Merkel e Schulz trovano l’accordo sull’Europa: la nuova Groko metterebbe fine al “diktat dell’austerità”

La CDU di Angela Merkel e l’SPD di Martin Schulz avrebbero trovato un’intesa sulla questione “Europa”. Ma emergono le prime preoccupazioni e criticità

L’Unione cristiano democratica (CDU) di Angela Merkel e il Partito socialdemocratico (SPD) di Martin Schulz avrebbero trovato un’intesa sulla questione “Europa”, nel contesto delle negoziazioni per una nuova alleanza di larghe intese (GroKo).

È stato lo stesso Martin Schulz a comunicarlo, lunedì, alla stampa tedesca (Der Spiegel). L’accordo sarebbe in linea con quanto già delineato nella bozza del documento programmatico di metà gennaio. Sul piatto ci sarebbero:

● Un aumento delle risorse per l’Unione da parte della Germania;

● La disponibilità a ragionare su un budget per l’Eurozona per favorire gli investimenti;

● Un impegno per rafforzare le politiche contro la disoccupazione giovanile;

● Uno sforzo di armonizzazione per quanto riguarda le politiche contro l’elusione fiscale da parte dei giganti dell’economia digitale;

● La disponibilità a ragionare sull’ideazione di politiche sociali comuni (Unione sociale).

Secondo Schulz (Sueddeutsche Zeitung), l’intesa metterebbe fine all’era del “diktat dell’austerità”.

Il Segretario generale della SPD avrebbe poi comunicato ai membri del proprio partito che si aprirà una finestra di opportunità, “una vera chance per rendere, insieme alla Francia, l’Europa più democratica, sociale e capace di negoziare”. Tutto ciò sarebbe “nell’interesse dei cittadini tedeschi e dell’Europa intera”. Schulz ha inoltre sottolineato quanto questo “progetto” sia, anche, “un affare di cuore”.

Le reazioni in Germania, all’Europa tratteggiata dalla Groko

Eppure, il comitato degli esperti del ministero dell’Economia ha espresso preoccupazione per i piani di Merkel e Schulz: il nuovo Governo sarebbe troppo vicino alle richieste di Macron e Juncker.

Questo il verdetto contenuto in una lettera indirizzata all’Esecutivo, in mano alla testata Die Welt. Il comitato degli esperti del Ministero ricopre un ruolo consultivo ed è composto da circa 30 economisti.

In realtà, già a dicembre, Brigitte Zypries, il capo negoziatore per l’area economica della Groko, aveva ricevuto un documento di 8 pagine relativo al punto “Europa” che invitava alla cautela.

Nella nuova comunicazione, inviata dopo l’uscita pubblica di Schulz, si mettono in discussione, in buona sostanza, tutti i punti al centro del “processo di riforme” abbozzato nel corso degli ultimi mesi da Francia, Germania e Bruxelles: dalla nomina di un ministro dell’Economia per l’Eurozona, allo sviluppo del Mes (Meccanismo europeo di stabilità), passando per lo sviluppo di un budget per gli investimenti.

Ieri, il portavoce del consiglio, Hans Gersbach (professore di Economia all’ETH di Zurigo), ha criticato soprattutto la formulazione in termini “generici” dell’accordo. Le parole usate dai partner di coalizione offrirebbero “ampi margini di interpretazione”. Sarebbe invece necessario definire innanzitutto quali siano gli obiettivi “comuni europei” che si vogliono raggiungere tramite le nuove risorse messe in campo. Altrimenti, l’accordo potrebbe dare adito allo sviluppo di nuovi strumenti finanziari – simili ai fondi strutturali o regionali, già in essere – che porterebbero alla luce nuovi nodi di “governance”.

Gersbach lega poi il piano della GroKo ai rischi politici interni all’Unione: “Non si può combattere la crescita delle forze populiste con iniziative di investimenti diffusi”. Piuttosto, sarebbe necessario “definire chiaramente quali siano gli ambiti da affrontare”, suggerendo che potrebbe essere sensato focalizzarsi, in primo luogo, sul “controllo delle frontiere esterne”.

A livello più generale – e in termini teorici -, il comitato mette addirittura in dubbio il concetto economico di “shock asimmetrici” che sta alla base delle giustificazioni per un intervento “fiscale” da parte delle istituzioni comunitarie. La causa delle crisi che hanno afflitto l’area valutaria comune, sostiene il Comitato, sarebbe da attribuire alle decisioni di spesa incaute di alcuni Paesi dell’Ue.

Il voto della base della SPD

Il nodo “Europa” rappresenta soltanto uno dei 18 punti di negoziazione della coalizione CDU-SPD. Nonostante ciò, potrebbe essere quello fondamentale per la concretizzazione dell’alleanza. Perché?

Dopo che i due partiti avranno trovato un compromesso complessivo, l’accordo dovrà passare al vaglio della base del Partito socialdemocratico. A dicembre 2017, dopo il fallimento delle negoziazioni per un Governo CDU-liberali-verdi (opzione Giamaica), la segreteria nazionale della SPD aveva infatti deciso che qualsiasi accordo con la CDU sarebbe passato al vaglio della base del Partito: un modo per tutelarsi da un potenziale effetto boomerang in termini di credibilità, dopo che Schulz stesso, in seguito al voto di settembre, aveva escluso una nuova GroKo.

È importante sottolineare che la Corte costituzionale tedesca sta attualmente valutando la legittimità di questa proposta.

In ogni caso, dall’inizio del 2018, la componente giovanile della SPD, la Jusos, ha avviato una campagna nazionale contro la GroKo. Kevin Kühnert, il Segretario dei giovani socialdemocratici, è la guida di questo movimento che, sulla scorta di un scetticismo generale nei confronti dell’ennesima alleanza con Merkel, potrebbe portare a una clamoroso rifiuto della GroKo.

Ma è qui che torna in ballo la questione Europa. Proprio per le giovani generazioni, una svolta sull’austerità nel Vecchio Continente potrebbe infatti essere una condizione sufficiente per approvare il nuovo corso. Resta da capire se le critiche all’accordo – provenienti da alcune aree interne alla CDU e dal Comitato -, siano un segno di scarsa credibilità del progetto di riforma o, piuttosto, una conferma del fatto che si stia aprendo una “finestra di opportunità” per l’Europa.

(Linkiesta, 09.02.2018)

Photo CC Flickr: European Parliament

Il post-Merkel si chiama AKK: Annagret Kramp-Karrenbauer

Dopo il risultato “negativo” delle elezioni dello scorso settembre e in seguito al fallimento dei negoziati “Giamaica”, nell’Unione cristiano democratica (Cdu) si discute sempre di più della successione di Angela Merkel.

Dopo il risultato “negativo” delle elezioni dello scorso settembre e in seguito al fallimento dei negoziati “Giamaica”, nell’Unione cristiano democratica (Cdu) si discute sempre di più della successione di Angela Merkel.

Ben intesi: se “Mutti” – è il soprannome affettuoso dei tedeschi per il Cancelliere – arriverà a formare una nuovo Governo con il Partito socialdemocratico (Spd), verrà lodata come “vincitrice” e resterà salda in sella al suo Partito. Ma la discussione interna alla Cdu sul post esiste ed è seria. Perché?

