster boy dell’establishment? I socialdemocratici degli anni 80 e 90 sono da considerare degli innovatori, o alla stregua dei neolibersti di Thatcher? E oggi, si deve ricostruire una politica progressista populista, o aprire al tema dell’identità, cara alla destra? Sono le domande chiave che contraddistinguono le riflessioni degli “intellettuali” progressisti di mezza Europa e, più nel dettaglio, quattro editoriali pubblicati, nel corso delle ultime due settimane, su New StatesmanProject Syndicate e sul blog della London School of Economics.

Per iniziare, James F. Downes and Edward Chan descrivono in termini numerici l’entità del crollo dei partiti socialdemocratici, un fenomeno, quest’ultimo, che viene visto come parallelo alla diminuzione di legittimità degli ordini liberal-democratici stessi. Downes e Chan sostengono che i partiti in questione avrebbero «perso il controllo della situazione economica e sociale» dei relativi Paesi. Ne consegue che “gli ultimi” non si sentono più rappresentati dalla sinistra. Conseguenza? Le basi elettorali si spostano in maniera radicale.

Sulla scia dell’analisi di Downes e Chan – piuttosto comune, ormai – è Dani Rodrik a trattare con una prospettiva di lungo corso le cause della perdita di consenso del centrosinistra. In un editoriale al veleno, il professore di economia accusa le forze di in questione di aver “abdicato” alla loro missione storica. Non ci sarebbero dubbi: intellettuali quali Jacques Delors e Henri Chavranski e, con essi, tutta la classe dirigente europea (ma anche americana) degli anni 80 e 90 avrebbe fatto spazio al mito della globalizzazione finanziaria e dei benefici della mobilità dei capitali.

Il missile di Rodrik giunge fino agli anni 2000 e post-2010: Syriza in Grecia e Lula in Brasile non sono stati capaci di elaborare alternative concrete e attraenti, capaci di andare oltre al mantra della “redistribuzione”. Tutto nero? No. Recentemente, intellettuali come Admati e Johnson, Piketty e Atkinson, Mazzucato e Chang, Stiglitz e Ocampo, De Long, Sachs e Summers avrebbero proposto riforme credibili, rispettivamente per risolvere i nodi della finanza, delle inuguaglianze, dell’intervento pubblico nell’economia, della governance globale e della mancanza di investimenti.

Eppure, c’è chi non ci sta. Holland Stuart, professore all’Unviersità di Coimbra, esperto di storia e politica dell’integrazione europea, risponde a tono alle spallate di Rodrik. Tecnocrati come Delors avrebbero giocato un ruolo fondamentale nell’opposizione agli interessi ordoliberali che andavano a costituirsi in Europa negli anni 80 (Delors parlava, già allora, di eurobond, per esempio); allo stesso modo, i partiti di sinistra del Sud America sarebbero stati bastioni contro il neolibearlismo di Reagan e propulsori dei movimenti internazionali socialisti. E poi c’è la difesa di Syriza. In particolare, non ci si potrebbe scordare di documenti come il “Modest proposal” elaborato dallo stesso Stuart insieme a Varoufakis e Galbraith durante la crisi del 2015: una proposta di riforma e politiche per salvaguardare in termini progressisti la tenuta dell’Unione e dell’Eurozona (anche qui, sulla base dell’idea di mutualizzare parte del debito e dei rischi finanziari).

Come giustifica allora Stuart il crollo del centro-sinistra? Se ci sono colpevoli, sarebbero da ricercare nella generazione di fine anni 90, ovvero tra i vari Schroeder in Germania, il duo Blair-Brown nel Regno Unito e Gonzales in Spagna: tutti rei non solo di aver ignorato le alternative al modello neoliberale, ma, soprattutto, di aver distrutto la democrazia interna ai partiti stessi e aver emarginato le voci più radicali.

