Europa sempre più unita? Tanti annunci, pochi fatti

Soltanto un anno fa, la Commissione europea pubblicava il Libro bianco sul futuro dell’Europa delineando 5 scenari per il destino dell’Unione e chiedendo agli Stati membri di prendere una direzione chiara a favore, o contro, un approfondimento del processo di integrazione. Da allora, si sono susseguite soltanto innumerevoli elezioni (Francia, Germania, Austria, Repubblica Ceca, Ungheria) e molti proclami. Sono state pochissime invece le decisioni di rilievo (un discorso a parte andrebbe fatto per l’Unione di difesa). 

Gli eventi geopolitici delle ultime settimane sembrerebbero aver relegato in secondo piano la politica dell’integrazione europea. Probabilmente è anche per questo motivo che, martedì, il Presidente francese, Emmanuel Macron, ha preso la parola di fronte al Parlamento europeo di Strasburgo per rilanciare la sfida di una trasformazione dell’Ue. Il presidente francese ha affermato che in un “contesto illiberale” e di fronte alle “crisi geopolitiche, l’Europa” deve assumersi grandi “responsabilità”. Conseguentemente, con riferimento al futuro dell’Unione, Macron ha detto che la discussione non può svolgersi come se fosse “ordinaria”.

In linea generale, la parola chiave del discorso di Macron è sicuramente stata quella di “sovranità” che, secondo il Presidente, va “reinventata” a livello europeo “per dimostrare ai cittadini” una capacità di “protezione” da parte delle istituzioni comunitarie. Allo stesso tempo, “la democrazia rimane la migliore chance” dell’Europa. In altri termini, “sarebbe un errore abbandonare un’identità comune”, quella incarnata dalla “democrazia liberale”. Il nazionalismo? Un’ “illusione”. Ma la “rabbia dei popoli europei” va ascoltata e “non ha bisogno di pedagogia, bensì di azioni efficaci nel quotidiano”. Concretamente, “entro la Primavera 2019”, c’è bisogno di “risultati tangibili”. Gli obiettivi fondamentali? Un programma europeo che sostenga le municipalità che accolgono rifugiati; la tassazione dei giganti del web; la riforma dell’Unione economica e monetaria (Uem) e, prima della fine della legislatura, una roadmap per l’Unione bancaria e la definizione di un budget finalizzato a stabilizzare l’Eurozona”.

Il discorso di Macron è stato un intervento “politico”, non tecnico. E la discussione con i deputati europei che ha fatto seguito è stata incentrata sui temi dell’immigrazione, della politica internazionale ed energetica (intervento in Siria, dipendenza dalla Russia), della Brexit, della partecipazione dei cittadini alla vita istituzionale dell’Ue e, genericamente, del dumping sociale. È facile notare invece che si sia parlato pochissimo delle riforme istituzionali dell’Eurozona e dell’Unione economica e monetaria (a parte, i pochissimi cenni di Macron riportati sopra). Peccato però che sia proprio questo capitolo a determinare la capacità dell’Ue di influenzare la vita quotidiana dei cittadini nei singoli Paesi e a interessare, tra i tanti interlocutori, la classe dirigente italiana.

La verità è che, al netto dell’intervento di oggi e alla luce del voto italiano, l’iniziativa “macroniana” ha perso slancio

Cosa si può dire a tal proposito allora? Come procede il piano di Macron? È utile ricordare, in sintesi, gli elementi fondamentali del piano francese: completamento dell’Unione bancaria, creazione di un budget fiscale per l’Eurozona, istituzione di un ministro dell’Economia europeo e trasformazione del Meccanismo di stabilità europeo (Mes) in un fondo monetario europeo ancorato al diritto comunitario. Il partner fondamentale per realizzare questa trasformazione dovrebbe essere, agli occhi di Parigi, la Germania di Angela Merkel.

La verità è che, al netto dell’intervento di oggi e alla luce del voto italiano, l’iniziativa “macroniana” ha perso slancio. A confermarlo ci sono numerosi articoli della stampa tedesca e internazionale pubblicati negli ultimi giorni. Su Euractiv, Andrew Rettman scrive che la Germania si sta mostrando sempre più recalcitrante all’idea di “condividere la propria ricchezza” con gli altri Stati europei. Inoltre, vengono riportate le parole del Presidente della Bundesbank, Jens Weidmann e del vice-Capogruppo al Bundestag della CDU/CSU di Angela Merkel, Ralph Brinkhaus. Se il primo avrebbe ribadito la (nota) opposizione a qualsivoglia “destinazione eurobond”, il secondo avrebbe addirittura frenato sia sul fronte della creazione dell’EDIS (si tratta dello “Schema europeo di assicurazione dei depositi bancari” – un elemento fondamentale per completare il progetto dell’Unione bancaria), che della trasformazione del Mes in un fondo monetario europeo.

Ma oltre il fronte conservatore, anche il ministro delle Finanze, Olaf Scholz (SPD), ha recentemente commentato lo scenario ai microfoni della Frankfurter Allgemeine Zeitung: “Non tutti i piani del Presidente francese sono realizzabili” (qui, alcuni estratti in inglese). Allo stesso tempo, va detto che, proprio dalle file della SPD, è arrivato l’invito a Merkel di prendere posizione (Der Spiegel) sul tema. Un intervento della Cancelliera sarebbe sicuramente necessario al fine di, da un lato, abbassare il volume delle voci scettiche interne al suo partito, e, dall’altro, ribadire la posizione della coalizione (appoggio in linea di massima alle riforme di Macron). Sulla stessa lunghezza d’onda si colloca il partito ecologista tedesco. Ci sono poi le associazioni di categoria degli industriali che hanno chiesto al Governo di “plasmare” in maniera rilevante il processo di riforme.

Nel suo discorso, Macron ha affermato che “il prossimo budget europeo deve incarnare una scelta politica” sul futuro dell’Unione. È sicuramente più facile a dirsi, che a farsi

Ma dipende veramente tutto da Berlino? No. E, a tal proposito, va aggiunto che le posizioni tedesche non sono, ormai, le più intransigenti nel contesto europeo. In un comunicatocongiunto di qualche settimana fa, il blocco di Paesi membri del nord Europa e dell’area Baltica hanno ribadito la loro contrarietà, sia nel merito che nel metodo, al processo di riforme abbozzato da Macron e condiviso – per ora soltanto a parole e a fasi alterne – da Angela Merkel. Capitolo a parte merita poi il blocco Austria-Viségrad, sempre più lontano dal cuore dell’Ue da un punto di vista dei “valori” e delle pratiche di governo (e, forse, anche economicamente, come dimostra il ruolo sempre più rilevante della Cina nell’area – si veda Politico).

Durante l’ultimo Consiglio europeo di marzo, era stato affermato che il mese di giugno 2018 sarebbe stato il momento più adatto per trovare una quadra tra le varie posizioni in campo: Europa del Nord – Germania – Francia – Europa dell’Est e Paesi del Sud. Ma alla luce di quanto esposto e considerando anche le parole di Macron – il quale ha affermato che l’orizzonte utile per la roadmap è la fine dell’attuale “legislatura parlamentare europea” – si tratta di uno scenario irrealistico. Ci vorrebbe, in alternativa, un colpo di genio diplomatico, o, più semplicemente, un accordo di “minimo comun denominatore”, il quale però, a sua volta, annienterebbe lo spirito delle riforme (e dell’elezione) di Macron. 