La fine di un “amore” lungo 4 legislature

Sulla testata conservatrice Die WeltDorothea Siems scrive, con toni a dir poco accesi, che la CDU starebbe concedendo troppo a MartinSchulz ai fini della Groko. Soprattutto sui fronti “Europa” e “politiche sociali” (in realtà il bilancio delle negoziazioni è ambiguo). Ma, al di là delle “concessioni di fine carriera”, a colpire è il giudizio di Siems su Merkel, in funzione del storia recente della Germania.

Nell’ultimo decennio, “sicurezza interna” e “sviluppo economico”, ovvero i “tratti distintivi del centrodestra”, sarebbero stati sacrificati dalla politica della Cancelliera, sempre “più sociale”. A differenza di una volta (e il riferimento è alla Cdu storica di Ludwig Erhard del Secondo dopoguerra), oggigiorno, nel Partito, scrive ancora Siems, sarebbe “impossibile fare carriera da economisti”.

Si arriva insomma al paradosso che Merkel avrebbe “reso vani gli sforzi di riforma di Gerhard Schroder”, l’ultimo Cancelliere socialdemocratico.

Obiettivo 2020: una nuova Cancelliera

Nella bozza di accordo con la Spd, presentata alla stampa a metà gennaio, si parla di una sorta di “giro di boa” nel 2020, utile a valutare la riuscita della alleanza tra i due partiti. Ed ecco allora che la fine del decennio, sarebbe anche il momento ideale per un cambio di leadership per il centrodestra tedesco.

Lo scrive Wolfram Weimer sulla rivista The European, citando (anonimamente) un membro del direttorio della Cdu, il quale, al margine delle negoziazioni GroKo, avrebbe detto: “Ci aspettiamo che, questa volta (nel 2020), [Merkel] chiarisca chi sarà il proprio successore” e che il passaggio di consegne avvenga “con tempismo”.

Del resto, lo storico Paul Nolte, in un’intervista a Die Welt, ha affermato che la carriera da Cancelliere della “donna più potente al mondo” (la definizione è di Forbes) terminerà entro i prossimi 4 anni.

AKK

Ma chi sono i candidati alla successione? Cinque i nomi di riferimento: Jens Spahn, Ursula von der Leyen, Thomas de Maizière, Julia Klöckner e Annagret Kramp-Karrenbauer. A detta di molti, sarebbe proprio quest’ultima, Kramp-Karrenbauer, 52, — nei circoli della Cdu esiste già un nick name apposito, AKK — ad essere la favorita numero uno per il post-Merkel.

AKK è Primo ministro del Saarland, Land per cui ha anche svolto il ruolo di ministro dell’Interno (Kramp-Karrenbauer è stata la prima donna a ricoprire questo ruolo in assoluto in Germania). Secondo un sondaggio FORSA, il 72 percento dei cittadini della regione sarebbero contenti del suo operato. Sono numeri che non raggiunge nessun altro politico tedesco.

L’ascesa a “potenziale guida della Cdu” sarebbe stata poi accelerata dai fatti politici dell’anno scorso. Secondo Weimer, la vittoria di Kramp-Karrenbauer nelle elezioni regionali di inizio 2017 nel Saarland avrebbe tagliato le gambe all’ “entusiasmo Schulz” — allora, appena passato da Bruxelles a Berlino — e permesso alla Cdu di fare lo storico filotto negli altri lander cruciali, Schleswig-Holstein e Nordrhein-Westfalen, prima di vincere, ancora una volta, a Berlino.

Copia di Merkel, o alter-ego?

I media tedeschi la definiscono, da tempo, come la “copia di Merkel” — le posizioni sono simili, compreso un noto europeismo, benché responsabile -, eppure Weimer sostiene che, rispetto alla “prussiana” Angela, Annagret sia l’esempio di un “umorismo” che spruzza “gioia divivere”.

A ben vedere però, anche le posizioni di policy divergono da quelle della Merkel del 2018. Da una critica forte all’Islam politico — ha vietato le apparizioni di Erdogan nel suo Land — allo scetticismo riguardo alla politica immigratoria del Cancelliere, Kramp-Karrenbauer sembra piùconservatrice” di Angela per quel che riguarda la politica interna. Anche per questo va a braccetto con la Csu e rappresenterebbe la carta vincente per rinsaldare l’alleanza storica tra la destra bavarese e i Cristiano democratici. Poi ci sono i dettagli: nel 2017, Ilse Aigner, ministro dell’Economia e dei Media della Baviera (Csu), ha premiato Kramp-Karrenbauer con il “Sign-Awards” per la categoria “politica dell’anno”.

Ma in fondo, che Annagret sia fatta a immagine e somiglianza di Angela importa poco. Soprattutto, quando correnti interna alla Cdu, come la WerteUnion, pubblicano (ormai apertamente) sul proprio sito post dal titolo: “La Cdu ha urgentemente bisogno di un rinnovamento, senza Merkel”.

(ilSalto, 02.02.2018)

Photo CC Flickr: Bundesrat

Il silenzio di Merkel e le parole di Schulz: che “Europa” sarà quella della GroKo?

Restano complicate le trattative tra i maggiori partiti tedeschi per trovare un’intesa sulla nuova Gross Koalition: da un lato la destra teme la perdita di consensi in favore di AFD, dall’altro la SPD punta a soppiantare Merkel per gli anni a venire

Le negoziazioni GroKo (Grosse Koalition) valide per creare il prossimo governo federale tedesco, potrebbero terminare con un accordo già domenica prossima, 4 febbraio.

A seguire, ci sarà il “referendum” della SPD che coinvolgerà la base del Partito. Se l’ala giovanile guidata dall’ormai noto in patria, Kevin Kühnert, continua a opporsi al progetto di una nuova alleanza con Angela Merkel, Martin Schulz farà di tutto per convicere un popolo – quello socialdemocratico – che sembra sempre più scettico riguardo alla leadership del politico di Aquisgrana.

Nei primi giorni di questa settimana, le negoziazioni sono focalizzate soprattutto sulla politica interna e la questione migratoria. È di martedì sera la notizia di un accordo sofferto sul ricongiungimento famigliare per i rifugiati ammessi in patria.

In linea generale, se CDU e SPD sembrano pronte a un’intesa in tempi rapidi, la CSU sta vendendo cara la propria pelle.

Ralf Stegner (SPD) ha affermato che il partito bavarese è “in uno stato di competizione acerrima con la AFD”, il partito di destra radicale, entrato nel Bundestag tedesco dopo le elezioni di settembre 2017.

Oltre ai tratti di xenofobia e islamofobia che caratterizzano la AFD, c’è un altro elemento della competizione tutta a destra, tra AFD e CSU, che potrebbe interessare anche gli altri Paesi membri dell’Ue: quello dell’euroscetticismo. È infatti legittimo chiedersi quanto peserà l’influenza indiretta dell’AFD (mediata dalla paura della CSU) sulla definizione finale della politica europea della GroKo.

Per il momento, il tema non è ancora emerso nelle negoziazioni. La Arbeitsgruppe “Europa”, il gruppo di lavoro dedicato alla definizione della posizione del nuovo gonverno, è guidata da Schulz in persona, oltre che da Peter Altmaier (CDU), ministro delle Finanze ad interim. Spicca, quindi, l’assenza di Merkel.

