L’Ue è in pieno stallo. Più che alle riforme istituzionali, si pensa alle poltrone

In questo periodo di stallo a livello diplomatico, in cui si susseguono incontri su incontri senza risultati, varrebbe la pena riflettere su come, nonostante tutto, gli interessi nazionali si articolino in funzione delle poltrone istituzionali e plasmano il futuro dell’Europa.

Nel corso della due giorni di summit europeo della settimana scorsa, Paolo Gentiloni ha rilasciato la sua prima intervista televisiva da ex primo ministro, ai microfoni di Otto e Mezzo (La7). Incalzato sulla questione migratoria, e sull’operato del primo ministro Giuseppe Conte a Bruxelles, Gentiloni ha insistito, a più riprese, che, oggigiorno, nell’Ue, la questione centrale rimane quella del governo “economico”.

L’osservazione di Gentiloni è condivisibile. Peccato, però, che dal meeting sia uscito un nulla di fatto. Gli analisti hanno ribadito che, rispetto ai temi sollevati da alcuni governi dell’Ue nel corso degli ultimi anni – budget per investimenti, assicurazione di disoccupazione europea, riforma del Meccanismo europeo di stabilità (Mes) e Unione bancaria – si sono fatti pochi passi in avanti.

Un Consiglio deludente

Le conclusioni del Consiglio auspicano che, entro la fine del 2018, le istituzioni con funzione co-legislativa, adottino il pacchetto sulla riforma del settore bancario, in linea con la roadmap decisa nel 2016.

Si invita inoltre a iniziare il “lavoro politico” in merito a questo capitolo dell’integrazione, sottolineando, in particolare, la necessità di raggiungere un accordo sull’Edis (lo schema di assicurazione comune per i depositi bancari).

La portata del documento è nell’ordine dei “vorrei” e, quindi, lontana dalle attese alimentate a più riprese da alcuni leader europei, in primisMacron, e in occasione degli incontri precedenti (summit di Primavera).

Lo sfasamento fra l’asse franco-tedesco e l’Ue a 27

Le conclusioni, poi, non sono in linea con la bozza di accordo firmata dalla cancelliera tedesca e dal presidente francese a Meseberg, il 19 giugno scorso. In occasione di quest’ultimo incontro bilaterale, Merkel e Macron avevano trovato un’intesa volta a rilanciare alcuni progetti di integrazione come quello di un “budget comune per gli investimenti” (nonostante ciò, una maggioranza di analisti ha criticato l’accordo di Meseberg perché non all’altezza delle sfide a cui va incontro l’Europa).

Tolto il tema migratorio, lo sfasamento fra gli “accordi franco-tedeschi” e ciò che, regolarmente, esce dai “tavoli europei a 27” in materia istituzionale ed economica è il segno più evidente di un’Unione sempre meno coesa. E così la definizione dell’assetto dell’Unione del futuro sta slittando di semestre in semestre.

In questo intreccio di meeting e posticipazioni di decisioni e roadmap strategiche, esiste però una data ultima che era stata fissata, in tempi non sospetti, dalla Commissione europea. Si tratta del 9 maggio del 2019, giornata in cui, a Sibiu, in Romania i leader dei Paesi Ue sarebbero (teoricamente) chiamati a mettere un punto finale alle riflessioni sull’assetto istituzionale e di governo economico dell’Europa.

La variabile rinnovo del Parlamento europeo

Ad oggi, visti i precedenti, non si può che guardare con scetticismo alla capacità dei governi di arrivare a un compromesso solido in merito ai molti cantieri aperti. Ma c’è di più.

La data del 9 maggio cade nel mezzo della campagna elettorale per il rinnovo del Parlamento europeo. C’è da scommettere che il periodo sarà politicamente “caldo”. Per certi versi, si rischia quindi di creare un cortocircuito istituzionale rilevante: i leader nazionali dovranno trovare un accordo istituzionale sul futuro dell’Europa due settimane prima che i cittadini europei stessi votino per il rinnovo del Parlamento, sulla base di visioni sull’Europa, a rigor di logica, in competizione fra di loro.

Allo stesso tempo, è vero che, alla luce dei Trattati europei, sono i governi nazionali a dare l’indirizzo strategico all’Unione. Questi ultimi rappresentano allo stesso modo diverse sovranità popolari. Ma arrivare a ridosso della competizione rischia di esasperare il nodo democratico interno alle dinamiche Ue: sul futuro dell’Ue decidono i capi di governo o i cittadini stessi?

L’integrazione a poltrone

Al netto di tutto ciò, è importante sottolineare come, all’ombra dei meeting e delle elezioni esista poi un binario parallelo di evoluzione delle istituzioni e, conseguentemente, del processo di integrazione. Ed è quello legato alle nomine dei funzionari di alto rango in seno alle autorità indipendenti dell’Ue.