A ben guardare, le divergenze tra Stuart e Rodrik sono legate soprattutto a quali siano i «bambini che non vanno buttati con l’acqua sporca». Ma sulla sostanza delle proposte necessarie, si troverebbero più o meno d’accordo: servono politiche progressiste moderne, che partano dal malessere popolare, accolgano istanze di populismo economico e siano capaci di imbrigliare i mercati, in modo da garantire welfare e prosperità per la maggioranza dei cittadini. Tutti d’accordo? Non proprio.

In uno dei contirbuti giornalistici più controversi degli ultimi mesi, Jonathan Rutherford, analizza criticamente il corbynismo e sostiene che il populismo economico non basta. Inutile girarci intorno: o la sinistra trova una risposta alle questioni identitarie, oppure la partita con la destra dei vari Salvini europei sarà persa.

L’analisi di Rutherford si concentra sul caso del Labour, ma può essere tranquillamente allargata anche alle altre forze politiche europee: «Il populismo di sinistra del Labour, è orfano di risorse intellettuali che possano affrontare le sfide della destra. È troppo esclusivo in termini di classe e cultura. E non è contraddistinto da pratiche democratiche che riescano a unire diverse classi e gruppi di interesse. Il liberalismo cosmopolita e il relativismo morale [che ne sono alla base] lascia la nazionale e il tema dell’identità culturale in mano alla destra. Né il suo focus sull’ingiustizia economica, né il supporto a forme di democrazia partecipativa sono sufficienti per costruire una coalizione popolare nazionale».

Cosa propone Rutherford? Una sorta di Labour (e, quindi, allargando la prospettiva al Continente, di sinistra) “blu” (“Blue Labour”): una forza progressista che non abbia paura di giocare sul terreno dell’identità e del comunitarismo, anche nazionale. Ancora nelle parole di Rutherford: «Il populismo ha rottamato le regole del gioco. La risposta non sta nel tentare di re-imporne di ‘vecchie’, ma nel forgiare, a partire dal populismo e dalla rottura emotiva che ha comportato, un linguaggio nuovo che sia in grado di toccare il cuore e l’anima della nazione e modificare la struttura della politica del Paese».

Insomma, la posizione di Rutherford va addirittura oltre il corbynismo, instaurando una sorta di modello “peronista” per i Paesi europei. È la via del futuro? Difficile dirlo. Quel che appare chiaro è che a sinistra c’è bisogno di almeno due cose: convergere su un’interpretazione comune della storia ed essere disposti a sfatare qualche tabù in più.

 (ilSalto, 13.07.2018)

Tutto il mondo parla di Italia ed Eurozona, tranne noi. Il dibattito tra Stiglitz, Fratzscher e gli altri economisti

In queste settimane ad appannaggio della questione “migranti” e delle diatribe tra Salvini e gli altri leader europei, il tema della stabilità dell’Eurozona alla luce del voto italiano continua ad alimentare un dibattito che, nel nostro Paese, rimane clamorosamente sotto traccia.

Su Project Syndicate, il premio nobel per l’Economia e professore della Columbia University di New York, Joseph Stiglitz, è tornato a parlare del tema. Per il guru della scienza triste il voto euroscettico del Belpaese non dovrebbe sorprendere nessuno: si tratta dell’ennesima «reazione prevedibile a una struttura dell’eurozona mal disegnata, nella quale, la potenza dominante Germania, impedisce le necessarie riforme». Per Stiglitz, il problema non è l’assenza di idee – Macron è visto come portarore di una «chiara visione» per l’Europa -, bensì il freno rappresentato da Angela Merkel.

In un’area valutaria comune, «il principale problema» è quello della gestione dei disallineamenti tra il valore della valuta e le sottostanti performance economiche dei Paesi: è proprio il “caso dell’Italia”. Per il professore, nell’Eurozona, «i cittadini vogliono, da un lato, rimanere nell’Ue, ma, allo stesso tempo, veder terminare le politiche di austerità». Eppure, gli viene detto che non possono avere la moglie ubriaca e la botte piena (sul punto si sofferma anche l’economista Barry Eichengreen che chiede a M5s e Lega di lasciare perdere la flat tax e reddito di cittadinanza per focalizzarsi sul cuneo fiscale). E così, nell’attesa di un cambio di mentalità nel Nord Europa, i governi dei Paesi in difficoltà continuano ad arrancare e la «sofferenza dei cittadini aumenta».