La prominenza di Schulz punterebbe nella direzione di una politica europea nuova della Germania. Almeno, rispetto ai 5 anni precedenti, nel corso dei quali Wolfgang Schäuble, l’ex-ministro delle Finanze e attuale Presidente del Bundestag, ha determinato il bello e cattivo tempo del processo di integrazione.

D’altra parte, l’“indeterminatezza” delle proposte contenute nella bozza di accordo formulata dai tre partiti a metà gennaio lascia ancora molte porte aperte (o chiuse, dipende dalla prospettiva). Si parla di un aumento delle risorse per il Parlamento europeo, di una legislazione quadro in materia sociale (salario minimo, in primis), di un budget per l’Eurozona. Ma non è specificato come si arriverà a questi obiettivi.

Inoltre, a un livello più generale, il testo dell’intesa è condito di un linguaggio che, per certi versi, non si discosta troppo da quello degli ultimi dieci anni: per dire, la parola “investimento” è sempre preceduta da quella “competitività”. Lo stesso Schulz, ultimamente, articola il suo essere “pro-Europa” soprattutto in funzione delle sfide che arrivano “da fuori”: la politica di Trump, gli investimenti cinesi, l’economia globalizzata. Certo, c’è sempre il riferimento a Macron. Ma anche le proposte del Presidente francese non sono certo scritte nella roccia.

È per questo motivo che, nei prossimi giorni, ci si potrebbe aspettare uno strappo da parte della SPD, uno sprint che indichi cosa intenda concretamente il leader socialdemocratico quando parla di “Neuer Aufbruch, “un nuovo approccio” alla questione europea. Anche perché, quello di una “Germania pro-Europa” sembrerebbe, al momento, l’unico grimaldello utile per convincere la base della SPD ad andare a braccetto, ancora una volta, con Angela Merkel.

Contestualmente, ci sarà da valutare la reazione della CSU, in funzione della sfida AFD. E anche quella della CDU stessa: dalla componente “economica” del Partito sembrano già essere trapelate alcune critiche rispetto alle posizioni della SPD.

Potenzialmente, questi ultimi fattori potrebbero far traballare una “nuova politica europea” della Germania? Teoricamente sì. Ma il fatto che Angela Merkel sia all’alba del suo ultimo mandato da Cancelliera, gioca a favore di Schulz, della SPD e del Sud Europa.

Da Kohl a Mitterrand, i leader più rilevanti del percorso di integrazione sono diventati tali soprattutto nel corso della loro ultima esperienza governativa, momento nel quale hanno dato priorità alla geo-politica.

In altri termini, forse anche Merkel avrà voglia di passare alla storia non esclusivamente come la regina del rigore e dell’austerità. Ma sarà lei a deciderlo, a prescindere dalla volontà del suo partito e di Schulz. A quest’ultimo rimarrà il “compito” di rivendicare il “cambiamento” di fronte alla base socialdemocratica.

(Linkiesta, 01.01.2018)

L’Eurogruppo cambia faccia con il Presidente portoghese Centeno

Mário Centeno, il Ministro delle finanze portoghese succede a Jeroen Dijsselbloem, più volte accostato alle posizioni di Wolfgang Schaeuble. Questa nomina porterà a un cambio di direzione in termini economico-politici dell’Eurogruppo?

Questa settimana, Mário Centeno, il Ministro delle finanze portoghese ha presieduto la sua prima riunione dell’Eurogruppo da Presidente dell’organo di coordinamento politico-informale dell’Eurozona.

Centeno succede a Jeroen Dijsselbloem, volto noto dell’entourage comunitario, nonché ex-Ministro delle finanze olandese. Quest’ultimo ha ricoperto un ruolo di primo piano nel corso delle negoziazioni sul terzo bailout greco, nella prima metà del 2015. Più volte accostato alle posizioni di Wolfgang Schaeuble, l’olandese è stato uno dei principali avvocati del rigore fiscale a Bruxelles.

Centeno proviene da un Paese, il Portogallo, governato da un Esecutivo composto da un’alleanza di centro-sinistra – sinistra radicale in cui siede anche un partito di affiliazione comunista. Grazie agli ottimi risultati di consolidamento delle finanze pubbliche e in materia di politiche di investimento, Lisbona è diventata, nel corso dell’ultimo anno, un esempio alternativo di gestione delle politiche economiche nazionali nell’alveo comunitario.

È quindi legittimo chiedersi se la nomina di Centeno implichi un cambio di direzione in termini economico-politici dell’Eurogruppo. Non necessariamente.

Tra politica e questioni tecniche

La figura del Presidente è infatti una figura “politica” e di mediazione tra le varie posizioni presenti all’interno dell’organo istituzionale. Le questioni e soluzioni di politica economica dell’Eurozona vengono discusse ed elaborate soprattutto in seno a un gruppo di lavoro tecnico (EWG, Eurogroup Working Group) che è all’opera su base continuativa e, soprattutto, in anticipo rispetto alle riunioni “ufficiali” dell’Eurogruppo.

A questo proposito, va notato che, insieme a Dijsselbloem, anche il Presidente dell’EWG, Thomas Wiesner (statunitense-austriaco) ha lasciato il posto al suo successore, Hans Vijlbrief, in arrivo da Amsterdam.

In un certo senso quindi l’Eurogruppo ha mantenuto una continuità tra le due gestioni. È importante sottolineare che Thomas Wiesner era stato ritratto da molti giornali e riviste europee come la vera mente dietro allo sviluppo dell’Unione bancaria, nonché del bailout greco.

Che tutto cambi affinché nulla cambi?

È però innegabile che i cambiamenti a Bruxelles siano accompagnati da grandi modifiche nell’assetto delle Capitali europee.

In primo luogo, il passaggio di Wolfgang Schaeuble dal ministero delle Finanze alla Presidenza del Bundestag in Germania, nonché l’arrivo di Bruno Le Maire – nuovo ministro delle Finanze francese – a Parigi, indicano una sorta di cambio di stagione.

Ma non è affatto facile – complice le negoziazioni laboriose per una nuova Grosse Koalition (GroKo) in Germania – capire quale potrebbe essere il risultato finale di un percorso di riforma dell’Eurozona, finora soltanto invocato o ipotizzato da Berlino e Parigi.

Quel che è sicuro è che Centeno dovrà gestire gran parte della mediazione tra Stati membri all’interno dell’Eurogruppo. Un compito non facile, se, al di là delle intese sull’asse Macron-Merkel, si prendono in considerazione gli “arroccamenti” di Vienna (si è appena insediato un Governo destra-destra radicale) e L’Aia.

Il lavoro da fare

In una lettera pubblicata dalla testata Politico (dal titolo poco elegante a dire il vero: “La descrizione del tuo lavoro”), Guntram Wolff, il direttore del think tank Bruegel, ha fatto gli auguri a Centeno, elencando anche alcune personalissime considerazioni sulle priorità dei prossimi mesi.

Oltre alla “questione greca” che sembrerebbe scivolare lentamente fuori dai radar dell’Eurogruppo (questa settimana, i 19 ministri delle finanze si sono accordati sull’ultima tranche di assistenza a favore di Atene), il punto fondamentale rimane appunto quello della “riforma dell’Eurozona”.

Secondo Wolff – il quale scrive apertamente di non condividere l’“ottimismo della Commissione” rispetto a un potenziale “rilancio del percorso di integrazione”, per altro evocato da Jean Claude Juncker nel corso dell’ultimo discorso sullo Stato dell’Unione – c’è da chiudere il capitolo “Unione bancaria”. Tradotto: convincere la Germania a fare gli ultimi passi necessari verso l’istituzione di uno schema di assicurazione europeo dei depositi bancari (European Deposit Insurance Scheme, EDIS).