Il caso più emblematico è rappresentato dalla scelta del prossimo presidente della Banca centrale europea, visto che l’Unione si basa ancora e fondamentalmente sulla tenuta dell’Euro. Per molti esperti, di fatto, è la Bce a fare il bello e brutto tempo in Europa (basti pensare al famoso “whatever it takes” che “salvò” la moneta unica nel 2012).

Ma esistono anche altre posizioni impostanti che dovranno essere delineate nei prossimi mesi. Una di queste è quella legata alla posizione di guida della Vigilanza della Banca centrale europea, attualmente occupata da Daniele Nouy – si tratta della figura istituzionale che coordina il monitoraggio di 120 banche europee.

Secondo Handelsblatt, l’Italia starebbe cercando in tutti i modi di occupare la posizione per assicurarsi che le riforme in materia bancaria (le uniche che procedono in qualche modo) non vadano contro i propri interessi nazionali. Del resto, anche Berlino e Parigi non stanno a guardare: Merkel punterebbe a un alleato solido alla testa della Commissione (nel caso dovesse saltare Weidmann alla Bce), mentre Macron vorrebbe un francese proprio a Francoforte.

In questo periodo di stallo a livello diplomatico, in cui si susseguono incontri su incontri senza risultati, varrebbe la pena riflettere su come, nonostante tutto, gli interessi nazionali si articolino in funzione delle poltrone istituzionali e plasmano il futuro dell’Europa.

(ilSalto, 06.07.2018)

L’Italia è l’emblema della crisi europea, come la Grecia nel 2015

Questa settimana hanno destato scalpore le parole del Commissario europeo, Günther Oettinger, in merito alla crisi costituzionale in atto in Italia. È veramente triste constatare come si sia creato tanto baccano per “nulla”.

Questa settimana hanno destato scalpore le parole del Commissario europeo, Günther Oettinger, in merito alla crisi costituzionale in atto in Italia. È veramente triste constatare come si sia creato tanto baccano per “nulla”. Chiunque può constatare quanto le parole del Commissario siano state travisate, prima di tutto, dal giornalista che ha condotto l’intervista e, successivamente, dai media, che hanno fatto dell’intervento un vero e proprio affare diplomatico.

La realtà è un’altra: Oettinger ha detto cosa si aspetta per il futuro. Nulla di male, perciò. Semmai è sull’ennesimo uso sconsiderato del termine “populista” – ormai divenuto un vero e proprio prezzemolo del linguaggio mediatico – che ci si dovrebbe soffermare. Ma questa è un’altra storia.

Detto ciò, fare dell’intervento di Oettinger un evento fuori dal comune, o straordinario, “implica” anche altro: ostacolare la presa di coscienza per cui la crisi italiana va interpretata come “europea”. Che quella in atto sia una “crisi di sistema politica” per il Belpaese, è condivisibile. Al di là di questo, però, lo scontro Mattarella-M5S-Lega rappresenta lo squarciamento del velo di Maya di un certo europeismo ingenuo e “innocente”. Non è l’Europa che è al centro della crisi italiana. È l’Italia a essere diventata, al pari della Grecia nel 2015, il nuovo emblema della crisi dell’Europa.

(ilSalto, 01.06.2018)

Altro che Mattarella. A Firenze, il vero discorso sull’Europa lo ha fatto Higgins, il Presidente irlandese

Cita Boccaccio e Michelangelo, parla della necessità di un dibattito onesto sull’Europa, dice che i leader europei – con Macron in testa – sbagliano se pensano che il “business as usual” salverà l’Unione europea. Se c’è un discorso che va ricordato di questa edizione dello State of the Union 2018, organizzato dall’Istituto universitario europoeo (EUI) è quello di Michael D. Higgins, il Presidente della Repubblica d’Irlanda.

Cita Boccaccio e Michelangelo, parla della necessità di un dibattito onesto sull’Europa, dice che i leader europei – con Macron in testa – sbagliano se pensano che il “business as usual” salverà l’Unione europea. Se c’è un discorso che va ricordato di questa edizione dello State of the Union 2018, organizzato dall’Istituto universitario europoeo (EUI) è quello di Michael D. Higgins, il Presidente della Repubblica d’Irlanda.

Per iniziare, Higgins elenca tre concetti fondamentali che, a suo modo di vedere, sono costitutivi del progetto europeo. Citando a sprazzi (il testo in inglese, lo trovate qui):

“La nostra prima obbligazione, in quanto europei, è di capire e affermare la natura del progetto europeo […] le aspirazioni e l’Unione che cerchiamo di realizzare, non ciò che è, ma ciò che potrebbe essere […] Innanzitutto dobbiamo evitare di rimanere intrappolati in un solo paradigma di pensiero […] Dobbiamo capire che le radici del progetto europeo sono eterogenee. Una di quelle più importanti, da un punto di vista morale, è emersa dagli sforzi della resistenza italiana, a Ventotene, per mano di Altiero Spinelli, un membro del Partito comunista italiano”.