A questo punto, Stiglitz scrive che, se il Portogallo ha rappresentato un’eccezione – con Costa che sarebbe risucito a riportare il Paese a un livello di crescita soddisfacente -, l’Italia potrebbe rappresentare un’alternativa dai tratti radicalmente differenti: «Salvini potrebbe alzare la posta in gioco, in un modo che altri non hanno avuto il coraggio dai fare. L’Italia è un’[economia] abbastanza grande, con economisti bravi e creativi, da poter gestire, di fatto, un’uscita [dall’Eurozona] attraverso un sistema di cambio flessibile che possa ricreare prosperità».

Per Stiglitz non è «necessario arrivare a tanto». I Paesi del Nord possono salvare l’Euro «mostrando più umanità e flessibilità». Ma il premio Nobel non punterebbe su questo scenario e con una metafora teatrale, spara: «Avendo già visto i molti atti di questa crisi, non mi aspetto un cambio di interpretazione da parte degli attori principali».

L’editoriale non è certo rimasto inosservato, soprattutto tra gli altri economisti di alto livello.

Marcel Fratzscher, ex-Consigliere economico di Sigmar Gabriel quando quest’ultimo era ministro dell’Economia (precedente governo Merkel), nonché direttore del DIW e co-autore di un noto paper su come riformare l’Eurozona uscito a gennario (ne abbiamo scritto qui), ha risposto a Stiglitz via Twitter:

Marcel Fratzscher

@MFratzscher

Dear @JosephEStiglitz , you are wrong: neither will Italy benefit from exiting the euro, nor is there EU reform paralysis (esp. vs US), nor is Germany the devil.
Euro reforms require a sensible balance of risk sharing & reduction, solidarity & rules.http://prosyn.org/H9vw0EH 

Can the Euro Be Saved? | by Joseph E. Stiglitz

Across the eurozone, political leaders are entering a state of paralysis: citizens want to remain in the EU, but they also want an end to austerity and the return of prosperity. So long as Germany…

project-syndicate.org

«Caro Joseph, sei nel torto: l’Italia non beneficerà da un’uscita dall’Euro, la riforma dell’Unione non è in uno stato di paralisi e la Germania non è il diavolo. C’è bisogno di un bilanciamento sensato fra condivisione e riduzione dei rischi [sistemici], solidarietà e regole», scrive Fratzscher.

Al di là dello scambio Stiglitz-Fratzscher, sempre su Project SyndicateMichael J. Boskin, professore di Economia a Stanford ed ex-presidente del consiglio degli economisti del governo di H.W. Bush tra l’89 e il ’93, scrive che l’Italia deve affrontare una «crisi quadrupla» che si compone delle «difficoltà del sistema bancario», del «debito fuori controllo», di una reazione ostile all’“immigrazione” e una generalizzata scarsa «condizione economica».

Secondo Boskin, è una combinazione che potrebbe mettere a rischio l’intero proecsso di integrazione europea. Spetta a Roma salvare l’Ue? No, «molto dipenderà anche dal destino del percorso di riforma proposto da Emmanuel Macron» (sulla stessa falsariga, anche Mark Leonard, direttore del European Council on Foreign Relations, ha realizzato un podcast in cui ribadisce che le strade per l’Europa passano da Roma”).

Ma non finisce qui. Sulle pagine di Social EuropeDani Rodrik, una delle voci più influenti dell’accademia economica e professore di Politica economica internazionale a Harvard, parte dall’Italia e, più nel dettaglio dal “caso Savona”, per discutere criticamente quando sia motivata la decisione, nell’Eurozona, di delegare la definizione del target inflazionistico e, corrispondentemente, della politica monetaria, a un’istituzione indipendente come la Banca centrale europea. Soprattutto alla luce del fatto che, l’indipendenza della Bce avrebbe, da un punto di fista puramente teorico, il fine di tutelare la stabilità democratica dei Paesi dell’Eurozona nel lungo periodo, a fronte di potenziali politiche iperinflazionistiche dei politici di turno.