In secondo luogo, ci sarebbe da riformare le regole in materia di supervisione fiscale della Commissione, a volte “opache” e “mal indirizzate”. Servirebbero nuove regole che assicurino “la sostenibilità del debito” e “buone politiche di stabilizzazione” a livello nazionale. Queste ultime dovrebbero “agire contro” le recessioni che colpiscono l’intera Eurozona.

In terzo luogo, c’è il capitolo MES (Meccanismo europeo di stabilità) del quale andrebbero modificate – sempre secondo Wolff – le regole di voto interne. Inoltre, il MES dovrebbe essere obbligato a render conto delle proprie decisioni e operazioni al Parlamento europeo. Un po’ come succede per Draghi e la Banca centrale europea, ogni anno (per un’analisi estesa del dibattito sulla riforma del MES, ecco un approfondimento a cura di EuVisions).

La tabella di marcia

Al di là delle raccomandazioni di turno, quanto di tutto questo avverrà? E qual è la tabella di marcia?

Centeno ha già visitato un paio di Capitali europee. Su tutte, Berlino, nella quale si è incontrato con Peter Altmaier, ministro delle Finanze tedesco ad-interim.

Nel corso di un’intervista rilasciata a Handelsblatt (e ripresa da Euractiv), il neo-nominato Presidente ha incalzato i partiti tradizionali tedeschi a creare un governo per poter portare avanti le riforme a Bruxelles. Esisterebbe già “un primo pacchetto di riforme da completare entro giugno” del 2018. Quest’ultimo comprenderebbe appunto la finalizzazione dell’EDIS.

Centeno si è inoltre detto felice dell’apertura da parte di una potenziale GroKo rispetto alla creazione di una sorta di “budget per gli investimenti” all’interno dell’Eurozona, specificando anche però che, “quest’ultimo, verrebbe attivato soltanto in cambio di riforme strutturali nei Paesi beneficiari”.

(Linkiesta, 25.01.2018)

Photo CC Flickr: European Council President

 

Nigel Farage vuole un secondo referendum sulla Brexit, e non è un paradosso

Nella riapertura di una questione dicotomica sulla “Brexit” (“sì o no”, “dentro o fuori”), Farage intravede la possibilità di spaccare definitivamente sia il partito conservatore che il Labour, e ambire a Downing Street.

Nella riapertura di una questione dicotomica sulla “Brexit” (“sì o no”, “dentro o fuori”), Farage intravede la possibilità di spaccare definitivamente sia il partito conservatore che il Labour, e ambire a Downing Street.

Circa due settimana fa, Nigel Farage, l’ex leader del Partito per l’indipendenza del Regno Unito (UKIP), ha affermato che un secondo referendum sulla Brexitsarebbe cosa buona e giusta. Secondo Farage, il voto sarebbe utile per “sconfessare definitivamente” i cosiddetti remainers, ovvero coloro che, da due anni a questa parte, si battono per una permanenza nell’Unione europea.

Sebbene l’affermazione di Farage punti nella direzione di una conferma della Brexit, è altrettanto vero che, oggigiorno, a giudicare dai sondaggi, una seconda consultazione popolare non darebbe lo stesso risultato del 23 giugno 2016.

Come motivare allora le parole di Nigel? In fondo, per un anno e mezzo, l’idea di un “secondo referendum” è stato un tabù per il campo del leavers (simmetricamente ai remainers, si tratta di coloro che si spendono, da sempre, per l’abbandono dell’Ue). Ne derivano due ipotesi. La prima: Farage pensa di poter vincere ancora una volta un referendum sulla Brexit. La seconda: Farage si è accorto che, senza “una Brexit per cui lottare,” non ha più un lavoro. Steve Bell delGuardian ha raffigurato egregiamente questa seconda alternativa. Il ragionamento, in un certo senso, è semplice: immaginate una Padania indipendente o, per dire, uno Star Wars senza Sith. Che ragione avrebbero di esistere la Lega Nord e i Jedi?

Surrealismo pop?

Sarebbe legittimo tacciare tutto ciò di surrealismo. Ma è proprio a questo punto che entra in scena l’entourage “comunitario.” In seguito alle parole di Farage, sia il Presidente della Commissione europea che del Consiglio, Jean Claude Juncker e Donald Tusk hanno detto che “un cambio di idea da parte di Londra” sarebbe più che benvenuto. Come dire: un secondo referendum? Perché no?

Ma, a gettare ghiaccio sulla partita, ci hanno pensato sia Theresa May, la Prima ministra e leader dei Conservatori, nonché Jeremy Corbyn, guida del Labour. Entrambi hanno escluso un secondo voto per riportare il Regno Unito nell’Ue. Sembrerebbe un grande paradosso, e invece no. Perché?

In realtà, l’affondo di Farage è meno “egoistico” e più serio di quanto non sembri. Ancora una volta, il deputato britannico più denigrato d’Europa, sembra leggere in anticipo le tendenze e la situazione del sistema politico moderno “più antico” del Vecchio continente.

Le ipotesi “uno” e “due” di cui sopra si fondono così in un unico grande “azzardo,” ovvero:

  • organizzare un secondo referendum;
  • vincerlo;
  • ottenere un lavoro migliore del precedente.

Quella di Nigel è un’ipoteca su Downing Street.

Le fratture del sistema britannico: dai tories …

Non è un segreto che i tories siano in caduta libera da quando si sono imbarcati sul vascello Brexit.

Lo hanno dimostrato le elezioni lampo dello scorso giugno, in occasione delle quali, i Conservatori hanno perso la propria maggioranza nella Camera bassa del Parlamento. Theresa May è stata definita da alcuni come il leader più debole di cui la storia politica britannica abbia memoria.

In altri termini, l’attuale Governo non sembra in grado di gestire la transizione post-referendum (è un’opinione alimentata anche dall’incredibile quantità di articoli sul tema pubblicati dalla stampa di Bruxelles nel corso dell’ultimo anno e mezzo).

Fin dal giugno 2016 poi, l’Esecutivo britannico è spaccato tra coloro che vorrebbero una Brexit “dura” — un’uscita dall’Ue senza “se e senza ma,” con tanto di esclusione di un accordo sulla permanenza del Regno Unito nell’Unione doganale europea — e coloro che, invece, preferirebbero addirittura restare all’interno del Mercato unico — una condizione che, però, implicherebbe la libera circolazione di cittadini comunitari nei territori UK e che, quindi, ignorerebbe il “messaggio” e la “volontà” politica scaturita dal referendum stesso.

A ben vedere, la lite in casa Downing Street, in fondo, non è altro che il riflesso di una divisione interna al Partito conservatore.

Secondo Michael Hartmann, un noto sociologo delle élite, le differenti posizioni sulla Brexit in seno ai tories, dipendono, a loro volta, dall’internazionalizzazione della classe dirigente britannica, instauratasi dopo Thatcher, nel corso degli ultimi 30 anni: c’è chi è affezionato al mito della globalizzazione (i conservatori anti-Brexit legati alla City di Londra) e chi a un Regno Unito “classico” (i “vecchi” industriali pro-Brexit della provincia).