Insomma, sarebbe una menzogna affermare che il progetto europeo sia basato semplicemente ed esclusivamente sul “capitale e il mercato”. “Gli obiettivi che l’Unione si dà – continua Higgins – per come vengono affermati nell’articolo 3 dei Trattati, riflette, tra le altre cose, l’eredità di alcune delle tradizioni più equalitarie e umaniste […] le quali, sebbene non nate esclusivamente in Europa, hanno vissuto in queso continente una fioritura importante”.

In secondo luogo, “il processo di negoziazione e decisionale dell’Ue è complesso […] e può essere frustrante. Come ogni construtto umano, è imperfetto […] a volte conduce a grandi errori […]”, ma non dovremmo dare per scontato questo processo che si basa su scambi “calmi, rispettosi e basati sullo stato di diritto”. Se lo dovrebbero ricordare sempre sia i Paesi piccoli che quelli più grandi. Questi ultimi “potrebbero essere tentati dall’idea che in un mondo globalizzato, il commercio e la finanza possano regolare tutto da soli”.

In terzo luogo, “i nostri cittadini e i cittadini del pianeta intero devono essere al primo posto nei nostri pensieri e nelle nostre azioni […] dobbiamo trovare modi per spiegare alle persone l’Unione, ma anche imparare dai cittadini che tipo di Ue vogliono […]”.

A dire il vero, fino a questo punto, è tutto, più o meno, nella norma dei discorsi istitutzionali classici sull’Europa. Ma poi, Higgins accelera e si lancia in una narrazione alquanto progressista ed eterodossa.

“Non deve essere permesso che lo spettacolo costruito per i media rimpiazzi il discorso necessario dal quale dipende il nostro futuro. Il linguaggio è importante. E non deve impedire che una nuova educazione economica possa trovare spazio […] ”. Detto a uno degli eventi mediatici pro-Ue più importanti dell’anno, è pur sempre qualcosa.

A questo punto il Presidente irlandese si sofferma sul tema della “solidarietà”, al centro della conferenza di quest’anno. Per Higgins l’obiettivo primario è ricomporre la coesione interna all’Unione. Per farlo “è necessario affrontare paradigmi fallimentari” – il Presidente irlandese cita Galileo. I paradigmi che ha in mente, corrispondono a “ortodossie fallimentari”. Per Higgins “solo così possiamo rafforzare la visione dell’Unione europea”. “I trattati fondanti l’Unione europea non sono un codice neoliberale […] l’Ue non è stata fatta per consacrare il profitto privato a discapito del bene pubblico”. Cosa è allora? “Un processo e un contesto per dibattiti creative e aperti fra i nostri governi; una struttura per inquadrare e far evolvere politiche attraverso discussioni democratiche all’interno delle istituzioni e i parlamenti”.

“Nel rafforzare la solidarietà interna è importante tenere a mente che le sfide che affrontiamo non sono soltanto economiche […] bensì sociali, policie e culturali. Il mercato necessità una ridefinizioni. Il mercato non può essere accettato in quanto deregolamentato, alla stregua di un punto di arrivo, piuttosto che uno strumento […] i cittadini devono sempre essere al centro dei nostri sforzi […] alla fine siamo esseri sociali, non semplicemente conumatorie, target da trattare come merci all’interno di una visione totalizzante di un mercato insaziabile e dergolamentato”. Il passo è breve e Higgins richiama la “dignità del lavoro”. E “non c’è nulla di più corrosivo per le nostre società […] che la disoccupazione endemica, o l’incertezza della vulnerabilità del lavoratore”.

Per il Presidente della Repubblica irlandese anche la parola “populismo” va tratta con cautela e non va mai confusca con il concetto di “volontà popolare”. Non che si debbano sfruttare le debolezze e le frustrazioni di chi è stato lasciato indietro, ma “niente dà più sostegno al populismo che i nostri fallimenti nel creare società giuste ed eque”.

In questo senso l’approvazione del Pilastro europeo dei diritti sociali è solo “un primo passo” nella “ridefinizione sostanziale del rapporto tra politiche economiche e sociali”. In altri termini, i principi elencati a Goteborg non devono rimanere “aspirazionali”, altrimenti non faranno altro che “alimentare la disillusione”. Certo, ci sono anche altre priorità, come il competamento del Mercato unico, compreso il Mercato digitale e l’Unione bancaria. Ma Higgins sottolinea come “la legittimità di tali operazioni” dipenda da un previo “rafforzamento della coesione sociale”.

Poi, ci sarebbero da raccontare i capitoli relativi alla politica estera, alla crisi migratoria e alle politiche per l’ambiente che riempiono altre tre pagine di discorso. Il finale? Un irlandese non poteva che citare Michelangelo (sic!) per parlare dell’Ue: “Ogni blocco di pietra ha una statua dentro di sé ed è compito dello scultore scoprirla”.

Saranno anche solo parole. Ma a volte fa bene leggerle. Anche perché probabilmente, non ne parlerà nessuno.

