Il ministro delle finanze tedesco Scholz vuole un Fondo europeo contro la disoccupazione entro il 2018. Cosa ne pensa il Governo italiano?

Il ministro delle finanze tedesco, Olaf Scholz (SPD), vuole un Fondo europeo contro la disoccupazione entro il 2018, ma Merkel frena. E l’Italia? Tace.

Il ministro delle Finanze tedesco, Olaf Scholz (SPD, Partito socialdemocratico), sta lavorando a un piano per la creazione di un Fondo europeo contro la disoccupazione, lo European Unemployment Stabilisation Fund (EUSF). La notizia è circolata su alcune testate tedesche nel corso delle ultime settimane, dopo che Scholz ha rilasciato un’intervista alla testata Der Spiegel. Allo stesso tempo però, è clamorosamente passata in secondo piano in Italia e altrove, a causa delle negoziazioni sulla Brexit e dello scontro, tra Bruxelles e Roma, sulla legge di Bilancio.

Olaf Scholz, ministro delle Finanze della Germania (SPD).

I contenuti del piano contro la disoccupazione

Ma quali sono i contenuti del piano tedesco sull’EUSF? I dettagli sarebbero contenuti in un “non-paper” prodotto da una squadra di esperti del Ministero. In buona sostanza, si tratterebbe di un Fondo europeo, al quale, ogni paese membro UE, dovrebbe contribuire in proporzione alla propria capacità economica. Tradotto: la Germania sarebbe il principale contribuente. Gli stati potrebbero attingervi, sotto forma di prestiti, in tempi di crisi. L’EUSF – cita ancora Handelsblatt – avrebbe l’obiettivo di “rafforzare la solidarietà tra stati membri” e “stabilizzare l’Eurozona”.

«Scholz vorrebbe portare il piano sull’EUSF al Consiglio europeo dei ministri delle finanze del 3 dicembre prossimo, per poi farlo approvare ai Capi di stato dieci giorni dopo. Quello di dicembre sarà l’ultimo Consiglio del 2018 e, conseguentemente, il principale appuntamento istituzionale anteriore al lancio della campagna europea per il rinnovo del Parlamento»

In particolare, Scholz vorrebbe evitare la nascita di spirali delle disoccupazione in giro per l’Europa: a causa di deficit di bilancio fuori controllo, gli stati UE potrebbero infatti vedersi costretti a dichiarare un default per garantire il funzionamento degli armotizzatori sociali. Tecnicamente, l’elargizione dei prestiti dovrebbe essere approvata dagli stati membri, previa opinione della Commissione europea. Inoltre, i crediti andrebbero ripagati entro 5 anni dall’emissione. Tra le condizioni per l’ottenimento delle risorse del Fondo, ci sarebbe anche l’implementazione di sistemi di assicurazione nazionali efficienti.

Le tempistiche dell’EUSF

Handelsblatt scrive che Scholz vorrebbe portare il piano sull’EUSF al Consiglio europeo dei ministri delle finanze del 3 dicembre prossimo, per poi farlo approvare ai Capi di stato dieci giorni dopo. Quello di dicembre sarà l’ultimo Consiglio del 2018 e, conseguentemente, il principale appuntamento istituzionale anteriore al lancio della campagna europea per il rinnovo del Parlamento. Il Ministro socialdemocratico ha fretta di portare avanti il dossier perché – non è certo un segreto – in tempi di sfide elettorali, difficilmente vengono prese decisioni importanti.

«Bert Rürup, ex-presidente del Consiglio degli esperti economici della Germania, ha spiegato che un’assicurazione europea servirebbe anche a stimolare la crescita, perché aiuterebbe gli attori economici a farsi carico di rischi d’impresa nella transizione verso il digitale»

Ma come si è arrivati all’idea del Fondo? Il progetto è nato durante l’iniziativa inter-governativa franco-tedesca dello scorso giugno, a Meseberg. In quell’occasione, Scholz e il suo omologo francese, Bruno Le Maire, hanno trovato un’intesa sulle grandi linee. Successivamente, Scholz ha di nuovo posto il tema all’attenzione dei colleghi europei, nel corso del Consiglio di settembre, ricevendo però, va detto, una trattamento mite.

Bruno Le Maire, ministro dell’Economia della Francia.

In Germania, sia la SPD che i sindacati appoggiano il piano del Ministro. “[L’idea del Fondo] va nella direzione giusta”, ha affermato Reiner Hoffmann, segretario della Federazione sindacale tedesca (DGB). Il vice-capogruppo dei socialdemocratici al Bundestag, Achim Post, ha invitato il Governo ad “appoggiare Scholz”, in funzione di quanto definito a giugno con Macron.

«Quali sono state le reazione all’iniziativa a trazione SPD da parte degli altri paesi membri? Secondo Der Spiegel, il Primo ministro spagnolo, Pedro Sánchez (PSOE, Partito socialista), avrebbe dichiarato il suo appoggio a Scholz. Anche la Slovacchia sarebbe tra i sostenitori del progetto, insieme a Parigi ovviamente»

Infine, Bert Rürup, ex-presidente del Consiglio degli esperti economici della Germania, ha spiegato che un’assicurazione europea servirebbe anche a stimolare la crescita, perché aiuterebbe gli attori economici a farsi carico di rischi d’impresa nella transizione verso il digitale.

Il no di Angela Merkel

Tutto rose e fiori? Non proprio. In realtà, dopo che sono trapelati i dettagli riguardo all’EUSF, il piano di Scholz ha incontrato anche molte resistenze. In un breve commento pubblicato sulla Frankfurter Allgemeine ZeitungManfred Schafers ha bocciato l’idea tirando in ballo Roma: “Il Governo italiano dimostra ogni giorno di più che non si cura delle regole europee”. In un tale contesto la proposta di Scholz “non offre i giusti incentivi”, ha scritto Schafers. Dal canto loro, anche i liberali dell’FDP (Partito liberale) hanno liquidato l’EUSF: “In questo momento, non serve a nulla risolvere i problemi dell’Europa con il trasferimento di risorse dei contribuenti tedeschi”, ha affermato Michael Theurer, vice-capogruppo al Parlamento.

«La creazione di un tale Fondo, sarebbe uno dei pochti passi rilevanti per provare a cambiare, effettivamente, “da dentro”, questa UE. E creare quei nessi di solidarietà, da lungo attesi, tra lavoratori di Paesi differenti»

Ma ben più importanti sono le bocciature che sono arrivate dagli stessi colleghi di Governo del Ministro delle finanze tedesco. Sia il ministro dell’Economia, Peter Altmaier (CDU, Partito cristiano democratico), che Angela Merkel, hanno espresso più di qualche perplessità. Secondo fonti del Der Spiegel, durante il Consiglio europeo di settimana scorsa, a Bruxelles, Merkel avrebbe confidato che il piano di Scholz andrebbe al di là di quanto concordato con Parigi a Meseberg e che, nel Gabinetto, ci sarebbero “opinioni discordanti”. Secondo le stesse fonti, Merkel avrebbe dichiarato che “a Dicembre, l’EUSF non sarà un tema all’ordine del giorno”.

Angela Merkel (CDU), Cancelliera della Repubblica federale tedesca.

Secondo un sondaggio condotto su 1200 cittadini tedeschi dall’istituto Allensbach, il 59,3 percento di elettori sarebbe contrario al piano Scholz. La percentuale sale al 63,8 percento tra chi è vicino alla CDU, fino a toccare l’85 percento tra coloro che simpatizzano per la destra radicale dell’Alternative für Deutschland (AFD). Ma il dato che dovrebbe preoccupare il Ministro socialdemocratico è quello che riguarda gli elettori del suo partito: solo il 50 percento approverebbe l’EUSF.

Le reazioni internazionali. L’Italia che dice?

E in Europa? Quali sono state le reazione all’iniziativa a trazione SPD da parte degli altri paesi membri? Secondo Der Spiegel, il Primo ministro spagnolo, Pedro Sánchez (PSOE, Partito socialista), avrebbe dichiarato il suo appoggio a Scholz. Anche la Slovacchia sarebbe tra i sostenitori del progetto, insieme a Parigi ovviamente. Meno convinta, a detta di Handelsblatt, l’Austria che, tra l’altro, presiederà gli incontri del Consiglio fino a fine anno. Del resto, nel corso della scorsa primavera, il gruppo degli stati dell’area baltica, oltre alla stessa Austria e all’Olanda, avevano già tirato un freno a mano di fronte ai piani di riforma di Merkel e Macron, i quali, erano, addirittura, più vaghi del progetto EUSF.

Giuseppe Conte, Presidente del Consiglio dei ministri italiano.

Il grande assente dal dibattito è l’Italia. Che posizione ha preso Roma rispetto al piano di Scholz? Nel gran trambusto che c’è stato intorno all’approvazione della legge di Bilancio, non è arrivata alcuna informazione riguardo a questo dossier. I media italiani hanno sorvolato. La classe politica – non importa se di governo o d’opposizione – pure (nel 2016, il ministro Padoan fece una proposta sullo stesso tema). Eppure, la creazione di un tale Fondo, sarebbe uno dei pochti passi rilevanti per provare a cambiare, effettivamente, “da dentro”, questa UE. E creare quei nessi di solidarietà, da lungo attesi, tra lavoratori di Paesi differenti. Ammesso, ovviamente, che il tempo non sia già scaduto.