… al Labour

Ma la spaccatura sulla Brexit non attraversa soltanto i Conservatori. Vale quindi la pena ricordare le giravolte del Labour sotto Corbyn.

Il leader di Chippenham è dapprima passato da una storica posizione critica nei confronti di Bruxelles all’endorsement della campagna anti-Brexit nel corso del referendum del 2016. E, successivamente al voto, da una campagna a favore di una Brexit morbida (con conseguente permanenza nel Mercato unico) ad una sorta di minimalismo e snobismo nei confronti dell’Ue, che giustificherebbe soltanto la permanenza nell’Unione doganale (e forse neanche quella).

L’atteggiamento di Corbyn è quello di un politico che vuole tenere insieme due componenti della base del Partito. La prima, giovane ed europeista, si batte in primis per diritti civili e cosmopolitismo; la seconda, meno identificabile in termini generazionali e più “britannica,” pone la lotta di classe come obiettivo primario.

Il leader del Labour si è accorto che, per il momento, mettere l’accento sulle “questioni sociali” — tra cui la crisi dello Stato sanitario nazionale, gli effetti devastanti delle privatizzazioni, i costi esorbitanti dell’educazione universitaria, il mercato immobiliare fuori controllo — permette di tenere insieme le due componenti. E, forse, di guadagnare addirittura voti della destra — un recente sondaggio indica che gli elettori dei tories vedono come priorità le questioni sociali.

In questo senso, parlare di Brexit è un rischio totale che potrebbe spaccare di nuovo i laburisti.

Riaprire le ferite

È proprio questa, probabilmente, l’analisi alla base della mossa di Farage, il quale intravede, nella riapertura di una questione dicotomica sulla “Brexit” (“sì o no”, “dentro o fuori”) la possibilità di spaccare definitivamente sia il partito conservatore che il Labour e ambire, quindi, a Downing Street.

In un recente articolo pubblicato su Politico, viene messo l’accento sulle manovre di Farage e Arron Banks, ex-finanziatore dello UKIP, per lanciare un nuovo movimento che sostituisca il Partito indipendentista e che possa mettere le mani sul Governo per implementare una politica isolazionista e di destra radicale nel Regno Unito.

A tal fine è innanzitutto necessario distruggere lo UKIP stesso e darsi una nuova immagine: un risultato in pratica già ottenuto destituendo, uno dopo l’altro, come marionette, gli ultimi tre leader del Partito e tagliando in finanziamenti privati al movimento.

In secondo luogo, è necessario aprire una nuova battaglia campale che riesca a spaccare sia il Labour di Corbyn che i Tories. Il referendum sulla Brexit del 2016ha dimostrato come farlo. Perché non raddoppiare?

(The Submarine, 24.01.2018)

La bancarotta di Carillion potrebbe cambiare il Regno Unito, l’Europa e le nostre politiche economiche

Lunedì 15 gennaio, la ditta-multinazionale, Carillion, ha dichiarato fallimento, dando di fatto il “la” alla più grande bancarotta nel Regno Unito dalla crisi del 2007–08.

Carillion è crollata sotto al peso di circa 3 miliardi di sterline di debiti verso banche, imprese e istituzioni pubbliche del Paese. Tra questi ci sarebbero circa 500 milioni da saldare nei confronti del sistema pensionistico.

Lunedì 15 gennaio, la ditta-multinazionale, Carillion, ha dichiarato fallimento, dando di fatto il “la” alla più grande bancarotta nel Regno Unito dalla crisi del 2007–08.

Carillion è crollata sotto al peso di circa 3 miliardi di sterline di debiti verso banche, imprese e istituzioni pubbliche del Paese. Tra questi ci sarebbero circa 500 milioni da saldare nei confronti del sistema pensionistico.

Insomma, nel Regno Unito è successa una cosa grave. E parte della notizia è che non ha nulla a che fare con la Brexit.

Carillion?

Carillion, ex-Tarmac che inglobò Wimpey and Alfred McAlpine, opera nel Regno Unito, in Irlanda, Canada, nel Medioriente e in Nord Africa. Si tratta di una multinazionale “tuttofare”, con più di 40,000 dipendenti associati al proprio nome, attiva soprattutto nel settore edilizio e delle infrastrutture.

Nel corso dell’ultimo decennio e in seguito a dei provvedimenti legislativi che hanno messo in atto una strategia generalizzata di esternalizzazioni e privatizzazioni, Carillion si è accaparrata una quantità consistente di risorse pubbliche per la realizzazione di opere e servizi di pubblica utilità nel Regno Unito.

La lista della spesa esatta delle attività e dei progetti e servizi che sono (o, forse, sarebbe meglio dire “erano”) all’ “attivo” di Carillion, l’ha fatta Rob Davies and Dan Sabbagh sulle pagine del The Guardian.

Considerando soltanto le attività legate al Sistema sanitario nazionale (NHS), si parla della:

  • gestione di 200 strutture per un totale di 11,800 posti letto,
  • preparazione di più di 18,500 pasti giornalieri,
  • gestione di centralini per un totale di 1,5 milioni di chiamate all’anno,
  • gestione di una serie di team tecnici sul territorio nazionale.

Poi ci sarebbero le attività legate ai settori trasporto, difesa e sicurezza (incluso alcuni istituti di detenzione), educazione ed energia. Per fare un altro esempio che renda l’idea: Carillion ha vinto recentemente, insieme ad altre aziende “sorelle” del business britannico degli appalti pubblici, un contratto da 56 miliardi di sterline per la costruzione di una linea ferroviaria rapida che dovrebbe collegare alcune delle più grandi città del Paese, la nota HS2. Ad oggi, ci sono 450 progetti-cantieri ancora aperti a nome di Carillion.

Chi sarà colpito dal fallimento di Carillion?

Tecnicamente, Carillion è il datore di lavoro sia di impiegati del settore pubblico, che di quello privato. Il fallimento non colpirà i primi: il Governo ha già fatto sapere che provvederà, almeno per ora, a erogare gli stipendi. Per i secondi invece, da mercoledì potrebbe scattare il blocco dei pagamenti. Lo ha reso noto David Lidington del Gabinetto di Theresa May, dopo aver partecipato, lunedì scorso, a una riunione di emergenza per cercare di evitare la bancarotta.

Ma per spiegare quanto sia grave la situazione non basta parlare delle cifre di Carillion e dei suoi dipendenti “diretti”. L’azienda rappresenta infatti un indotto per un “sottobosco” di piccole e medie imprese britanniche.

Sempre secondo il The Guardian, circa 30,000 aziende sarebbero in una posizione di credito rispetto a Carillion. Secondo Suzannah Nichol, di Build UK, la casistica indica che il 18 per cento di pmi collegate a multinazionali di questo livello non sopravvivono all’anno del fallimento della “casa madre”.

Come è potuto accadere?

Negli ultimi sei mesi, scrive Rebecca Long-Bailery, su New Statesman, Carillion aveva emesso tre cosiddetti “profit warnings”, ovvero dichiarazioni di “fragilità” finanziaria. Nonostante ciò, da allora, l’azienda era riuscita ad accaparrarsi altri 2 miliardi di sterline di appalti, tra cui anche la già citata linea ferroviaria, HS2.