Nel frattempo, oltre al capitolo “riforme” c’è poi da portare avanti la negoziazione sul Quadro di finanziamento pluriennale (Qfp) che determinerà l’allocazione e le coperture del budget dell’Ue dal 2020 al 2027. In questo contesto, i Paesi membri sembrerebbero – ancora una volta – divergere: chi si assumerà la responsabilità di coprire il buco lasciato dal Regno Unito? Quali saranno le politiche poste al centro dei prossimi 7 anni di governo comunitario? Nel suo discorso, Macron ha affermato che “il prossimo budget europeo deve incarnare una scelta politica” sul futuro dell’Unione. È sicuramente più facile a dirsi, che a farsi. 

Soltanto un anno fa, la Commissione europea pubblicava il Libro bianco sul futuro dell’Europa delineando 5 scenari per il destino dell’Unione e chiedendo agli Stati membri di prendere una direzione chiara a favore, o contro, un approfondimento del processo di integrazione. Da allora, si sono susseguite soltanto innumerevoli elezioni (Francia, Germania, Austria, Repubblica Ceca, Ungheria) e molti proclami. Sono state pochissime invece le decisioni di rilievo (un discorso a parte andrebbe fatto per l’Unione di difesa). Tra un anno si voterà per rinnovare il Parlamento europeo, ma il senso di questa Unione (a parte favorire il consolidamento del Mercato Unico) sembra sempre più avvolto dalla nebbia. Nonostante gli sforzi di Macron.

 

(Linkiesta, 19.04.2018)

Photo CC Flickr: Jeso Carneiro

La partita (tutta in salita) di Macron in Europa

Bruno Le Maire, ha detto che Francia e Germania condividono fondamentalmente una visione simile per il futuro dell’Uem. E lo ha affermato in seguito a un incontro con Olaf Scholz – il ministro delle finanze tedesco, succeduto a Schaeuble – avvenuto nei giorni scorsi. Quello che resta da capire è se questa visione “comune” non si tradurrà, fondamentalmente, in un appiattimento della Francia sulle posizioni tedesche.

Oggi, a Bruxelles, nel quadro del cosiddetto Consiglio europeo di Primavera (“Spring European Council”), i primi ministri dell’Eurozona discuteranno nuovamente le prospettive di un approfondimento dell’Unione economica e monetaria (Uem).

Nel documento introduttivo al dibattito pubblicato dalle istituzioni comunitarie, si specifica che l’incontro potrebbe servire a scambiare opinioni riguardo a due macro-tematiche:

  • Sviluppo di una capacità fiscale europea. L’Eurozona dovrebbe dotarsi di una capacità di azione fiscale comune, come, per esempio, strumenti di stabilizzazione macroeconomica, di supporto agli investimenti e all’occupazione, alla promozione di riforme strutturali? Tale capacità dovrebbe essere parte integrante del budget attuale dell’Ue, o dovrebbe essere coperta da un bilancio apposito?
  • Promozione di politiche virtuose. A livello europeo, dovrebbe essere fatto di più per realizzare riforme strutturali indirizzate allo sviluppo di una maggiore competitività, della crescita, della convergenza e alla riduzione dei disequilibri commerciali? Dovrebbe essere fatto di più per garantire una maggiore responsabilità fiscale da parte degli Stati nazionali? E quali strumenti dovrebbero essere utilizzati eventualmente?

Come si evince da questa formulazione, non esiste ancora un consenso riguardo al processo di riforma dell’Uem. Anzi, è lo stesso testo a mettere nero su bianco lo stallo: “Molte delle tematiche all’ordine del giorno sono state trattate innumerevoli volte dai ministri dei Paesi coinvolti”, ma, per ora, “è stato trovato soltanto un livello minimo di consenso”. È per questo che – recita ancora il documento – serve una discussione tra i massimi rappresentanti di governo. Allo stesso tempo, si specifica però che la giornata si concluderà senza un documento ufficiale.

Del resto, già venerdì scorso, Macron e Merkel si erano accordati soprattutto su una metodologia di lavoro. Una road-map che delineerà concretamente le tappe del processo di riforme non sarà presentata prima del Consiglio europeo di giugno.

Cosa aspettarsi quindi dal meeting in corso? Probabilmente dichiarazioni incentrate sullo stato di avanzamento dell’Unione bancaria, unico punto non (troppo) controverso, e considerazioni generali sulla necessità di implementare riforme strutturali a favore della crescita. Gli altri cantieri (riforma del Meccanismo di stabilità europeo, sviluppo di un budget per gli investimenti e istituzione di un ministro europeo dell’Economia) resteranno avvolti dalla nebbia.

Grazie a un paio di analisi pubblicate questa settimana da media europei, nonché a partire da alcune dichiarazioni politiche rilevanti, si può tuttavia cercare di capire quali siano gli scenari di riforma più realistici per l’Uem.

Secondo l’esperta di politica francese, Claire Demesmay (Gesellschaft fur Auswertige Politik), citata da Die Zeit, l’incertezza del posizionamento tedesco (causato dall’assenza di un governo durante gli ultimi 6 mesi, ma, più in generale, da una politica tedesca tipicamente “merkelliana” caratterizzata dallo scarso decisionismo) ha incentivato altri Paesi a farsi avanti in relazione agli scenari di riforma dell’Uem. Così, in risposta alle velleità del Presidente francese, molti esecutivi avrebbero preso una posizione decisamente conservatrice (si veda a proposito l’articolo pubblicato su ilSalto settimana scorsa).

Quali sarebbero le conseguenze? La Germania potrebbe tranquillamente “nascondersi dietro allo scetticismo di altri Membri dell’Unione” – sottolinea ancora Demesmay – e far cadere nel vuoto le proposte di Macron senza, allo stesso tempo, compromettere l’asse Berlino-Parigi. La principale “vittima” di questo processo – è evidente – sarebbe proprio il Presidente francese. In questo senso, Ulrike Guérot (Donau Universitat Krems) parla di una “negligenza” tedesca in materia di “riforme dell’Eurozona”.

È da notare che nelle ore precedenti al Consiglio europeo, Macron si è incontrato con il primo ministro olandese conservatore, Mark Rutte, uno dei principali governi a ostacolare un cambiamento in senso progressista dell’Uem. Sebbene entrambi siano dei liberisti, il primo è in cerca di un’Europa più federale, il secondo no. L’incontro si è concluso con una dichiarazione di intesa su tutti i fronti, tranne che su quello economico-fiscale, appunto. Lo scambio Macron-Rutte dimostra quanto quella che sembrava essere soltanto una partita franco-tedesca sia in realtà una trattativa multi-polare. E, soprattutto, sempre più in salita per la Francia. A maggior ragione, in assenza di alleati stabili come poteva esserlo un governo italiano a guida Pd.

A queste riflessioni di massima, va aggiunto che sono poi comparse le prime voci francesi dai “tratti teutonici”. A detta di Politicola Vice-Presidente della Banca centrale francese, Sylvie Goulard, ha reso noto che bisogna essere “modesti” e che l’istituzione di un ministro dell’Economia europeo e di un budget per gli investimenti nell’Eurozona non contano. Meglio procedere con riforme realistiche. Le parole di Goulard, già eurodeputata, nonché (per brevissimo tempo) ministra della Difesa, non vanno sottovalutate. Si tratta, a tutti gli effetti, della prima uscita pubblica proveniente dal campo-Macron che infrange l’immagine di Parigi quale propulsore di un cambiamento radicale del funzionamento dell’Eurozona.