La fondazione Bertelsmann avvisa Merkel & co: “Fate come Macron, per combattere il populismo siate europeisti”

Il nuovo rapporto “Barometro sul populismo 2018” realizzato dalla Fondazione Bertelsmann in collaborazione con il centro di ricerca WZB, Infratest dimap, e presentato lunedì mattina a Berlino, invita i partiti tradizionali tedeschi a puntare sull’europeismo per affrontare le crescenti tendenze populiste nel Paese.

Il nuovo rapporto “Barometro sul populismo 2018” realizzato dalla Fondazione Bertelsmann in collaborazione con il centro di ricerca WZB, Infratest dimap, e presentato lunedì mattina a Berlino, invita i partiti tradizionali tedeschi a puntare sull’europeismo per affrontare le crescenti tendenze populiste nel Paese.

Nel rapporto si legge che “rinunciare a una campagna esplicitamente pro-Europa rappresenta un’occasione mancata di mobilitazione” per la classe politica. Eppure, come avvenuto in occasione delle elezioni federali del 2017, “i partiti tradizionali [tedeschi] sono reticenti nel seguire il Presidente francese Emmanuel Macron sul cammino verso una maggiore integrazione europea”.

Secondo i risultati del sondaggio, nessun tema politico avrebbe attualmente un effetto di mobilitazione tanto positivo sul fronte degli elettori non-populisti, quanto quello dell’europeismo.

In media, un candidato politico tedesco riuscirebbe ad incrementare del 18% i consensi se esprimesse posizioni a favore del “rafforzamento della collaborazione nell’Unione europea”. Non solo: tale effetto positivo si estenderebbe anche agli elettori populisti con un aumento calcolato in una forbice tra il 3% e il 6%.

Quali sono i partiti che guadagnerebbero di più da una posizionamento deciso a favore dell’UE in Germania? In ordine di impatto: il centro-destra (CDU/CSU) di Angela Merkel, i social-democratici (SPD) e i Verdi (Bündnis 90/Die Grünen).


Il video della presentazione dello studio della Bertelsmann Stiftung (lingua: tedesco)

L’unico partito che avrebbe qualcosa da perdere a causa di una tale strategia è il partito della destra radicale, Alternativa per la Germania (AFD).

Lo studio invita quindi soprattutto il partito di Angela Merkel a non lasciarsi andare ad una concorrenza su toni populisti con l’AFD.

Nonostante l’analisi sottolinei come, in generale, gli elettori tedeschi e, soprattutto, “quelli di centro, stiano diventando sempre più populisti– è questa, infatti, la notizia che è stata rilanciata dalla maggior parte dei media tedeschi, come Die Welt e Handelsblatt – la base storica della CDU è sempre meno in linea con questa forma di radicalismo. Ne consegue che, per rincorrere l’elettorato populista centrista, il partito di Merkel “rischia di perdere la propria base di elettori non populisti, a favore dei Verdi”.

Da Calcutta alla Finlandia, passando per i The Zen Circus: le identità locali contano

Basta ascoltare i testi o le interviste per rendersi conto di quanto questi artisti siano mossi da ideali ben diversi, se non radicalmente progressisti. Ma ciò non toglie che il malessere, la nostalgia di un mondo più “a misura d’uomo”, o, forse, più correttamente, la “dignificazione della dimensione locale” scandiscano i testi dei cantautori contemporanei.

Edoardo d’Erme, in arte Calcutta, è uno dei personaggi di primo piano della scena musicale indipendente di questo decennio, genericamente apostrofata con il termine “indie”. Settimana scorsa, Calcutta ha fatto il pienone raccogliendo quasi 20mila fan allo stadio Francioni di Latina dove ha portato il suo ultimo disco. In un breve servizio realizzato dal gruppo editoriale GEDI, La Repubblica ha intervistato alcuni fan del cantantautore, presenti allo stadio già dalle prime ore. Al minuto 03:22 del video, incalzati dalle domande del giornalista, due ragazzi definiscono il genere indipendente così: “L’indie? Si tratta dell’esaltazione della Provincia”.

Un’affermazione qualunque, non fosse che, la sera primail gruppo pisano, The Zen Circus, in tour con l’ultimo album Il fuoco in una stanza e ospite del fetival di arte, cultura, sport e spettacolo, “Arde Forte”, aveva toccato lo stesso tema. Dal palco del Forte Ardeatino di Roma, il leader del gruppo, Andrea Appino, e i suoi colleghi hanno scherzato, negli interludi fra un brano e l’altro, sull’importanza dell’identità provinciale.

Vasco Brondi, Le luci della centrale elettrica, CC Flickr: Angela Schlafmütze

Del resto, basta scorrere rapidamente i testi di altri autori della stessa generazione, per veder emergere testimonianze simili un po’ ovunque. Viene in mente, per esempio, La Terra, L’Emilia, La Luna di Vasco Brondi (Le luci della centrale elettrica) e ancora, dello stesso autore, il recente brano, Nel profondo Veneto. Per non parlare del fenomeno Liberato, esaltazione dell’identità partenopea adattata agli anni 2010.

Insomma, se due indizi fanno una prova, la rivendicazione dell’identità locale è uno dei fili rossi che lega le esperienze musicali di questa generazione di artisti indipendenti. E, forse, non è una casualità.

Se è legittimo sostenere che possa esistere un legame tra l’evoluzione della società e delle dinamiche politiche, da un lato, e quelle artistiche, dall’altro, il riferimento costante alla Provincia può essere interpretato come manifestazione di un desiderio recondito, ovvero quello di “comunità” e di “radicamento territoriale”. In termini assoluti, si tratta di un sentimento che si è scontrato (e si scontra tutt’ora) spesso e volentieri (ma non necessariamente) con quello dell’universalismo e del cosmopolitismo.

Cosa c’entra con la politica? In Europa e nel mondo, i vari fenomeni Trump, Le Pen, Wilders, AFD, Salvini sono stati interpretati da molti come espressione di una resistenza degli individui di fronte al “caos della globalizzazione”, un grido di “orgoglio” e “identità”. Calcutta, Brondi, o i The Zen Circus sono quindi espressione della destra conservatrice? Niente affatto. Basta ascoltare i testi o le interviste per rendersi conto di quanto questi artisti siano mossi da ideali ben diversi, se non radicalmente progressisti. Ma ciò non toglie che il malessere, la nostalgia di un mondo più “a misura d’uomo”, o, forse, più correttamente, la “dignificazione della dimensione locale” scandiscano i testi dei cantautori contemporanei.

Tornando sul piano politico, la distanza fra gli immaginari dei cittadini dei centri metropolitani e delle aree rurali è una delle, se non la principale, spaccatura che forgia il conflitto sociale contemporaneo.

Ha influenzato la Brexit (con Londra e il nord del Regno Unito su posizioni opposte), ha portato Trump ad essere Presidente del paese più ricco al mondo e contribuisce, tutt’oggi a plasmare gli elettorati di destra e sinistra in molti paesi dell’Ue.

Al netto di posizionamenti ideologici opposti (destra e sinistra), di trame narrative che vogliono il “popolo” avversario delle “élites” (populismo), gli interessi delle aree rurali e delle grandi città sembrano divergere sempre di più. Si tratta di un conflitto inevitabile?

Compagno “mainstream”, sono un elettore italiano, populista e di sinistra

Rispetto al “compagno mainstream”, il “populista tipo” di sinistra nostrano ha una maggiore probabilità di aver sperimentato sulla propria pelle un periodo di disoccupazione nel corso dell’ultimo anno. In linea generale poi, è meno interessato alla politica e valuta in maniera più negativa lo stato dell’economia italiana. Infine, sotto ai trent’anni, nel Belpaese, sembrebbe essere in buona compagnia: il 20% degli elettori nella fascia 18-29 è definibile come un populista di sinistra (maggioranza relativa).

Rispetto al “compagno mainstream”, il “populista tipo” di sinistra nostrano ha una maggiore probabilità di aver sperimentato sulla propria pelle un periodo di disoccupazione nel corso dell’ultimo anno. In linea generale poi, è meno interessato alla politica e valuta in maniera più negativa lo stato dell’economia italiana. Infine, sotto ai trent’anni, nel Belpaese, sembrebbe essere in buona compagnia: il 20% degli elettori nella fascia 18-29 è definibile come un populista di sinistra (maggioranza relativa).

Sono alcuni dati che emergono dallo studio “In Western Europe, Populist Parties Tap Anti-Establishment Frustration but Have Little Appeal Across Ideological Divide”, del PEW Research Center e curato da Katie Simmons, Laura Silver, Courtney Johnson, Kyle Taylor and Richard Wike.

Come indica il titolo dell’analisi, gli autori scrivono che, in Europa, le preferenze ideologiche degli elettorati sono ancora più rilevanti dei tratti populisti (o meno) degli stessi, nell’influenzare i risultati elettorali e le posizioni su determinate politiche economiche e sociali.

Nonostante ciò, la ricerca permette di dettagliare come, un giovane populista italiano qualsiasi – chiamiamolo Antonio per facilitare la descrizione – si distingua, o meno, dal compagno tradizionale, in merito a una serie di questioni.

L’identikit del populista di sinistra

Per esempio, Antonio è più o meno allineato con i compagni di partito per quanto riguarda il supporto a un’affermazione tipo, quale: “è reponsabilità del governo di garantire uno standard di vita decente per tutti i cittadini”. In realtà, a spaccare il capello in quattro, la probabilità che Antonio sia d’accordo è del 77%, rispetto al 74% dei suoi alter-ego.