Secondo la “Strategic Risk Management Policy” del Governo britannico, sarebbe compito dell’Esecutivo stesso “etichettare” un’azienda sistemica “a rischio” come tale. Inoltre, il Governo dovrebbe appuntare un “ufficiale della Corona” (un emissario governativo) per la gestione dei rapporti tra Governo e impresa e per il controllo della bontà dei bilanci di questa ultima. Nulla di tutto questo sembra essere avvenuto. Il Partito laburista ha detto che cercherà di avere delle risposte in merito dal Primo ministro, Theresa May.

Nel frattempo, il Governo ha chiesto alla Commissione per i fallimenti (Insolvency Servicesdi avviare con urgenza un’inchiesta sulla condotta dei vertici dell’azienda. Resta infatti l’interrogativo di come un gigante dell’economia possa essere andato in malora senza che nessuno se ne accorgesse.

Nel corso di una riunione tra sindacati e Governo svoltasi martedì, France O’Grady, la Segretaria generale del TUC (Trade Union Confederation) ha suggerito di creare una Commissione apposita che si occupi di verificare i rischi per la filiera di pmi legate a Carillion.

Sia O’Grady che Len McCluskey, Segretario generale di UNITE (il più grande sindacato britannico) avrebbero contestualmente accusato il Governo di non essere pronto a gestire la crisi.Tra l’altro, Carillion era stata coinvolta, nel 2015, in uno scandalo legato allo spionaggio di sindacalisti britannici all’interno ad alcune multinazionali.

Finora, il Governo ha escluso qualsiasi ipotesi di “salvataggio” attraverso risorse pubbliche (bailout), ma, allo stesso tempo, qualsiasi processo di liquidazione resta, per il momento, avvolto dall’incertezza.

La notizia nel contesto politico UK

Karel Williams, un docente della Università di Manchester citato da Der Spiegel, ha affermato che imprese come Carillion costituiscono un’anomalia perché, nel corso degli anni, si sono trasformate da aziende edili in generici “conglomerati per l’esternalizzazione”.

In un pezzo di analisi pubblicato dal Independent, Hazel Sheffield ha spiegato che Carillion, al pari di molti istituti di credito coinvolti nella crisi finanziaria del 2007–08, è diventata “too big to fail” — si tratta di un modo di dire inglese per indicare attori dell’economia che, a causa del loro volume di affari, diventano sistemici. Questi ultimi “non possono di fatto fallire”, senza tirare nel baratro l’intero mercato.

Ma come ha fatto Carillion a diventare “too big to failHazel spiega che la multinazionale fa parte di quello che si può chiamare uno “stato ombra” (“shadow state”), ovvero un gruppo di grandi imprese che, all’ombra dell’attenzione pubblica, hanno ottenuto commesse per gestire e realizzare servizi e opere di interesse pubblico. Oltre a Carillion, fanno parte di questo ristretto circolo, realtà come G4S e Serco.

Tecnicamente, i contratti che legano il Governo e queste grandi aziende si chiamano private financial initiatives (PFI). Si tratta di uno dispositivo specifico che, di fatto, sostanzia ciò che genericamente viene definito “privatizzazione”.

Vale la pena ricordare che lo European Services Strategy Unit, un gruppo di ricerca con focus “giustizia sociale”, ha recentemente acceso un faro sul legame tra linee di credito legate alle PFI e le attività di fondi off-shore.

Nazionalizzazioni, welcome back

Conseguentemente, il caso Carillion ha portato nuovamente all’attenzione dei cittadini lo storico dibattito sull’opportunità di affidare a privati servizi di pubblica utilità (#2).

Richard Seymour ha descritto in maniera brillante e sintetica gli ultimi 30 anni di politica delle privatizzazioni made in UK. Lanciata dai governi Thatcher negli anni ’80, questo approccio di policy è stato sviluppato senza soluzione di continuità significativa dal New Labour di Tony Blair e Gordon Brown (è negli anni ’00 che nascono i PFI), prima di diventare, ancora una volta, il marchio di fabbrica dell’era Cameron. Ora però, potrebbe essere arrivato a un punto di svolta.

In un editoriale pubblicato dal The Guardian, John Mac Donnell, deputato del Labour, nonché ministro ombra dell’economia, ha colto al balzo il caso Carillion, affermando che non ci saranno più sottoscrizioni di PFI nel caso di un futuro governo laburista. Sulla stessa testata giornalistica, Simon Jenkins, un editorialista di estrazione conservatrice, ha scritto invece che il problema non sarebbero le privatizzazioni in sé, quanto la natura specifica dei contratti PFI, contraddistinti da ritardi cronici negli esborsi statali e influenzati da favoritismi reciproci tra business e Governo.

Da Carillion a Downing Street

Intanto, Jeremy Corbyn, il Segretario generale del Labour, ha definito il caso Carillion “uno spartiacque” per il Paese. L’opposizione ferma a qualsiasi forma di privatizzazione e il conseguente ritorno a una politica di nazionalizzazioni di settori chiave dell’economia, è una delle componenti essenziali della “politica semplice” ed efficace di Corbyn, Oltremanica.

In secondo luogo, c’è la critica serrata alle politiche di austerità degli ultimi 10 anni di conservatorismo. Queste ultime giocherebbero, inoltre, un ruolo fondamentale nello spiegare il crollo stesso di Carillion: la costante riduzione dei flussi di risorse con cui il Governo ha finanziato le attività esternalizzate, avrebbe messo in difficoltà le imprese private a cui era stato dato il compito di erogare i servizi.

In un’intervista, Robert Peston, noto giornalista britannico che ha documentato gli anni del Labour di Blair e Brown, ha affermato che Jeremy Corbyn riuscirà ad arrivare a Downing Street proprio grazie alla semplicità delle sue proposte. Sebbene Peston non creda che si possa risolvere tutto “tramite il pubblico”, le proposte di policy di Corbyn riscuotono una grande eco perché comprensibili ed ancorate a episodi di attualità che sono sotto agli occhi di tutti.

Al nucleo concettuale del pensiero “corbynista” — che, in fondo, non propone nulla di nuovo rispetto all’impianto storico della sinistra socialdemocratica di un tempo e che oggi viene rinominata “radicale” — va aggiunta un’abilità inaspettata di Corbyn stesso. Ovvero, quella di sfruttare gli eventi tragici che si stanno susseguendo nel Regno Unito per rendere “popolare” un armamentario concettuale e linguistico che risulterebbe “trito e ritrito”, se non ostico, ai più.

In questo senso, Carillion rappresenta soltanto uno degli esempi rilevanti. Ma lo stesso si potrebbe dire per il caso del rogo della Grenfell Tower, in cui morirono anche due giovani cittadini italiani. In quel caso, Corbyn fu abile a legare un evento scioccante alle politiche di deregolamentazione in ambito edilizio.

In un certo senso, è proprio questa semplicità a contraddistinguere Corbyn dal resto delle forze di centro-sinistra e di sinistra radicale in Europa. In un’intervista pubblicata su Political Critique, il sociologo tedesco, Michael Hartmann, ha affermato che, grazie alla sua radicalità di pensiero e comunicativa, Corbyn — alla stregua di Thatcher, la sua nemesi — potrebbe scatenare una rivoluzione tra le élite del suo Paese e non solo.

E’ per questo che la bancarotta della multinazionale britannica potrebbe suonare come l’ultima nota di un carillon che accompagna il Labour verso l’insediamento a Downing Street, a 20 anni dall’ultima volta.