(ilSalto, 11.05.2018)

Photo CC Flickr: The Irish Labour Party

Un’altra Europa è ancora possibile? L’ipotesi socialista di Corbyn

Qualsiasi piano per cambiare l’Europa che si dice di sinistra, non può limitarsi a dipingere i tratti di un’Unione europea “socialista” del futuro, ma deve anche spiegare come arrivare all’obiettivo.

Settimana scorsa, il comitato britannico “Another Europe is Possible” ha pubblicato un pamphlet dal titolo “The ‘Corbyn moment’ and European socialism”.

Gli autori del manifesto, Luke Cooper (Anglia Ruskin University), Mary Kaldor (London School of Economics), Niccolò Milanese (Direttore di European Alternatives) e John Palmer (Direttore dello European Policy Centre) sostengono che esista un’opportunità storica per rilanciare il progetto dell’Unione europea “da dentro” e con tratti marcatamente “socialisti”.

La prima condizione necessaria affinché ciò avvenga è che Corbyn riesca a insediarsi, quanto prima, a Downing Street con un’agenda di riforme socialiste. ‘Il momento Corbyn’ causerebbe un effetto domino sulle costellazioni politiche degli altri Paesi membri dell’Ue.

Citando direttamente gli autori:

Considerando che il Regno Unito può essere considerato, in larga parte, il propulsore del fallimentare modello economico neoliberale in Europa, un cambio di direzione radicale nello UK, rappresenterebbe un colpo duro per i pochi Paesi che ancora supportano politiche di austerità in Europa

Che aspetto dovrebbe avere questa nuova Unione? Il documento elenca una serie di aree di intervento e di politiche che, attuate nel loro complesso, darebbero vita a un’ ‘Altra Europa’: si passa dalla tassazione delle multinazionali alla regolamentazione dei flussi finanziari, passando per la protezione dei diritti dei lavoratori migranti, dei diritti civili nell’era digitale, la lotta coordinata al cambiamento climatico, fino alla gestione dei conflitti globali e, soprattutto, alla riforma dell’Eurozona (in alternativa al manifesto, si veda questo articolo riassuntivo di Mary Kaldor su OpenDemocracy).

Ovviamente, esiste una seconda condizione necessaria affinché tutto ciò avvenga: il Regno Unito dovrebbe rimanere nell’Unione europea. Peccato però che, per ora, il Labour si sia espresso chiaramente soltanto a favore di una permanenza nell’Unione doganale. Questo scenario escluderebbe Londra dalla definizione delle politiche economiche e sociali dell’Ue.

Diventa chiaro quindi come l’obiettivo del pamphlet sia duplice: spostare sia l’orientamento della classe dirigente del Labour, che dell’Unione. In soldoni: per ribaltare l’Ue bisogna ribaltare la Brexit.

Come valutare l’azione di Another Europe? Considerando che si tratta di un pamphlet è ovvio che ci sono forti assunti normativi: il documento parla di un futuro desiderato.

Ma non si può certo nascondere che, dopo dieci anni di crisi economica e sociale, la domanda che assilla il campo della sinistra europea sia la seguente: un’altra Europa è (effettivamente) possibile

Al di là del taglio normativo del manifesto, la domanda dovrebbe essere rilevante anche per gli autori del documento in questione. Soprattutto nel momento in cui, proprio per convincere la classe dirigente del Labour, viene, a più riprese, citato uno scenario in cui le forze politiche nazionali di sinistra in Europa potrebbero coltivare un’azione coordinata e strategica. Poi, di domande, ce ne sono altre. Per esepio: chi compone questo campo di alleanze strategiche? Se ancora non esiste, come si struttrano le alleanze? Quali sono gli strumenti di dialogo tra classi dirigenti di sinistra dei singoli Paesi? E forse, ancor prima, quali sono le classi dirigenti di riferimento? Sono politicamente e storicamente credibili? E, soprattutto, come si ribaltano i rapporti di forza interni alle istituzioni europee di stampo intergovernativo?

Qualsiasi piano per cambiare l’Europa che si dice di sinistra, non può limitarsi a dipingere i tratti di un’Unione europea “socialista” del futuro, ma deve anche spiegare come arrivare all’obiettivo. E lo deve fare nel dettaglio. Non è solo una questione di logica. I risultati delle elezioni parlamentari europee del 2014, nonché quelle delle liste progressiste ed europeiste in Francia, Germania e Italia ottenuti nel 2017 e 2018, dimostrano chiaramente che la retorica dell’ “alternativa” non funziona più. Mentre, se Corbyn andrà al potere, sarà parzialmente anche perché incarna una sorta di ritorno alla via nazionale per il socialismo.

(ilSalto, 16.03.2018)

Photo CC Flickr: PRO duncan c

Il futuro dell’Ue? Una cacofonia

Lunedì 6 marzo, tramite un comunicato stampa congiunto, Danimarca, Estonia, Finlandia, Irlanda, Lettonia, Lituania, Olanda e Sveziahanno scritto che qualsivoglia modifica dell’attuale assetto dovrebbe concentrarsi sul “completamento dell’Unione bancaria e sulle riforme strutturali e le politiche fiscali nei singoli Paesi”, in linea “con le regole comunitarie”

I ministri delle finanze di otto nazioni del Nord Europa e dell’area Baltica hanno smorzato l’entusiasmo franco-tedesco per un eventuale processo di riforma europeo volto a modificare i connotati dell’Unione economica e monetaria (Uem).