Rodrik scrive che «quando alcuni Paesi nell’Eurozona sono colpiti da shock della domanda, il target inflazionistico [che una Banca centrale persegue], determina in che misura gli stessi Stati debbano seguire un percorso di aggiustamento deflazionistico doloroso in termini di salari». Avrebbe quindi «avuto senso, in seguito alla crisi dell’Euro, aumentare il target inflazionistico (che è del 2%) per facilitare la competitività delle economie del Sud». In ogni caso, secondo l’economista di Harvard la definizione di questi obiettivi è una questione prettamente politica, «perché implica questioni attinenti alla distribuzione della ricchezza prodotta da un’economia». L’indipendenza di agenzie che sono chiamate a raggiungere un determinato obiettivo, non può essere il risultato ultimo in sé. Altrimenti, la democraticità di tali strumenti di policy è quantomeno discutibile.

Il discorso che può sembrare molto tecnico, ma è legato a doppio filo al deficit democratico delle istituzioni europee e al caso Savona, citato sopra. Per Rodrik, quando la delega di politche ad agenzie indipendenti avviene per mezzo – e nel contesto di – trattati internazionali, c’è il rischio che l’obiettivo della stabilità democratica, si rivolti contro lo stesso concetto di democrazia: «Il deficit democratico dell’Ue deriva dal sospetto, diffuso (Rodrik qui usa il termine “popular”), che [l’indipendenza della Bce] non serva tanto a rafforzare nel lungo periodo le democrazia nazionali in Europa, quanto a servire gli interessi finanziari». In questo senso, anche la decisione di Mattarella «rinforza questa interpretazione».

Forse è normale che di tutto ciò in Italia non si scriva, o discuta troppo. Ci sono tabù che resistono a tutto nel nostro Paese. Eppure, il Mondiale di calcio mancato darebbe ampi spazi, Salvini e “migranti” pemettendo. A proposito, vista la nostra assenza in Russia, sul New York Times, Tim Parks si chiede: di cosa possono ancora sentirsi orgogliosi gli italiani?

(ilSalto, 22.06.2018)

Il dibattito tedesco sull’Italia. E sull’uscita dell’Italia dall’Ue

Hanno parlato di noi, di Italia. E lo hanno fanno in maniera seria, parlando dell’opportunità di un’uscita dall’Euro per il Belpaese, di crisi sistemica dell’Unione europea. È successo in Germania, all’ombra delle grandi notizie internazionali degli ultimi sette giorni, nel corso del Talk-show Maybrit Illner, sul secondo canale pubblico della televisione tedesca, ZDF, giovedì 7 giugno.

Hanno parlato di noi, di Italia. E lo hanno fanno in maniera seria, parlando dell’opportunità di un’uscita dall’Euro per il Belpaese, di crisi sistemica dell’Unione europea. È successo in Germania, all’ombra delle grandi notizie internazionali degli ultimi sette giorni, nel corso del Talk-show Maybrit Illner, sul secondo canale pubblico della televisione tedesca, ZDFgiovedì 7 giugno.

Alla discussione, nello studio televisivo, hanno partecipato il ministro delle Finanze tedesco, Olaf Scholz (SPD), il caporedattore della Die ZeitGiovanni di Lorenzol’ex guida del partito di estrema destra AFD (nonché fondatore), Bernd Lucke, il Segretario generale dei giovani della CDU, Paul ZiemackUlrike Guérot (direttrice dello European Democracy Lab e membro di DIEM25) e Sebastien Dullien (professore di Economia internazionale presso l’HTW di Berlino).