“Differenze” dello stesso ordine di grandezza si riscontrano sia in merito all’affermazione “a gay e lesbiche dovrebbero essere riconosciuto il diritto di adottare bambini”, sia con riferimento alle tematiche migratorie. Riguardo a quest’ultimo punto, insieme ai militanti “pù istituzionali”, Antonio si contraddistingue per posizioni piuttosto solidali: solo nel 22% dei casi afferma che “gli immigrati sono un peso per la nostra economia perché ci riubano il lavoro” (mainstream=18%); allo stesso tempo, un populista di sinistra su tre, ritiene che la presenza degli stranieri aumenti il rischio di attentati terroristici (mainstream=30%); infine, nel 63% dei casi Antonio pensa che, per il bene della società, sia necessario che i nuovi arrivati debbano adattarsi agli usi e costumi tradizionali (mainstream=61%).

Dove sono le differenze allora? In primo luogo, Antonio tende a difendere meno l’autonomia della donna nella vita di coppia. Se il 60% dei compagni tradizionali è d’accordo sul fatto che, per la vita di famiglia, è meglio che le donne abbiano un impiego a tempo pieno, Antonio concorederebbe nel 51% dei casi. Inoltre, Antonio, è, in media, meno disposto a regolamentare le aziende private nell’economia: la proporzione, in questo caso, è di 61% a 76%.

Le divergenze diventano piuttosto importanti quando si parla di “fiducia nel sistema istituzionale”. Sebbene, in generale, nel Belpaese, il livello sia piuttosto basso, solo l’8% delle volte, Antonio, nutre fiducia nel Parlamento nazionale (i compagni tradizionali si collocano al 20%).

E l’Europa? Solo metà dei populisti di sinistra del Belpaese ritengono che la partecipazione all’Ue sia stata benefica per l’economia italiana, a differenza del 67% dei colleghi mainstream. In maniera complementare, una maggioranza assoluta dei primi vorrebbe ritrasferire alcuni poteri comunitari al livello nazionale (a fronte di un 46% dei secondi).

Per chi vota Antonio? Di sicuro apprezza poco il Partito democratico: solo nel 39% dei casi lo vede di buon occhio. E, piuttosto, voterebbe Grillo (44%). Esattamente il contrario farebbero i colleghi più tradizionali: solo il 24% voterebbe il M5S, ben il 53% il PD.

Uno studio da prendere con le pinze

Ovviamente lo studio va preso con le pinze, ma, almeno in parte, fornisce dati interessanti sulla composizione degli elettorati nei diversi Paesi, nonché delle spaccature fra fronti populisti e non. Inoltre, uno dei meriti dell’analisi è di non relegare il populismo a una parte politica precisa, bensì di incorporare questa dimensione all’interno di preferenze politiche di sinistra, centro e destra.

Più nel dettaglio, la ricerca del PEW ha visto somministrare un sondaggio a 16.114 cittadini di sei Paesi dell’Europa occidentale, tra il 30 ottobre 2017 e il 30 dicembre 2017. L’obiettivo è stato quello di capire come l’incrocio tra posizionamento ideologico e tendenze populiste individuali modifichino e caratterizzino le preferenze in merito a politiche, istituzioni, partiti politici e valori in otto Paesi Ue (Danimarca, Svezia, Paesi Bassi, Francia, Germania, Spagna, Italia e Regno Unito)

Per determinare il collocamento politico degli intervistati, a ogni persona è stato chiesto di collocarsi autonomamente lungo lo spettro sinistra-centro-destra. Il carattere “populista” è stato invece intercettato attraverso due domande specifiche legate alle preferenze “anti-classe dirigente”:

  • Q26. Le persone comuni farebbero un lavoro migliore nel risolvere i problemi del Paese, rispetto agli eletti ufficiali / non farebbero …
  • Q27. La maggior parte degli eletti ufficiali si interessa a quello che pensano i cittadini / non si interessa …

La seguente tabella illustra la composizione precentuale degli elettorati secondo la metodologia appena descritta. Una trattazione giornalistica dello studio in inglese si puà leggere su Euractiv.

Sinistra populista Sinistra mainstream Centro populista Centro mainstream Destra populista Destra mainstream Non allineati
Danimarca

6

20 8 19 9 31 7

Francia

11 13 1 21 12 19

13

Germania

5 17 14 37 6 14 7

Italia

8 14 12 17 18 16

17

Paesi Bassi

5 19 7 23 12 30

5

Spagna

13 11 17 21 11 18

9

Svezia

2 20 4 25 4 37

8

Regno Unito 9 16 13 19 10 24

9

 

In Europa la democrazia è in pericolo. Ecco 6 proposte contro il declino

I principi fondanti l’Unione europea, ovvero la democrazia, lo stato di diritto e il rispetto dei diritti fondamentali dell’uomo subiscono pressioni politiche inedite all’interno degli stati membri dell’Ue.

I principi fondanti l’Unione europea, ovvero la democrazia, lo stato di diritto e il rispetto dei diritti fondamentali dell’uomo subiscono pressioni politiche inedite all’interno degli stati membri dell’Ue.

È questa la constatazione che ha portato il Gruppo di esperti della fondazione socialdemocratica tedesca, Friedrich Ebert Stiftung (FES), ad articolare in un nuovo paper – “The Other Democratic Deficit – A toolbox for the EU to safeguard democracy in Member States” (“L’Altro deficit democratico – una cassetta degli attrezzi per l’Ue per salvaguardare la democrazia negli Stati membri”, tdr.) – una serie di contromisure ai mali che affliggono gli ordinamenti di molti Stati del Vecchio Continente.

Del paper e, più in generale, dello stato di salute delle democrazie liberali europee, si è discusso martedì 26 giugno, a Roma, in occasione di una tavola rotonda organizzata, congiuntamente, proprio dalla FES e dall’Istituto affari internazionali (IAI).

L’incontro è stato presieduto dal Vicepresidente vicario dello IAI, Ettore Greco e dal giornalista tedesco, Michael Braun (FES Roma, ma anche corrispondente della Tageszeitung e della radio pubblica tedesca) e ha beneficiato degli interventi di Miguel Maduro (Direttore della School of Transnational Governance, EUI), Michael Meyer-Resende (Direttore esecutivo del Democracy Reporting International), Lucia Serena Rossi(professoressa di Diritto dell’Unione europea, Università di Bologna) e Nicola Verola (Segretatio del Comitato Interministeriale per gli Affari europei, CIAE).

La diagnosi

Parlare di deficit di “democrazia” in Europa può sembrare fuori luogo, soprattutto se si fa il paragone con epoche passate, o se si accosta il nostro Continente ad altri contesti politico-istituzionali. Eppure, sono diversi i segnali che portano il tema all’ordine del giorno.

Quelli più conclamati fanno sicuramente riferimento alle recenti evoluzioni nell’Europa dell’est e centrale, in Polonia e in Ungheria, dove i rispettivi governi hanno dispensato misure e riforme, come minimo controverse.

Identificate come tentativi di infrazione, da un lato, del pluralismo dei sistemi mediatici, e, dall’altro, dell’indipendenza del potere giudiziario, si tratta di azioni politiche che vanno contro i dettami dell’art. 2 dei Trattati europei, che recita:

“L’Unione si fonda sui valori del rispetto della dignità umana, della libertà, della democrazia, dell’uguaglianza, dello Stato di diritto e del rispetto dei diritti umani, compresi i diritti delle persone appartenenti a minoranze. Questi valori sono comuni agli Stati membri in una società caratterizzata dal pluralismo, dalla non discriminazione, dalla tolleranza, dalla giustizia, dalla solidarietà e dalla parità tra donne e uomini”.

Eppure, la discussione ci riguarda da vicino. Secondo Greco, non da ultimo, sarebbero anche “i recenti sviluppi in Italia” a motivare una discussione sul rispetto dei principi fondamentali delle democrazie in Europa.

Maduro spiega che, “dall’inizio dell’Ue ad oggi”, il rischio di vedere attaccati i diritti fondamentali “non è mai stato così concreto”. Si tratta di una visione mitigata soltanto parzialmente da Verola che specifica come sia soprattutto il principio dello stato di diritto a subire attacchi in alcuni Paesi dell’Ue. La precisazione porta alla distinzione tra “rischi di breve periodo e di lungo periodo”.

In altri termini, se la natura democratica della maggior parte dei Paesi europei è ancora salda, la caduta dello stato di diritto rappresenta il primo tassello di un potenziale domino.

E se, in funzione della definizione di una potenziale antidoto a firma Ue, la diagnosi dei mali potrebbe limitarsi all’individuazione dei “cattivi” – i vari Orban, Kaczynski e Salvini di turno – e delle loro pratiche, va tenuto presente anche il contesto storico generale. In che senso?

Per Meyer-Resende, il calo degli indici di democraticità dei sistemi nazionali europei sta avvenendo in un momento particolare (il riferimento è al post-crisi greca e alla questione migratoria), contraddistinto dalla messa in discussione della democraticità dell’Unione europea stessa.

Di fronte a questa duplice dimensione del problema (democraticità “nell’Ue” e “dell’Ue”) il paper della FES, curato da Juliane Schulte (FES), si sofferma esplicitamente sul primo.

La riflessione ha l’obiettivo di proporre misure positive che l’Ue potrebbe avanzare per salvaguardare la democrazia nei Paesi membri, al netto della riflessione sui meccanismi interni delle istituzioni di Bruxelles.