(ilSalto, 26.01.2018)

Photo CC Flickr: Elliott Brown

Perché Martin Schulz sta perdendo le elezioni in Germania

Nel mondo del calcio italiano esiste un detto: “vincere non è importante, è l’unica cosa che conta”. Ecco, a differenza di Corbyn, la Spd e Schulz, dopo tre legislature all’opposizione, non si possono permettere nient’altro che il primato. Peccato che, per il momento, sembra un obiettivo impossibile.

In Germania sono tutti d’accordo: a due mesi di distanza dalle elezioni politiche, le chance di vittoria di Martin Schulz e del Partito socialdemocratico tedesco (Spd) sono ridotte all’osso. Angela Merkel vede all’orizzonte il suo quarto incarico da Cancelliere federale. Un record condiviso soltanto con l’ex-leader dell’Unione cristiano democratica (Cdu), Helmuth Kohl, l’uomo della riunificazione tedesca.

Secondo gli ultimi sondaggi, la Cdu e l’Unione cristiano sociale (Csu, declinazione della Cdu in Baviera) viaggiano intorno al 38 per cento, mentre la Spd raggiunge un magro 25 per cento. A seguire, in ordine discendente, ci sono il partito della sinistra radicale, Die Linke (10,5 per cento), la destra dell’ Alternativa per la Germania (Afd), il Partito liberale (Fdp) e i Verdi (6,5).

Eppure, 7 mesi fa, a inizio 2017, tutti parlavano del così detto “effetto Schulz”. Nominato Segretario generale del Partito con il 100 per cento delle deleghe nazionali, l’ex Presidente del Parlamento europeo era stato dipinto come il “redentore” della Socialdemocrazia tedesca.

Al tempo, anche i sondaggi avevano restituito un quadro ben diverso da quello odierno: quello tra Schulz e Merkel sarebbe dovuto essere un testa a testa all’ultimo respiro. Per non parlare dell’entusiasmo della base della Spd. Oppure, delle proiezioni che erano state fatte in termini di ricaduta sullo scacchiere europeo. Sui social, il leader originario di Aquisgrana veniva ritratto con lo stesso stile “fumetto” di Obama nel 2008; il tutto abbinato allo slogan provocatorio e canzonatorio: “Make Europe Great Again” (#MEGA).

Poi, (più di) qualcosa è andato storto.

Perdere aiuta a perdere

Innanzitutto, tra febbraio e maggio 2017, sono arrivate le sconfitte nei länder Saar, Schleswig-Holstein e Nord Reno-Westfalia.

Un domino scientifico-elettorale senza precedenti. Se le prime due battute d’arresto potevano passare “inosservate”, quella del Nord Reno Vestfalia – la regione della Ruhr e la più popolosa del Paese – no. Per intenderci, qui, una sconfitta della Spd equivale a quella di una sinistra nostrana in Emilia-Romagna, Umbria e Toscana.

Schulz, da ex-aspirante calciatore, sa bene che “vincere aiuta a vincere”. E che, senza gioco di squadra, non si va lontano.

Schulz senza amici?

In secondo luogo, c’è stata la non-evoluzione del contesto europeo. Le elezioni in Olanda e Francia verranno ricordate come la vittoria dell’ordine istituzionale sul populismo di destra. Ma il dato che conta per le chance di vittoria della Spd in Germania è un altro. Nei Paesi vicini, governano (o governeranno, visto che in Olanda dopo 135 giorni non c’è ancora un esecutivo) forze che considerano Angela Merkel un punto di riferimento.

Dopo la vittoria alle Presidenziali francesi a maggio, è mancato poco che Macron non volasse a Berlino ancor prima di instaurarsi all’Eliseo. Il 13 luglio i Gabinetti di Governo di Francia e Germania si sono incontrati a Parigi per trovare un’intesa sull’Unione di difesa europea.

Insomma, il sostegno interno da parte dei francesi (soprattutto, in termini di opinione pubblica) alle riforme di Macron (soprattutto, la riforma del mercato del lavoro) dipende dalle aperture di Merkel a livello europeo. E se è vero che Macron, in teoria, sarebbe in linea con Schulz su molti aspetti (in una recente visita a Parigi, Schulz ha detto che “la Germania non può dettare i compiti ai propri partner europei” e che “Berlino è responsabile della mancata soluzione della crisi europea”), è probabile che il Presidente francese preferisca fare la corte a Merkel. Alla luce dei sondaggi tedeschi, sarebbe rischioso appoggiare apertamente il candidato socialdemocratico. Come dire: al di là delle vicinanze ideali e ideologiche, c’è il calcolo razionale delle aspettative e degli interessi.

Ma Martin ci ha messo anche del suo. Più nel dettaglio, da gennaio ad oggi, da un punto di vista comunicativo e comportamentale, la caduta di Schulz si è articolata in tre fasi distinte.

Un uomo di Bruxelles a Berlino

La prima è quella della “moderatezza dei toni e radicalità dei contenuti”.

Per certi versi, Schulz è entrato nella politica nazionale come se fosse ancora Presidente del Parlamento europeo – mai una parola di troppo nelle interviste, ritmo lento e battute sobrie. Ma il messaggio era chiaro: “in Germania serve più politica sociale“.

Tanto che, per un breve periodo, sembrava possibile un dialogo con la Die Linke e i Verdi. Il tutto, in funzione di una futura alleanza di governo (descritta dai media e nelle discussioni social come #R2G).

Dalla sobrietà all’agitazione 

La seconda fase, il cui inizio è coinciso con le sconfitte regionali, può essere invece definita come la fase del “blocco” e dell'”agitazione”. A fronte dei primi risultati elettorali e agli occhi dei media, la sobrietà iniziale è infatti diventata, per alcuni, sintomo di “incapacità”.

Le sconfitte hanno poi portato agitazione e dubbi fra i membri della Spd: dipingere la Germania come un Paese malato ha veramente senso? Ed ecco che, lentamente, i temi sociali sono scivolati in secondo piano, mentre sono aumentati gli attacchi diretti ad Angela Merkel. Ma il Cancelliere ha fatto letteralmente correre a vuoto Schulz.  Fino al punto in cui, il leader della Spd ha rinfacciato a Merkel di non discutere del merito delle questioni e di minare il processo democratico.

Tenere la barra dritta

Infine, la terza fase: quella della “disperazione”. Molti media tedeschi sostengono che il programma elettorale della Spd non si differenzi abbastanza da quello della Cdu. Non è così. Leggendo i testi dei documenti, si può verificare che, i Socialdemocratici spingono di più per politiche sociali interne e per riforme progressiste a livello europeo.

Ma il punto è un altro: Schulz non sta seguendo una linea precisa nella sua campagna elettorale. Dopo essere stato a Parigi per parlare di economia europea una settimana fa, oggi è in Italia per puntare tutto sulla “crisi dei rifugiati”.

Secondo il leader della Spd, la Germania sarebbe di fronte a una nuova emergenza arrivi, simile a quella del 2015. Al di là della correttezza della diagnosi, l’immagine che arriva al pubblico è quella di un politico alla ricerca di appigli, un po’ ovunque. E mentre Schulz continua ad affannarsi sul ring, Merkel, in silenzio, schiva i colpi. E punta a una vittoria ai punti a settembre (nel libro Europa tedesca, Ulrich Beck, noto sociologo tedesco scomparso recentemente, ha definito il Cancelliere tedesco come “Merkiavelli“, proprio alla luce del suo atteggiamento attendista).

