Sporcatevi le mani con il populismo: la lezione di Michael Sandel per la sinistra

Per Sandel, l’astensione da qualsiasi discussione aperta riguardo alle questioni morali del nostro tempo e sulle concezioni conflittuali del mondo – a vantaggio di una neutralità del quieto vivere – ha svuoltato il discorso e lo spazio pubblico. Lo stesso che è stato riempito da ciechi e intolleranti autoritarismi. In questo senso, non c’è altra strada se non quella di sporcarsi le mani, di fare i conti con i nostri disaccordi morali, di fondere di nuovo “vinti” e vincitori”.

In un’analisi del voto italiano pubblicata da EuVisions, vengono delineati alcuni dati interessanti che descrivono bene come l’assetto politico del Belpaese stia cambiando in maniera radicale. In particolare, le lenti della teoria sociologica mostrano due parti contrapposte: da un lato, i vincitori della globalizzazione; dall’altra, gli sconfitti. La stessa analisi, poi, dimostra come i primi tendano a votare per il Partito democratico, mentre i secondi siano abbinati più spesso a Movimento 5 stelle e Lega.

Sconfitto della globalizzazione” è chi subisce maggiormente gli effetti avversi della competizione internazionale e le conseguenze di mercati deregolamentati. “Vincitore”, invece, è chi possiede un titolo di studi di livello terziario (universitario o equivalente) e gode di una posizione lavorativa stabile.

Un altro risultato interessante dell’analisi è che gli sconfitti si dicono meno “di sinistra” di quanto non affermino “i vincitori”. Si tratta, per certi versi, del ribaltamento dell’immaginario collettivo legato a tutta quella dinamica politica iniziata a inizio secolo con i movimenti no-global. E dell’ennesima conferma che la sinistra ha perso per strada quel “popolo” che, a chiacchiere, intende rappresentare. Come riconquistarlo?

Commentando la visita di Emmanuel Macron negli Stati Uniti, in un editoriale pubblicato su ProjectSyndicate e ripreso anche da LeMondeKemal Dervis, ex ministro agli Affari economici della Turchia, sostiene che la globalizzazione sopravviverà soltanto se accompagnata da un forte sviluppo di politiche sociali. Quello di Dervis è un invito a Macron, quale rappresentate della socialdemocrazia, a salvare il mondo del cosmopolitismo attraverso una soluzione ingegneristica che possa far sentire di nuovo tutelati gli strati più deboli della società. Altrimenti? «Le sirene del neo-nazionalismo avranno la meglio». Probabilmente è vero. Ma a fronte di studi come quello di EuVisions, resta il fatto che sarebbe proprio il popolo tradizionale della socialdemocrazia a far crollare il castello.

La lezione di Michael Sandel

Si tratta davvero soltanto di una questione di “politiche”? A leggere un articolo pubblicato da Open Democracy e firmato da uno dei filosofi politici contemporanei più noti al grande pubblico, Michael Sandel, si direbbe di no: la sinistra (o forse sarebbe meglio dire “i progressisti”, per togliersi dall’impaccio di cosa si intenda per il primo termine) ha di fronte a sé una sfida ben più ampia. Sandel mette insieme gli sviluppi Oltreoceano e in Europa, la mobilitazione e il successo dell’estrema destra, e cerca di dare poche coordinate fondamentali per mettere in moto quello che dovrebbe assumere le sembianze di una “nuova filosofia politica”.

Innanzituttto, in relazione ai vari Trump, secondo Sandel non è «sufficiente mobilitare una protesta e creare resistenza»; quello che serve è invece una politica «persuasiva». Nei confronti di chi? In estrema sintesi, degli stessi “sconfitti” di cui sopra.

Questa politica persuasiva «deve iniziare dal comprendere lo scontento che sta stravolgendo gli Stati Uniti e le democrazie» in giro per il mondo. Per Sandel, le teorie (e, di conseguenza, i partiti e movimenti) che spiegano il populismo con argomenti economici (perdita di benessere, lavoro, maggiore competizione, ecc) e con fattori culturali (razzismo, xenofobia, ecc) non prendono in considerazione che stiamo assistendo alla reazione a un fallimento politico di dimensioni “storiche” che chiama in causa dal primo all’ultimo: Blair, Clinton, Obama, Schroeder, e l’intero arco di forze progressiste dell’Occidente. Ne consegue che non basta implementare una misura salvifica.