Le proposte della FES

Gli esperti del FES suggeriscono sei misure fondamentali:

● un sistema di monitoraggio che faccia emergere, in ogni Paese, i nodi democratici e i cui risultati vengano discussi dal organi nazionali ed europei;
● la condizionalità dell’elargizione dei fondi del prossimo Quadro di finanziamento pluriennale (QFP) in funzione del rispetto dei principi fondanti l’Ue;
● una procedura giudiziaria europea che operi in contrasto alle infrazioni negli Stati membri;
● l’istituzione di un fondo (European Values Instrument) a supporto delle ong;
● l’armonizzazione delle regole per la salvaguardia del pluralismo mediatico;
● un sistema di incentivi che disciplini i partiti nazionali nel contesto del loro rapporto con i partiti di riferimento europei e i Gruppi politici al Parlamento europeo.

Il sistema di monitoraggio

Si tratterebbe di uno strumento flessibile con l’intento, da un lato di unificare una serie di studi che vengono già condotti da altri organi internazionali ed europei, e, dall’altro, di far emergere per ogni Paese le principali questioni di assenza di democrazia. In che modo? A partire da un dialogo con i vari corpi intermedi (società civile), ma anche con i governi stessi. Inoltre, il monitoraggio dovrebbe fornire materiale per operare una sorta di comparazione tra Paesi e analizzare anche i deficit democratici a livello sovranazionale.

Il materiale prodotto, dovrebbe poi essere discusso sia dai parlamenti nazionali che dal Parlamento europeo. Infine, il Consiglio dovrebbe confrontarsi con i vari report nel corso del Dialogo sullo stato di diritto, istuito nel 2015. In tutto ciò, la FES pone particolare enfasi sul fatto che il processo non deve rappresentare un ulteriore appesantimento burocratico per gli Stati membri.

La condizionalità dei fondi

Legato a doppio filo al processo di monitoraggio, la FES propone di instituire un principio di condizionalità di larga scala nel quadro dell’esecuzione del QFP. In parole povere: chi contravviene ai principi esposti dall’art. 2, sulla base di quanto emerso dal monitoraggio, va incontro a penalità finanziarie.

A dire il vero, di un tale meccanismo si parla già in relazione a una specifica componente del budget, ovvero i fondi strutturali. Ma secondo gli esperti, autori del paper, la condizionalità e, quindi, le potenziali penalità andrebbero applicate con riferimento all’intero parco-risorse, comprendendo quindi anche i vari Horizon2020 (fondi per l’innovazione e la ricerca), LIFE Programme (ambiente) e il Meccanismo per collegare l’Europa (CEF).

Inoltre, secondo la FES le penalità dovrebbero seguire un principio di “gradualità” ed essere impugnabili dagli stati colpiti. Ad ogni modo, per procedere in questa direzione, servono modifiche sostanziali alle leggi che istituiscono il QFP.

Azioni legali

Oggigiorno, le infrazioni dell’art. 2, dovrebbero essere sanzionate attraverso l’art. 7 dei Trattati Ue. Si tratta di uno strumento di deterrenza che, qualora portato allo stadio di applicazione definitivo, mette sul piatto della bilancia l’esclusione di un Stato membro dalle procedure di voto in seno alle istituzioni.

Gli esperti indicano però che lo strumento è di natura prettamente politica, in quanto l’esplicazione finale degli effetti dell’art. 7 dipende da un voto unanime del Consiglio. Piuttosto, sarebbe desiderabile che la Corte di giustizia europea imponesse una nuova linea interpretativa (più estesa) definendo cosa costituisce un atto di infrazione sistemico nei confronti dell’ordinamento dell’Unione.

Sulla base di questa nuovo approccio, la Commissione potrebbe impugnare procedure di infrazione che potrebbero beneficiare di un percorso accelerato in seno alla Corte europea. Un tale processo “depolicitizzerebbe” il dibattito sul rispetto dell’art. 2 da parte degli Stati membri e, seppur imperfetto, potrebbe aumentare la credibilità e l’efficacia delle azioni comunitarie.

Un fondo speciale per le ong

A partire dalla constatazione che le risorse messe a disposizione per la società civile sono insufficienti, viene proposto un fondo aggiuntivo di 2 miliardi di euro da spalmare su sette anni di QFP.

Le risorse andrebbero dislocate tramite organismi indipendenti a livello nazionale (in modo da superare lo scoglio della burocrazia europea) e dovrebbero alimentare esclusicamente organizzazioni non governative. Quali sarebbero le attività da stimolare? Educazione civica, lobbying in difesa dei diritti fondamentali e giornalismo investigativo.

Parallelamente, gli esperti suggeriscono di instuitre un referente europeo per la società civile che possa vigilare su episodi puntuali di limitazione delle libertà fondamentali e fungere da raccordo tra livello locale ed europeo.

L’armonizzazione del settore mediatico

Inevitabilmente, uno dei sei pilastri della strategia riguarda il settore mediatico, per il quale si raccomanda un’azione efficace da parte della Commissione, al fine di definire regole comuni per i settori del Mercato unico che influenzano il pluralismo e la libertà dei media. Servono regole chiare e uniformi sulla trasparenza dei finanziamenti statali e nel settore pubblicitario, nonché provvedimenti che definiscano i limiti della concetrazione delle proprietà.

Inoltre, il già esistente Media Pluralism Monitor dovrebbe confluire nel monitoraggio di cui sopra, mentre il mandato dell’Agenzia dell’Unione europea per i diritti fondamentali (FRA) dovrebbe esteso in modo che questa ultima possa fornire assistenza a Stati membri e istituzioni europee nel settore dei media.

Gli esperti fanno anche un richiamo al fenomeno della disinformazione online: le piattaforme social media (ma non solo) dovrebbero essere chiamate a rendere conto regolarmente al Parlamento europeo in merito alla battaglia contro le fake news.

Infine, viene ribadito che la Commissione europea dovrebbe mettere a disposizione risorse per progetti di formazione giornalistica per non addetti ai lavori, così come promuovere la ricerca sull’alfabetizzazione mediatica e digitale.

Condizionare i partiti nazionali

L’ultimo tassello della proposta della FES riguarda il condizionamento dei partiti politici nazionali. Come riuscire ad allineare i partiti nazionali al rispetto dei valori fondanti dell’Ue? Gli autori del paper sostengono che la soluzione possa essere identificata nei partiti politici europei (che, di solito, comprendono una serie di partiti nazionali).

Più nel dettaglio, i partiti europei dovrebbero essere in grado di competere con i partiti nazionali attraverso liste transnazionali ed essere in grado di decidere sulla partecipazione di questi ultimi ai Gruppi politici del Parlamento europeo. In questo modo, i partiti nazionali potrebbero essere disciplinati attraverso il rischio di penalizzazioni finanziarie (derivanti dalla mancata partecipazione a un Gruppo politico).

Allo stesso tempo, l’Autorità per i partiti politici europei e le fondazioni politiche europee dovrebbero essere in grado di monitorare il comportamento dei partiti nazionali ed essere in grado di raccogliere evidenze, nel caso di una violazione dell’art. 2.

(Linkiesta, 05.07.2018)

L’Ue sta portando avanti un piano sull’intelligenza artificiale, ma in Italia nessuno ne parla

Quando si parla di “intelligenza artificiale” viene in mente il futuro o, in alternativa, un mondo ritratto da libri di fantascienza e pellicole cinematografiche. Nulla di più sbagliato: l’intelligenza artificiale, abbreviata comunemente con il binomio “A.I.” (“Artificial intelligence”), è già tra noi. E ha conseguenze dirette sui nostri stili di vita.

Il 18 giugno, a Bruxelles, presso il Comitato economico e sociale europeo (CESE), si è svolto lo A.I. Europe Stakeholder Summit (#AIEurope), un incontro che ha radunato Commissari europei, ma anche – e soprattutto – i diretti interessati provenienti dalla società civile, dai sindacati, dalle imprese e dall’accademia. L’obiettivo? Avanzare nella riflessione riguardo ai tre pilastri-tematiche intorno alle quali si snoda la strategia europea sull’intelligenza artificiale: le sfide legali ed etiche; gli impatti socio-economici e la competitivtà industriale.

Una strategia europea per l’intelligenza artificiale

Strategia europea? Già. Qualcuno potrebbe cadere dal pero, ma, in relazione all’A.I., l’Europa si sta muovendo a suon di Dichiarazioni, Comunicazioni, nonché progetti concreti. Ma facciamo un passo alla volta.

In primo luogo, ad aprile, su spinta della Commissione, si è concluso il processo di definizione di un Gruppo di 52 esperti di alto livello sull’Intelligenza artificiale che avrà il compito di assistere e fornire consulenza a Palazzo Berlaymont. Si tratta di una mossa usuale delle istituzioni europee quando si confrontano con tematiche nuove e che richiedono la partecipazione allargata di vari stakeholder. La spinta alla creazione di un Gruppo di esperti ha fatto seguito al Consiglio europeo dello scorso ottobre.

In secondo luogo, i 27 Paesi membri dell’UE hanno siglato una Dichiarazione di cooperazione relativa alla materia, data 10 aprile 2018. I contenuti? L’impegno a dare luogo a una strategia comune e transfrontaliera che possa incasellare le opportunità, ma anche le sfide legate all’A.I. Infine, alla Dichiarazione ha fatto seguito una Comunicazione della Commissione europea(Artificial Intelligence for Europe), la quale ha delineato, in un documento di 20 pagine, le componenti essenziali del piano europeo, richiamato anche dall’evento del CESE.