Tutte le differenze con Jeremy Corbyn

Eppure, anche Jeremy Corbyn, Oltremanica, era dato per spacciato a due mesi dalle elezioni politiche del maggio scorso. Molte persone si chiedono di conseguenza, se non sia possibile un recupero lampo da parte di Schulz, dopo le vacanze estive.

Sono due le considerazioni da fare. Una è legata alla dimensione politico-organizzativa, l’altra a quella delle aspettative.

Da un punto di vista organizzativo, Corbyn ha condotto la sua prima campagna elettorale dopo due anni da Segretario di partito, sulla base di un rapporto consolidato con la base, l’appoggio del sindacato e di un movimento largo che ha trovato il suo ariete nel movimento interno al Labour, Momentum.

Da un punto di vista politico invece, Corbyn ha individuato una frattura precisa da cavalcare: quella sociale e di classe, abbinata a un posizionamento netto sul tema chiave della Brexit (anche se tutt’oggi, il Labour è diviso sulla questione, da un punto di vista comunicativo, Corbyn ha mantenuto una posizione chiara). Su entrambi i fronti, Schulz è deficitario: non può contare sullo stesso afflato democratico interno (l’aumento delle sottoscrizioni alla Spd non è paragonabile, in termini numerici, a ciò che è avvenuto nel Labour), tanto meno ha una linea precisa, radicale o moderata che sia.

La seconda considerazione, riguarda le aspettative e necessità l’esplicitazione di un dato di fatto e di una verità politica allo stesso tempo: Corbyn ha vinto le elezioni politiche, perdendole. Un po’ come il Movimento5Stelle in Italia, nel 2013. In prospettiva infatti, se al recupero elettorale del Labour si aggiungono le divisioni tra i Conservatori sulla Brexit, la maggioranza risicata nel Parlamento e le proiezioni recenti dei sondaggi (Corbyn è in testa), il risultato del Labour equivale a una vittoria.

Cosa c’entra con la campagna elettorale tedesca e con Schulz? Nel mondo del calcio italiano esiste un detto: “vincere non è importante, è l’unica cosa che conta”. Ecco, a differenza di Corbyn, la Spd e Schulz, dopo tre legislature all’opposizione, non si possono permettere nient’altro che il primato. Peccato che, per il momento, sembra un obiettivo impossibile.

(ilSalto, 26.07.2017)

Le elezioni europee 2014 nei media tedeschi: un’analisi del dibattito pubblico

Quale deve essere la forma di questa Europa? E quale dovrebbe essere il ruolo della Germania? Durante gli ultimi anni, lo smarrimento intellettuale della classe politica europea è diventato il terreno su cui si sono innestate e sono state coltivate specifiche tensioni politiche tra Stati membri dell’UE. In particolare, le contingenti crisi economiche non hanno fatto altro che evidenziare le tensioni da tempo latenti, ma mai risolte, tra la dimensione economica e quella sociale dell’UE.

Il 22 febbraio 2013, il presidente della Repubblica Federale Tedesca, Joachim Gauck, teneva il suo discorso sulle prospettive dell’idea europea (Rede zur Perspektiven der europäischen Idee) presso il Castello Bellavista di Berlino. La sala ospitava ministri del Governo tedesco, rappresentanti della società civile e studenti universitari. «Non c’è mai stata così tanta Europa» (Gauck 2013, 1): in questo modo Joachim Gauck iniziava la sua relazione, conscio della situazione paradossale in cui il Vecchio Continente si trovava. Con un’Unione Europea stretta tra la crisi economica finanziaria mondiale da una parte e quella del debito pubblico greco dall’altra, il Presidente non faceva altro che riconoscere il punto di non ritorno del percorso di integrazione e, allo stesso tempo, la situazione di stallo del più grande progetto istituzionale del secondo dopoguerra:

Per me questa giornata rappresenta […] l’occasione per tornare a riflettere criticamente su alcune parole che pronunciai il giorno della mia investitura: «Vogliamo rischiare più Europa». Oggi non riformulerei quelle parole altrettanto velocemente. Questo «più Europa» ha almeno bisogno di un significato, necessita di una specificazione. Dove è che l’Europa può e deve portare a una maggiore integrazione? Quale dev’essere la forma di questa Europa? Cosa vogliamo sviluppare e rafforzare, e cosa vogliamo limitare? E non in ultimo: come possiamo trovare più fiducia, di quanta non ne abbiamo oggi, nell’espressione «più Europa»? (ibidem).

Le parole di Gauck descrivono bene il punto di arrivo a cui era giunta, all’inizio del 2013, la crisi economico-politico-istituzionale iniziata nel 2007: uno smarrimento intellettuale e culturale, prima ancora che economico o politico, degli attori politici europei. Dopo una serie di riflessioni sui principi fondanti dell’UE (democrazia, libertà, uguaglianza, Stato di diritto, solidarietà), Gauck arrivava infine alla parte più delicata del suo discorso, quella riguardante il ruolo della Germania in Europa:

Mi preoccupa che in alcuni paesi il ruolo della Germania scateni scetticismo e sentimenti di sfiducia. Sì, è vero, la Germania ha profittato dell’euro. L’euro ha rafforzato la Germania. E il fatto che la Germania sia diventata la maggiore potenza economica del continente dopo la riunificazione ha fatto paura a molti. Mi spaventa con che velocità si possano distorcere le percezioni, come se la Germania si trovasse nella scia di una tradizionale politica di potenza. Non sono solo i partiti populisti che hanno rappresentato il cancelliere tedesco come rappresentante di uno 20 Alexander D. Ricci Le elezioni europee 2014 nei media tedeschi: un’analisi del dibattito pubblico Stato che vuole costringere e sottomettere gli altri popoli […] Io voglio rassicurare tutti i cittadini e cittadine dei paesi membri: non vedo alcuna manifestazione politica in Germania che sostenga un Diktat tedesco […] Con profonda convinzione posso dire: più Europa non vuol dire un’«Europa tedesca». Per noi, più Europa vuol dire una «Germania europea!» (ivi, 10).

Le parole usate da Gauck non erano casuali. Qualche mese prima, Ulrich Beck, noto sociologo tedesco, aveva pubblicato un saggio dal titolo Europa tedesca, in cui accusava Angela Merkel di perseguire una politica di potenza in Europa. In particolare, Beck (2013) accusava il Governo del proprio paese di aver guadagnato una posizione egemonica nel continente e di essere responsabile dell’equilibrio negativo venutosi a creare nell’UE. Oggi, a più di un anno dal discorso di Gauck, se può dirsi «superata» la fase critica legata al «problema greco», rimangono gli stessi interrogativi posti in quel discorso: quale deve essere la forma di questa Europa? E quale dovrebbe essere il ruolo della Germania? Durante gli ultimi anni, lo smarrimento intellettuale della classe politica europea è diventato il terreno su cui si sono innestate e sono state coltivate specifiche tensioni politiche tra Stati membri dell’UE. In particolare, le contingenti crisi economiche non hanno fatto altro che evidenziare le tensioni da tempo latenti, ma mai risolte, tra la dimensione economica e quella sociale dell’UE.

(Continua su Biblioteca della Libertà)