D’altra parte, il ministro dell’Economia francese, Bruno Le Maire, ha detto che Francia e Germania condividono fondamentalmente una visione simile per il futuro dell’Uem. E lo ha affermato in seguito a un incontro con Olaf Scholz – il ministro delle finanze tedesco, succeduto a Schaeuble – avvenuto nei giorni scorsi. Quello che resta da capire è se questa visione “comune” non si tradurrà, fondamentalmente, in un appiattimento della Francia sulle posizioni tedesche.

(ilSalto, 23.03.2018)

Lavoriamo sempre più e guadgniamo sempre meno, perggio dell’Italia solo Romania, Spagna e Grecia

Nella classifica dei Paesi con i tassi più alti di “lavoratori poveri”, l’Italia si classifica al 5 posto (11,7 per cento), al seguito (in ordine decrescente) di Romania, Grecia, Spagna e Lussemburgo. Il Belpaese figura anche tra i Paesi con l’incremento più alto del tasso dal 2010 a oggi (+2,2 per cento). Peggio, hanno fatto Ungheria (+4,3), Bulgaria (+3,7), Estonia (+3,1) e, seppur di poco, la Germania (+ 2,3).

Questa settimana, Eurostat ha pubblicato nuovi dettagli e dati aggiornati relativi al problema della povertà in Europa. In particolare, l’istituto statistico europeo ha rilasciato i numeri relativi al rischio-povertà dei minori con trascorsi migratori in famiglia e dei cosiddetti “working poor”, ovvero lavoratori e lavoratrici che non sfuggono alla trappola della povertà, pur essendo impiegati.

In media, il 35 per cento dei minori che provengono da famiglie composte da almeno un genitore con trascorsi migratori rischia di ritrovarsi in una situazione di povertà. Per i figli di autoctoni, la percentuale scende, in media, al 18 per cento.

La differenza di prospettiva è particolarmente marcata in Svezia dove il rapporto è di 1 a 6. L’Italia si colloca alla sesta posizione nella classifica dei tassi di rischio di povertà dei minori con background migratorio. Ai primi posti, e in ordine decrescente, ci sono Svezia, Spagna, Lituania, Slovenia e Francia. Eppure, il differenziale, non gioca sempre a sfavore dei minori figli di migranti. In Polonia, Bulgaria e Ungheria, sono i minori delle famiglie autoctone a soffrire un maggiore rischio di povertà.

Grafico Euvisions Linkiesta

Per quanto riguarda i rischi di povertà tra gli occupati, nel 2016, quasi 1 impiegato su 10 nell’Ue era a rischio di povertà lavorativa.

Come scrive Eurostat, il rischio è “fortemente influenzato dal tipo di contratto di lavoro in essere”. Tra gli impiegati part-time il rischio di povertà raddoppia (15,8 per cento) rispetto alla forza lavoro a tempo pieno (7,8). Allo stesso tempo, chi ha un contratto a tempo determinato è quasi tre volte più a rischio povertà di quanto non lo sia un indeterminato (rispettivamente, 16,2 e 5,8 per cento).

Grafico Euvisions2 Linkiesta

Nella classifica dei Paesi con i tassi più alti di “lavoratori poveri”, l’Italia si classifica al 5 posto (11,7 per cento), al seguito (in ordine decrescente) di Romania, Grecia, Spagna e Lussemburgo. Il Belpaese figura anche tra i Paesi con l’incremento più alto del tasso dal 2010 a oggi (+2,2 per cento). Peggio, hanno fatto Ungheria (+4,3), Bulgaria (+3,7), Estonia (+3,1) e, seppur di poco, la Germania (+ 2,3).

 

(Linkiesta, 22.03.2018)

Il vero leader dell’Europa non è Bruxelles e si chiama BCE

La crisi ha spinto la Banca Centrale Europea a cambiare “linguaggio”. Uno studio da parte dell’Università di Groeningen e dell’Università di Pavia ha analizzato 560 discorsi ufficiali della Presidenza della BCE dal ‘98 ad oggi

In tempi di crisi economica e valoriale, le comunità politiche e, più in generale, gli individui vanno in cerca di leader carismatici capaci di ridurre l’incertezza. Lo stesso è avvenuto anche in Europa, dopo il 2007. Eppure, sarebbe difficile indicare chi sia stato, nel corso dell’ultimo decennio, la guida dell’Unione europea.

La Commissione? Molti analisti politici storcerebbero la bocca: le risorse in mano alla CE sono limitate e il conflitto interistituzionale a Bruxelles troppo grande. Certo, ci sono stati interventi precisi e mirati in determinati settori di policy. Ma qui siamo in cerca di leadership e carisma. Vien da pensare alla Germania. Eppure, Berlino ha operato in maniera intermittente e, sicuramente, senza una salda visione in grado di convogliare un consenso, per l’appunto, inter-governativo. Quindi?

Uno studio condotto dai ricercatori del progetto REScEU dell’Università di Milano dimostra come sia stata la Banca centrale europea (BCE), al netto degli interventi tecnici di politica monetaria, a caricarsi sulle spalle il ruolo di motore “politico” dell’Ue. Insomma, se esiste un leader, bisogna cercarlo a Francoforte, non a Bruxelles.

La ricerca di Pier Domenico Tortola (Università di Groeningen) e Pamela Pansardi(Università di Pavia) parte dalla definizione weberiana di carisma e analizza un corpus di 560 discorsi ufficiali della Presidenza della BCE dal ‘98 al 2016. È tramite questi “discorsi presidenziali” e, quindi, tramite il linguaggio, che la BCE si è trasformata in “leader carismatico” all’interno dell’Ue nel corso degli ultimi 10 anni.

Quali sono gli elementi che lo dimostrano? Da un punto di vista linguistico, la leadership di sostanzia nell’utilizzo di espressioni tipiche, come, per esempio, il riferimento a eventi passati posti in continuità con il presente; ma anche la sottolineatura di identità collettive e l’apprezzamento delle azioni dei “seguaci” (del leader di turno). Oppure ancora: l’utilizzo di giustificazioni morali e l’identificazione tra leader e seguaci. Infine, il riferimento a obiettivi futuri (piuttosto che di breve periodo) e alla “speranza” e alla “fiducia”.

Figura1 Euvisions

Figura 1. Variazione di linguaggio carismatico da parte della BCE nel corso degli ultimi 20 anni

I risultati dell’analisi dimostrano come la BCE sia diventata un leader e carismatico con l’avvento della crisi economica. Mario Draghi ha giocato un ruolo chiave in questo senso? I controlli statistici indicano che la trasformazione carismatica dell’istituto sia avvenuta in maniera indipendente rispetto all’avvicendamento alla presidenza.

In soldoni: tra i discorsi di Trichet e Draghi non c’è differenza sostanziale, ma tra quelli di questi ultimi e i presidenti precedenti sì. È la crisi ad aver spinto la BCE a cambiare comportamento.

 

(Linkiesta, 15.05.2018)

Photo CC Flickr: European Parliament

Il futuro dell’Ue? Una cacofonia

Lunedì 6 marzo, tramite un comunicato stampa congiunto, Danimarca, Estonia, Finlandia, Irlanda, Lettonia, Lituania, Olanda e Sveziahanno scritto che qualsivoglia modifica dell’attuale assetto dovrebbe concentrarsi sul “completamento dell’Unione bancaria e sulle riforme strutturali e le politiche fiscali nei singoli Paesi”, in linea “con le regole comunitarie”

I ministri delle finanze di otto nazioni del Nord Europa e dell’area Baltica hanno smorzato l’entusiasmo franco-tedesco per un eventuale processo di riforma europeo volto a modificare i connotati dell’Unione economica e monetaria (Uem).