Il filosofo americano scrive, poi, che le istanze populiste non vanno «rigettate», ma prese sul serio. Si tratta di un ripensamento che deve partire da un assunto: abbiamo a che fare con “domande” economiche, ma anche “morali e culturali”. In altri termini, non basta parlare di «lavoro», ma bisogna abbordare il tema della «dignità sociale» in senso lato. Sandel elenca quattro aree tematiche con le quali le forze progressiste devono necessariamente fare i conti, se vogliono «sperare» di far fronte alla rabbia e al risentimento contemporaneo.

  1. In primo luogo, si devono trovare strategie nuove per arginare le disuguaglianze. Per farlo, il filosofo americano sostiene che non basta più aggrapparsi al concetto di «uguaglianza delle opportunità». In altri termini, «il duro lavoro» e il talento individuali non sono più sufficienti per arrivare a una società più equa: le asimmetrie di potere e ricchezza sono diventate i pioli marci di quella scala chiamata «mobilità sociale».
  2. Ne consegue che il concetto stesso di meritocrazia – il secondo tema con cui fare i conti – ha creato un’interpretazione distorta del nostro stesso successo, o fallimento. Quando quest’ultimo viene interpretato come conseguenza di una mancanza individuale e/o di un “giocare sporco” degli altri, ciò che scaturisce è la «rabbia contro le élite». I partiti di sinistra devono comprendere il rischio insito nella retorica della meritocrazia e dell’eccellenza che porta al successo.
  3. In terzo luogo, la dignità del lavoro manuale (e, quindi, della classe operaia) viene attaccato dall’avanzamento tecnologico e dalla transizione verso un’economia in cui si produce meno (economia reale) e si scambia semplicemente valore (finanza). In questo contesto, il dibattito relativo a misure quali il reddito di base universale (e simili) non può esser preso sottogamba perché si tratta di una misura che rivoluziona il tipo di mondo che viviamo (e che vogliamo creare). Siamo quindi chiamati a rispondere a domande cruciali, per esempio: che conseguenze ha, nel lungo periodo, un mondo senza lavoro? E, ancor prima, ha senso un tale mondo per gli esseri umani?
  4. Infine, c’è il grande tema della nazione. Affrontare il discorso del nazionalismo con i principi del «mutuo rispetto e del multiculturalismo» rappresenta una strategia fallimentare: si tratta di tenere una discussione onesta riguardo al ruolo che i confini nazionali hanno giocato nel corso degli ultimi secoli. E non è tanto una questione di governance, bensì «morale», «identitaria». Quando, per esempio, in Italia critichiamo da sinistra il concetto di “prima gli italiani”, non facciamo i conti con il fatto che è quello che abbiamo sempre fatto dal Secondo Dopoguerra ad oggi.

Michael Sandel ci dice che le sfide non sono semplicemente quelle della redistribuzione: «Decenni di globalizzazione hanno portato con sé non soltanto perdita di lavoro, ma anche di autostima» in vasti settori della società. Abbiamo insomma a che fare con un problema più serio che tira in ballo il concetto di «umiliazione».

Nelle conclusioni dell’articolo, Sandel sostiene che è proprio la dimensione morale della politica a esser persa di vista dal «mainstream liberale e socialdemocratico», che ha internalizzato questa filosofia riversandola in un linguaggio tecnocratico e in una retorica che non aiuta a risolvere la questione populista.

Per Sandel, l’astensione da qualsiasi discussione aperta riguardo alle questioni morali del nostro tempo e sulle concezioni conflittuali del mondo – a vantaggio di una neutralità del quieto vivere – ha svuoltato il discorso e lo spazio pubblico. Lo stesso che è stato riempito da ciechi e intolleranti autoritarismi. In questo senso, non c’è altra strada se non quella di sporcarsi le mani, di fare i conti con i nostri disaccordi morali, di fondere di nuovo “vinti” e vincitori”.

(ilSalto, 18.05.2018)

Photo CC Flickr: TED Conference

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