Lunedì 6 marzo, tramite un comunicato stampa congiunto, Danimarca, Estonia, Finlandia, Irlanda, Lettonia, Lituania, Olanda e Sveziahanno scritto che qualsivoglia modifica dell’attuale assetto dovrebbe concentrarsi sul “completamento dell’Unione bancaria e sulle riforme strutturali e le politiche fiscali nei singoli Paesi”, in linea “con le regole comunitarie”. Tradotto: lasciamo perdere, almeno per il momento, progetti quali l’istituzione di un ministro delle Finanze europeo e lo sviluppo di un budget dell’Eurozona per gli investimenti, entrambi abbozzati dal Presidente francese, Emmanuel Macron, e condivisi parzialmente dalla neonata coalizione GroKo in Germania.

I Paesi di questo gruppo misto Nord-Baltico elencano numerosi punti fermi per il futuro del processo di integrazione.

Più a destra di Merkel

Iniziando dalle questioni di metodo, nel comunicato viene ribadito che qualsiasi piano di riforme relativo all’Uem deve essere “inclusivo”. Anche i Paesi che non fanno parte dell’Eurozona dovrebbero poter partecipare, su base volontaria, alle discussioni sul futuro del processo di integrazione. A prescindere dai temi specifici. Tra le righe, qui si legge, da un lato, una critica a Francia e Germania – i due Paesi hanno a più riprese ribadito che un rilancio del processo di integrazione dipende e passa dall’asse Berlino-Parigi -, dall’altro, una scarsa sintonia con il discorso dell’“integrazione a due velocità”.

Passando al merito delle potenziali riforme, gli 8 Paesi sottolineano che il Patto di stabilità e crescita (Psc) non si discute e che un’ Uem rinforzata passa dagli interventi strutturali a livello nazionale. In secondo luogo, qualsiasi processo di riforma dovrebbe incentrarsi su opzioni che godono di un supporto a livello di opinioni pubbliche nazionali. Letteralmente, la discussione dovrebbe incentrarsi sui “bisogni” (“need to have”, tdr.) e non sui “desideri” (“nice to have”, tdr.). Ovvero: “il completamento dell’Unione bancaria, la trasformazione del Meccanismo europeo di stabilità (Mes) in un Fondo monetario europeo” e il rafforzamento di un’ “agenda di libero scambio”.

Entrando nel dettaglio delle tre aree di riforma, per quanto riguarda l’Unione bancaria, gli elementi chiave (e prioritari) sarebbero quelli già delineati nella Roadmap to Complete the Banking Union del 2016: la definizione di margini di liquidità adeguati per garantire le procedure di bail-in, il completamento di politiche virtuose per gestire i cosiddetti non-performing loans e la minimizzazione degli aiuti di Stato. Che fine ha fatto lo schema di assicurazione europeo per i depositi (Edis)? I ragionamenti tecnici “dovrebbero essere portati avanti”, mentre le “discussioni politiche” possono partire soltanto a fronte di un progresso sul fronte della “riduzione del rischio”. Il tutto dovrebbe poi procedere di pari passo con il rafforzamento dell’Unione dei capitali. Punto numero due: Meccanismo europeo di stabilità. Il Mes dovrebbe godere di maggiore responsabilità per lo sviluppo e il monitoraggio dei programmi di assistenza finanziaria-fiscale di cui beneficiano Paesi in stato di crisi. Il processo decisionale interno all’istituto dovrebbe inoltre rimanere “intergovernativo” e basato sulle attuali regole di voto. Appare netta quindi l’opposizione all’idea di ancorare il Mes a un procedimento di supervisione (oltre che di democratizzazione e politicizzazione) parlamentare. In generale, tra le righe (e con un po’ di malizia), si può leggere la predilezione, da parte dei Paesi firmatari, per un ruolo sempre meno incisivo della Commissione europea a favore del Mes.

Infine, i ministri delle finanze sottolineano la necessità di sviluppare il prossimo Piano di finanziamento pluriennale europeo (Qfp), combinando meglio l’allocazione delle risorse all’implementazione di riforme strutturali. Queste ultime avrebbero dimostrato – nel corso e dopo la crisi –  la loro “efficacia”.

Cosa ci dice tutto ciò?

Il comunicato aggiunge nuovi elementi al dibattito sul processo di di riforme europeo che ha preso piede dopo le elezioni francesi dell’anno scorso. Peccato però che, a questo punto e metaforicamente parlando, la discussione somigli molto più a una “cacofonia” (per farsi un’idea della molteplicità e diversità delle posizioni in campo, ecco una carrellata di contenuti pubblicati negli ultimi giorni da varie testate internazionali: #1, #2, #3, #4, #5).