Lunedì 6 marzo, tramite un comunicato stampa congiunto, Danimarca, Estonia, Finlandia, Irlanda, Lettonia, Lituania, Olanda e Sveziahanno scritto che qualsivoglia modifica dell’attuale assetto dovrebbe concentrarsi sul “completamento dell’Unione bancaria e sulle riforme strutturali e le politiche fiscali nei singoli Paesi”, in linea “con le regole comunitarie”. Tradotto: lasciamo perdere, almeno per il momento, progetti quali l’istituzione di un ministro delle Finanze europeo e lo sviluppo di un budget dell’Eurozona per gli investimenti, entrambi abbozzati dal Presidente francese, Emmanuel Macron, e condivisi parzialmente dalla neonata coalizione GroKo in Germania.

I Paesi di questo gruppo misto Nord-Baltico elencano numerosi punti fermi per il futuro del processo di integrazione.

Più a destra di Merkel

Iniziando dalle questioni di metodo, nel comunicato viene ribadito che qualsiasi piano di riforme relativo all’Uem deve essere “inclusivo”. Anche i Paesi che non fanno parte dell’Eurozona dovrebbero poter partecipare, su base volontaria, alle discussioni sul futuro del processo di integrazione. A prescindere dai temi specifici. Tra le righe, qui si legge, da un lato, una critica a Francia e Germania – i due Paesi hanno a più riprese ribadito che un rilancio del processo di integrazione dipende e passa dall’asse Berlino-Parigi -, dall’altro, una scarsa sintonia con il discorso dell’“integrazione a due velocità”.

Passando al merito delle potenziali riforme, gli 8 Paesi sottolineano che il Patto di stabilità e crescita (Psc) non si discute e che un’ Uem rinforzata passa dagli interventi strutturali a livello nazionale. In secondo luogo, qualsiasi processo di riforma dovrebbe incentrarsi su opzioni che godono di un supporto a livello di opinioni pubbliche nazionali. Letteralmente, la discussione dovrebbe incentrarsi sui “bisogni” (“need to have”, tdr.) e non sui “desideri” (“nice to have”, tdr.). Ovvero: “il completamento dell’Unione bancaria, la trasformazione del Meccanismo europeo di stabilità (Mes) in un Fondo monetario europeo” e il rafforzamento di un’ “agenda di libero scambio”.

Entrando nel dettaglio delle tre aree di riforma, per quanto riguarda l’Unione bancaria, gli elementi chiave (e prioritari) sarebbero quelli già delineati nella Roadmap to Complete the Banking Union del 2016: la definizione di margini di liquidità adeguati per garantire le procedure di bail-in, il completamento di politiche virtuose per gestire i cosiddetti non-performing loans e la minimizzazione degli aiuti di Stato. Che fine ha fatto lo schema di assicurazione europeo per i depositi (Edis)? I ragionamenti tecnici “dovrebbero essere portati avanti”, mentre le “discussioni politiche” possono partire soltanto a fronte di un progresso sul fronte della “riduzione del rischio”. Il tutto dovrebbe poi procedere di pari passo con il rafforzamento dell’Unione dei capitali. Punto numero due: Meccanismo europeo di stabilità. Il Mes dovrebbe godere di maggiore responsabilità per lo sviluppo e il monitoraggio dei programmi di assistenza finanziaria-fiscale di cui beneficiano Paesi in stato di crisi. Il processo decisionale interno all’istituto dovrebbe inoltre rimanere “intergovernativo” e basato sulle attuali regole di voto. Appare netta quindi l’opposizione all’idea di ancorare il Mes a un procedimento di supervisione (oltre che di democratizzazione e politicizzazione) parlamentare. In generale, tra le righe (e con un po’ di malizia), si può leggere la predilezione, da parte dei Paesi firmatari, per un ruolo sempre meno incisivo della Commissione europea a favore del Mes.

Infine, i ministri delle finanze sottolineano la necessità di sviluppare il prossimo Piano di finanziamento pluriennale europeo (Qfp), combinando meglio l’allocazione delle risorse all’implementazione di riforme strutturali. Queste ultime avrebbero dimostrato – nel corso e dopo la crisi –  la loro “efficacia”.

Cosa ci dice tutto ciò?

Il comunicato aggiunge nuovi elementi al dibattito sul processo di di riforme europeo che ha preso piede dopo le elezioni francesi dell’anno scorso. Peccato però che, a questo punto e metaforicamente parlando, la discussione somigli molto più a una “cacofonia” (per farsi un’idea della molteplicità e diversità delle posizioni in campo, ecco una carrellata di contenuti pubblicati negli ultimi giorni da varie testate internazionali: #1, #2, #3, #4, #5).

A livello di principio, Danimarca & co. sembrerebbero in linea con la visione della CDU tedesca. Ma quest’ultima ha aperto a un processo di riforma più ampio per andare incontro a Macron, nel contesto della neonata GroKo. Ne consegue, che la posizione qui delineata è lontana da quella di Parigi e, naturalmente, da quella del Sud Europa (soprattutto, Portogallo e Grecia). Inoltre, è da notare la presa di distanza olandese nei confronti della Germania.

Semplificando (di molto) il quadro politico continentale, si intravede, in funzione dei piani futuri di riforma, la costituzione di alcuni blocchi distinti di Paesi caratterizzati da interessi diversi:

  • Il blocco Nord-Baltico;
  • L’asse Berlino-Parigi che comprende anche Lussemburgo e Belgio;
  • Il gruppo del Sud: Portogallo, Grecia e Spagna;
  • Il blocco Visegrad: Polonia, Ungheria, Repubblica Ceca e Slovacchia;
  • Gli “aspiranti Schengen”, Bulgaria e Romania;

E tutti gli altri? Per il momento fluttuano tra questi gruppi in attesa di collocarsi. Considerando il voto di domenica, dall’Italia ci si potrebbe aspettare un riposizionamento da qualche parte, tra Visegrad e il gruppo del Sud. L’Austria, al contrario, si trova tra Visegrad e il blocco Nord-Baltico.

Ma a questo punto, la domanda cruciale diventa: per il futuro dell’Unione e dell’Eurozona, che tipo di compromesso potrà nascere da una tale frammentazione politica?

(ilSalto, 09.03.2018)

Banca centrale europea, dopo Draghi ecco lo spauracchio Weidmann

Le chance di Weidmann dipendono dalle posizioni istituzionali che otterranno Francia e Italia. Per ora si tratta di fantapolitica, ma il ballo delle cariche europee è iniziato. Da qui alla prima metà del 2019, le istituzioni comunitarie cambieranno volto.

Questa settimana, l’Eurogruppo guidato dal portoghese Mario Centeno, ha indicato la propria preferenza per Luis de Guindos, attuale ministro dell’Economia spagnolo, all’interno del processo di selezione valido per occupare la posizione di vicepresidente della Banca centrale europea (BCE). In seguito alla decisione ufficiale, che verrà presa in occasione del Consiglio europeo di marzo, De Guindos succederà quindi Vitor Constancio, a partire dal prossimo mese di giugno.

La nomina dello spagnolo potrebbe avere un significato particolare soprattutto in funzione dell’avvicendamento alla testa della Banca centrale che avverrà l’anno prossimo. Mario Draghi, l’uomo che secondo molti analisti avrebbe “salvato l’Euro” con il famoso discorso “whatever it takes” del 2012 (in piena crisi del debito sovrano), giungerà infatti a fine incarico nel 2019.