In realtà, parlando di risorse dedicate all’area A.I., l’impegno dell’Europa è di lunga data: tra il 2014 e il 2020, 2.6 miliardi di euro sono stati allocati nel quadro del programma Horizon2020 a robotica, big-data, tecnologie emergenti, e applicazioni varie nei settori salute e trasporto. Senza contare che l’industria robotica ha anche beneficiato di 2.1 miliardi di euro di investimenti privati. 27 i miliardi mobilitati invece per le competenze, tramite fondi strutturali, di cui 2.3 per il digitale. Più in generale, secondo la Commissione, entro il 2025, il valore economico generato dall’automatizzazione e dalla robotica raggiungerà una cifra tra i i 6.5 e i 12 mila miliardi annui.

“Human in command” e la posizione della Commissione

In occasione dell’ A.I. Stakeholder Summit di Bruxelles, la Commissaria all’economia e alla società digitale, Mariya Gabriel, ha richiamato innanzittutto l’importanza del tema. La gestione e la governance dell’“intelligenza artificiale rappresenta un priorità politica”, dalla quale possono derivare enormi benfici. In quali aree? Su tutte, in quelle del “settore medico e del cambiamento climatico”. “Ma l’Europa deve guidare questa trasformazione”, ha specificato Gabriel, sottolineando: “L’industria e il nostro sistema di educazione sono assett fondamentali in questo senso”.

Va specificato che, proprio la Commissione europea, ha già definito, nel quadro del piano di investimenti Digitale Europe (2021-2027) – un pacchetto di investimenti dedicati al digitale – 2.5 miliardi di spesa solo per l’AI. E per chi pensa che l’AI sia soltanto una questione di calcoli e strumenti ingengeristici, la stessa Commissaria ha dichiarato: “Dobbiamo investire nelle persone […] abbiamo bisogno di analisti e ingegneri, certo, ma anche di filosofi” che sappiano gestire i processi.

Un concetto, quello della centralità delle persone nel processo di sviluppo dell’AI che si ritrova anche nello slogan del Comitato economico e sociale, “Human in command” (“L’Uomo in controllo”, tdr.) coniato da Catelijne Muller che, già nel 2017, è stata referente della prima Opinione del CESE sull’intelligenza artificiale. Oggi, in quanto Membro del gruppo di esperti sopra menzionato, nonché presidente del Gruppo di studio tematico sull’AI del CESE, Muller ha specificato: “‘Human in comand’ significa che dobbiamo esercitare controllo sull’AI e non farci travolgere da questa onda”.

Il dibattito: etica, industria e lavoro

Nei prossimi mesi e anni sono tre le macro-aree relative alle quali istituzioni europee, governi nazionali e società civile dovranno trovare strumenti di governo e standard adeguati: le questioni etiche e legali, le conseguenze in ambito sociale, nonché il rafforzamento della competitività del settore industriale. In funzione di questi campi di applicazione (e tutela), durante l’incontro al CESE, sono stati sviluppati altrettanti gruppi di lavoro. In merito alle questioni legali ed etiche, Aimee van Wynsberghe (Università tecnologica di Delft) ha spiegato che gli interrogativi sono innumerevoli. “Possiamo discernere l’AI dagli sviluppi tecnologici in altri campi? Come possiamo difendere i consumatori dai rischi derivanti dall’intelligenza artificiale, per esempio dall’invasività della cosiddetta ‘internet delle cose’ (Internet of things, ndr.)?”. E ancora: “Al di là dell’intesa unanime riguardo alla centralità della questione etica, quando usiamo quest’ultimo termine, a chi facciamo, o meglio, ‘dovremmo’ fare riferimento? Per esempio, se pensiamo alle implicazioni in termini di produzione di nuove tecnologie, è sicuramente necessario risolvere i nodi etici con riferimento agli interessi del terzo mondo. D’altra parte, una riflessione diversa va sviluppata in merito alle azioni e responsabilità di politici, noncheé iagli aspetti tangenti il mondo della religione”.

Sono domande che, se non altro, dimostrano quanto sia complicato il tema in questione. Anche per questo, Indre Vareikyte (CESE), relatore del gruppo di lavoro relativo alla competitività industriale, ha commentato che è fondamentale fare uno sforzo di “story telling”, in modo da fare “chiarezza”, anche a livello di linguaggio giornalistico, di cosa parliamo quando afrontiamo il tema AI. Oggi, l’intelligenza artificiale rimane, spesso e erroneamente, una questione “da esperti”.

Infine, Laure Batut (CESE), relatrice del gruppo di lavoro dedicato alle conseguenze dell’AI in ambito economico e sociale, ha delineato un’ampia gamma di domini che meritano ulteriori approfondimenti. “Non ci sono soltanto conseguenze potenziali sul mercato del lavoro, in termini di perdita di impiego, ma anche aspetti qualitativi, psicologici e di benessere delle persone: come verrà ri-bilanciato l’equilibrio vita-lavoro? L’AI influenzerà anche in nostri sistemi e logiche di welfare”. Ciò non implica che la riflessione sui livelli di occupazione sia secondaria, anzi.

AI, quando il mercato non basta

Batut ha ribadito la centralità dei fattori “educazione e formazione sul posto di lavoro” per far fronte alla transizione AI. Ben inteso, si tratta di un investimento che “non può essere lasciato in mano ai privati e ai mercati”, ma che “implica un’azione coordinata, tra Paesi Membri, ma anche tra livello nazionale e comunitario”. Altrimenti? L’AI potrebbe riprodurre o rafforzare le disuguaglianze di produttività che si sono sviluppate in Europa a livello intra-nazionale (per esempio, Europa del Nord vs Sud ed Est), ma anche regionale, all’interno dei singoli Paesi (per esempio, Nord Italia vs Meridione).

Il rischio “disuguaglianze crescenti” insito nella transizione verso l’AI è stato sottolineato anche da Robert Went (WRRConsiglio scientifico per le politiche di Governo olandese). Went ha spiegato come quella “geografica-territoriale” sia un tipo di disugualgianza che si aggiunge a quelle più tradizionale “tra cittadini appartenti a differenti fasce di reddito e di richezza”, all’interno della stessa comunità nazionale di riferimento. Nonostante ciò, Went ha anche ribadito che l’intelligenza artificiale porterà a crescita di produttività soltanto laddove le imprese risuciranno a forgiare un nuova complementarità lavoro-capitale. In altri termini, lo scenario per cui staremmo avanzando verso una sostituzione di umani con robot rappresenterebbe “uno scenario improbabile”, perché non remunerativo per i privati stessi.

Scenari che, di per sé, non possono certo rassicurare i sindacati. Thiebaut Weber, Segretario confederale della Confederazione europea dei sindacati (ETUC), ha parlato dell’esigenza di sviluppare un “Fondo di transizione europeo”, sulla falsariga del Fondo di aggiustamento per la globalizzazione, che possa non soltanto diventare un argine a eventuali perdite di posti di lavoro, ma anche inentivare, a livello europeo, la ristrutturazione, in anticipo, di determinati impieghi.

A fargli eco, Mario Mariniello (EPSC) che ha ribadito quanto l’intelligenza artificiale, al netto dei benefici e delle incerte implicazioni sul mercato del lavoro, potrebbe radicalmente “ristrutturare i rapporti interni alle aziende fra datori e prestatori di lavoro”. Mariniello ha anche sottolineato che “i mercati non possono gestire una transizione del genere, semplicemente perché non lavorano sempre in maniera ottimale […] la sfida dell’AI chiama in causa un ripensamento delle stesse politiche sulla concorrenza”, finora un perno del sistema comunitario.

(Linkiesta, 21.06.2018)

State of the Union: le strategie di welfare dell’investimento sociale

Nel corso di questo ottavo State of the Union a Firenze, non si è parlato soltanto di Unione economica e monetaria. Un ruolo centrale lo ha giocato anche il welfare, o meglio, le politiche di investimento sociale. Del resto, l’edizione della conferenza annuale organizzata dall’Istituto universitario europeo di Fiesole, è stata dedicata, prima di tutto, al concetto di “solidarietà”.

Nel corso di questo ottavo State of the Union a Firenze, non si è parlato soltanto di Unione economica e monetaria. Un ruolo centrale lo ha giocato anche il welfare, o meglio, le politiche di investimento sociale. Del resto, l’edizione della conferenza annuale organizzata dall’Istituto universitario europeo di Fiesole, è stata dedicata, prima di tutto, al concetto di “solidarietà”.

Nel corso del panel intitolato “Social Investment in the Balance”, il professor Anton Hemerijck (Istituto universitario europeo) ha moderato un dibattito tra studiosi di alto livello – presenti al tavolo, Maurizio Ferrera (Università di Milano), Frank Vanderbroucke (Università di Amsterdam) come anche eurodeputati ed ex-commissari europei, quali Maria Jao Rodrigues (S&D e presidente del FEPS) e Lazslo Andor (ex-commissario europeo all’Occupazione e gli Affari Sociali).