A livello di principio, Danimarca & co. sembrerebbero in linea con la visione della CDU tedesca. Ma quest’ultima ha aperto a un processo di riforma più ampio per andare incontro a Macron, nel contesto della neonata GroKo. Ne consegue, che la posizione qui delineata è lontana da quella di Parigi e, naturalmente, da quella del Sud Europa (soprattutto, Portogallo e Grecia). Inoltre, è da notare la presa di distanza olandese nei confronti della Germania.

Semplificando (di molto) il quadro politico continentale, si intravede, in funzione dei piani futuri di riforma, la costituzione di alcuni blocchi distinti di Paesi caratterizzati da interessi diversi:

  • Il blocco Nord-Baltico;
  • L’asse Berlino-Parigi che comprende anche Lussemburgo e Belgio;
  • Il gruppo del Sud: Portogallo, Grecia e Spagna;
  • Il blocco Visegrad: Polonia, Ungheria, Repubblica Ceca e Slovacchia;
  • Gli “aspiranti Schengen”, Bulgaria e Romania;

E tutti gli altri? Per il momento fluttuano tra questi gruppi in attesa di collocarsi. Considerando il voto di domenica, dall’Italia ci si potrebbe aspettare un riposizionamento da qualche parte, tra Visegrad e il gruppo del Sud. L’Austria, al contrario, si trova tra Visegrad e il blocco Nord-Baltico.

Ma a questo punto, la domanda cruciale diventa: per il futuro dell’Unione e dell’Eurozona, che tipo di compromesso potrà nascere da una tale frammentazione politica?

(ilSalto, 09.03.2018)

Gli europeisti italiani sono degli illusi, la Germania vuole un’Europa diversa da quella che sognano

Il Partito Democratico è europeista, certo, ma se si vanno a confrontare i programmi, guardando alla bozza di accordo tedesca per la Grosse Koalition, si scoprono differenze sostanziali

Da qualche settimana, uno spirito si aggira per l’Europa. Un certo euro-entusiasmo vorrebbe l’Unione alle porte di un processo di riforma in grado di allontanare l’Ue dalle politiche del rigore che hanno contraddistinto l’ultimo decennio.

Ne sono testimonianza, da un lato, la strumentalizzazione del tema “Europa” ai fini dell’approvazione, da parte della base della SPD, dell’accordo di larghe intese con la CDU: Martin Schulz, prima di dimettersi da Segretario del Partito, ha ribadito che le proposte di policy per l’UE contenute nel testo dell’accordo di governo GroKo sarebbero in linea con l’impulso riformatore di Emmanuel Macron. Dall’altro, c’è stata la dichiarazione congiunta da parte della Cancelliera tedesca, Angela Merkel e del Primo ministro italiano, Paolo Gentiloni (PD).A Berlino, i leader di Germania e Italia hanno affermato di “condividere la medesima visione per il futuro dell’Europa”.

Si potrebbe insomma credere che esista una sovrapposizione perfetta tra le visioni di riforma dell’Ueda parte dei partiti di governo di centro-destra e centro-sinistra di Francia, Germania e Italia. Ma è davvero così?

Si va verso un’unione sociale, oppure no?

Il quadro che emerge da un confronto tra il programma di governo della GroKo e quello elettorale del PD diverge dalla retorica governativa di Gentiloni e Merkel.

Tanto per iniziare, mentre CDU e SPD spingono per lo sviluppo di ciò che viene definito un “patto sociale” europeo, il Pd parla di “unione sociale”.

La formulazione tedesca prevede “accordi comunitari quadro” che garantiscano “equità per datori e lavoratori” e un migliore “coordinamento” tra le “politiche del mercato del lavoro” nazionali. In questo contesto, CDU e SPD invocano la definizione dei livelli minimi “di salario” e di garanzia dei “sistemi di welfare”, nonché, la necessità di sviluppare un sistema comunitario di aliquote minime per la tassazione dei profitti delle multinazionali e la conclusione dei negoziati in merito alla “tassa sulle transazioni finanziarie” (Tobin tax).

Si tratta sicuramente di obiettivi nobili, ma il punto è che non sono in linea con le ambizioni del PD. Il Partito di Gentiloni e Renzi esprime la necessità di costruire “un’assicurazione europea contro la disoccupazione”. La proposta italiana supera l’idea tedesca di un “patto sociale” perché prevede un trasferimento, una redistribuzione di risorse. Il PD vuole creare lo spazio necessario per lo sviluppo di “un nucleo di diritti soggettivi”, ancorato a livello europeo tramite la definizione “di una cittadinanza sociale in senso stretto”.

Ma è nelle bozze di riforma istituzionale che la distanza tra Italia e Germania diventa davvero ragguardevole.

Patto di stabilità e crescita va riformato?