Più nel dettaglio, secondo un meccanismo mai ufficializzato di bilanciamento fra interessi (e filosofie monetarie) attinenti a diverse aree economiche europee, uno spagnolo alla vicepresidenza dovrebbe favorire le chance di un rappresentante del Nord al vertice dell’istituzione monetaria

Ecco allora che il tedesco Jens Weidmann, diventerebbe il candidato numero uno per la guida della BCE.Weidmann è noto per essere stato uno dei maggiori critici delle politiche monetarie della BCE degli ultimi anni. Nel folcloristico linguaggio giornalistico italiano, è stato spesso dipinto come un “falco”, ovvero un uomo tutto “stabilità e rigore”, contrario a inondare il mercato con eccessiva liquidità. È bene ricordare che attualmente – e almeno fino al mese di settembre di quest’anno – la BCE acquista titoli per un valore di 30 miliardi al mese nel quadro del noto programma di quantitative easing (il volume degli acquisti è andato scemando in maniera significativa, nel corso dell’ultimo anno). Queste misure, insieme a un tasso di interesse tenuto volontariamente basso dall’Istituto di Francoforte, sono un marchio di fabbrica della gestione Draghi.

In seguito alle notizie trapelate dall’Eurogruppo, il “neo-nominato” de Guindos ha affermato che la politica monetaria tornerà alla “normalità” parallelamente al recupero dell’economia reale. A un primo sguardo, le parole caute dello spagnolo sono in linea con la posizione attuale del Direttorio della BCE. Eppure, Handelsblatt, proprio ieri ha segnalato come le speculazioni riguardo a un binomio Weidmann-de Guindos abbiano già avuto un effetto concreto, ovvero la presa di distanza da parte di investitori dai titoli di debito pubblico sovrano. Secondo Ricardo Garcia di UBS, “una BCE sotto Weidmann provocherebbe una normalizzazione dei tassi di interesse a ritmi più rapidi del previsto”.

Della problematicità di una “BCE sotto Weidmann” hanno scritto in molti, nel corso delle ultime settimane. La critica più dura è arrivata da Steffen Stierle sulle pagine di Euractiv.

Stierle ha sottolineato come la figura del Presidente della BCE debba essere abile nell’ottenere “compromessi”, non proprio il tratto distintivo del Presidente della Bundesbank se si considerano le uscite pubbliche degli ultimi anni. Del resto, la stessa BCE ha il mandato di lavorare nell’interesse dell’intera Eurozona e non del Paese di origine del Presidente

Ma i giochi sono veramente già fatti?

Robin Huguenot-Noel, un policy analyst dello European Policy Centre (EPC) citato ieri da Euractiv, ha spiegato che le chance di Weidmann, oltre che dalla nomina dello spagnolo, dipendono anche da cosa accadrà in seno ad altre istituzioni e Gruppi politici europei. In che senso? La Francia di Macron, come altri Paesi membri, sarebbe cosciente del cambio di passo che implicherebbe una coppia Weidmann-de Guindos. Conseguentemente, dovrebbero esistere dei contrappesi: uno di questi potrebbe essere l’ascesa del francese, Michel Barnier – attuale capo-negoziatore per la Commissione europea nella Brexit – alla guida del Gruppo politico del Partito popolare europeo (PPE) presso il Parlamento europeo. In virtù della procedura degli spitzenkandidaten, Barnier (e quindi, nell’ottica inter-nazionale, la Francia) potrebbe “mettere le mani” su Palazzo Berlaymont.

Insomma, in linea generale, e come scrive Pablo R. Suanzes sulle pagine di El Mundo, le possibilità di Weidmann dipendono dalle posizioni istituzionali che otterranno Francia e Italia. Per ora si tratta di fantapolitica, ma il ballo delle cariche europee è iniziato. Da qui alla prima metà del 2019, le istituzioni comunitarie cambieranno volto.

 

(Linkiesta, 23.02.2018)

Photo CC Flickr: European Central Bank

Euro sì o no? Il dilemma della sinistra europea

Le differenze sono sottili, eppure sostanziali. Varoufakis e Hamon credono che una modifica dei trattati comunitari sia necessaria, ma nel medio periodo. Nel frattempo – e attraverso le già menzionate infusioni di trasparenza e democratizzazione – sarebbe possibile dare un tratto più sociale a questa Unione. Per i vari Mélènchon-Fassina invece no: la modifica dei trattati serve subito. Altrimenti? Ci deve essere un “piano B”, quello dell’uscita dall’Euro, dell’istituzione di un sistema coordinato di valute nazionali e un’unità di conto comune.

“Per il Partie de Gauche (PG) e, indubbiamente, per altri partiti della Sinistra europea, è diventato impossibile venire associati allo stesso movimento di Syriza […] .” È questo il verdetto che il Partie de Gauche di Jean Luc Mélènchon ha emesso, attraverso un comunicato, sul proprio sito web.

Il PG ha di fatto chiesto l’espulsione del Partito greco dalla federazione comunitaria dei partiti della sinistra. Perché?

Nel comunicato si legge che il PG esprime il proprio “dispiacere” in relazione alla promozione, da parte di Tsipras, della logica dell’austerità al punto da restringere il diritto di sciopero, “sottomettendosi agli ordini della Commissione europea” (CE). La risposta di Syriza si è fatta tweet: la richiesta di Mélènchon sarebbe “anti-democratica, provocatoria e divisiva.”

La querelle tra PG e Syriza è il sintomo di un interrogativo più ampio che assilla silenziosamente le anime della sinistra del Vecchio Continente: Unione europea sì, o Unione europea no?

Questo è il problema

Per una parte sempre più significativa della classe dirigente della sinistra, il processo di integrazione si sta trasformando da “causa comune” in argomento controverso, se non divisorio.

Non importa dove si vada all’interno dei Paesi cosiddetti centrali dell’Ue e dell’Eurozona: ovunque, si ha la sensazione che i partiti della sinistra “radicale” stiano quantomeno “affrontando” un dibattito interno, sull’opportunità di rimanere nell’Eurozona — se non, nell’Unione europea tout court.

In Germania, Sahra Wagenknecht della Die Linke si è espressa in modo ambiguo sull’Ue nel recente passato. Nel 2013, con riferimento alla compressione dei salari nel Paese, Wagenknecht ha detto: “Su i salari, o fuori dall’Euro” (Lohne rauf, oder aus dem Euro rausSaarbrucker Zeitung). L’anno scorso, parlando del Belpaese, ha usato parole simili: “O si riforma l’Eurozona, oppure l’Italia sarà costretta a uscire dall’area valutaria comune” (Die Zeit).

In Francia, i dirigenti del movimento La France Insoumise hanno lanciato messaggi altrettanto forti. Nel 2016, Mélènchon ha fatto capire che, qualora fosse costretto a scegliere tra sovranità ed Euro, opterebbe per la prima. Senza contare poi che, nel 2017, ai microfoni di Radio 1, il leader di PG ha proposto un “referendum sull’Euro” (video), nel caso in cui non si modifichi la missione della Banca centrale europea.