Cosa è il paradigma dell’investimento sociale

Le politiche di investimento sociale, nate alla fine degli anni ‘90 e inizio ‘00, rispondono all’esigenza dei sistemi di welfare di adeguarsi a  nuove forme di rischio a cui vanno incontro individui e famiglie. Nelle attuali economie del sapere (“knowledge economies”) caratterizzate da un generale stato di incertezza, da un invecchiamento demografico progressivo, nonché da una crescente presenza di donne nel mercato del lavoro, le forme tradizionali di assicurazione sociale non riescono a garantire più una rete di tutele adeguate ai cittadini. L’idea è quindi di spostarsi da misure di welfare ex-post ad altre di investimento, focalizzate, soprattutto, sui primi anni di vita (ma non solo) e che possano permettere agli individui di rispondere meglio e in prima persona a difficoltà sociali e ambienti che affronteranno da adulti.

Storicamente e politicamente, questa trasformazione e impostazione delle politiche di welfare è stata sostenuta dagli esponenti della così detta “terza via”; su tutti: Tony Blair e Gerhard Schroder. Eppure, sono sicuramente in Paesi nordici ad aver fatto proprio il nuovo paradigma. I risultati sono meno chiari invece se si guarda a Paesi come Francia e Italia. Inoltre, il concetto di investimento sociale è stato spinto e sponsorizzato soprattutto dalle istituzioni europee, tramite dibattiti e scambi tra esperti del settore. In particolare, è il Trattato di Lisbona ad aver assorbito al meglio il paradigma  – almeno in termini di linguaggio. A livello nazionale invece, è difficile dire se ci sia stata una vera e propria transizione dal welfare classico. A maggior ragione, se si pensa che, le politiche di austerity degli ultimi anni hanno trasformato la spesa pubblica in servizi sociali e in capitale umano in un costo “insostenibile”.

Insomma, la svolta teorica dell’investimento sociale sembra essere stata frenata a livello pratico sia da fattori strutturali (minore reattività delle classi politiche nazionali alla riflessione accademica), sia congiunturali (crisi economica, finanziaria e del debito).

Il dibattito #SoU2018

È Maria Jao Rodrigues a spiegare che quello dell’investimento sociale è un paradigma di politiche che rappresenta l’evoluzione naturale e positiva (in termini progressisti) del modo in cui le politiche sociali tout court sono state concepite a livello europeo dagli anni ‘90 in poi in ambito europeo.

Se “a inizio anni ‘90 – sulla scia di Maastricht – le politiche sociali dovevano fungere da livellatore del piano di gioco naturale del Mercato Unico”, successivamente, si arriva a sviluppare “politiche dell’occupazione coordinate” (fine secolo). È con gli anni 2000 che si sviluppa logicamente l’agenda dell’investimento sociale in quanto politica sociale a tutto tondo. In quest’ottica, Lisbona è uno snodo importante, ma “la crisi” taglia letteralmente le gambe a questo processo, ricorda Rodrigues. È anche per questo motivo che agli occhi dell’eurodeputata, il Pilastro europeo dei diritti sociali (EPSR) rappresenta un importante fattore di “recupero”.

Nonostante ciò, la domanda rimane: l’investimento sociale, a 20 anni dalla sua nascita, può considerarsi un successo?

Secondo Frank Vandenbroucke, uno dei massimi esperti di welfare olandesi (nonché ex-ministro) “il bicchiere è mezzo pieno o mezzo vuoto a seconda della prospettiva che si adotta”. Se si guarda il percorso fatto in 20 anni, si notano elementi di “convergenza” fra Paesi dell’Ue. Allo stesso tempo, considerando esclusivamente il decennio post crisi economica, il bilancio è sicuramente meno positivo.

In parte è colpa della crisi stessa che ha reso difficile raggiungere obiettivi di convergenza sociale e abbattuto le singole economie. A proposito, è lo stesso Vandenbroucke a fare mea culpa: “[In quanto sostenitori dell’agenda dell’investimento sociale] abbiamo sottovalutato l’importanza delle misure classiche di assicurazione sociale e della loro importanza [in un contesto di crisi sistematica]”. Come a dire che, forse , quello che serve è una combinazione tra investimento sociale e welfare classico.

Anche perché,  anni fa, in seguito a Lisbona e in piena crisi economica,in gruppo di intellettuali  (tra cui gli stessi presenti nel panel)aveva spinto per la creazione di un vero e proprio “Patto Sociale” (sulla base dei precetti del paradigma dell’investimento sociale) europeo. Ques’ultimo però si è trasformato  nel così detto “social investment package”, un “pacchetto di misure e azioni” che, in gergo tecnico, può definirsi “soft law”, ovvero con poco mordente sullo stato di fatto delle politiche sociali.

A livello istituzionale, è l’ex-commissario europeo all’Occupazione e agli affari sociali, Laszlo Andor, il volto da abbinare al “pacchetto social investment” appena menzionato. Anche per questo, Andor rivaluta, rispetto a Vandenbroucke, le misure approvate al tempo: “Durante la crisi, i ministri agli affari sociali hanno apprezzato molto quanto fatto dalla Commissione, proprio perché i margini di azione nazionali [nel quadro della governance economica europea] erano estremamente limitati”.

Nel valutare il successo del paradigma, il professor Maurizio Ferrera dell’Università di Milano pone invece l’accento su un altro elemento importante: l’assenza di un elemento simbolico, un dispositivo istituzionale concreto capace di dare sostanza alla strategia di policy in discussione. Tradotto, il vizio dell’agenda social investment sarebbe stato quello di essere un coacervo di tante misure, sì legate da un comune approccio, ma in assenza di un cavallo di battaglia riconoscibile. Concludendo su una nota positiva, Ferrera sostiene che proprio il Pilastro europeo dei diritti sociali potrebbe rappresentare uno strumento chiave: “Elencando una serie di diritti fondamentali legati sia al paradigma dell’investimento sociale che al linguaggio delle politiche di cittadinanza, l’EPSR potrebbe portare a nuove forme di rivendicazione” politica e, quindi, a una politica più di sostanza. Come a dire, se i partiti della socialdemocrazia e i sindacati – nonché la società civile – non prendono in mano la causa, difficile che si raggiunga un risultato.

(EuNews, 11.05.2018)

Ora o mai più: l’Unione europea deve accelerare sulle politiche sociali comuni

“L’acuirsi della crisi migratoria e la Brexit hanno reso impellente la definizione di politiche sociali a livello europeo”. Lo scrivono Sebastiano Sabato, Bart Vanhercke e Denis Bouget dell’Osservatorio sociale europeo (Ose) di Bruxelles, sulle pagine di EuVisions, sintetizzando i risultati del rapporto “Social policy in the European Union: state of play 2017” (“Le politiche sociali nell’Unione europea: stato dell’arte 2017”).

“L’acuirsi della crisi migratoria e la Brexit hanno reso impellente la definizione di politiche sociali a livello europeo”. Lo scrivono Sebastiano Sabato, Bart Vanhercke e Denis Bouget dell’Osservatorio sociale europeo (Ose) di Bruxelles, sulle pagine di EuVisions, sintetizzando i risultati del rapporto “Social policy in the European Union: state of play 2017” (“Le politiche sociali nell’Unione europea: stato dell’arte 2017”).

Più nel dettaglio, secondo gli esperti del settore, la Brexit avrebbe dimostrato l’esigenza di “allontanarsi dalle misure di welfare neo-liberali” per raggiungere l’obiettivo di un’Unione “veramente inclusiva”. Altrimenti? Il rischio di un contagio (e, quindi, di un processo di disintegrazione europeo) potrebbe essere dietro l’angolo. Sabato, Varnhercke e Bouget sostengono infatti che sono stati fattori “sociali e legati al mercato del lavoro” a determinare l’esito del voto britannico del 2016: nel corso degli anni, “una parte sempre più grande della popolazione del Regno Unito si è sentita lasciata indietro e non ha beneficiato dei frutti di una condizione economica generale relativamente buona”.

La Brexit avrebbe dimostrato l’esigenza di “allontanarsi dalle misure di welfare neo-liberali” per raggiungere l’obiettivo di un’Unione “veramente inclusiva”. Altrimenti? Il rischio di un contagio (e, quindi, di un processo di disintegrazione europeo) potrebbe essere dietro l’angolo

Sarebbe però scorretto affermare che l’Ue non si sia mossa in questo senso. Sono gli stessi ricercatori a spiegare che, recentemente, l’Ue ha fatto passi avanti in numerose aree di policy, come “il dialogo sociale, le regolamentazioni nel settore della sanità, il bilanciamento vita-lavoro e l’invecchiamento attivo”. Ma uno dei segni più importanti della sensibilità delle istituzioni è dato sicuramente dalla Proclamazione interistituzionale del Pilastro europeo dei diritti sociali (EPSR), avvenuta lo scorso novembre a Goteborg, in Svezia. Al Pilastro hanno fatto seguito la proposta di Direttiva sul bilanciamento vita-lavoro, la proposta per una raccomandazione riguardo all’accesso alla protezione sociale per tutti i tipi di lavoratori, la creazione di una scoreboard per monitorare il progresso in ambito sociale nel quadro del Semestre europeo.

I ricercatori dell’Ose sottolineano come, nel 2017, anche da un punto di vista discorsivo, l’agenda sociale sia tornata a ricoprire le prime pagine del dibattito pubblico. Ne sarebbero testimonianza, il susseguirsi di numerosi dibattiti e incontri istituzionali di alto livello sul tema della dimensione sociale dell’Ue: dalla dichiarazione in occasione del 60esimo anniversario dei Trattati di Roma, al già citato meeting sociale di Goteborg, passando per il dibattito scaturito dal Libro bianco sul futuro dell’Europa della Commissione europea.