Per fare spazio a quanto promesso sul fronte sociale, i partiti tedeschi spingono per la creazione di “specifici strumenti finanziari di bilancio” (“Haushaltsmittel”). CDU e SPD scrivono che queste leve debbano essere concepite in funzione di obiettivi quali la “stabilizzazione economica, la convergenza sociale e le riforme strutturali dell’Eurozona”. Fin qui, a dire il vero, il linguaggio non si discosta troppo da quello che, già oggi, caratterizza le politiche Ue. Ed è per questo che i partiti tedeschi specificano, successivamente, che si “potrebbe dare vita” (“Ausgangspunkt”) a un “futuro budget europeo per gli investimenti (“Investivhaushalt”). Queste iniziative di investimento-sociale dovrebbero diventare tangibili “all’interno del nuovo Quadro di finanziamento pluriennale dell’Unione”. A un’analisi critica non può sfuggire, da un lato, il condizionale e, dall’altro, che il Quadro di finanziamento pluriennale entrerà in azione dopo il 2020.

Ancora una volta, il Partito democratico si colloca su un’altra lunghezza d’onda, visto che vorrebbe promuovere riforme istituzionali dalle implicazioni profonde. Nel programma del PD vengono nominati: l’istituzione di un ministro per l’Economia europeo, l’emissione di Eurobond.

A livello generale, le differenze tra i due approcci si riscontrano anche a livello più concettuale e filosofico. Merkel e Schulz sottolineano che il “Patto di stabilità e crescita” (PSC) rimarrà, anche in futuro, il “compasso” delle politiche europee. In questo senso, “stabilità e crescita” restano due facce della medesima medaglia. Lo stesso dicasi per concetti quali “condivisione del rischio e responsabilità-nazionale” (“Risiko und Haftungsverantwortung”). E se per alcuni tutto ciò potrebbe sembrare un’apertura, è necessario chiarire che, da programma di governo, per Merkel e socialdemocratici, i termini e principi appena elencati devono essere indirizzati al “controllo fiscale, il coordinamento economico e la battaglia contro l’evasione fiscale”. È al netto di quanto esposto, che i partner di coalizione si dicono “pronti a testare le proposizioni che arriveranno da altri Paesi membri e dalla Commissione europea”. Infine, CDU e SPD affermano di “voler trasformare il Meccanismo europeo di stabilità (MES) in un Fondo monetario controllato dal Parlamento europeo e ancorato al diritto comunitario”, specificando però che “i diritti dei Parlamenti nazionali sono saranno scalfiti” dalle proposte di riforma qui elencate.

Cosa scrive il PD invece a questo proposito? “Il nostro obiettivo è quello di trasformare l’Eurozona in una vera Unione economica. Creando, cioè, una vera e propria istituzione politica di livello europeo che sia in grado di emettere bond per gestire la domanda aggregata e intervenire in caso di rischi sistemici”, scrivono ancora i policy maker del centro-sinistra italiano. In buona sostanza, si tratta di “condividere sovranità” (si noti qui il contrasto con la formulazione negativa tedesca). E se anche il Partito democratico vuole trasformare il MES in un Fondo monetario europeo, quest’ultimo non dovrebbe però – e a differenza dell’interpretazione tedesca – ottenere poteri di “monitoraggio dei conti pubblici”. In altri termini, la Commissione deve restare l’unico guardiano delle regole fiscali. Con riferimento al Patto di stabilità e crescita poi, la formazione del Nazareno parla apertamente di una modifica del PSC che faccia spazio a un’interpretazione più flessibile del concetto di “pareggio di bilancio”, per non parlare del Fiscal Compact, che sarebbe afflitto da certi “bizantinismi”.

Insomma, al netto delle dichiarazione di Gentiloni e Merkel, la distanza fra i partiti governativi di centro-sinistra e centro-destra di Germania e Italia è ragguardevole.

Da un punto di vista politico, l’analisi fa sorgere interrogativi in merito alla credibilità di quanto affermato dai due leader di Governo a Berlino. Con riferimento alla campagna elettorale italiana in corso, lo scollamento fra i documenti programmatici rende poco realistiche le riforme in campo europeo proposte dal Partito democratico e, tanto meno, quelle delle formazioni su posizioni ancor più progressiste.

 

Photo CC Flickr: European Parliament

(Linkiesta, 03.03.2018)

Capire il populismo dell’Europa dell’Est

Negli ultimi anni, quando si parla di Europa dell’Est si storce spesso il naso. A leggere la stampa internazionale e di Bruxelles, dai governi dei Paesi orientali dell’Unione europea arriverebbe, metaforicamente, un vento gelido, indirizzato a Bruxelles e, in particolare alla Commissione europea di Jean Claude Juncker.

Più nel dettaglio, il gruppo dei Paesi cosiddetti Visegrad-4, Polonia, Repubblica Ceca, Ungheria e Slovacchia sono considerati i nuovi “bastian contrari” del processo di integrazione: opposti alle quote di rifugiati, poco curanti dello Stato di diritto e, generalmente, fortemente conservatori (anche se in alcuni di questi, al governo, ci sono partiti formalmente di centro-sinistra).