Ma la lista degli episodi/dichiarazioni va al di là dell’asse Berlino-Parigi. In Italia per esempio, all’interno di Sinistra Italiana — partito confluito nel progetto di coalizione di Liberi e Uguali — Stefano Fassina, economista ex-Pd, ha sferrato attacchi robusti contro l’Eurozona, scrivendo apertamente della necessità di “superare l’Euro.” E anche nelle file di Potere al Popolo, esistono posizioni radicali come quella di Eurostop (si veda l’intervista con Giorgio Cremaschi su ilSalto). Infine, c’è Senso Comune (SC), un movimento associativo-politico che si sta radicando sul territorio italiano, e che rivendica un’uscita dall’Euro, se non, addirittura dall’Ue ( si legga l’editoriale di Thomas Fazi — co-fondatore di SC — su Social Europe). Capitolo a parte per la Spagna, dove Podemos ha sempre taciuto, in maniera ambigua, la propria posizione sull’Europa e sulla moneta unica: l’ordine è la patria sovrana. O, per dirla ancora con Errejon, “un partito di sinistra che non rivendica l’identità nazionale” sarebbe “inutile.”

Una tragedia europea

D’accordo, ma cosa c’entra tutto questo con Tsipras e la Grecia? Molto.

La gestione della crisi ellenica del 2015 da parte delle istituzioni europee, nonché la la condotta di Syriza in seguito, hanno rappresentato, agli occhi della sinistra del Vecchio Continente, uno spartiacque, un trauma ben più importante rispetto alla crisi finanziaria del 2007-2008.

Quest’ultima è originata negli Stati Uniti ed è stata causata dai mercati. La prima invece, è nata in Europa ed è stata “rafforzata” — questa l’interpretazione della sinistra radicale — da un consesso di “attori” istituzionali (chiamatela Troika, se volete) e partitici. Molti di quest’ultimi sono i partiti della socialdemocrazia europea e, per l’appunto, Syriza: Alexis Tsipras è il prescelto che non compie la sua missione storica e che tradisce la volontà popolare.

Da un punto di vista più generale, gli eventi di Atene avrebbero illuminato uno “stato di fatto:” quello di un’Unione piegata agli interessi di un’area politica ed economica precisa — quella liberale — e, punto importante, difficilmente modificabile. Per dirla con Fassina, oggigiorno non vi sarebbero “le condizioni politiche per orientare l’euro in senso pro-labour.” Anche perché “il mercantilismo tedesco ha radici profonde”— Sostiene l’ex-PD.

La versione di Varoufakis

Tra la socialdemocrazia dello status quo e la sinistra radicale affascinata da un’uscita dall’Unione, esiste poi la “versione di Varoufakis”. Proprio dalla debacle ateniese, il ministro delle Finanze greco è risorto con il suo movimento paneuropeo Diem25, (Democracy in Europe Movement 2025), una rete internazionale di attivisti che credono nel rilancio del progetto Ue e che si candiderà alle elezioni del Parlamento europeo del 2019.

Secondo Varoufakis, l’Unione si può e deve cambiare “da dentro”, tramite vincoli di “trasparenza e democraticità” da applicare alle procedure decisionali di organi quali il Consiglio europeo e l’Eurogruppo. Chi altro rientra in questa area? Benoit Hamon, l’ex-candidato del Partito socialista (PS) francese alle elezioni presidenziali del 2017 (e ora guida di un nuovo movimento progressista indipendente dal PS, Génération-s), nonché la star dell’economia alternativa, Thomas Piketty. Una critica alla strategia politica di Varoufakis è arrivata però per mano di Jonathan Shafi, sulle pagine del The Independent. Secondo Shafi, non potrebbe esistere un’opzione marxista nel quadro dell’Ue. Varoufakis sarebbe, quantomeno, naive quando dice che “è necessario salvare l’Ue da se stessa” (qui lo scambio di tweet tra Varoufakis e Shafi).

Jonathon Shafi@Jonathon_Shafi

Thanks to @yanisvaroufakis for sharing my comments – written in spirit of debate – on EU strategy for @IndyVoices yesterday. These are difficult and complex issues that we should be able to debate as progressives. https://twitter.com/yanisvaroufakis/status/959320413984575490?ref_src=twcamp%5Eshare%7Ctwsrc%5Em5%7Ctwgr%5Eemail%7Ctwcon%5E7046%7Ctwterm%5E0 

Yanis Varoufakis

@yanisvaroufakis

Your article was apt: The progressives’ approach to institutions created to pursue the interests of oligarchies (at national our European level) needs to be nuanced and can never be a sublime matter.

In ogni caso, l’ipotesi dell’ex ministro delle Finanze greco rappresenta, all’interno della bolla della sinistra europea, il contrappeso alle frange dell’exit. Eppure, a ben vedere però, entrambe le aree chiedono una modifica dei trattati comunitari. Quindi?

Le differenze sono sottili, eppure sostanziali. Varoufakis e Hamon credono che una modifica dei trattati comunitari sia necessaria, ma nel medio periodo. Nel frattempo – e attraverso le già menzionate infusioni di trasparenza e democratizzazione – sarebbe possibile dare un tratto più sociale a questa Unione. Per i vari Mélènchon-Fassina invece no: la modifica dei trattati serve subito. Altrimenti? Ci deve essere un “piano B”, quello dell’uscita dall’Euro, dell’istituzione di un sistema coordinato di valute nazionali e un’unità di conto comune. Sono già esistite in passato e si chiamavano rispettivamente “serpente monetario” ed “Ecu” (European currency unit). La storia si ripeterà? Difficile dirlo. Ma è probabile che, da qui alle elezioni del Parlamento europeo del 2019, nella sinistra europea, la spaccatura sull’Unione si allargherà e metterà un’intera classe dirigente di fronte a una scelta scomoda: Unione sì, o Unione no?

(TheSubmarine, 22.02.2018)

La sinistra europea punta sul tema ‘sicurezza’ per tornare a conquistare voti

Macron annuncia di raggiungere il 2% di spesa sul pil per la Difesa, in Germania l’SPD cerca di recuperare terreno sul tema della sicurezza. Intanto Corbyn accusa Theresa May per i tagli alle forze dell’ordine e in Polonia vengono annunciati 4mila nuovi ingressi nelle forze di polizia

La “sicurezza” è il tema politico principe nei dibattiti pubblici del Vecchio Continente. E chi crede che sia soltanto a causa di della retorica della destra radicale, si sbaglia.

Nelle ultime settimane, il rafforzamento della difesa interna ai singoli Stati nazionali ed estera a livello europeo, è sulla bocca di tutti.

Settimana scorsa, la Francia ha annunciato che verranno investiti 300 miliardi di euro nel settore nel corso dei prossimi 6 anni. 37 soltanto nel nucleare. Il tutto per raggiungere il 2% di spesa sul pil.

Il ministro alla Difesa, Florence Parly ha affermato che gli sforzi necessari non soltanto per rispettare le promesse fatte nel quadro degli accordi NATO, ma anche per “compensare le mancanze degli anni passati e costruire un esercito moderno, sostenibile e protettivo”.

In Francia, gli investimenti in sicurezza e militare sono sempre stati una cifra discorsiva del Front National. La mossa potrebbe quindi essere anche letta come un tentativo di tagliare le gambe al partito di Le Pen che sta attraversando un periodo di riassestamento dopo le scorse presidenziali (si parla addirittura di un potenziale cambio di nome della formazione).

Più in generale, Macron non ha mai smentito né a parole, né nei gesti, l’idea di una certa nostalgica grandeur francese. A maggior ragione nell’epoca di Trump e di una Brexit che lascerebbe Parigi come unica potenza nucleare nell’Unione europea.

Ma quella della sicurezza non è soltanto una questione francese.