Alla luce del rafforzamento dei partiti euroscettici e populisti, è però legittimo chiedersi se l’Ue sia ancora in tempo per una “virata sociale”: i cittadini sono pronti ad appoggiare un progetto ambizioso di integrazione? Credono (ancora) nell’efficacia delle istituzione europee? Uno studio Eurobarometro del 2017 mostra che, nonostante i problemi di lungo periodo, una maggioranza di cittadini europei è ottimista

“Eppure, in vista di una quanto mai desiderata accelerazione del processo di integrazione sociale – scrivono ancora Sabato, Vanhercke e Bouget – è necessario chiedersi quali Stati debbano essere coinvolti in questo rilancio istituzionale e di policy”. In altri termini: si continuerà cercando di mettere assieme 27 Paesi Membri? O si procederà nell’ottica di un’integrazione differenziata? Secondo i ricercatori, la prima opzione è “desiderabile”, ma la seconda gode dell’appoggio (importante) della “leadership franco-tedesca”. A parte le questioni di metodo, l’Ose sottolinea che è importante che la Commissione europea definisca “una tabella di marcia” per l’applicazione concreta dei principi contenuti nel Pilastro europeo dei diritti sociali. A cosa si riferisce concretamente l’osservatorio di Bruxelles? Per esempio, al “rilancio della Direttiva sul salario minimo e del progetto di uno schema di disoccupazione pan-europeo”. Nel breve periodo, “sarebbe poi fondamentale avviare le attività dell’Autorità europea del lavoro”.

Alla luce del rafforzamento dei partiti euroscettici e populisti, è però legittimo chiedersi se l’Ue sia ancora in tempo per una “virata sociale”: i cittadini sono pronti ad appoggiare un progetto ambizioso di integrazione? Credono (ancora) nell’efficacia delle istituzione europee? Uno studio Eurobarometro del 2017 mostra che, nonostante i problemi di lungo periodo, una maggioranza di cittadini europei è ottimista riguardo al futuro dell’Ue e la fiducia nelle istituzioni sembrerebbe in crescita. Concludendo, i ricercatori dell’Ose invitano a non sprecare questa opportunità: “Il popolo europeo aspetta risposte. È ora di passare dalle speranze ai fatti”.

 

(Linkiesta, 10.05.2018)

Spagna, addio eurobond: Madrid si avvicina a Francia e Germania (e l’Italia rimane più sola)

Un nuovo documento redatto dal Ministero dell’Economia iberico svela il cambio di prospettiva della Spagna: spariti dall’agenda gli Eurobond, la posizione di Madrid è ora a metà tra quella di Parigi e Berlino

Madrid si è allineata alle posizioni moderate di Berlino e Parigi per quel che riguarda le riforme della governance europea. 

Lo dimostra un documento pubblicato recentemente dal Ministero dell’Economia iberico e che delinea la “posiziona della Spagna rispetto al progetto di rafforzamento dell’Unione economico e monetaria” (Uem).

Si tratta di un segnale politico importante perché, nel corso degli ultimi anni, sebbene guidata da un governo conservatore, la Spagna di Mariano Rajoy è stato il Paese Ue con le posizioni più vicine a quelle italiane sul fronte delle riforme della governance e dell’architettura istituzionale europea. Per intenderci, nel 2015 Madrid invocava apertamente l’introduzione degli eurobond: un tabù per qualsiasi esecutivo di destra del Centro e Nord Europa, a testimonianza di quanto le divisioni nord-sud contino più che quelle tradizionali destra-sinistra in questa Ue degli interessi nazionali.

Madrid si è allineata alle posizioni moderate di Berlino e Parigi per quel che riguarda le riforme della governance europea un segnale politico importante perché, nel corso degli ultimi anni, sebbene guidata da un governo conservatore, la Spagna di Mariano Rajoy è stato il Paese Ue con le posizioni più vicine a quelle italiane sul fronte delle riforme della governance e dell’architettura istituzionale europea

Nel dettaglio, il nuovo documento (qui una trattazione su El Mundo, in spagnolo), redatto sotto la supervisione del nuovo Ministro dell’Economia, Roman Escolano (il suo predecessore, De Guindos, è stato nominato vice-presidente della Banca centrale europea il mese scorso), spiega che esistono tre canali attraverso i quali le economie di un’Unione monetaria possono far fronte a degli shock: il canale finanziario, quello dell’unione economica e il canale fiscale. 

Nella nuova impostazione del Ministero spagnolo il rafforzamento del primo canale diventa l’obiettivo prioritario. In soldoni, si tratta del consolidamento dell’Unione bancaria tramite l’istituzione di uno schema di garanzia dei depositi paneuropeo (EDIS) e il rafforzamento del meccanismo unico di risoluzione. È questo il capitolo che deve essere avviato ad una rapida conclusione in occasione del prossimo Consiglio europeo di giugno. Realisticamente, è anche l’unico che – alla luce delle parole caute di Merkel e Macron a Berlino di venerdì scorso e del posizionamento degli Stati dell’area Nord-Baltico di un mese fa – possa vedere una concreta convergenza.
Per quanto riguarda l’integrazione economica, il documento spagnolo menziona (il solito) approccio coordinato nella realizzazione di riforme strutturali finalizzate alla “riduzione dei divari di competitività” tra Paesi e il “rafforzamento del Mercato unico”. Madrid segnala però che questo tipo di coordinamento – che attualmente avviene nel quadro del processo di governance del Semestre europeo – può “essere insufficiente”. Per questo serve un intervento sul fronte “fiscale”, il terzo canale.

Tolto il linguaggio tecnico: gli eurobond sono spariti dall’agenda spagnola e la nuova posizione di Madrid somiglia a una mezza via tra Berlino e Parigi. Che sia quella buona per avanzare da giugno in poi? In ogni caso, è praticamente impossibile che i frutti finali arriveranno prima del 2019.

Secondo Madrid, le politiche fiscali nell’Ue “sono coordinate tramite il Patto di stabilità e crescita, il quale si appoggia sugli stabilizzatori fiscali nazionali”. Si tratta di un arsenale utile a gestire le “fluttuazioni economiche regolari”, ma limitato “in caso di crisi”. Sebbene, gli strumenti nazionali debbano rappresentare “la prima linea di difesa”, serve aggiungere strumenti a livello Uem.

In particolare, vengono proposti: uno schema assicurativo coperto da un fondo inter-statale che possa aiutare i Paesi a coprire spese di natura welfaristica fuori dal comune per periodi limitati di tempo; un nuovo strumento a tutela degli investimenti e della crescita coordinato dalla Banca europea per gli investimenti (Bei) che possa agire a livello pan-europeo qualora una crisi colpisca l’intera Unione monetaria; il rafforzamento del Meccanismo europeo di stabilità (Mes) in funzione di piani di assistenza finanziaria soggetti a condizionalità (vedi Grecia) senza che, però, quest’ultimo sostituisca la Commissione europea per quel che riguarda il monitoraggio regolare (Semestre europeo, di cui sopra).
Nelle conclusioni del documento Madrid esplicita che “l’ordine sequenziale delle riforme è importante”, sebbene queste ultime vadano intese come un pacchetto unico: Unione bancaria nel breve periodo, rafforzamento dell’integrazione economica nel medio e, infine, attivazione di nuovi strumenti fiscali pan-europei. Durante il Consiglio europeo di giugno, i “leader europei dovrebbero avere una discussione di ampio respiro” per trovare un accordo “sull’obiettivo finale” da raggiungere in ottica rafforzamento dell’Uem.

Tolto il linguaggio tecnico: gli eurobond sono spariti dall’agenda spagnola e la nuova posizione di Madrid somiglia a una mezza via tra Berlino e Parigi. Che sia quella buona per avanzare da giugno in poi? In ogni caso, è praticamente impossibile che i frutti finali arriveranno prima del 2019.

 

(Linkiesta, 26.04.2018)

Photo CC Flickr: La Moncloa – Gobierno de España

L’asse franco-tedesco e il compromesso al ribasso. L’altra Europa? Una chimera

A parte aver indicato il mese di giugno come data chiave per l’avanzamento del processo di integrazione, il Consiglio europeo di Primavera si è concluso anche con la chiara presa d’atto di una sostanziale differenza di vedute tra i Paesi Ue sui contenuti al centro della trasformazione dell’Unione economica e monetaria, da un lato, e della governance dell’Eurozona, dall’altro.

Nelle ultime settimane, sulle pagine de ilSalto, abbiamo cercato di seguire costantemente lo sviluppo delle negoziazione sul futuro dell’Ue e dell’Eurozona, di fatto avviate nel 2017, in seguito all’elezione di Emmanuel Macron a Presidente della Repubblica francese.

In quest’ottica, in questi primi mesi del 2018, gli eventi chiave sono stati:

  • La pubblicazione di un documento accademico sottoscritto da 14 tra i più influenti economisti franco-tedeschi che delinea un progetto di riforme per rafforzare l’Eurozona (qui una discussione dei contenuti sulle pagine del think tank Bruegel);
  • Le elezioni in Austria, Italia e Ungheria che hanno visto l’affermazione di forze conservatrici, se non euroscettiche;
  • Il comunicato dei Paesi dell’area Nord-Baltica in cui si sono criticate le proposte di riforma del Presidente francese, Emmanuel Macron, sia nel metodo che nel merito;
  • Il Consiglio europeo di Primavera (marzo 2018) che ha indicato giugno 2018 come data potenziale per un accordo di massima su quale debba essere la tabella di marcia per la realizzazione consensuale di un piano di riforme.