A ben vedere, è sicuramente corretto fare un distinguo e specificare che la maggior parte di polemiche verso il gruppo Visegrad, riguarda soprattutto Budapest e Varsavia. Bratislava e Praga sarebbero più moderate, all’ascolto del nucleo forte dell’Ue, e in costante dialogo con l’Austria del neo-eletto Sebastian Kurz, nonché con Macron.

Non da ultimo, proprio il governo italiano è stato attivamente coinvolto in una lunga polemica con l’Esecutivo ungherese. In quel caso le accuse reciproche erano ruotate intorno ai concetti di “solidarietà tra Paesi membri” e la capacità di garantire l’integrità dei confini esterni dell’Unione, nel contesto della crisi migratoria.

Rimane il dato di fatto che, proprio in Ungheria e Polonia, i partiti al Governo, il Fidesz di Viktor Orban e il Partito Giustizia e Libertà (Pis) di Kaczyńskia, godono di un ampio appoggio nella popolazione. Perché? Raramente si cerca di analizzare il successo di queste formazioni, focalizzando invece l’attenzione sugli attriti con Bruxelles.

Questa settimana, il neo-nominato Primo ministro polacco, Mateusz Morawiecki – il quale ha preso il posto di Beata Szydlo un paio di mesi fa – ha rilasciato una lunga intervista alla testata Der Spiegel.

Il pezzo è interessante perché apre spiragli utili alla comprensione della filosofia politica di quello che viene anche chiamato il nuovo populismo dell’Est. A leggere lo scambio con il giornalista tedesco si rimane colpiti soprattutto da una certa vicinanza del Primo ministro conservatore a un’interpretazione critica, a tratti progressista, dei rapporti economici in seno all’Unione, del sistema economico contemporaneo, nonché della transizione storica recente del Vecchio Continente.

Tanto per iniziare, Morawiecki non “vuole gli Stati Uniti d’Europa, ma un’Europa delle nazioni”, un concetto condiviso “da una maggioranza di società europee”. Il Primo ministro si sente fortemente “europeista” e spinge per lo sviluppo di un “programma di difesa comunitario” e di un sistema fiscale che possa arginare il problema dell’elusione. Queste le priorità e, fin qui, ad essere onesti, siamo più o meno in linea con le priorità della GroKo tedesca, tanto per dire.

Ma andiamo avanti. Morawiecki afferma che Varsavia ha problemi con Bruxelles, soltanto quando si comporta come una “maestra” (se vi ricorda la retorica del Governo Renzi-Gentiloni, è normale). E per spiegare le conseguenze di un tale comportamento, mette nello stesso fascio d’erba l’AfD, Le Pen e Mélénchon, nonché il Movimento 5 stelle e Podemos: tutti movimenti che indicherebbero quanto Palays Berlaymont “non debba avanzare politiche che ignorano lo stato d’animo delle società nazionali”.

A questo punto, Jan Puhl, il giornalista tedesco, chiede se il Pis non si senta parte di questa cerchia di partiti. Il Primo ministro risponde che la sua formazione è fra quelle che “vogliono correggere le conseguenze economiche ingiuste della trasformazione originatasi nell’89”. Morawiecki aggiunge che il Pis “sta dando la possibilità a milioni di cittadini polacchi che sono stati esclusi dal boom economico di rifarsi”, prima di sentenziare: “L’Europa dovrebbe comprenderlo”.

Agli occhi del leader polacco, l’Europa ha però “finito la benzina” in termini di ideali. Se nel Secondo Dopoguerra la linfa dell’Unione era la prospettiva della crescita economica, successivamente lo è stato l’integrazione dei Paesi ex-URSS. Ma oggi “l’economia di mercato e la pace” non bastano più: “le società europee reclamano giustizia sociale e meno disuguaglianze”.

A questo punto, Morawiecki, dice di essere un “idealista” e che si “sente vicino a Thomas Piketty”. Di conseguenza, le domande che lui porrebbe al centro della discussione politica contemporanea, sono le seguenti: “Come verremo a patti con lo sviluppo della robotica? Con questo capitalismo accelerato? Con la trasformazione del mondo del lavoro, l’avvento della automatizzazione e dell’intelligenza artificiale? E con le disuguaglianze che sono cresciute in maniera esponenziale?”.

Per farla breve, il vento gelido dell’Est, a tratti, somiglia davvero più a uno scirocco.

Ovviamente, a parte tutto questo ci sono le posizioni anti-Stato di diritto, la totale assenza di solidarietà nei confronti dei rifugiati, le affermazioni problematiche in relazione all’Islam e l’Olocausto. Insomma, non è tutto oro ciò che luccica.

Ma c’è anche dell’altro, appunto. Qualcosa che si dovrebbe tenere a mente, quando si cerca di capire il successo del populismo dell’Est. Ammesso che non si voglia fare, sempre e comunque, i bastian contrari.

Per chi fosse interessato, l’intervista completa in inglese di Der Spiegel potete leggerla qui.

(ilSalto, 23.02.2018)

Photo CC Flickr: European Parliament