Al di là del Reno, in Germania, una SPD ancora traumatizzata dai recenti scossoni post-elettorali (accordo di larghe intese con Merkel e dimissioni di Schulz) ha fatto intendere che avrà un occhio di riguardo rispetto al tema.

Nelle ultime settimane, il rafforzamento della difesa interna ai singoli Stati nazionali ed estera a livello europeo, è sulla bocca di tutti. Settimana scorsa, la Francia ha annunciato che verranno investiti 300 miliardi di euro nel settore nel corso dei prossimi 6 anni. 37 soltanto nel nucleare. Il tutto per raggiungere il 2% di spesa sul pil

Andrea Nahles, ex-ministro al Lavoro e principale candidata alla successione di Schulz alla guida del Partito ha affermato, proprio ieri, che sulla sicurezza interna i socialdemocratici devono recuperare terreno. Il settimanale Die Zeit ha titolato addirittura “Nahles non vuole spostarsi più a sinistra”.

Già, perché l’accento sulla sicurezza diventa una mezza risposta a quella parte della base della SPD che vorrebbe un focus totale sulle politiche sociali. Nel dettaglio, Nahles ha detto che capisce la voglia “di purezza” della base, ma che l’agenda politica “non si può più declinare a piacimento”.

Del resto, gli ultimi sondaggi danno i socialdemocratici sotto al 17% a due lunghezze dalla radicale e xenofoba AFD, neo-promossa in Parlamento alle scorse elezioni. Inoltre, proprio riguardo alla questione immigrazione, qualche mese fa, ai microfoni di Der Spiegel, sempre Nahles aveva affermato quanto segue: “Non dobbiamo essere naive. Se arrivano un milione di persone, non possiamo aspettarci che siano tutti gentili. Ma chi non si tiene alle regole deve subire dure conseguenze”.

La retorica “securitaria” si ferma alla socialdemocrazia? Non proprio. Per dire, lo stesso Jeremy Corbyn, Oltremanica, ha cercato di incrementare il suo punteggio parlando di law and order.

Nel dettaglio, il leader dei laburisti ha accusato Theresa May per i tagli alle forze dell’ordine implementati proprio quando quest’ultima era agli Interni. Corbyn ha legato i tagli all’aumento degli indici di criminalità del Paese.

Infine, a forza di spostarsi a sinistra lungo lo spettro politico si torna a destra, magari a quella di governo polacca. È notizia di ieri che il ministro dell’Interno Joachim Brudzinski ha annunciato 4mila nuovi ingressi nelle forze di polizia. Brudzinski ha detto che a breve verranno allocati 36 milioni di euro per aumentare i salari degli agenti con le paghe più basse. Sarebbe soltanto il primo passo di un piano di modernizzazione per cui la polizia polacca dovrebbe ricevere più di 1 miliardo di euro entro il 2020.

Del resto, il Primo ministro polacco Morawiecki, atteso venerdì a Berlino, ha dichiarato che la Germania dovrebbe investire rapidamente nella propria difesa per essere in linea con le promesse NATO. Con riferimento alla politica estera e di sicurezza comunitaria Morawiecki ha poi dichiarato quanto segue: “Il modo migliore per garantire la pace, è attrezzarsi per la guerra”.

 

(Linkiesta, 15.02.2018)

Esiste una sfera pubblica europea? Se sì, è in crisi

Visto il gran parlare, soprattutto in campagna elettorale, delle possibilità di “riformare l’Europa”, lo studio evidenzia un problema non secondario. Se le sfere pubbliche nazionali sono così diverse fra di loro e, di conseguenza, le pressioni a cui devono rispondere le classi dirigenti, si può procedere, credibilmente, con una riforma complessiva dell’Eurozona? 

Esiste una sfera pubblica europea? Se sì, è lontana dall’essere levigata e uniforme.

Lo studio Tales from a crisis: diverging narratives of the euro area, pubblicato dal think tank Bruegel ha analizzato la copertura mezzo stampa di 4 quotidiani nazionali – LaStampa (Italia), Sueddeutsche Zeitung (Germania), LeMonde (Francia), ElPais (Spagna) – rispetto alla crisi economico finanziaria, dal 2007 al 2016.

L’obiettivo della ricerca di Henrik Muller, Giuseppe Porcaro e Gerret von Nordheim è stato quello di verificare le peculiarità delle “narrazioni” della crisi: chi è indicato come colpevole? Quali sono i temi più discussi? Quali conseguenze se ne possono trarre in termini di sviluppo di politiche e riforme europee?

Già nell’introduzione gli autori spiegano come, a livello teorico, “la frammentazione delle sfere pubbliche dei singoli Stati nazionali distingue l’area valutaria comune europea dalle altre” (es. Gli Stati Uniti d’America). “La mancanza di canali di comunicazione europei” costituisce un deficit nel momento in cui è necessario “legare i discorsi nazionali a un quadro di priorità di policy economiche” europee.

La ricerca ha permesso di analizzare quali topic (temi) siano stati trattati nei singoli Paesi (quotidiani) e di verificare similarità e differenze tra “sfere pubbliche” nazionali.

Partiamo dalle similitudini. Cosa accomuna le narrazioni dei diversi Paesi? La catena causale tra “tipi di crisi”. Si passa da quella economica alla corrispettiva politica e, infine, a una messa in discussione “dei valori sociali”. Conseguentemente si arriva sempre alla costituzione di determinati “sentimenti” e “capri espiatori”. Detto ciò, a livello di tono, la copertura dei media italiani e spagnoli – e per certi versi, anche di Le Monde –  si contraddistingue per una generalizzata “sfiducia” derivante dalle prospettive “negative di lungo periodo”. Il linguaggio della Sueddeutsche Zeitung è, invece, piuttosto “tecnocratico”. Per quanto riguarda il discorso “valoriale”, nell’interpretazione di quasi tutti i media, è la nozione di “democrazia” a essere danneggiata.

Ma sono sicuramente le differenze tra i singoli quotidiani ad essere il risultato più rilevante dell’analisi.

In Germania, dopo il 2009, si ritrova la critica serrata alla Banca centrale europea e ovviamente l’attenzione al bailout greco. Inoltre, sulle pagine della Sueddeutsche Zeitung, concetti come “il ritorno alla stabilità” e la “prudenza finanziaria” nella definizione di politiche “europee e nazionali” la fanno da padrona.

Lo stesso non avviene con riferimento a Le Monde. Qui, in Francia, questioni legate alla sicurezza (anche in virtù degli attentati terroristici) prendono il sopravvento dopo il 2009. Mantenendo un focus su temi economici, si nota come la copertura da parte di Parigi si focalizzi soprattutto sul rapporto fra Stati creditori e debitori e sulle posizioni dell’Unione “ispirate dalla Germania”.

E per quanto riguarda l’ItaliaLa Stampa è il quotidiano dal tono “più vittimista”: “La globalizzazione e la crisi” sarebbero stati di particolare danno per il Bel Paese “a causa della mancanza di identità comune nella penisola nostrana dovuta, a sua volta, alle fratture fra Nord e Sud”. Il sistema economico italiano è vittima prima della globalizzazione, poi della crisi finanziaria e, successivamente delle politiche di austerità imposte dall’Ue, alle quali Roma non può fare resistenza, perché “troppo debole”. Dopo il 2009, il focus tematico è tutto incentrato sulla Germania e sull’influenza di quest’ultima sulle politiche europee (c’è quindi una similitudine con il caso francese), ma anche e, soprattutto, sul sistema politico nostrano e le “colpe del Governo”. È importante notare, sottolineano gli autori, come, “nella narrativa italiana, la finanza e le banche non giochino un ruolo chiave”.