La discussione sullo stato dell’Italia inizia con un servizio che traccia un parallelo tra la crisi greca del 2015 e i recenti sviluppi nel Belpaese, e con l’evergreen Roberto Saviano che commenta la situazione. Di Maio e Salvini? Nella narrazione del trailer sono “due uomini che spaventano l’Europa”.

Il dibattito

Per Ulrike Guérot, la rabbia degli italiani “è stata trascurata. E Roma è stata lasciata sola nella crisi dei migranti”. I 5Stelle? “Ricordiamoci che i 5 punti iniziali” del loro programma “non erano poi così male”. Sulla stessa falsariga si pone Giovanni di Lorenzo che intona: “Dobbiamo accettare il risultato elettorale. E chiederci come siamo arrivati a tanto”.

Per Paul Ziemiak, invece, “non c’è ragione di preoccuparsi esageratamente”, anche perché “le proposte politiche elettorali si scontreranno presto con la realtà”. A differenza di Guérot, il giovane leader politico sostiene che “i problemi del’Italia non sono stati creati dall’Unione”.

Ma le prime “bombe” le getta proprio Lucke, economista polemico e liberista: “Credo che sia un bene avere al Governo persone che valutano criticamente l’Euro. Dobbiamo cercare di capire perché l’italia si trova in questo stato miserevole. Da quanto è entrata nell’Euro, l’Italia non è praticamente cresciuta […] Negli ultimi 25 anni, nell’Eurozona, l’Italia ha sperimentato stagnazione. Non c’è da stupirsi che le persone abbiano votato un ‘non possiamo andare avanti in questo modo’ […] L’Euro fa parte del problema dell’Italia, al netto degli incrostamenti dell’economia e della burocrazia che, però, esistevano anche prima della valuta comune”.

Sono parole forti che chiamano in causa l’intervento ‘moderato’ del ministro Scholz: “La mia convizione è che i problemi nei singoli Paesi possano essere affrontati meglio insieme”. E alla domanda della moderatrice Mybrit Illner se ‘l’Italia potrebbe tirare giù con sé nell’abisso l’intera Unione’, risponde: “Sono convinto che l’Italia non crollerà […] la realtà esiste e si deve scendere a patti con essa […] la sfida principale è stimolare crescita nel Paese […] dobbiamo riconoscere che i ministri del Governo si sono espressi a favore dell’Unione, lo stesso dicono i sondaggi riguardo all’opinione degli italiani […] è una buon punto di partenza […] d’altra parte dobbiamo anche comprendere che è normale se, in Italia, uno dei Paesi industriali più avanzati ci siano rivendicazioni che vadano in direzione di sistemi di tutela del welfare universali (il riferimento è a strumenti e politiche contro la disoccupazione)”.

Esiste però il rischio concreto di assistere a una escalation dei rapporti fra Italia e Germania, similmente a quanto accaduto con la Grecia nel 2015 (basta guardare alle prime pagine di Der Spiegel che hanno fatto il giro d’Europa).

Secondo Di Lorenzo è necessario usare “toni moderati […] parole come ‘clown’, utilizzate in passato da Steinbruck (candidato della SPD nelle elezioni del 2013 in Germania) per commentare Berlusconi, sono inadeguate […] spesso si guarda all’Italia con curiosità, del tipo: vediamo chi sono questi nuovi al governo […] ”. Ma la realtà è che “negli scorsi 100 anni, molto spesso, l’Italia è stata un laboratorio politico […] – pensiamo al Fascismo, all’Eurocomunismo, alla rottura dei rapporti tradizionali trai partiti negli anni ‘90, a Berlusconi precursore di Trump […] – che ha fatto da battistrada in Europa […] il governo M5S-Lega è soltanto l’ultimo esempio in questo senso”.

Contenimento dell’escalation a a parte, Ulrike Guérot spezza una lancia a favore dei Paesi del Sud Europa: “La Germania guadagna dall’Euro, acciacca i piedi agli altri e poi, quando questi mostrano dolore, si soprende […] dobbiamo smetterla con l’arroganza tedesca […] anche noi siamo nel torto quando sforiamo con l’export”.