A parte aver indicato il mese di giugno come data chiave per l’avanzamento del processo di integrazione, il Consiglio europeo di Primavera si è concluso anche con la chiara presa d’atto di una sostanziale differenza di vedute tra i Paesi Ue sui contenuti al centro della trasformazione dell’Unione economica e monetaria, da un lato, e della governance dell’Eurozona, dall’altro.

Anche per questo, qualche settimana fa abbiamo definito “cacofonia” il dibattito sul futuro dell’Ue: sono semplicemente tante – e reciprocamente conflittuali – le posizioni e visioni in campo.

È bene ribadire che lo “scontro” si snoda tutto intorno alle proposte del Presidente francese che sono state, in parte, componenti fondamentali della campagna elettorale francese del 2017. In buona sostanza, le riforme di Macron includerebbero: la trasformazione del Meccanismo europeo di stabilità (Mes) in un Fondo monetario europeo vincolato al diritto comunitario e che agisca da fondo di garanzia in situazioni di crisi; l’istituzione di un ministro delle Finanze dell’Eurozona; la creazione di un budget per gli investimenti e, più in generale, per la stabilizzazione dell’Eurozona che funga da strumento anticiclico; il completamento dell’Unione bancaria.

Tre nuovi tasselli

Dopo il Consiglio europeo di marzo, questa settimana si sono aggiunti tre tasselli importanti che possono aiutare a continuare l’analisi e cercare di capire dove si andrà a parare. In sequenza:

  • il Presidente Emmanuel Macron, ha parlato al Parlamento europeo rilanciando (in maniera parziale) il proprio piano di riforme dell’Ue;
  • in Germania, Merkel ha cercato di determinare un posizionamento del Governo tedesco (e del suo partito, la Cdu) sul tema “Europa”;
  • Macron e Merkel si sono incontrati a Berlino.

Sebbene la stampa abbia dato ampio spazio al primo evento, sono sicuramente il secondo e il terzo a essere fondamentali per capire lo stato dell’arte e il prosieguo del processo di riforme.

L’azione di Merkel al Bundestag

Dopo una serie di critiche ai piani di Macron da parte del governo tedesco (in particolare, da parte del ministro delle Finanze socialdemocratico, Olaf Scholz), della Csu (l’alleato bavarese di Merkel) e della Cdu stessa, martedi – proprio mentre Macron parlava agli eurodeputati a Strasburgo –  Merkel ha diretto un incontro a porte chiuse, tra i deputati della Cdu e della Csu presso il Bundestag. L’obiettivo? Fare chiarezza tra alleati ed evitare di mandare segnali sbagliati a Parigi. Quali sono stati i contenuti della discussione?

Secondo alcune indiscrezioni riportate da HandelsblattMerkel avrebbe proposto di allargare l’Eurogruppo (oggi composto dai ministri delle Finanze dell’Eurozona) ai rispettivi ministri dell’Economia. Nei piani della Cancelliera, si tratterebbe di creare una sorta di Eurogruppo allargato (la stampa tedesca ha già coniato il termine “Jumbo-Rat” per descrivere la nuova conformazione), il quale dovrebbe garantire un migliore coordinamento delle politiche economiche tra Paesi.

Su Die Welt, Robin Alexander ha inoltre spiegato che Merkel avrebbe confermato l’impostazione à la Schaeuble (ex ministro delle Finanze tedesco) per quanto riguarda la riforma del Mes. Il Meccanismo di stabilità dovrebbe, di conseguenza, rimanere uno strumento che segue una logica intergovernamentale e, quindi, non essere legato al diritto comunitario; tantomeno, finire sotto il controllo della Commissione europea – si tratta di una deviazione importante rispetto ai piani di Macron. Un piccolo passo in avanti (da un punto di vista “francese”) si può riscontrare nel fatto che, agli occhi di Merkel, qualsiasi decisione presa dal Mes su eventuali salvataggi finanziari futuri dovrebbe passare “soltanto” per un voto “non vincolante” dei parlamenti nazionali (in questo caso, del Bundestag). Per intenderci, oggigiorno questo voto rappresenta una vera e propria ghigliottina: molte tranche di finanziamento in favore di Atene sarebbero saltate se il Parlamento tedesco (ma non esclusivamente quest’ultimo) non avesse dato il suo assenso.

Infine, proprio la Cancelliera avrebbe ribadito ai suoi colleghi di partito che non sarà possibile portare avanti le riforme senza una modifica dei trattati europei – si tratta di un cambio di linea politica importante, se si considera le precedenti posizioni di Berlino (lo stesso quadro è confermato in un articolo di Der Spiegel).

In soldoni, Merkel ha delineato un compromesso al ribasso (sempre rispetto alle proposte di Macron) con l’intento di tenere insieme: le aspirazioni della Spd, le critiche dei conservatori e il nocciolo delle riforme dello stesso Presidente francese. Allo stesso tempo, la sfida della Cancelliera è quella di creare un progetto di trasformazione che possa ottenere l’appoggio dell’area Nord-Baltico che si era espressa criticamente qualche settimana fa (vedi sopra, il  comunicato menzionato all’inizio dell’articolo).

In realtà, già mercoledì, proprio la Spd avrebbe parzialmente bocciato il piano di Merkel, soprattutto per quel che riguarda il “Jumbo-Rat. Del resto non è difficile capire il perché. Dopo tanti sforzi per piazzare un proprio rappresentante al ministero delle Finanze dopo l’era Schaeuble, la SPD correrebbe il rischio di veder rientrare la politica europea della Cdu dalla finestra, qualora l’Eurogruppo si dovesse trasformare in un organo allargato anche ai ministri dell’economia.

Ma quanto è realistico che questo compromesso al ribasso si trasformi nei contenuti al centro  della “tabella di marcia” a cui ha fatto riferimento Macron martedì a Strasburgo e menzionata durante il Consiglio europeo di marzo? Molto, se si considera quello che si sono detti il Presidente francese e la Cancelliera ieri a Berlino.

L’incontro Merkel – Macron a Berlino

Nella conferenza stampa di giovedì che ha fatto seguito sia alla visita all’Europarlamento di Macron che alla discussione al Bundestag guidata da Merkel, i leader di Francia e Germania hanno affermato di «aver iniziato uno scambio di vedute» in funzione del Consiglio europeo di giugno. Merkel ha anche ribadito che il 19 giugno le due squadre di governo si incontreranno per discussioni più approfondite.

Non si è trattato di una riedizione dello storico “siamo d’accordo di non essere d’accordo” (“We agree to disagree”) che caratterizzò il primo incontro tra Varoufakis e Schaeuble nel 2015, ma poco ci manca.  Merkel ha voluto sottolineare che al centro del dibattito delle prossime settimane non ci saranno soltanto le questioni istituzionali-economiche, ma anche il rinnovamento della politica di accoglienza dei rifugiati (diritto di asilo) e la politica estera dell’Unione.

Incalzati da Reuters sul punto delle riforme istituzionali, Merkel ha detto: «Siamo d’accordo che l’Eurozona non è salda di fronte a nuove crisi […] ma esistono sia proposte francesi che tedesche». In questo contesto, la Cancelliera ha addirittura menzionato Schaeuble parlando dell’evoluzione del rapporto con il Fmi (Fondo monetario internazionale), prima di ribadire, ancora una volta, che “responsabilizzazione e condivisione dei rischi devono andare di pari passo”. I punti su cui si è detta ottimista? La finalizzazione dell’Unione bancaria e dell’Edis. Merkel ha detto che dobbiamo chiederci perché “le riforme in Spagna, Irlanda e Portogallo abbiano funzionato”.

Macron ha parlato della necessità di condividere «un obiettivo politico comune». Si tratta sì di migliorare la combinazione di “responsabilità e solidarietà”. In questo senso, Macron ha detto che nessuna “unione monetaria può funzionare senza strumenti di convergenza” tra Stati membri, prima di specificare che sono gli elementi di solidarietà a «non funzionare bene» nel Continente.

Rimane quindi il fatto che l’incontro di Berlino non ha minimamente sciolto di nodi concettuali sullo sviluppo dell’Uem e dell’Eurozona. In un certo senso, la Cancelliera e il Presidente si sono nascosti dietro ai temi che uniscono: il rapporto con gli Stati Uniti, la politica estera, il ruolo dell’Ue nel mondo, ecc..

L’altra Europa?

Alla luce della pallida apparizione berlinese di Merkel, è probabile che il piano di Macron subirà aggiustamenti verso gli interessi della Germania e dei Paesi del Nord Europa.

A pesare, oltre alle dinamiche interne ai Paesi (soprattutto in Germania, dove la Csu è sempre più in competizione con l’AfD e i liberali dell’Fdp) c’è l’assenza pressoché totale di governi progressisti nel resto dell’Unione: il Portogallo e la Grecia non sono voci influenti in questa discussione a 27. E nei prossimi 12 mesi non cambierà un granché.

È quindi inevitabile che dalle negoziazioni uscirà un’Europa sì modificata – in fondo, sia Macron che la Spd devono portare a casa qualcosa nei prossimi mesi -, ma in maniera poco tangibile rispetto a chi sogna un’Unione politica con capacità fiscali forti. L’altra Europa, nel breve e medio periodo, rimane una chimera.

(ilSalto, 20.04.2018)

Photo CC Flickr: Annika Haas (EU2017EE) – EU2017EE Estonian Presidency