Infine, la Spagna, il Paese il cui quotidiano sembrerebbe mettere più enfasi sulla “responsabilità nazionale” rispetto allo scoppio della crisi (il che è sicuramente legato alla peculiarità della bolla immobiliare iberica). Il discorso si ripiega quindi sulle istituzioni nazionali. Termini quali “indignazione” appaiono frequentemente, anche in relazione ai movimenti sociali. Il Governo nazionale e le banche sono i target principali della critica nella prima parte della crisi. Successivamente, la Grecia riceve un trattamento particolare, in quanto monito per Madrid. La Banca centrale europea, le istituzioni di Bruxelles e la Germania ricevono invece un’attenzione secondaria, rispetto al quadro politico nazionale (una differenza importante rispetto agli altri casi).

Cosa ci dice tutto ciò? Nelle conclusioni dello studio, gli autori sottolineano l’importanza del ruolo delle sfere pubbliche per la definizione delle politiche: “Il quadro […] dimostra che le classi dirigenti nazionali si confrontano con pressioni […] del tutto diverse”, da Paese a Paese. Sembrerebbe un problema da poco conto,  per alcuni è la scoperta dell’acqua calda.

Eppure, visto il gran parlare, soprattutto in campagna elettorale, delle possibilità di “riformare l’Europa”, lo studio evidenzia un problema non secondario. Se le sfere pubbliche nazionali sono così diverse fra di loro e, di conseguenza, le pressioni a cui devono rispondere le classi dirigenti, si può procedere, credibilmente, con una riforma complessiva dell’Eurozona?

(ilSalto, 16.02.2018)

 

I conti e il segreto di Angela (per non spaventare il Partito)

I giochi tedeschi sull’Europa sono dunque in pieno svolgimento. Il dialogo fra Parigi e Berlino certamente continuerà e resterà cruciale. Ma i destini della UE sembrano oggi appesi alle dinamiche negoziali e agli equilibri interni che si creeranno una volta instaurata la grande coalizione rosso-nera.

Il 26 gennaio scorso, annunciando l’inizio ufficiale dei negoziati per la nascita di una nuova Grosse Koalition, Martin Schulz (SPD) ha affermato che l’Ue ha bisogno di una Germania “pro-Europa”. Il ministro degli esteri Sigmar Gabriel (SPD) ha a sua volta ribadito il collegamento fra i progetti “Europa” e “GroKo”. Nei fatti, tuttavia, la trattativa in corso con la CDU-CSU si è incentrata soprattutto su temi nazionali, tanto che alcuni si chiedono se Schulz non agiti la bandiera blu con le stelle gialle soltanto per motivi tattici. Come se il rilancio del processo di integrazione (“Neuer Aufbruch”) sia  (stato) usato dal  Segretario della SPD – in caduta libera negli indici di gradimento – come “carota” per far digerire al partito una scelta controversa: quella di allearsi nuovamente con Merkel.

La bozza di accordo programmatico siglata dai due partiti non si dilunga molto sui dettagli Spesso però in politica il non detto conta più delle parole. La vaghezza degli impegni può celare un disegno condiviso fra i due leader:  tenersi le mani libere per promuovere, a governo formato, una agenda ambiziosa di riforme “europeiste”. Questo è ciò che pensa, ad esempio, una grande esperta di politica europea, Jana Puglierin (capo degli studi UE presso la prestigiosa DGAP, Deutsche Gesellschaft fur Auswärtige Politik). Leggendo fra le righe dell’accordo programmatico GroKo, la studiosa intravede i margini per una vera e propria svolta nella linea tedesca. I segnali sarebbero contenuti nella parte conclusiva del testo, ove si dice che “attraverso un bilancio per gli investimenti dell’Eurozona […] si potrebbero mettere a disposizione risorse per la stabilizzazione macroeconomica e la convergenza sociale , nonché per sostenere le riforme strutturali”. Secondo Puglierin, se Berlino davvero muovesse in questa direzione il processo di integrazione potrebbe fare un salto di qualità.

Sinora il principale ostacolo è sempre stato proprio il governo tedesco. Anticipandone le tradizionali resistenze, anche i tecnici più qualificati hanno smesso di fare proposte ambiziose. Un documento messo a punto da un gruppo internazionale di economisti – molti tedeschi- presso il Center for Economic Policy Research ( Policy Insight 91) ha recentemente affrontato la questione di un possibile budget dell’ Eurozona – opzione cara al governo francese. Il documento riconosce la desiderabilità di questa innovazione. Ma aggiunge subito che , se fosse introdotto, un simile strumento dovrebbe rispondere ad un parlamento adeguatamente rafforzato. Questo passo potrebbe però essere effettuato solo tramite una scelta “politica”, con profonde implicazioni.  Come dire: noi tecnici non ci prendiamo responsabilità che non ci competono e che sono più grandi di  noi. Sono i politici a dover dare luce verde e creare le condizione per l’Unione politica.

E’ possibile, come pensano gli studiosi della DGAP, che il riferimento esplicito ad un fondo di stabilizzazione da parte di Schulz e Merkel  voglia aprire un varco per questo scenario? E che i silenzi successivi siano giustificati dal desiderio di non provocare la reazione degli alleati più conservatori e non complicare la nascita del governo? E’ possibile. La CDU è inquieta. La settimana scorsa (PER CHI LEGGERA’ LUNEDI) il Consiglio economico interno al partito della Cancelliera ha inviato una lettera dai toni accessi ai propri membri che si occupano di UE al tavolo dei negoziati. Il Consiglio si è detto preoccupato della virata: “La [CDU] non può continuare a seguire la SPD nella definizione della politica europea, visto che, sotto al termine ‘pro-Europa’, si nasconde soltanto una maggiore redistribuzione a favore dei Paesi in crisi […] Da chi, se non dalla CDU-CSU, dovrebbe arrivare una urgente e necessaria contro-proposta al piano di riforma suggerito da Macron e Juncker?”.

I giochi tedeschi sull’Europa sono dunque in pieno svolgimento. Il dialogo fra Parigi e Berlino certamente continuerà e resterà cruciale. Ma i destini della UE sembrano oggi appesi alle dinamiche negoziali e agli equilibri interni che si creeranno una volta instaurata la grande coalizione rosso-nera. E’ poco probabile che il programma in via di definizione entri nei dettagli. Sappiamo che Merkel ha interesse a liberarsi dal condizionamento ingombrante di Schäuble e Weidman e che Schulz ha dal canto suo interesse a tener fermo il Neuer Aufbruch non solo per il suo pedegree filo-europeista ma anche per controllare il suo partito e lanciare un segnale “progressista” al proprio elettorato. Seppure indebolito, il fronte conservatore che fa capo a Schauble è ancora vivo e vegeto.

A parte la Francia, nei prossimi mesi gli altri governi UE e i loro elettorati avranno pochi margini di manovra per incidere sull’agenda UE. Possono naturalmente peggiorare la propria posizione decidendo di non usarli, danneggiandosi da soli. Il rischio è  alto soprattutto per l’Italia, che andrà a votare fra un mese e si ritrova con alcuni leader e programmi a dire poco ambigui sui temi europei, quando non apertamente euroscettici.

(Corriere della Sera – L’Economia, 05.02.2018)

Photo CC Flickr: European Parliament