Sono parole che, ovviamente, scatenano reazioni dure. Per Ziemiak, “in Italia, si devono portare avanti le riforme” e ci si deve preoccupare “della competitività, del sistema di educazione […] non è il momento di pensare a misure ad-hoc”.

Se c’è una proposta di policy italiana che ha fatto il giro della stampa internazionale nel corso dell’ultimo mese, è il famoso taglio del debito proposto prima ancora della formazione del Governo. Uno spettro che alimenta il paragone Atene 2015 – Roma 2018.

Il primo a stemperare il dibattito sul punto è ancora il ministro Scholz: “Dobbiamo riconoscere che queste idee non sono state, infine, portate avanti [dal Governo italiano] e non dovremmo [quindi] fermarci a discuterle […] Esiste una responsabilità dei governi che devono prendere delle decisioni concrete […] sono convinto che ognuno debba fare i conti con il principio di realtà […] Non posso accettare paragoni come quelli con la Grecia […] l’Italia rimane un Paese industriale di successo […] ”.

Ma la questione debito non si cancella certo con un colpo di slogan, per quanto ministeriale. E Illner incalza: l’Europa è ricattabile per colpa degli italiani?

Lucke getta benzina sul fuoco: “Ci sarebbero 150 miliardi di euro di costi per la Germania, se l’Italia dovesse diventare insolvente […] per l’Italia, ha senso uscire dall’Euro, perché il problema del Paese non è il debito, bensì la competitività […] in generale, il problema [dell’Unione] è l’area del Mediterraneo […] ”. A questo punto, Lucke menziona Savona e il piano B come testimonianza della ricattabilità della Germania. Ma è il Ministro Scholz a ricordare come, proprio per questo motivo, Savona non sia diventato Ministro delle finanze.

Sul punto della moneta unica, Ziemack afferma: “L’Italia è un paese sovrano; se vuole, può uscire dall’Euro […]”.

Una prospettiva diversa sulla crisi economica italiana ed europea la offre Sebastien Dullien: “Se riparte la crescita, il debito può essere ridotto […] ci sono problemi grandi nel sistema bancario italiano, ma erano molto più rilevanti qualche anno fa […] l’Italia è sulla buona strada […] parlando dell’Europa, in generale, sevono sistemi di assicurazione collettiva per essere pronti a sopperire a stati di crisi in determinati Paesi […] potrebbe capitare anche alla Germania, se dovesse sorgere un problema per l’industria automobilistica […] una dei nodi della crisi del Belpaese è dato dal fatto che Roma si è addentrata nella crisi attraverso misure di austerity […] se guardiamo ai livelli di investimento pubblico, questi ultimi sono regressivi […] ”

Il ministro Scholz richiama quindi i passi in avanti che sono stati fatti (a livello di negoazione, per ora) sul fronte delle riforme europee: ESM, Unione bancaria e della capacità di intervento fiscale: “Entro l’Estate verrano decise delle modifiche […] dobbiamo prendere in considerazione le caratteristiche di tutti i Paesi […] ”. I concetti fondamentali? I soliti: “Solidarietà e reponsabilità”. “Lo sviluppo del budget comune è importante […] non dovremmo dipingere l’Unione come un’Unione che non è solida […] ma è ovvio che dobbiamo andare avanti”

Eppure, i toni in studio rimangono euro-realisti (per non dire, critici). Giovanni di Lorenzo afferma: “Forse è arrivato il tempo di guardare all’Europa e accettare il fatto che abbiamo bisogno di una nuovo assetto istituzionale, nel quale i Paesi possano decidere se partecipare con convizione al progetto, o meno […] Non credo a un’Unione a tutti i costi […] E pernso anche che le esternazioni di Merkel, in risposta alle proposte di riforma di Macron, siano poco adatte alla costruzione di una campagna elettorale [vincente] per le europee 2019 […] serve ben altro”.

