Capire il populismo dell’Europa dell’Est

Negli ultimi anni, quando si parla di Europa dell’Est si storce spesso il naso. A leggere la stampa internazionale e di Bruxelles, dai governi dei Paesi orientali dell’Unione europea arriverebbe, metaforicamente, un vento gelido, indirizzato a Bruxelles e, in particolare alla Commissione europea di Jean Claude Juncker.

Più nel dettaglio, il gruppo dei Paesi cosiddetti Visegrad-4, Polonia, Repubblica Ceca, Ungheria e Slovacchia sono considerati i nuovi “bastian contrari” del processo di integrazione: opposti alle quote di rifugiati, poco curanti dello Stato di diritto e, generalmente, fortemente conservatori (anche se in alcuni di questi, al governo, ci sono partiti formalmente di centro-sinistra).

A ben vedere, è sicuramente corretto fare un distinguo e specificare che la maggior parte di polemiche verso il gruppo Visegrad, riguarda soprattutto Budapest e Varsavia. Bratislava e Praga sarebbero più moderate, all’ascolto del nucleo forte dell’Ue, e in costante dialogo con l’Austria del neo-eletto Sebastian Kurz, nonché con Macron.

Non da ultimo, proprio il governo italiano è stato attivamente coinvolto in una lunga polemica con l’Esecutivo ungherese. In quel caso le accuse reciproche erano ruotate intorno ai concetti di “solidarietà tra Paesi membri” e la capacità di garantire l’integrità dei confini esterni dell’Unione, nel contesto della crisi migratoria.

Rimane il dato di fatto che, proprio in Ungheria e Polonia, i partiti al Governo, il Fidesz di Viktor Orban e il Partito Giustizia e Libertà (Pis) di Kaczyńskia, godono di un ampio appoggio nella popolazione. Perché? Raramente si cerca di analizzare il successo di queste formazioni, focalizzando invece l’attenzione sugli attriti con Bruxelles.

Questa settimana, il neo-nominato Primo ministro polacco, Mateusz Morawiecki – il quale ha preso il posto di Beata Szydlo un paio di mesi fa – ha rilasciato una lunga intervista alla testata Der Spiegel.

Il pezzo è interessante perché apre spiragli utili alla comprensione della filosofia politica di quello che viene anche chiamato il nuovo populismo dell’Est. A leggere lo scambio con il giornalista tedesco si rimane colpiti soprattutto da una certa vicinanza del Primo ministro conservatore a un’interpretazione critica, a tratti progressista, dei rapporti economici in seno all’Unione, del sistema economico contemporaneo, nonché della transizione storica recente del Vecchio Continente.

Tanto per iniziare, Morawiecki non “vuole gli Stati Uniti d’Europa, ma un’Europa delle nazioni”, un concetto condiviso “da una maggioranza di società europee”. Il Primo ministro si sente fortemente “europeista” e spinge per lo sviluppo di un “programma di difesa comunitario” e di un sistema fiscale che possa arginare il problema dell’elusione. Queste le priorità e, fin qui, ad essere onesti, siamo più o meno in linea con le priorità della GroKo tedesca, tanto per dire.

Ma andiamo avanti. Morawiecki afferma che Varsavia ha problemi con Bruxelles, soltanto quando si comporta come una “maestra” (se vi ricorda la retorica del Governo Renzi-Gentiloni, è normale). E per spiegare le conseguenze di un tale comportamento, mette nello stesso fascio d’erba l’AfD, Le Pen e Mélénchon, nonché il Movimento 5 stelle e Podemos: tutti movimenti che indicherebbero quanto Palays Berlaymont “non debba avanzare politiche che ignorano lo stato d’animo delle società nazionali”.

A questo punto, Jan Puhl, il giornalista tedesco, chiede se il Pis non si senta parte di questa cerchia di partiti. Il Primo ministro risponde che la sua formazione è fra quelle che “vogliono correggere le conseguenze economiche ingiuste della trasformazione originatasi nell’89”. Morawiecki aggiunge che il Pis “sta dando la possibilità a milioni di cittadini polacchi che sono stati esclusi dal boom economico di rifarsi”, prima di sentenziare: “L’Europa dovrebbe comprenderlo”.

Agli occhi del leader polacco, l’Europa ha però “finito la benzina” in termini di ideali. Se nel Secondo Dopoguerra la linfa dell’Unione era la prospettiva della crescita economica, successivamente lo è stato l’integrazione dei Paesi ex-URSS. Ma oggi “l’economia di mercato e la pace” non bastano più: “le società europee reclamano giustizia sociale e meno disuguaglianze”.

A questo punto, Morawiecki, dice di essere un “idealista” e che si “sente vicino a Thomas Piketty”. Di conseguenza, le domande che lui porrebbe al centro della discussione politica contemporanea, sono le seguenti: “Come verremo a patti con lo sviluppo della robotica? Con questo capitalismo accelerato? Con la trasformazione del mondo del lavoro, l’avvento della automatizzazione e dell’intelligenza artificiale? E con le disuguaglianze che sono cresciute in maniera esponenziale?”.

Per farla breve, il vento gelido dell’Est, a tratti, somiglia davvero più a uno scirocco.

Ovviamente, a parte tutto questo ci sono le posizioni anti-Stato di diritto, la totale assenza di solidarietà nei confronti dei rifugiati, le affermazioni problematiche in relazione all’Islam e l’Olocausto. Insomma, non è tutto oro ciò che luccica.

Ma c’è anche dell’altro, appunto. Qualcosa che si dovrebbe tenere a mente, quando si cerca di capire il successo del populismo dell’Est. Ammesso che non si voglia fare, sempre e comunque, i bastian contrari.

Per chi fosse interessato, l’intervista completa in inglese di Der Spiegel potete leggerla qui.

(ilSalto, 23.02.2018)

Photo CC Flickr: European Parliament

 

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