(ilSalto, 15.06.2018)

Non basta difendere lo status quo, occorre mettere in discussione ciò che è stato fatto male. L’editoriale di Cas Mudde su come si fa opposizione contro i populisti

Nel suo ultimo editoriale per il The Guardian, Cas Mudde, uno scienziato politico olandese, considerato uno dei massimi esperti del fenomeno populista, prende posizione in merito al dibattito contemporaneo sul tema. Ed è rilevante anche per il caso italiano.

Mudde analizza la tesi per cui l’affermazione contemporanea di forme di governo (ma, più in generale, di forme del fare politica) populiste – descritte dai media internazionali anche come “illiberal democracies” (“democrazie illiberali”, tdr.) – sarebbe la conseguenza di sistemi “troppo democratici”.

Una condensazione di questa riflessione dominante piuttosto vaga, trova spesso manifestazione concrete in discorsi per cui staremmo vivendo tempi in cui assistiamo a un utilizzo improprio dello strumento referendario (vedi crisi greca del 2015, o Brexit nel 2016). Oppure, ancora, che saremmo di fronte a scelte politiche “troppo complesse” per essere lasciate in mano ai cittadini.

(ilSalto, 08.06.2018)

Salvini punta al fallimento del M5s e ipoteca il potere. La sinistra non può perdere tempo’. L’editoriale di Paul Mason sull’Italia

Il 21 maggio Paul Mason, noto giornalista e saggista britannico, ha scritto un editoriale per NewStatesman in cui analizza le dinamiche politiche italiane.

Richiamando una formulazione che risale originariamente a Stalin (ma sviluppata sulla base di uno scritto di Lenin) e rovesciandone il campo di applicazione, secondo Mason in Italia sta trovando applicazione il primo esperimento coerente europeo di “neoliberalismo in un solo Paese”.

Il 21 maggio Paul Mason, noto giornalista e saggista britannico, ha scritto un editoriale per NewStatesman in cui analizza le dinamiche politiche italiane.

Richiamando una formulazione che risale originariamente a Stalin (ma sviluppata sulla base di uno scritto di Lenin) e rovesciandone il campo di applicazione, secondo Mason in Italia sta trovando applicazione il primo esperimento coerente europeo di “neoliberalismo in un solo Paese”. In che senso?

Mason riepiloga per il pubblico anglofono le componenti centrali del contratto tra Movimento 5 stelle e Lega e, in buona sintesi, lo descrive come un programma politico-economico che mira alla creazione di uno “small State (“Stato piccolo”, tdr.) e, conseguentemente, di politiche di libero mercato condite però con “razzismo, nazionalismo” e una retorica che abbraccia i valori tradizionali della “famiglia”.

Su un piano prettamente economico, le conseguenze del contratto, se posto in essere, «porterebbero probabilmente al crollo delle entrate, a una maggiore evasione fiscale, a un incremento del deficit e del debito pubblico e ad un conflitto, in quache forma, con la Commissione europea e la Banca centrale europea». Allo stesso tempo, il saggista ammette che una buona parte del programma può essere in considerato in linea con alcuni interessi della sinistra (reddito di cittadinanza, banca nazionale per gli investimenti e opposizione alle istituzioni europee).

Mason sottolinea però come sia la Lega a tenere in mano i fili dell’Esecutivo nascente, a detrimento del M5S. La spartizione dei ministeri dell’Interno e del Lavoro tra i due leader, rispettivamente Salvini e di Maio, nonché la decisione di proporre una figura come Conte alla testa del Consiglio dei ministri, sono «designate per avvantaggiare il Carroccio nel lungo periodo». Anche per questo, appare evidente che un «programma coerente di nazionalismo xenofobico combinato con politiche economiche neoliberali, batterà quasi sempre una retorica simil-populista e progressista senza sostanza» (il riferimento qui è al M5S, ndr).

Il guru della sinistra britannica, richiamando la serie cult, Il trono di Spade, spiega quindi come i vari Le Pen e Putin puntino a creare caos per poi rafforzare la propria presa sul potere. E Salvini farà lo stesso. Cosa vuol dire esattamente?

In sintesi: inizialmente, la Lega si nasconderà dietro al conflitto tra il Movimento 5 stelle – la nuova forza anti-establishment al potere – e una sinistra tradizionale che sfornerà «professori e tecnocrati che non sarebbero in grado di intrattenere una piazza nemmeno per cinque minuti». In secondo luogo, nel momento in cui il nascituro governo affronterà Bruxelles, farà apparire i rappresentatni della stessa sinistra come “marionette” di un ordine sovranazionale “anti-democratico”. Infine, quando cominceranno a scarseggiare le risorse economiche e la base del Movimento 5 stelle farà pressioni per politiche progressiste, il Carroccio farà cuocere i grillini nel proprio brodoSarà a quel punto che Salvini si presenterà come portatore di ordine, facendo cadere tutti gli elementi progressisti dell’attuale programma, a favore di una serie di misure anti-immigrati e ravvivando i rapporti con quel che resta del seguito di Berlusconi. Se vi ricorda periodi poco “illuminati” è normale. Per allegerire e per rimanere sempre in materia di fiction, sembra lo script di V per Vendetta.

All’inizio della sua riflessione, il guru della sinistra britannica scrive che la sinistra del Belpaese, nelle sue svariate componenti, sta puntando su un fallimento rapido di questo esperimento governativo e, conseguente, del Movimento 5 stelle. Ma, alla luce del ragionamento appena fatto, ecco che arriva un monito fondamentale: «La questione che deve affrontare la sinistra italiana non è cosa fare ‘ora’, bensì come prepararsi al momento in cui questa fase di governo populista», guidata da M5s e Lega, «entrerà in crisi» e Salvini reclamerà il potere.

Secondo Mason, quindi, la ricetta è la seguente:

  • rifiutare radicalmente il neoliberalismo, «stracciare i lasciti del Trattato di Lisbona che albergano nella varie menti politiche» e proporre, invece, un programma che «risolva lo stato di crisi fatto di stagnazione economica e bassa crescita imposto dall’Eurozona a Paesi come l’Italia»;
  • fare propri «alcuni elementi progressisti contenuti attualmente nel contratto governativo», tra cui la banca nazionale per gli investimenti, oltre a una legislazione efficace a favore del salario minimo e un piano di investimenti pubblico in sanità, trasporti ed educazione;
  • instaurare un sistema tributario e fiscale chiaramente progressivo e redistributivo, perché «l’idea che la crescita da sola possa risolvere il problema del deficit e del debito è una chimera»;
  • creare procedure legali per le richieste di asilo, «abbandonando la retorica open borders» (“confini aperti”ndr) e, allo stesso tempo, trovare un modo per «separare l’inquietudini genuina nei confronti dell’immigrazione non controllata dall’atmosfera generalizzata di razzismo».

Agli occhi del saggista, tutto ciò non implicerebbe uscire dall’Euro, ma sostenere una politica di «alti tassi di deficit, crescita e una ristrutturazione del debito nell’Eurozona», abbinata a un’opzione potenziale che preveda un «sistema di valuta parallela», alla stregua di quanto proposto da Yanis Varoufakis nel 2015 per la Grecia. In buona sostanza vuol dire mettere alle strette Maastricht. Come dire: bisogna rafforzare il contrappeso nel rapporto di forza.

Infine, c’è il nodo della leadership: «Partiti socialdemocratici che si sono compomessi con un sistema fallimentare non possono far altro che sfornare, generazione dopo generazione, politici fallimentari». I leader della sinistra in Europa devono cominciare a «parlare la lingua delle persone che rappresentano; devono parlare di speranza, orgoglio, dignità, comunità e battaglia».

Chi dovrebbe portare avanti un tale progetto in Italia? Tutto il campo della sinistra disposto ad aderirvi, dai delusi interni al Partito democratico, a Potere al popolo, passando per Liberi e uguali.

(ilSalto, 23.05.2018)